Da bambini, quando veniva loro chiesto, i miei cugini rispondevano l’astronauta, la ballerina, il calciatore… Da me, invece, ottenevano sempre lo stesso responso: lo scrittore. Mi era chiaro d’essere destinato a una vita di compromessi.
La prima macchina da scrivere la ricevetti all’età di dieci anni. Era il Natale dell’87. Innamorato di un’idea epica di uomini in lotta con se stessi sopra immense distese oceaniche, senza saperne molto ci sfornai un manualetto sulla navigazione in stile Giovani marmotte. Poi la misi da parte e non ci pensai più.
Un pomeriggio di due anni dopo i miei genitori mi comunicarono la loro decisione di separarsi. Arrivò una Rover 3000 bianco-panna con coperchio rigido rimovibile. Ci scrissi un racconto fantasy: giunto nella piazza del villaggio, il barbaro osserva una giovane donna estrarre da un pozzo un secchio colmo d’acqua. La descrizione che feci della ragazza scaldò le notti di alcuni miei compagni di classe. Fu colpa del mio ego: mostrai il racconto al mio vicino di banco e questo fece il giro della scuola. Era l’epoca di Conan il Barbaro.
Capii che il fantasy non faceva per me, ma c’erano altre strade che potevo tentare
A sedici anni conobbi Giuseppe Nasillo: critico d’arte, insegnante di italiano e il proprietario di una piccola casa editrice specializzata in libri d’arte. Non ebbi il coraggio di confessargli il mio amore per la scrittura, tranne che davanti alla commissione di maturità al completo. I miei temi tuttavia, a suo dire, non l’avevano mai insospettito.
Al primo anno di università mi chiesero di scrivere alcuni articoli per il giornale della Facoltà di Lettere. Il grosso del lavoro consisteva nel raccogliere contributi per finanziarlo dai commercianti attorno a Palazzo Nuovo. Capii in fretta che la scrittura non può prescindere dalla vendita.
Nello stesso periodo i medici diagnosticarono a mia madre un tumore maligno. La chemio, mia madre, la faceva in un grosso salone delle Molinette. Al suo fianco era solita sedere un’altra paziente. Venne fuori la mia ambizione letteraria; venne fuori che la vicina di chemio era proprietaria di una piccola casa editrice specializzata in diari di viaggio. Lesse qualcosa di mio e mi bacchettò per le sgrammaticature. Poi aggiunse: «C’è qualcosa in effetti, ma aspetta di essere più maturo. Laureati, trovati un lavoro, metti su famiglia: in fondo Luciano De Crescenzo ha pubblicato quando è andato in pensione». Per ripicca smisi di scrivere. Era la primavera del ’96.
Non durò a lungo. A cavallo tra il 2005 e il 2006 frequentai un corso alla Holden di Baricco. Mi ero iscritto nella speranza di incontrarlo, ma lui non c’era. Per l’occasione scrissi un racconto: Chi c’è al café Wha? Carpii l’attenzione dell’insegnante che mi chiese di scriverne altri. Non lo feci. Osservavo i miei compagni di corso, così presi dalla loro ambizione di pubblicare, e mi stupii di quanto poco me ne importasse. Nei successivi dieci anni feci carriera in azienda, presi cazzotti in una palestra, mi gettai da un’altezza di 4000 metri incrinandomi una costola all’ultimo lancio e discesi in gommone le ripide del Po senza mai bagnarmi. Amai molte donne, finendo per convivere con due di loro. Di scrivere, niente, nessuna pulsione.
Era il 9 settembre del 2013 quando, verso sera, mi piazzai davanti al computer e diedi di nuovo sfogo alle mie ambizioni. Avevo scritto alcuni articoli contro la legge sulla tassazione delle sigarette elettroniche voluta dal governo Letta; un mio slogan venne esposto davanti al Quirinale. Qualcuno, leggendoli, mi disse: «Ma tu, pubblichi?» Presumo intendesse chiedermi se fossi un professionista.
A volte una parola può aprire un baratro: questa aprì il mio
Forse perché iniziavo a sentire il peso del “tirare le somme”, mi sedetti a quella scrivania e scrissi di nuovo. A distanza di quasi trent’anni anch’io, infine, ero diventato uno di loro: ero diventato un aspirante scrittore. Per non farmi mancare nulla, era il 2015, andai alla corte del Mozzi – l’articolo “antologico” è d’obbligo – per frequentare la sua bottega di narrazione. Passai i successivi sei mesi a fare su e giù su un treno Torino-Milano. E quasi gli riuscì, al Mozzi, di convincermi a smettere del tutto di scrivere; ma nell’ottobre dello stesso anno affidai per la prima volta un mio racconto all’incognita della lettura editoriale. Il racconto si intitolava Come una bambola. Lo spedii a una mail generica del Gruppo Editoriale Mondadori. Ero consapevole che solo di rado le case editrici rispondono agli esordienti, ancor meno alle proposte di singoli racconti (o di racconti singolari).
Una settimana dopo mi contattavano per pubblicarlo su un loro periodico. Da quel primo racconto ne scrissi altri, collaborando con Confidenze fino al 2017. Stufo di quel tipo di esperienza, a maggio inviai un mio lavoro a un’altra rivista, questa volta più letteraria: Ellin Selae. Il racconto s’intitolava Considera l’o’o e venne pubblicato nel numero 133 del trimestrale. Due anni più tardi, era l’aprile del 2019, quello stesso racconto venne riesumato dagli scaffali del dimenticatoio e letto per intero durante una diretta di Be Radio.
Ma scrivere restava un hobby, di questo ero cosciente. A dicembre del 2017 l’azienda per cui lavoravo da quasi quattordici anni mi comunicò l’intenzione di chiudere. A Natale ricevetti la lettera di congedo. Andai a parlare con un mio ex cliente nella sua azienda di Asti, il quale colse al volto l’opportunità di assumermi. La stima era reciproca. Il gennaio successivo ero a Burgas, in Bulgaria, a dirigere uno stabilimento industriale. Era galvanizzante per uno nato in quella che un tempo si sarebbe potuta definire una “famiglia proletaria”, trovarsi a ricoprire il ruolo di direttore. Scoprii che i dirigenti spesso sono costretti a scendere a quei compromessi che io, in quanto figlio di operai, non ero disposto ad accettare.
Sei mesi più tardi mi ritrovavo di nuovo a Torino, a vestire per la prima volta i panni scomodi del disoccupato. E anziché cercarmi un nuovo lavoro, feci l’unica cosa che a quel punto trovai sensato fare: scrivere un romanzo.


Wow! Cosa si prova dopo trenta anni ?
Cambiò in peggio….o forse cambiò, punto!
O forse tutto torna a quando da bambino rispondevI di voler fare lo scrittore. Ci capita che lasciamo andare via persone, momenti, lavori, situazioni modifichiamo tutto, ci mettiamo in discussione, viviamo semplicemente, ma poi qualcosa ritorna , prima o poi.Se è una parte del tuo essere , di quello che ti far star bene(una passione che viene da dentro , e, scrivere può essere una di queste),torna e con gli interessi.
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Lo spero… 😀
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Ho letto con molto ritardo la tua storia, e chapeau! Dirai perché hai letto ora? Sto preparando il post per i vincitori del concorso di cui sei giudice e volevo scrivere una frase di quelle emblematiche su di te…decisamente non basta una frase.
Di certo vorrei avere la tua caparbia qualità di migliorare una dote naturale già così palese. Di certo vorrei anche io avere la fortuna di venire scelta da un gruppo come quello che non ti scarta un racconto, ed anche quella di scriverne di ottimi uno di seguito all’altro…e sì ti ammiro davvero. Complimenti.
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Grazie Nadia, sei davvero molto gentile. Presumo che il talento non sia scindibile dalla fortuna, per cui ti auguro di trovare un “gruppo come quello che non ti scarta un racconto”. Sono felice mi abbiate scelto come giudice: è stato divertente e istruttivo. Ammiro molto il lavoro che avete fatto.
… ah sì, se trovi la frase emblematica che cerchi fammelo sapere: sarei davvero curioso di leggera. Io non ci sono mai riuscito. Non sono decisamente bravo a parlare di me.
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Ho notato la suggestione sorrentiniana del tuo incipit. Colpì molto anche a me. Secondo me poi tutto il racconto è strutturato allo stesso modo. Ci sarebbe da farci uno studio.
Ciao intanto. Proseguo per i tuoi interessanti blog!
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Ciao Riccardo, grazie per essere passato da queste parti. La grande bellezza, secondo il mio modesto parere, è uno dei film migliori degli ultimi anni.
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