Una scrittura sincera


Verità

La verità è menzogna; la menzogna è verità!

Sinceramente non credo che tu dica la verità quando scrivi, caro scrittore. Tuttavia e diversamente da ogni altra attività umana: nella scrittura mentire è bene. Gli scrittori raccontano frottole per mostrare una verità più vera. Ti vorrei citare Giulio Mozzi: «Uno scrittore non dice la verità, parla della verità».

La verità, in quanto tale, è inconoscibile. Inoltre potremmo filosofeggiare chiedendoci se esiste una verità. Secondo i post-modernisti l’unica verità possibile è la nostra interpretazione: cioè, non esiste una realtà oggettiva, esiste un’interpretazione del mondo, dei fatti, eccetera. Secondi i nuovi realisti esiste invece una realtà oggettiva, che è tale al di fuori di ogni interpretazione. Ovunque si annidi, la verità è sempre un oggetto del contendere.

Fra i due estremi, post-modernisti e nuovi realisti, la verità ondeggia. Il primo è definito pensiero debole, quel relativismo tanto sconfessato da Papa Ratzinger. Il secondo è una sorta di reazione, un nuovo realismo che non può più sopportare la debolezza di quel relativismo lì: una tazzina è una tazzina, al di là di come la si voglia interpretare. Di sicuro, a campeggiare, è l’incertezza. E anche questa è una verità. Costanzo Preve dice: «se prendo un mattone e te lo do in testa: questo è un fatto oggettivo». Tuttavia il movente che muove quella mano può essere oggetto d’interpretazioni. Come dicevo: la verità ondeggia.

Ora, se la narrativa ha il compito di permettere al lettore un’interpretazione più netta possibile di un qualcosa, dell’oggetto della narrazione, lo fa certamente attraverso una menzogna. Se così non fosse, ci troveremmo davanti una biografia, un’autobiografia, un trattato di storia o una cronaca oggettiva di qualche tipo. E tuttavia, anche in questi casi la verità è un’interpretazione. La biografia non può essere completamente esaustiva; tante cose che potrebbero modificare il punto di vista del lettore, per una questione di spazio o di difficoltà oggettive, vengono tralasciate. L’autobiografia è sempre il punto di vista del narratore su di sé, sulla propria vita. Ma anche la storia, nella forma di un trattato, è un interpretazione dei fatti: Hitler era semplicemente cattivo o anche se male era convinto di fare del bene? Rimane la cronaca, nella forma più didascalica che si riesca a immaginare: cioè un elenco di fatti annotati con precisione e messi in ordine cronologico. Ma questo non ci permette alcuna interpretazione, e qualunque tentativo di interpretarli (quei fatti) passa attraverso il filtro di chi ci prova.

Ma la verità esiste? Credo che sia una domanda antica quanto il: perché esistiamo? Secondo i postmoderni una verità esiste, ma è talmente fuori dalla nostra portata che tutto ciò che ci rimane è un’interpretazione di essa. Secondo i nuovi realisti una verità esiste e ci dovremmo concentrare, al di là delle interpretazioni, su ciò che è oggettivo, su ciò che è certo: un computer, quello con cui sto scrivendo questo post ad esempio, è un computer.

E tu, caro scrittore, in mezzo a tutto questo cosa centri? Tu racconti storie, cioè frottole, e lo fai perché ti piace scrivere, perché è il tuo mestiere farlo, perché speri di guadagnarci dei soldi o della notorietà… o forse sei anche tu un cercatore?

Nel caso tu fossi un cercatore, sappi che non esiste una verità che puoi conoscere per certo e qualora tu ritenessi di possedere una porzione di verità: essa è comunque una tua interpretazione. Le storie possibili, dicono, sono finite. Il taglio con cui le narriamo, il punto di vista, è l’unico modo per narrare qualcosa di originale. Ma la narrazione, anche qualora tu possieda una qualche verità, è sempre una menzogna. Cioè, lo è di proposito. Narrare la verità senza una menzogna è come dichiarare che «la mela è verde»: cioè, inefficace, riduttivo.

Se la verità è fuori dalla nostra portata, se ci rimangono solo delle interpretazioni della verità, e se per questo dovremmo concentrarci solo su ciò che è oggettivo: allora è necessario che tu, caro scrittore/cercatore, prenda una posizione. Nel momento in cui decidi di raccontare una storia, quella storia, cioè il nocciolo di verità che contiene, sia esso solo il tuo punto di vista, la tua interpretazione di essa, è comunque oggettivo che corrisponda alla TUA verità. Possiamo allora dire che, quando ci mettiamo a scrivere, lo facciamo perché riteniamo di aver preso una posizione difronte alla verità? Se così è, non trovi che sia quantomeno ironico doverla raccontare attraverso una menzogna?

Eppure, in narrativa, la menzogna è l’unico modo efficace per raccontare una verità. O una parvenza di verità. O un’interpretazione della verità.

Ti ho confuso le idee, vero? Ricapitoliamo: tu, caro scrittore/cercatore, ondeggi tra la verità e la sua interpretazione; ondeggiando, a un certo punto ritieni di aver intravisto una sorta di verità: il tuo punto di vista; allora ti inventi una storia e cerchi di far calare il lettore nella tua verità affinché egli possa interpretarla nel modo più netto possibile. A questo punto, possiamo spingerci a dire che la menzogna è verità?

35 Comments on “Una scrittura sincera

  1. Ecco, questo post mi ha fatto pensare a questa notizia qui http://www.ilpost.it/2015/11/19/reuters-non-usera-piu-i-file-raw/
    Giusto? Sbagliato? Io ho la mia idea, ma chiunque abbia fotografato, diciamo, almeno con un briciolo di attenzione sa che già con la scelta dell’inquadratura si sta interpretando la realtà, la decisione di includere o meno un particolare, di inquadrare dall’alto o dal basso o in una direzione piuttosto che un’altra è già interpretazione della realtà/verità.
    Quindi? Penso che la verità esista ma che nel momento stesso in cui la stai mostrando/raccontando la stai inevitabilmente interpretando, anche quando lo fai in modo inconscio. Un po’ il rpincipio di indeterminazione di Heisemberg 😉

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    • Articolo interessante, più tardi lo leggo con attenzione. La verità è sempre una interpretazione personale della realtà. Il punto è: su che verità concentrarsi? O meglio: con quale punto di vista interpretare la realtà? postmoderno o new realism? Lascio aperta la questione.

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      • Bisogna proprio scegliere?
        Comunque i vari verismo, naturalismo, neorealismo eccetera non mi hanno mai entusiasmato, ho sempre preferito la finzione più pura (fantascienza per esempio) così sai a priori che ciò che comunica è diverso da ciò che dice.

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        • La finzione pura, però, e non è una questione di etichette, in genere ha come obbiettivo principale solo l’intrattenimento. Io, con la mia scrittura, cerco di andare un po’ più a fondo. Vorrei, cioè, raggiungere il lettore nel suo intimo.

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  2. Personalmente ritengo che una storia, per quanto inventata, non sia una menzogna. Il fatto che si sia svolta nella realtà dei fatti o meno non lo ritengo così importante. Quello che, a mio giudizio, è più importante è il fatto che si sarebbe potuta svolgere nella realtà, ovvero che sia verosimile. D’altronde, come ben dici tu, le storie sono finite: può essere che, a insaputa di chi le scrive, si siano verificate davvero. Interpreto la verità come la perfezione: qualcosa a cui aspiriamo senza mai riuscire a raggiungerla. L’importante è continuare a tendere verso essa, contribuendo a creare con il nostro soggettivo punto di vista un pezzetto di verità, che assieme a quello altrui andrà ha creare un quadro tanto più bello quanto più variegato.

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    • Qui il termine menzogna è utilizzato in senso lato, artistico diciamo. Una menzogna è una interpretazione della realtà, o un’invenzione di essa completamente fasulta, comunicata per nuocere a qualcuno o per trarne profitto (anche se, il fatto che dalla narrativa uno scrittore ci guadagni dei soldi, l’avvicina secondo me pericolosamente a questa soglia). Il senso utilizzato nel post, del termine “menzogna” è diametralmente opposto: cioè, una interpretazione della realtà (o una sua invenzione completamente fasulla), comunicata per permettere al lettore di giungere a una verità più grande, più netta o più difficile da intuire normalmente.

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  3. Interpretazione soggettiva e menzogna non sono la stessa cosa.

    Il messaggio del mio romanzo dipende da un mio punto di vista, però condiviso da molti. E le persone che lo condividono potrebbero aumentare, se ne fossero a conoscenza. Oppure il lettore potrebbe rifiutarlo, chissà. A me non interessa sentirmi dire che ho ragione: mi interessa comunicare.

    La menzogna per sua natura è un’assoluta falsità. Una storia menzognera è quella che riporta – per esempio – dati volontariamente erronei è fuorvianti.
    Nell’interpretazione l’intento è positivo. Chi mente, invece, inganna con malevolenza. Certi giornali faziosi aiutano perfettamente a inquadrare tale concetto.

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    • Infatti, come dicevo a Silvia poco sopra, in questo post il termine “menzogna” è usato in senso lato, cioè non in senso letterale. Attraverso una menzogna, l’invenzione di una storia, noi cerchiamo di comunicare al lettore una verità più grande: la nostra verità.

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    • Paolo Villaggio, come scrittore, in Russia è considerato un genio. E loro hanno avuto Dostoevskij, Tolstoj e tanti altri. Io qualche domanda me la farei… XD

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  4. Argomento splendido e davvero antico quanto l’uomo. Leggendoti mi è venuto in mente “L’arte della commedia”, il testo teatrale di Eduardo De Filippo che mi colpì profondamente sin da ragazzo.
    Un capo-comico va dal sindaco di un paesino (cito a memoria, ma era tipo un sindaco) a chiedere un aiuto per la compagnia teatrale, e ovviamente si sente rispondere che i pochi soldi servono per cose utili, importanti: non per la finzione. Inizia una splendida discussione tra il teatrante e il potente sul valore e l’importanza della “finzione”, finché il capo-comico tira uno scherzetto al sindaco: tra le persone a cui darà udienza quella mattina, potrebbero esserci degli attori… eppure non ci sarà differenza, perché una persona che racconta un proprio dramma e un attore che lo recita non esiste alcuna differenza. Ogni volta che un attore finge di morire, dice Eduardo, sta raccontando la storia di tutti quelli che muoiono sul serio senza che nessuno lo sappia. La finzione teatrale non è solo intrattenimento, è un modo per raccontare la verità che troppo spesso si sceglie di ignorare.
    Il romanziere in fondo fa lo stesso: usa uno strumento dichiaratamente “falso” (il romanzo) per raccontare qualcosa però di vero. Qualcosa che spesso il lettore già sa ma sceglie di ignorare, “riscoprendolo” nella lettura. Non è che prima del giovane Werther nessun innamorato sia sia suicidato per amore, ma Goethe ha usato la finzione per raccontare qualcosa di vero che ha colpito molto di più della semplice conoscenza.
    In fondo i dotti medievali già conoscevano la storia di Amleth, principe danese che si finse matto per organizzare la sua vendetta contro il patrigno, che aveva ucciso suo padre per prenderne il posto. Arrivò Shakespeare, prese il “fatto di cronaca”, scambiò una acca (Amleth divenne Hamlet) e creò una storia immortale: tutto ciò che si legge nell’Amleto è realmente accaduto, ma solo dopo che è passato per la finzione ha raggiunto i cuori dei lettori.
    Ecco, un bravo scrittore è quello che sostituisce l’acca e rende vero il reale tramite la finzione 😉

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  5. La filosofia mi affascina, ma alla fine ho deciso, molto tempo fa, di seguire una strada più semplice, fatta di terra e sudore e invece di speculare sul passato ho preferito cercando i resti nel terreno, con le mie mani.
    Rimango fedele alla mia idea “la Verità è una questione di immaginazione” in quanto solo stimolando l’immaginazione, l’empatia e l’immedesimazione, possiamo arrivare al cuore di noi stessi e cercare di gettare un ponte che ci separi da quell’altro universo che è qualsiasi altra persona. La narrativa, suscitando un’immaginazione emotiva, getta questi ponti, oltre il tempo e lo spazio e Vere sono le emozioni che sento dentro di me quando leggo, anche se a suscitarle è il lavoro di un autore morto e sepolto. Oltre la mia speculazione non si spinge, sono uno spirito pratico, dopo un tot di ragionamento astratto ho bisogno di scavare nella terra e sentire qualcosa di concreto in mano. Che sia o non sia vero lo lascio determinare agli altri.

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  6. Davvero un post interessante, la verità può avere diverse facce, perché può essere raccontata sotto diversi punti di vista. Un po’ come vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, dipende da chi lo guarda. Però possono esistere delle verità oggettive: un uomo che muore è una realtà oggettiva, che dopo la morte vada in paradiso o da qualche altra parte dipende dal fatto se chi parla di questa morte sia o meno un credente. Filosofia spicciola forse, ma era per rendere l’idea. Credo che lo scrittore esponga i fatti, magari cerca di farlo nel modo più oggettivo possibile, ma in ogni caso espone il suo punto di vista. Per esempio se io parlo di Hitler non dico semplicemente che era cattivo, ma dico che era un pazzo e, cosa ben peggiore, era pazzo un intero popolo che lo ha seguito nella sua follia. Però questo è il mio punto di vista, qualcun’altro potrebbe descrivere Hitler come un genio o un martire della storia. Quindi probabilmente hai ragione la verità ondeggia, forse per questo ci piace scrivere: ognuno dice la sua verità.

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  7. Mi allineo alle posizioni di Giulia e Tenar, soprattutto sull’empatia che fa da ponte fra noi e le descrizioni della realtà. Sai che mi piacciono i paragoni e cambiare punto di vista, dunque mi viene in mente il rapporto che c’è fra un luogo e la sua mappa. Come si sa, una mappa di un luogo non è quel luogo, e il livello di dettaglio può aiutare ma fino a un certo punto. Banalmente, la mappa di un bosco, anche fosse satellitare, non te ne fa sentire il profumo o i suoni, che uno scrittore può invece farti percepire con dieci parole, non di più. Per essere “sincera” la mappa dovrebbe coincidere con il luogo, in tutto e per tutto.
    L’empatia di cui parla Tenar è fondamentale perchè ti fa costruire, dentro di te, il luogo partendo dalla mappa. Per un bravo scrittore basta una mappa anche molto semplice, e ti sembrerà di essere lì. Un fatto di cronaca (per tornare ad altri commenti precedenti) non ti coinvolge finchè non ne vieni coivolto personalmente, a meno che l’empatia generata dallo scrittore non ti ci butti dentro, anche se solo (e dici poco?) a livello emotivo. A quel punto è come averlo vissuto. Hai presente le scenografie che si costruiscono per i villaggi dei film western? Camminando lungo la strada che attraversa il villaggio vedi le case ma in realtà ci sono solo le facciate. Se la produzione si mette di impegno aggiunge anche un primo livello di stanze, dietro le facciate, così se guardi nelle finestre vedi qualcosa di più “reale”. Volendo si può fare di meglio, arrivando a ricostruire tutto il villaggio.
    Sento che mi sto un po’ perdendo perché ci vorrebbe più tempo e la discussione è interessante, ma il succo, per tornare al tema del post, è che per percepire TUTTA la verità occorrerebbe ESSERE la verità, il resto è tutta simulazione. Ma qui sconfiniamo in quella filosofia che volevamo tenere un po’ a freno.
    Se vuoi ne riparliamo.

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    • Volentieri, ci saranno molte altre occasioni per farlo. Non vi mollo mica qui. XD 😉

      S’, certo, narrando non puoi ricreare la vita del bosco, quindi il livello di dettaglio, di adesione alla realtà, può essere molto ma mai sufficiente. Eppure, c’è vita in quelle vecchie pagine… 🙂

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  8. Pingback: Vendere racconti | Salvatore Anfuso – il blog

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