uomo timido

Ne ha uno?

Come quasi ogni giorno lavorativo, oggi per pranzare mi sono recato nel bar sotto l’ufficio. In questo bar lavora una ragazza: trentacinque anni, fisico atletico, modo gioviale e un tantino provocatorio di relazionarsi con la clientela; grande entusiasmo e simpatia autentica. Ci si scambia sempre qualche battuta ammiccante. C’è, insomma, una sorta d’intesa; di chi riconosce nell’altro delle affinità di qualche tipo. Alcuni giorni queste battute hanno un soggetto più definito; trasmettono, cioè, un certo messaggio in modo più diretto.

Oggi, ad esempio, vedendomi entrare, la prima cosa che ha detto è stata: «Per te, oggi, ho cucinato una patata».

Mentre lo diceva, teneva le mani incrociate dietro la schiena. Il volto era illuminato da un bel sorriso sbarazzino. Dondolava il busto ruotandolo da sinistra a destra e viceversa. Gli occhi le brillavano di malizia.

«Ok, grazie» le ho risposto. «Proviamo questa patata, allora. E ti risparmio tutte le battute che potrei farti al riguardo».

Lei è scoppiata a ridere. Ha preso il piatto con la patata, tutta felice, e l’ha infilato nel forno a microonde. Quando me l’ha portato, poggiandolo sul tavolo a cui mi ero accomodato, ha detto: «Oh… guarda, la patata si è aperta». L’ha detto con una vocina graziosa e infantile, da lolita.

La radice suddetta consisteva in una semplice patata, di quelle che si comprano comunemente al mercato, fatta bollire – naturalmente dopo averla pelata – e tagliata in tre parti, nel mezzo delle quali vi aveva infilato del pasticcio di carne. Sembrava, per darvi un’idea, una sorta di carciofo ripieno. La battuta, per quando grossolana, sembrava perfettamente adeguata al contesto. Sia in senso letterale, sia metaforico.

«Oh… poverina,» le ho risposto, «e adesso, come facciamo?».

Ora, tutto questo è avvenuto realmente e non ci sarebbe davvero alcun motivo per raccontarlo proprio a voi – se non per uno slancio adolescenziale da parte mia –, tranne che per fare da esempio al contenuto di questo post. La domanda che ne sta alla base (ma anche nel titolo) è: a cosa serve, se serve a qualcosa, la narrativa?

L’aneddoto avrei potuto comunicarvelo in un altro modo, molto più diretto. Ad esempio: «Sapete? la cameriera che lavora al bar sotto il mio ufficio, in cui vado a mangiare in pausa pranzo, ci prova con me in un modo alquanto sfacciato». Oppure, in forma di trattato accademico: «È nella natura umana, quando si è soli e ci si trova nell’età giusta, cercare un soggetto che corrisponda alle proprie esigenze riproduttive. Una volta individuato, è poi comune adottare delle strategie che comunichino la propria disponibilità…», eccetera eccetera. Tuttavia, solo attraverso la narrazione sono in grado di comunicare, non solo in ordine preciso e cronologico la giusta sequenza dei fatti, ma anche quel sostrato di senso che sarebbe riduttivo o inefficace trasmettere in altro modo.

Per dirlo in un modo diverso e passando a un altro esempio: come si può comunicare a qualcuno, qualcuno di esterno alla vicenda, quella particolare impressione che un dato individuo ha di risultare sempre fastidioso, anche quando non fa assolutamente nulla di male, anche quando si comporta in modo educato e compito, anche quando non mette in campo alcun comportamento che possa effettivamente risultare maleducato? Lo posso fare dicendolo in modo diretto, proprio così come ho fatto adesso. Lo posso fare scrivendoci un saggio o un trattato. Oppure, attraverso una narrazione:

Bartolomeo – spalle cascanti, braccia addossate strette al busto – entrò nel bar. Si guardò attorno titubante, quasi ripensandoci, poi, con piccoli passetti frettolosi, si diresse al bancone.

«Èpossibileavereuntramezzinoperfavore?».

La banconista era girata di spalle, intenta a riempire di caffè appena macinato il gruppo d’erogazione. Altri due clienti attendevano scocciati.

Bartolomeo si schiarì la gola. Pensò alla sua solita sfortuna, quella di trovarsi sempre in una situazione difficile, che riusciva a gestire male nonostante gli sforzi. Guardò di sfuggita i due uomini, subendone la presenza. Poi, nel medesimo modo ma alzando la voce, ripeté: «Èpossibileavereuntramezzinoperfavore?».

La donna incastrò il gruppo d’erogazione nel suo supporto e vi piazzò sotto due tazzine. Premette un pulsante e il caffè iniziò a scorrervi dentro, ma lentamente, quasi goccia a goccia. Quindi, come il ronzio di una zanzara che si avvicina dal nulla, fu stuzzicata da una sensazione di fastidio alle proprie spalle e si voltò corrucciata.

«Èpossibileavereuntramezzinoperfavore?».

La donna, istintivamente, strabuzzò gli occhi. Schiuse la bocca. Tirò indietro il busto.

«Eh?».

«Untramezzinoperfavore» ripeté Bartolomeo, abbassando il tono di voce, di molto, intimidito dallo sguardo stupito della banconista e dei due uomini.

«Vuole un tramezzino?» chiese lei, alzando la sua di voce.

Bartolomeo non rispose, o se lo fece la banconista non riuscì a udirlo. Se ne stava semplicemente lì, compito e timido, rigido come una statua, il capo chino, lo sguardo basso a sondare la superficie di marmo del bancone e che, di tanto in tanto, lanciava a lato in modo sospettoso e imbarazzato.

Nulla di male se fosse stato un adolescente in procinto d’invitare la propria compagna di classe, quella carina, a uscire. Bartolomeo era un uomo di quasi cinquant’anni, robusto, alto, e aveva l’aria di lavorare come ingegnere in un ufficio di progettazione… Indossava un cappotto grigio che gli cascava male e lo faceva somigliare a un sarcofago vivente. Aveva una calvizia avanzata, che partiva dalla fronte e arretrava fino alla nuca. Il volto pallido, le occhiaie profonde. Per ultimo, una vocina fastidiosa: sottile e acuta.

Insofferente, per mattinata faticosa passata a servire colazioni e a caricare di tazze e tazzine la lavastoviglie, la banconista gli chiese seccata: «E come lo vuole, questo tramezzino?».

Bartolomeo non si mosse. Non alzò lo sguardo a incrociare quello della donna.  Non aumentò il tono di voce a un livello più udibile. Disse semplicemente: «Buono…».

Eccetera, eccetera.

Ecco, quando parlo di compito della narrativa, intendo esattamente questo: trasmettere senso in un modo che altrimenti sarebbe inefficace o riduttivo fare utilizzando altri mezzi. Alcune volte questo “messaggio”, quello che sta alla base di una storia, è così sottile, pallido, che anche se intuitivamente lo percepiamo, non siamo in grado di definirlo in modo diretto. Con modo diretto intendo quello che attribuisce un nome a un sostantivo: una mela = mela; una pera = pera; una sofferenza = ? Notiamo, ad esempio, che quando si passa dal materiale al concettuale, le difficoltà aumentano. Infatti, esistono molti tipi diversi di sofferenze e molti più modi di vivere una sofferenza specifica.

Ad esempio, come possiamo trasmettere la pena che una madre prova davanti alla morte del proprio figlio? Si può dirlo in questo modo: «Quella donna soffre perché suo figlio è morto». Già da subito, però, ci rendiamo conto di quando esso risulti insufficiente. Possiamo provarci con la forma di un trattato sullo stato biochimico di un individuo sofferente. Anche così, perderemmo comunque un sacco di informazioni che ci paiono essenziali. Il modo più efficiente di trasmettere quell’informazione lì, allora, sarebbe di scriverci un romanzo. Solo attraverso un romanzo, se siamo abbastanza bravi a scriverlo, riusciremmo nel compito di: suscitare la pietas nel lettore, facendogli vivere il punto di vista della donna.

Ora, con questo non intendo dire che ogni storia debba avere una morale. Non è della morale che sto parlando. Con messaggio non intendo dire che l’autore debba sentirsi in dovere di comunicare per forza qualcosa. Tuttavia, se ho la necessità di mostrare, di trasmettere qualcosa che sarebbe difficile o riduttivo dire in altro modo, solo attraverso la narrativa ho la possibilità di far calare il lettore nel giusto contesto capace di trasmettergli quella sensazione lì.

Un racconto o un romanzo non servono, cioè, a trasmettere un’informazione diretta, oggettiva: «La mela è verde»; ma a comunicare un certo stato d’animo, un certo tipo di informazioni che non giungerebbero al destinatario nel modo corretto:

«Intervistiamo oggi la signora Maria, ortolana al mercato di Porta Palazzo dal ’69. Signora Maria, ci dica, rispetto a quelle di oggi com’erano le mele della sua infanzia?».

«Verdi…».

Ecco che questo brevissimo sketch ci rimanda a tutto un mondo di informazioni dove l’unica oggettiva, «le mele sono verdi», è quella meno importante.

Alessio Montagner, via mail, mi fa giustamente notare che «lo scopo della letteratura (allora) non è veicolare informazioni precise, ma consentire interpretazioni di un contesto».

Per dirla alla Joyce: «la letteratura è una macchina che genera significati». Ecco, questo è lo scopo della narrativa.

91 Comments on “Che scopo ha la narrativa?

  1. Dunque scopo della narrativa è rendere la narrativa Narrativa, Mi pare un nobile scopo.
    “…ma a comunicare un certo stato d’animo, un certo tipo di informazioni che non giungerebbero al destinatario nel modo corretto” ecco, è proprio quel che cerco in un libro. Una volta mi fermavo alla storia, cercavo solo una buona storia, ora cerco qualcosa che resta dietro la storia, che ne fa da supporto, che la permea, e che rimane quando la storia è passata: sensazioni, messaggi, emozioni, significati…

    P.S. spiace deluderti ma le cameriere sorridono e ammiccano per mestiere, ci ero cascato anch’io 😛

    P.P.S. “Aveva una calvizia avanzata, che partiva dalla fronte e arretrava fino alla nuca” questi stereotipi sugli ingegneri progettisti 😀 (io comunque ho risolto col rasoio :P)

    P.P.P.S. “Eccetera, eccetera.” perchè? il racconto non finisce con “buono”? un giorno forse dovresti scrivere qualcosa su come/quando finisce una storia.

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    • Sì, potrebbe proprio finire con buono. In realtà non c’ho pensato affato, volevo solo dimostrare il concetto del post. Questa cameriera non si limita ad ammiccare e se io non fossi quel lupo solitario che sono l’avrei già invitata a uscire. 😉

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  2. Sì, ma alla fine ci hai provato con la tipa del bar o no?
    Salvato’, di tutti i post pubblicati finora questo è il più sconclusionato 😀
    Lo scopo della narrativa, per me, è intrattenere.

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    • E no!, non è solo intrattenere. C’è di più, molto di più. E no!, non c’ho provato con la cameriera: lei c’ha provato con me… Però faccio lo gnorri (si usa ancora dire così?). A un certo punto credo che ci sia anche rimasta male, poi ha capito che sono un solitario e… continua ad ammiccare. XD Ma molto meno.

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    • Muzzioli dice che se lo scopo della critica fosse solo quello di intrattenere allora la critica non avrebbe senso di esistere.
      Infatti: secondo me non ha senso di esistere XD
      (ma ne parliamo un’altra volta, perché ogni cosa ha una infinità di applicazioni)

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  3. Appunto ne abbiamo già parlato per mail (e vedo che anche Hendioke ha messo il mi piace! Ehi, mi vedi? Sono LiveALive!)
    Però ti dico lo stesso due pensieri…
    Il trattato biochimico sulla condizione della madre disperata è in realtà l’unico modo per comunicare una informazione (almeno in ottima parte) oggettiva. Descrivere la sofferenza in modo narrativo inevitabilmente amplifica l’informazione interpretabile: non è che si aggiunge informazione, non almeno se il trattato biochimico non è una di quelle porcate scientifiche che non tengono in considerazione l’esperienza (in fondo il problema di un pensatore come Odifreddi è proprio il non rendersi conto della frattura che c’è tra l’esperienza e la sua visione della materia; frattura che non c’è nei grandi matematici e logici come, per dire, Kurt Godel e Luitzen Brouwer).
    Dobbiamo considerare che non tutto quello che c’è tra le due copertine di un romanzo è “narrativa”, non in senso proprio almeno. Penso ovviamente ai saggi interpolati di Tolstoj. Ma penso anche alla esplicita interpretazione del narratore: anche se il narratore non ha mai l’autorevolezza del saggio (qualsiasi narratore, in realtà, è inaffidabile), comunque c’è una certa differenza tra il fare come Cechov che si limita a rappresentare il furto di un cavallo, e uno pseudo-manzoni che dice chiaramente “questa cosa è male”: sono entrambi modi legittimi di trattare la materia, entrambi artisticamente validi; ma chiaramente realizzano scopi diversi: il primo è appunto una macchina per generare significati, l’altro impone una interpretazione in modo più o meno forte.
    La “specialità” della narrativa rispetto agli altri mezzi è, ovviamente, il lato emotivo, cioè estetico (perché l’emozione è anzitutto una percezione; e l’estetica è lo studio della percezione). In teoria, se io scrivo narrativamente una cosa invece di esporla è perché non mi interessa il senso oggettivo si quello che descrivo, quanto i suoi risvolti emotivi. Non è che non ci sia un senso dietro, ma si subordina all’aspetto emotivo (abbiamo, per così dire, la speranza che i due aspetti si leghino per un effetto più forte). Ovviamente se uno ha una idea filosofica da esprimere, e per farlo sceglie il romanzo, è uno schizofrenico: se uno vuole esporre in modo oggettivo e preciso una idea deve necessariamente scegliere un mezzo con una bassissima percentuale di interpretabilità (la lingua, comunque, non è mai oggettiva. In realtà neppure la matematica, partendo da assiomi non dimostrabili, lo è: ma nei saggio “analitici” più avanzati si cerca di tradurre tutto il ragionamento in una forma matematico-logica).
    In ogni caso bisogna tener conto che anche il lato emotivo non è oggettivo: cioè, non è prevedibile il modo in cui il lettore reagirà (non in modo completo almeno) davanti a una determinata scena. Dovrebbe stare proprio in questa incertezza la natura della vita; ed è anche ciò che tenta di fare la letteratura verista: io vedo la vita, e sono libero di interpretarla come voglio, sono libero di interpretare il furto del cavallo come un atto di brigantaggio o come giustizia che bisogna farsi da sé nei momenti di crisi (e ovviamente porterà a due emozioni diverse).
    (ci sarebbe da discutere anche sull’idea che l’uso del punto di vista profondo in narrativa porti alla simulazione di una mente diversa dalla propria e così aumenti l’empatia; ma su questo sai già cosa penso quindi non mi perdo)
    La morale… la morale non è che non deve esserci: è che non può non esserci. Qualsiasi cosa tu racconti inevitabilmente trasmetterà una “Weltanschauung”, una “visione del mondo”, e questa visione del mondo implicitamente avrà anche una scala dei valori (e se non c’è la scala dei valori, anche questo è un valore). Ovviamente è diverso dal fare come Esopo (anche se forse sono rielaborazioni successive), e chiudere “nessuno consegue i beni rapidamente..:” eccetera eccetera; ma la natura non è diversa: è comunque una visione che può essere trascritta in questo modo, se si volesse.

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    • Però in un trattato biochimico sulla sofferenza di una persona il lettore non può immedesimarsi con la persona che soffre e quindi perde un certo tipo (emotivo, certo) di informazione. Ecco, la narrativa, diversamente dal trattato o da altre forme di scrittura, serve a trasmettere proprio quel tipo lì (emotivo) di informazioni.
      Per quanto riguarda la questione dell’interpretazione, cioè il narratore che la indica al lettore: grazie per averne parlato, così posso dire la mia: ritengo assolutamente sbagliato, in narrativa, suggerire al lettore un’interpretazione. Cioè, il farlo in modo diretto. Poi, è chiaro che con il taglio che dai alla narrazione ne suggerisci anche un’interpretazione, ma è un discorso diverso.

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        • Dipende da come lo intendi.
          Se lo intendi come manifestazione della scena senza una linea interpretativa forzata interna al testo: certo, è un ideale che ha avuto un certo successo.
          Se intendi tutto l’apparato tecnico che ci sta attorno, e i vari utilizzi di aggettivi, avverbi, articoli, tipi di descrizione, e tutte le altre cose che trovi nei vari manuali come Self Editing for Fiction Writers: no, non c’entra niente.
          In generale, anche se Calvino consiglia di mantenere il valore della “visibilità” nel nuovo millennio, io credo che sia una cosa sostanzialmente sciocca. Lo credo perché la letteratura non è fatta per trasmettere immagini, e se può farlo non potrà mai farlo bene come altri mezzi come il cinema: quindi non ha senso forzare la narrativa a fare al meglio possibile qualcosa che, anche al meglio, non potrà mai farlo bene.
          Questo ovviamente non vuol dire che non debba esserci la scena e che tu non debba vederla. Ma la bellezza pura della letteratura sta da un’altra parte; la bellezza della scrittura non la assolutamente la scrittura marcata (anzi, credo che debba essere quanto più possibile naturale, dal gusto istintivo), ma neppure nella sua capacità descrittiva, che è dominio di altre arti.

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          • Su questo siamo abbastanza allineati, anche se: 1. Oggi, come moda del momento, va una narrativa cinematografica (forse perché gli scrittori di oggi hanno guardato tanto cinema e ragionano ormai per immagini); 2. Non eliminerei completamente la “visibilità”, perché il lettore medio, in fondo, cerca proprio quello e come obbiettivo di uno scrittore deve, secondo me, esserci quello di divulgare il più possibile la propria opera. Non è il solo o l’obbiettivo primario, certo, ma c’è anche questo. E’ anche un sorta di rispetto, secondo me, verso l’editore che ti pubblica: cioè un imprenditore che investe soldi per guadagnare soldi.

            A questo punto mi viene da chiederti: in che consiste (o dove sta), secondo te, la bellezza della narrativa? Anche se ne abbiamo parlato via mail svariate volte, non conta: adesso siamo in pubblico! 🙂

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            • Ogni arte singola ha vari tipi di bellezza, alcuni in comune con altre arti, altri suoi particolari. La bellezza di una scena, per dire, è un tipo di bellezza che la scrittura può trasmettere; però non è cosa sua, è cosa, per dire, in comune col cinema, con il teatro, volendo anche con il balletto e il mimo. Quella del suono delle parole può già essere una bellezza più specifica, anche se è un tipo di bellezza che normalmente non notiamo in prosa.
              Qual è, per me, la più profonda bellezza della scrittura? Se uno mi scrive che il lampione è “incoronato di luce”, per me la bellezza sta in quel “incoronato”. Che bellezza è? è la marcatura della frase, il fatto che non sia banale? Anche senza dubbio, una parte della bellezza se la porta sempre il vigore dell’espressione; ma non solo, poteva anche non essere marcato e non sarebbe cambiato. è il fatto che abbia dei rimandi, dei collegamenti, come con il campo religioso? Anche. è una cosa che potrei chiamare “complessità”, è il fatto che il mezzo sia utilizzato in un modo che… dia da pensare molto (Kant aveva detto cose simili) (e non parlo solo di un pensiero vero e proprio, cosciente, ma proprio di una risonanza maggiore, anche emotiva).
              Il punto è che abbiamo un “lampione incoronato di luce”. Un film può mostrarmi un lampione, e lasciare che io legga le sue informazioni; ma non mi darà esattamente un “lampione incoronato di luce”. Un pittore può anche cercare di darmi una metafora visiva, ma non è la stessa cosa. Le parole si portano dietro alcune caratteristiche che non è possibile rendere in altro modo, probabilmente anche dovuto al fatto che il linguaggio ha un’area del cervello per sé, e le altre arti ne usano altre. Ma anche avessimo rimescolato le parole, avremmo cercato un altro modo per dire questa cosa, avessimo detto qualcosa tipo “la luce del lampione pareva incoronarlo”, “i raggi di luce parevano una corona”, non sarà mai la stessa identica cosa, in nessun caso, ogni combinazione di parole, nonostante il loro contenuto visuale sia lo stesso, ha un effetto a sé che è irripetibile con altri mezzi.

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              • Si potrebbe dire che quel “lampione incoronato di luce” accende in te dei collegamenti intellettivi che non ti aspettavi e che trovi piacevoli? Ecco, la penso così anch’io. 🙂

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                • E comunque: qui non si pubblica con l’editore, e non si cerca di piacere ai molti. Non a caso Parise una volta aveva scritto a Calvino che si votava al silenzio (cioè: non pubblicava più), e Calvino gli ha risposto che lo capiva, e gli consigliava di scrivere solo per sé, o per pochi amici a cui dare il manoscritto, o per i posteri. D’altro canto, alla fine hanno continuano a pubblicare tutti e due: infatti subito dopo Calvino aggiunge che una volta scritto il testo diventa una cosa, e alla fine qualcuno se lo porta via. In realtà credo che molti pubblichino solo perché altrimenti non sanno che farci del tempo speso.

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        • In una frase quello che intendo è che la questione qui è la libertà di interpretazione, non la scenicità: “Nulla di male se fosse stato un adolescente in procinto di…” eccetera è interpretabile (interpreto cioè liberamente una idea di chi sta affermando ciò) anche se non è scenico.

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          • Certo, certo: la narrativa è interpretabile. L’informazione che trasmetti con essa (che è un’informazione di tipo emotivo) non ha la pretesa d’essere precisa. A questo punto, forse, dipende da cosa intendi per “informazione”. Un’informazione emotiva e interpretabile è comunque un’informazione.

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            • Se non ha la pretesta di essere precisa, secondo me, non stiamo trasferendo vera informazione. Anche perché semplicemente non puoi decidere tu che informazione trasmettere, al limite puoi delimitare un recinto, ma nulla di più.

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              • Stiamo trasferendo un’informazione che suscita in chi legge un emozione. Quale emozione, lo decide il destinatario in base alla propria esperienza emozionale.

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                • L’importante è capire che l’emozione però sarà diversa proprio come sostanza, non cambia solo il nome, l’etichetta. Mentre la mela verde è la mela verde per tutti, ha una sua essenzialità che prescinde dai particolari.

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                  • Sì certo, l’emozione non è un’informazione oggettiva. il bello della narrativa è che accende emozioni diverse in persone diverse. Si potrebbe dire la stessa cosa del cinema: tipica l’immagine del teenager che ride davanti a un film dell’orrore, mentre la sua ragazza a fianco a lui trema di paura.

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      • Mah, non vedo la trasmissione emotiva come una reale trasmissione di informazioni: perché, come detto, non puoi sapere l’effetto preciso che la scena susciterà.
        I critici in generale, come ti avevo detto, credono che il testo abbia infinite interpretazioni ma non illimitate. L’autore può non interpretarti ciò che leggi: ma se non vuoi una guida interpretativa, non leggerti neanche l’introduzione, e i testi critici.
        In realtà pure io credo che l’interpretazione dovrebbe essere completamente libera di adattarsi alle condizioni del singolo, nello spazio e nel tempo; ma leggere le introduzioni e i commenti mi piace sempre tanto XD

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        • Ma anche un’informazione emotiva lo è: un informazione. Non è un’informazione tecnica o scientifa, ma non può non esserlo. Il fatto che sia interpretabile non ne diminuisce il valore, ne diminuisce forse la qualità.

          (Io l’introduzione la salto sempre. Se per questo, non leggo neanche i manuali degli elettrodomestici) XD

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  4. Non solo la comunicazione narrativa, ma tutte le forme comunicative hanno lo scopo di trasmettere un significato. Se io ti dico “Salvo, vai a comprarmi le sigarette, per favore”, anche questa frase ha, oltre al senso letterale, anche un valore supplementare: mostra che siamo in un buon rapporto visto che ti chiedo una cortesia; e mostra che io sono una persona educata.
    Secondo me, il senso narrativo non va inteso solo in relazione al messaggio generale di un’opera, ma si può trovare in ogni singola frase, in ogni singola parola. Anche nella ricetta del pesto. (avevo fatto questo esercizio all’università :D)

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    • Certo, infatti la narrativa (per nostra fortuna) è fatta di parole e di frasi. Però cercavo di individuare uno scopo, per così dire, esplicito proprio della narrativa. Se tu, ad esempio, dovessi indicare lo scopo della narrativa, quale sarebbe per te?

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      • Io vedo nella narrativa un doppio scopo: intrattenere e… mi viene da dire “educare” o “informare”, ma non sono termini adatti. Penso che la narrativa oltre a divertire debba offrire al lettore un valore aggiunto: una conoscenza, oppure un messaggio. è questo l’elemento del romanzo che gli rimarrà, perché il divertimento di per sé è effimero. 🙂

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  5. Beh, lo scopo della narrativa è emozionare, e quasi tutti trovano questo divertente. L’uomo ha questa strana attitudine a impiegare il proprio tempo alla ricerca di attività piacevoli, come paraltro voleva farti capire la cameriera, e la narrativa è una delle più alte.
    Mesi fa in un commento a pennablu c’era scritto più o meno che “si legge per provare emozioni e si scrive per trasmetterle”, una sintesi perfetta. Interessante notare che la dose di emozione è pochissima in un freddo saggio scientifico e aumenta sempre di più al diminuire del contenuto “oggettivo”, come nel “senza trama” post-moderno di cui parli ultimamente. Estremizzando, in totale assenza di trama o di apparente logica del contenuto, l’emozione è massima e la letteratura al suo massimo livello (ad esempio nel flusso di coscienza di Joyce).
    Il problema è che più diminuisce il contenuto oggettivo più bisogna essere bravi, dannatamente bravi.

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    • Giusto Pad, hai espresso perfettamente il mio pensiero. … e bisogna essere dannatamente bravi, hai ragione. Se non l’hai mai visto, ti consiglio la visione di questo film: Koyaanisqatsi. Non c’è né storia né trama, neanche dialoghi, ma l’emozione è massima. Ne riparlerò più avanti, magari sotto Natale. 🙂

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    • Da un punto di vista artistico generale, ti dirò sinceramente che l’idea di far coincidere l’arte con l’emozione è arretrata. è pur vero però che tuttora, in senso generale, quando noi cerchiamo l’arte lo facciamo perché vogliamo vivere delle emozioni: c’è, per così dire, una frattura tra quello che i “molti” vogliono dall’arte e quello per cui molti artisti la vogliono usare.
      Noi dobbiamo chiederci però, anzitutto, che emozione: se intensa, o profonda. L’arte concettuale ci ha abituato alle opere fredde, da contemplare mentalmente: ci siamo così liberati dal fardello romantico che voleva emozioni esasperate e affettate, e non abbiamo alcuna difficoltà, per dire, a fruire un Canova. L’arte di Canova però, come tutta la classica e classicista (dai greci fino al classicismo novecentesco), ha un’emozione pacata, profonda, contemplativa, graziosa, per nulla intensa (l’emozione troppo intensa è bestiale, non degna dell’intelletto umano, in fondo). L’arte romantica al contrario è esasperata, ha un’emozione viscerale focosa, un’esplosione, un colpo di cannone. Farsi trascinare da questa emozione ostentata, però, è spesso superficiale, è una cosa che colpisce sul momento ma che a lungo andare stanca. L’importante è riuscire a cogliere il bello di entrambi i tipi di arte.
      Per fare un esempio classico e di livello sublime, basta prendere Leonardo da Vinci e Michelangelo. Michelangelo è esplosivo, Leonardo è totalmente intellettuale; Michelangelo ti colpisce subito, Leonardo di colpisce dopo l’analisi approfondita dell’opera. Questo non vuol dire che uno sia migliore dell’altro, vuol dire che per essere capiti richiedono atteggiamenti mentali diversi, diverse aspettative, diversi modelli di fruizione. Purtroppo molta gente non lo capisce, e davanti a un Leonardo si aspetta che l’opera si riveli da sola, e non vedendola rivelarsi, dice che Leonardo è poco interessante, banale, noioso: dicono scemenze, e le dicono perché non hanno capito com’è che un Leonardo richiede di essere fruito: non può essere fruito come un Tintoretto, esattamente come non puoi leggere Guerra e Pace come fosse una poesia, e non puoi ascoltare il discorso di fine anno del presidente della repubblica come fosse una composizione di Stockhausen, anche se è sempre suono.

      Comunque, io non credo che l’emozione sia pochissima in un saggio scientifico. è che non puoi leggere un saggio scientifico senza avere imparato la sua arte, esattamente come non potresti davvero sentire emotivamente un quartetto di Beethoven senza conoscere un minimo di teoria sulle strutture musicali (può piacere lo stesso, ovviamente; ma se impari ad analizzarlo noti una faccia dell’opera che prima non potevi vedere, noti che ti eri perso metà della fruizione). Il trittico delle critiche di Kant, per me, emotivamente, è stato esaltante. Leggere un saggio di fisica e arrivare all’ultima equazione, quella che ti rivela un nuovo modo di intendere l’universo, può essere una esperienza estetica profondissima, addirittura religiosa: il punto è che non la si può provare dal nulla, così, leggendo a cuor leggero, aspettandosi che l’opera faccia tutto da sé: è come leggere Goethe in tedesco senza aver mai studiato la lingua e aspettarsi di capirlo.

      Però io sbavo su Joyce, di cui ho passato l’estate scorsa a leggere l’opera omnia.

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      • Be’… non è che un saggio scientifico, anche se sei addentro alla materia trattata, trasmetta tutto questo popò di emozione. Diciamo che non è quello il suo scopo. Se poi un ingegnere si intrippa con un manuale sui “filetti”… be’, non so tu, ma io non vorrei vederlo. XD

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        • Sei un uomo freddo e cinico. Ti condanno alla damnatio memoriae (sorte che, con tutta probabilità, ti sarebbe capitata lo stesso; e damnatio memoriae che spesso, purtroppo, ha avuto l’effetto contrario al voluto).
          Per me l’emozione causata da La Teoria della Relatività di Einstein è paragonabile a quella di una scultura del Canova: una emozione profonda, non esplosiva, ma che c’è. Il fatto che non sia il suo scopo è un’altra cosa: in fondo, neanche l’oceano ha lo scopo di essere bello.

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      • Sì, capisco il punto di vista di Alessio ma sono dubbioso…
        Se leggo ad esempio le istruzioni di una libreria dell’Ikea, la soddisfazione che provo alla fine del montaggio è simile a quella di arrivare a capire quell’ultima equazione del saggio di fisica. Io pensavo ad emozioni diverse, ma non riesco ad addentrarmi in lunghe analisi, mi piace semplificare: diciamo che se capisco che mi si attivano i neuroni specchio, se mi immergo nell’opera (cosa che mi succede con la narrativa e non con un saggio di biochimica), allora penso alle emozioni. Quelle dei saggi o delle istruzioni della libreria sono più “soddisfazioni” o compiacimento. Insomma, non so se riesco a spiegarmi, dovrei pensarci sù.

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        • No no, non parlo della soddisfazione (che comunque sarebbe un’emozione, e se il testo può suscitare qualsiasi emozione voglia, dalla gioia alla disperazione, perché no?), parlo di ciò che vuol dire l’equazione, parlo delle sue implicazioni nel modo di vedere il mondo. Se tu leggi, per prendere la cosa più nota, il solito “e=mc2”, tu puoi sapere o non sapere cosa vuol dire “e”, “m”, “c”, puoi anche capire cosa vuol dire in generale l’equazione, ma per “sentirla” devi capire cosa implica nel mondo, e cosa cambia nella sua visione rispetto a prima.
          Stessa cosa Kant. Anzi, in Kant, ad emozionare, è la qualità stessa della scrittura: applicata agli argomenti più complessi, si spiega con una logica da robot e con l’ingenuità di un bambino, insieme, e davvero ci sono di quelle frasi che, per queste qualità, commuovono. Il fatto che ciò di cui parli sia una analisi logica di alcuni problemi invece di una storiella d’amore cambia poco.
          Sui neuroni specchio, non mi stancherò mai di consigliare di leggere “Il Mito dei Neuroni Specchio” di Hickok: perché sì, hanno la loro funzione, ma è molto, molto, molto più leggera di quella che immaginavamo all’inizio. Ma in fondo il fatto che i neuroni specchio avessero un ruolo limitato nell’empatia e nell’emozione chi ha una forte sensibilità lo ha sempre saputo. Ma è anche una questine di logica… “sulle soglie del bosco non odo parole che dici umane, ma odo parole più nuove che parlano, gocciole e foglie lontane” è una lama nello stomaco, ma dove sono i neuroni specchio? “Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari…” fa venire le lacrime agli occhi, ma dove sono i neuroni specchio? “Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza?” è un colpo al cuore, ma mi immergessi in Cicerone cambierebbe forse qualcosa?
          La narrazione immanente in sé non è necessaria per generare emozione. Può rafforzare le frasi, senza dubbio, ma non con un valore suo intrinseco, quanto merito del contesto, che ti fa capire in modo più profondo le frasi: per esempio, anche se “Addio, monti sorgenti dall’acque…” è emozionante di per sé, nel testo emoziona di più non perché la simulazione mentale delle azioni ti immerge in Lucia, ma perché sai perché Lucia se ne sta andando, e capisci cosa vogliano dire i monti per lei.

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          • Naturalmente condivido il tuo pensiero, Alessio, e certamente non pensavo a quei testi lì parlando di manuali o di testi tecnici. Tuttavia noto una differenza: nei testi tecnici a emozionare è l’informazione in relazione al mondo, nella narrativa è l’informazione in relazione al soggetto.

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    • Le patate sono buone ma quando sono troppe: stufano… 😛

      P.S. oggi, a pranzo, mentre voi commentavate, sono sceso al bar… mi ha cantato una canzoncina sulla patata. La potremmo definire: l’inno della patata. Mi vergogno un po’ a scriverla, ma faceva più o meno così: “ma che bontà, ma che bontà, questa patata qua…” XD Imitava un noto spot di cui non ricordo più l’oggetto.

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  6. A cosa serve la narrativa? è un interrogativo troppo grande per me.
    Io mi limito a: a cosa serve a me la narrativa?
    A perdermi in un’altra storia, in un’altra mente, per ritrovare me stessa.

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    • È un buon modo di porsi il problema e, nel modo in cui rispondi, vale immagino sia da scrittrice, sia da lettrice. Per quanto mi riguarda, se dovessi dire a cosa serve a me la narrativa… be’: a rimorchiare ragazze. Senza dubbio. 😉

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    • Ti faccio una domanda io: per te la narrativa scritta deve avere uno scopo che solo la narrativa scritta può realizzare (o che comunque realizza meglio di qualsiasi altra cosa)?
      Se sì: cos’è che solo la narrativa scritta può realizzare (o può realizzare meglio di qualsiasi altra cosa)?
      Se no: perché proprio la narrativa scritta, se altre cose lo possono fare (meglio)?

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      • Lo stai chiedendo a me o a Tenar? Sarebbe interessante se rispondesse lei… Per quanto mi riguarda, essendo la narrativa un’arte intellettiva, è possibile che più di altre arti (ma non ne sono sicuro, perché dovrei conoscere parimenti anche le altre) sia capace di accendere meglio l’immaginazione del lettore permettendogli di partecipare direttamente alla creazione del mondo immaginario. Cioè, è proprio nell’imprecisione della parola narrata che si nasconde il vero potenziale della narrativa. Il perché farlo con la narrativa… be’, io questo so fare (forse) ad esempio, se sapessi comporre musica o dipingere, probabilmente ci proverei con quelle arti. Un artista non è un uomo che sceglie l’arte in base a quello che deve comunicare (forse anche, a un certo punto della sua maturità artistica, ma sono casi limite), sceglie l’arte in base al proprio piacere espressivo e creativo. Altrimenti: perché Picasso ha scelto la pittura e non la scultura? Il cubismo probabilmente gli sarebbe riuscito anche meglio in 3D (in realtà sono ignorante nelle arti visive, invento a braccio).

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        • Che ti impicci? Lo chiedevo a Tenar XD
          L’idea che esprimi è la stessa di Paul Auster. Lui dice che le fiabe sono una sua grandissima influenza (e lo sono anche per Calvino, nonché per Tolstoj) perché la loro vaghezza (con fare più critico, diremmo: i loro punti di indeterminatezza [Unbestimmtheitsstellen]) ti obbliga a otturare i buchi con informazioni tue personali, e in questo modo senti anche la storia più vicina, più personalmente tua, più emozionante.

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            • Conoscevo e condivido la frase di Paul Auster, ma oggi, nel 2015, ritengo che la narrativa scritta sia ancora il meglio che abbiamo per viaggiare in una testa che non è la nostra. Offre più del cinema, più del fumetto, infinitamente più di qualsiasi social la possibilità di immergerci in una personalità altra rispetto a noi (si vede che ho appena finito di rileggere Memorie di Adriano?). A livello personale questo è il motivo per cui, pur amando molto cinema e fumetti, non ho preso la via della sceneggiatura.

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  7. Prima di tutto caro Salvatore la canzoncina che ti ha cantato la barista riprende uno spot sì, ma lo spot cita una canzone – divertente e ironica – di Mina. Ciò premesso, che non credo spieghi il valore della narrativa, concordo con Pades sul fatto che la narrativa serve per emozionare e trasmettere emozioni, ma collegandomi al commento di Tenar sottolineo che questo è il significato che sento “per me” 😉

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  8. Per quanto mi riguarda, la narrativa è una porta di ingresso in un mondo. E quel mondo il lettore lo vede, lo tocca, lo sente e lo prova: ci si immerge dentro come se fosse un subacqueo, viene circondato da ogni aspetto della storia fisico, sensoriale, emotivo.
    Forse la narrativa non è in sé e per sé utile o necessaria come potrebbero esserlo le istruzioni della lavastoviglie, un saggio su Kant o un trattato di astrofisica ma nel mondo della parola, nulla come la narrazione (con l’eccezione forse della poesia) è assimilabile al teletrasporto… 🙂

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    • Ciao, Chiara. Non ricordo se ti avevo già dato il mio benvenuto su questo blog, quindi: benvenuta!
      Hai ragione e concordo: la narrativa è un buon modo per muoversi nel tempo e nello spazio. 🙂

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    • Nel nostro mondo l'”utile” non esiste, perché nessun risultato può essere realmente conservato. Quindi, alla fine, cazzeggiare sul divano tutto il giorno o sviluppare la teoria della relatività, da un punto di vista utilitaristico, è uguale, visto che comunque con ogni probabilità tutto quello che è esistito nell’universo prima o poi cesserà di esistere, spaziotempo incluso.

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      • Nell’ambito del cosmo il nostro utile e il nostro inutile sono irrilevanti non solo perché, come dici tu, prima o poi tutto cesserà di esistere, ma anche perché sono, siamo talmente minuscoli da non fare alcuna differenza. Ma aumentando il fuoco del microscopio, andando nell’infinitamente piccolo e mettendo sotto la lente, nel vetrino il qui e ora, allora questi concetti acquistano un loro senso. O no?:)

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        • Si risponde spesso così, ma io non ne sarei sicuro. Bisogna vedere la prospettiva. Per esempio, io posso dire che ciò che è utile deve potersi conservare, cioè portare un cambiamento duraturo a uno stato (se scarico un estintore cercando di spegnere un incendio, ma poi questo avvampa uguale a prima, faccio un’opera inutile). Ma nell’hic et nunc si può produrre, non si può constatare la conservazione; quindi nell’hic et nunc l’utile non esiste.
          Ma questo è solo un modo di interpretare la cosa. Il punto è che se ti chiedi perché una cosa è utile, devi per forza arrivare alla prospettiva cosmica. “Ho scoperto la relatività! Che cosa utile!” “e perché è utile?” “perché ci spiega meglio il funzionamento dell’universo.” “e perché è utile?” “perché questa conoscenza ha diverse applicazioni: per esempio, correggere lo scarto del sistema GPS.” “e perché è utile?” “Perché con l’evoluzione tecnologica hai una qualità di vita superiore.” “E perché dovrebbe essermi utile avere un’alta qualità della vita, se tanto presto perderò tutto ciò che mi permette di concepire la vita?”
          …ovviamente uno può dire, riprendendo qualche filosofo greco, che finché ci sei tu c’è il mondo, quando non ci sei più tu è come se non ci fosse il mondo, e quindi bisogna fermarsi una domanda prima, bisogna fermarsi alla concreta esperienza individuale.
          Nell’esperienza individuale però ci risulta comunque impossibile individuare un “utile” che sia generale. Prima abbiamo detto che l’avanzamento tecnologico migliora la nostra qualità della vita, per esempio: come fare a scrivere questo post se non avessi questo pc, la cui creazione è stata permessa da secoli di scoperte scientifiche? Ma questo noi lo diciamo solo perché siamo nati in un ambiente a cui ci siamo assuefatti, e che magari tolleriamo solo perché non abituati a condizioni diverse che apprezzeremmo maggiormente. Questa idea invero la troviamo diverse volte: è espressa nel manifesto di Unabomber (uno dei manifesti più sensati e stilisticamente perfetti prodotti da un criminale o non-criminale: dice in sostanza che forse il progresso ci porterà a una condizione migliore, ma che il processo sarà così doloroso che è preferibile non farlo), è una idea espressa da diversi autori da Tolstoj fino a Franzen, è una idea che ritrovi per dire in Italia Desnuda di Francesco Vallerani, e in tanti altri autori di geografia umanistica e semiologia del paesaggio (campi che ora come sai hanno una stretta collaborazione anche con la neurologia).
          Anche in questa prospettiva, quindi, l’utile si piega alla sensibilità individuale: perché l’utile per definizione deve servirci a qualcosa, ma non tutti abbiamo bisogno delle stesse cose, anzi. Nell’hic et nunc, insomma, non si può andare oltre l’utile “per me”.
          Un manuale di astrofisica dovrebbe essermi utile? Di sicuro non a me. Un manuale di Kant è utile? A me è stato utilissimo, mia mamma che fa la casalinga non ne ha mai avuto bisogno per fare meglio le pulizie. Se vogliamo oltrepassare questo scoglio dobbiamo finire nell’idea di “progresso” generale, la quale però non ha senso nell’hic et nunc, ma solo in prospettiva ampia, cosmica, dove, cioè, non esiste.

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          • Noi però viviamo nel qui e ora. Moriremo, probabilmente, prima che il cosmo si chiuda in se stesso. Il nostro utile è limitato, sia nel tempo, sia nella concezione, perché noi siamo limitati (per fortuna: io non vorrei esserci quando il cosmo si risucchia la materia). Inoltre, in realtà non lo sappiamo affatto cosa succederà di preciso. Date le conoscenze che abbiamo adesso (quelle stesse conoscenze inutili in chiave cosmica) possiamo ipotizzare una certa cosa. Fra cent’anni, se ne sapremo di più, lo scenario potrebbe essere diverso. Leggevo, ad esempio, che hanno individuato finora tredici dimensioni diverse. Io, nella mia ignoranza, ero rimasto alle solite tre… Non so neanche che signifa e cosa comporti questa scoperta. Però, chi dice che dopo la morte (umana o cosmica) non si passi semplicemente da una dimensione a un’altra. E se a passare è anche l’informazione: allora quello che facciamo oggi, è utile anche in chiave assoluta. Credo, tuttavia, che stiamo andando fuori tema. 🙂

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            • Io ero rimasto all’universo a 11 dimensioni, che penso sia ancora quello più probabile (è impossibile che tu fossi rimasto alle tre dimensioni, perché almeno il tempo lo sperimenti tutti i giorni XD). Non parliamo però di dimensioni come nella fantascienza, non sono dimensioni “abitabili”, sono dimensioni nelle quali tutt’ora esistiamo, ma che non possiamo percepire. Anche se io non so spiegarti bene la cosa, e non saprei assolutamente dove prendere per un discorso tecnico, per dire, la “quinta dimensione” potrebbe essere costituita dai diversi destini “temporali” (nel famoso video te lo dicono così: se la quarta dimensione, il tempo, è una linea, la quinta è la sua diramazione), non è un campo di grano dove costruire una casa.
              è possibile esistano altri universi, questo sì. Ci è però impossibile passare informazioni o riceverle da loro, un po’ come succede con un orizzonte degli eventi (ed è infatti probabile che tutto l’universo, al suo “confine”, sfumi in questo modo verso un orizzonte degli eventi cosmico, un progressivo rallentamento del tempo fino allo 0, finché le leggi fisiche non perdono senso): quindi non ci andremo, anche se potremmo vederne delle influenze (c’è chi crede che il “flusso oscuro” sia causato dalla forza attrattiva della materia di un altro universo).
              Ovviamente tutte queste sono teorie tutt’altro che dimostrate. Come il biocentrismo di Lanza, e l’idea che ci portiamo dietro lo spazio-tempo come la tartaruga un guscio, tanto che con la morte la propria coscienza continuerebbe ad esistere in un altro universo. In fondo, come ha fatto vedere anche il creatore di The Sims, la realtà è molto simile a un videogioco (anche noi siamo fatti di mattoncini, anche il nostro universo si “carica” solo quando lo osserviamo…), quindi magari basta prendere un fungo 1-up: e, a tal proposito, c’è la teoria (da alcuni considerata molto probabile, tra l’altro) secondo cui il nostro universo sarebbe in realtà una simulazione artificiale (anche lo fosse, non avremmo comunque modo di scoprirlo XD).
              Ovviamente le nostre conoscenze cambieranno con il tempo. Ma dubito che la vita possa esistere in eterno; qualcuno crede anche che l’uomo si estinguerà nel giro di qualche millennio. Insomma, non credo proprio si potrà mai parlare di un utile in senso assoluto; e anche lo si potrebbe fare, noi non potremmo comunque dire cosa sarà percepito come utile nel tempo in cui sarà possibile parlarne in modo assoluto.

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              • A quanto pare ce ne sono 13 invece, e, anch’io non saprei spiegarlo, ma pare che le ultime due colleghino diversi universi, o, per meglio dire, diverse tele… Infatti l’universo va immaginato come una sorta di panno steso al vento. Solo che non ce n’è solo uno, di panno: ma tanti (quanti?), e ogni tanto si toccano fra loro… Meglio di così non saprei dirlo.

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                • In effetti c’è chi immagina delle dimensioni extra per separare gli universi (era così anche in una delle prime visioni a 11 dimensioni). Le 11 dimensioni dell’universo però, come ti dicevo, finiscono per rappresentare tutto ciò che in quell’universo è possibile.
                  Idealmente, quando si parla di multiverso, si rappresenta il nostro universo come una membrana; la “brane” però, in realtà, è un altro oggetto un po’ più complesso. In un universo a 11 (o 13, o vedi tu) dimensioni come te lo ho descritto, cioè con le dimensioni-extra di ordine superiore alle ordinarie (c’era infatti anni fa una teoria secondo cui le dimensioni-extra erano microscopiche), in un universo così, dicevo, in effetti, vabbiamo la teoria del mondo-brana, e viene comodo rappresentare l’universo così (anche se in realtà è una 3-brana).
                  Per tua curiosità, comunque: la teoria bosonica arriva a immaginare un universo a 26 dimensioni (per funzionare però immagina l’esistenza del tachione; che, con tutta probabilità, non esiste, anche se non è certo).

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          • Dunque non esiste utile e inutile, perché tutto è soggettivo ed effimero. Ciò che ora è considerato “universale”, di sicuro non lo sarà nella prospettiva di un cosmo destinato, chissà quando come e se, ad estinguersi.
            Questa prospettiva in cui tutto è relativo – dunque effimero, dunque inutile per quell’Universo che non osiamo disturbare, tanto per citare a sproposito Eliot-,soggettivo e caduco, si scontra con l’Assoluto della prospettiva di annichilimento cosmico, che tutto risucchia ed annienta.

            Un albero che cade in un bosco non fa alcun rumore se nessuno lo sente cadere, nessun umano, intendo. Ma, se il rumore della caduta viene avvertito da un capriolo, uno scoiattolo, se un fungo ne avverte la vibrazione, pur essendo privo di coscienza, allora quel rumore esiste ugualmente?
            Un rumore è un rumore, un tavolo è un tavolo, che io lo veda o no.
            Il tavolo di casa tua esiste a prescindere dal fatto che io lo veda o meno, e non perché lo vedi tu: perché c’è. Così come esiste quel tavolo in Burkina Faso che nessuno di noi due vedrà mai. Esiste qui e ora, perché è giusto così, perché, semplicemente, c’è; domani nessuno ne avrà più memoria, nemmeno forse il suo legittimo proprietario, ma ciò non vuol dire che non sia esistito e non sia stato utile.

            Nella prospettiva dell’Eternità, nemmeno l’Universo ha senso o significato, figuriamoci utile e inutile.
            La percezione del tempo, di ogni fenomeno è necessariamente soggettiva: l’Assoluto non esiste perché, al di là di scienza, fede, letteratura, sentimenti e tecnologia, ciascuno di noi è un Assoluto temporaneo, nella sua piccola, insignificante, misera relatività.

            (Detto ciò, mi permetto di rilevare la tua identificazione tra “utile” e “applicabile con ripercussioni tangibili nella vita pratica”, che non sposo del tutto, ma questa è opinione personale. Come tutto il resto, d’altronde, quindi va bene così)

            E allora, hai in fondo ragione tu: utilità ed inutilità sono concetti… inutili. Hic et nunc, però, sono fondamentali.

            E la narrativa ha dalla sua la totale inutilità pratica che è ciò che, per quel che mi riguarda, la rende indispensabile in quanto, e cito nuovamente a sproposito, “non di solo pane vive l’Uomo”.

            Non so se sono riuscita a spiegarmi.

            “Do I dare disturb the Universe? In a minute there is time for decisions and revisions that a minute will reverse” _T.S. Eliot: “The Love song of J. Alfred Prufrock”

            ps. Bella discussione, per quanto mi riguarda. Grazie

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            • Sì, bella discussione. Alla fine siamo anche arrivati a ricongiungerci al finale del post e a quello che in origine voleva dire Salvatore: la letteratura può descrivere una catena oggettiva di eventi in infiniti modi diversi, generando altrettanti Universi, anche abitabili se ben costruiti. L’ultima frase, quella di Joyce, dice che “la letteratura è una macchina che genera significati”. Potremmo dire senza paura che genera Universi, anche se solo dentro di noi..

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              • In realtà la frase di Joyce non è di Joyce, è un mio modo personale di interpretare la sua ultima linea narrativa XD (Sostanzialmente: Gente di Dublino è il realismo esasperato, Ulisse il romanzo della mente, Finnegans la macchina per interpretazioni; cosa sia il Ritratto, non so, ma forse dobbiamo accontentarci del classico kunstlerroman).
                La critica individua facilmente più di 7 livelli di lettura per quasi ogni frase del Finnegans Wake. Com’è possibile che un singolo uomo, anche se genio, arrivi a tanto? Probabilmente non è possibile; ma la sua volontà è proprio questa: creare un testo che sia infinitamente interpretabile, che generi sempre nuovi significati, anche al di là della volontà dell’autore.
                La letteratura però non può descrivere nulla in modo oggettivo: come dice Genette nelle Figure, per fortuna o purtroppo alla letteratura è negata la perfetta mimesis. In realtà non esiste parola che, per quanto poco, non oscilli un poco tra le varie interpretazioni.

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            • Ma il rumore infatti, in quanto fenomeno fisico, esiste a prescindere dall’ente percepente. Così non è per l’utile, che, in quanto concetto astratto, esiste solo finché qualcuno lo concepisce. Il fatto che io percepisca il tavolo non vuol dire necessariamente che esista, invece: per esempio, il fatto che io veda il verde di cui è dipinto non vuol dire che esista il colore verde; e infatti, non esiste, casomai esistono le frequenze, che però non vedrò mai direttamente. Se poi ho le allucinazioni, non sono neppure interpretazioni, ma proprio percezioni di cose inesistenti.
              In realtà anche anche l’idea dell’utile come ciò che porta un cambiamento duraturo può essere discussa in altri termini, perché in realtà è probabile che qualsiasi cosa io faccia o pensi sia già stata determinata: quindi ciò che è non può non essere, e ciò che non è stato non sarebbe mai potuto essere; cioè, tutto ciò che accade è l’unica cosa che potrebbe accadere; cioè, tutto quel che accade potrebbe essere stato determinato pochi secondi dopo la comparsa dell’universo (non dico del tempo perché l’esistenza del tempo è troppo discutibile).
              Il punto è che parli di: senso, significato, utile, inutile; che sono cose inesistenti da un punto di vista extra-sociale. Certo che l’universo non ha senso, perché in natura non esiste alcuna cosa chiamata così, non esiste alcuna legge fisica che descriva il comportamento dei sensi, dei significata delle utilità… E se non esiste nell’universo, non può esistere neanche nella mia vita. Esistono, casomai, solo socialmente: cioè esistono solo finché esiste qualcuno che dà loro una definizione, finché esiste una mente che li concepisce. Ma il modo in cui li definisce, non esistendo una base fisica che li descrive, è soggettivo, variabile, incostante quindi, senza una vera base se non accontentandosi di fare una media tra i pareri.

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  9. Mi sono persa dopo sessanta commenti… comunque mi pare che tutti siamo più interessati a sapere se l’hai magnata, la patata, o cosa aspetti… che te la serva su un piatto d’argento? Ah no, aspè, te l’ha già servita! 😛

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  10. <<La letteratura è una macchina che genera significati». D'accordo, ma credo che una siffatta conclusione, per quanto trovi il mio assenso, sia fuorviante; cioè che solo implicitamente dica ciò che sarebbe necessario esplicitare. Mi spiego, dire che la narrativa è una macchina che produce senso va bene. Ma la prima cosa che mi sono chiesto è stata: perché la narrativa dovrebbe avere uno scopo simile? Inoltre l'argomentazione dell'articolo è impostata in modo tale che la narrativa stessa sembri avere uno scopo per sé, come se fosse indipendente dall'attività umana. La mie domande sono: cosa ci prefiggiamo di raggiungere con la narrativa? A cosa ci conduce effettivamente? Provando a rispondere direi che la narrativa, ma tutte le arti in generale, rivestono di nuovi sensi le cose che crediamo conoscere e, per come la vedo io, ciò equivale a conoscere meglio le cose stesse (o a sapere meglio di non conoscerle). Già, perché il linguaggio cercando di dare significato alle cose cerca anche di ingabbiarne l'essenza in spazi ristretti. E allora l'arte può dare uno schiaffo all'arroganza umana e far capire che una <> non è solo una <>, che non possiamo definire apoditticamente come si debba fare arte, che anche un orinatoio di ceramica capovolto può chiamarsi “fontana” ed essere esposto in un museo. Ma voglio dire che quello di produrre sensi è il meccanismo intrinseco alla narrativa (al linguaggio) non il suo scopo (il nostro scopo). Se così fosse, una volta dato a ciascun oggetto un significato che possa andar bene, il bisogno di narrativa (di arte) potrebbe dirsi estinto. Ma non è così. Per dare sempre nuovi significati alle cose, al mondo, dobbiamo forzare il linguaggio, provare a dare nuova voce alle nostre emozioni. In ultima analisi, dobbiamo essere umani.

    Cosa fa la narrativa che altre arti non fanno ugualmente bene? Per me nulla, semplicemente fa la stessa cosa in maniera diversa, con il proprio meccanismo, i propri limiti. L’arte in generale, in tutte le sue manifestazioni, fa la stessa cosa, sempre. Dà senso alle cose. Ognuno di ha la sua “Weltanschauung”, e il dialogo non può che arricchire.

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    • Ciao Gianluigi, benvenuto nel mio blog. Purtroppo una parte del tuo commento (quella contenuta nelle vigolette basse) sembra andato perduto. Ad ogni modo grazie per il commento. Dire che la narrativa riveste di nuovi significati le cose che già conosciamo è, secondo me, un buon modo di intendere la narrativa. Qui, però, si cercava di definire proprio il meccanismo intrinseco alla narrativa che, secondo l’autore del post (cioè io), non è solo quello di veicolare un’informazione, ma anche quello di suscitare con essa delle emozioni che aumentino la comprensione del lettore riguardo un certo oggetto (l’oggetto della narrazione). 🙂

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    • “rivestire di nuovo senso” ciò che è noto è una cosa che la letteratura fa spesso, anche solo rappresentando punti di vista particolari. è pur vero però che questo non è fatto solo da ciò che consideriamo arte: anche un saggio filosofico o scientifico, o un salto dallo psicologo, o l’uso di droghe, lo fanno. Questo ovviamente perché il “rivestire di nuovo senso” è una esperienza abbastanza oggettiva, costante, che tutti proviamo, mentre il significato della parola “arte” è molto più instabile, liquido, tanto che in effetti ognuno dà una sua definizione, definendo alcune cose altre e altre no, quando altri magari non sono d’accordo (io stesso ho modificato molto il mio modo di percepire l’arte nel corso della mia vita. Ora sono nel periodo per cui, a ben riflettere, l’arte è morta nel 1907 XD).
      Ovviamente l’arte (narrativa) può avere questo scopo, anche se è in comune con altre attività. Così come può avere miriadi di altri scopi: informare su dati (per quanto possibile) oggettivi, educare pedagogicamente, trasmettere valori, rappresentare la propria visione del mondo, trasmettere le proprie emozioni davanti a certi eventi, confessarsi, liberarsi tramite catarsi, documentare la lotta di classe, eccetera…
      A me piace molto anche la visione di Sklovskij, sicuramente uno dei miei critici preferiti, per cui buona parte dell’arte, come dici tu, sta nello straniamento: cioè sì nel vedere la cosa in modo nuovo, ma anche in quel passaggio in più necessario per decifrare la scrittura che, secondo la mia sensibilità, è un piacere in sé stesso.
      La Fontana di DuChamp, in questo senso, è estremamente straniante, così come lo sono i barattolo del Brillo, la Merda d’Artista, eccetera. Non solo sono il manifestarsi di un’arte tecnicamente riproducibile, e che quindi deve porre la sua natura da qualche altra parte; ma sono soprattutto manifestazione dell’idea che le qualità dell’arte stiano anche in natura, in qualsiasi oggetto, e che compito dell’artista non è generare arte, ma riconoscerla, e poi mettere la gente comune nella condizione ideale per riconoscerla anche lui; e come si raggiunge questa condizione? non nell’oggetto, ma nel rapporto tra l’oggetto e l’ambiente: il Brillo nel supermercato non è arte, il Brillo nel museo sì.
      Ovviamente ognuno dà all’arte una sua definizione, e, di conseguenza, gli dà anche uno scopo: perché mi pare chiaro che un esteta à la Wilde e un critico marxista non vedranno mai lo stesso scopo nell’arte. Il linguaggio agisce di conseguenza: perché ci sono autori che hanno un linguaggio praticamente standard, e uno stile per quanto possibile piatto e naturale (come la Marchesa Colombi!), ma perché realizzano i loro scopi tramite altro; è ovvio che autori come Carlo Dossi e altri scapigliati avranno scopi completamente diversi, o comunque intendono realizzarli con tutt’altri mezzi.

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      • Ci sarebbe da aggiungere anche tutto un discorso sull’epoca in cui un artista o un letterato si trova a creare: Carlo Dossi, ad esempio, ha fatto quello che ha fatto perché i tempi erano maturi per quel genere di avanguardia (passami il termine) che ha costituito poi il corpo della Capigliatura (le cui opere, in genere, sono tuttavia bruttine). Fosse nato cinquant’anni prima non avrebbe potuto.

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  11. Ciao, Salvatore. Grazie del benvenuto. Credevo di aver parlato proprio del processo narrativo. Il mio problema è forse quello di non riuscire a pensare alla narrativa o a qualsiasi altro processo artistico senza il bisogno di figurarmi l’intero processo come un burattino i cui fili sono mossi dall’uomo. Il senso di cui parlo io, che sarebbe il senso che la narrativa apporterebbe alle cose, non è una informazione da sostituire a quella già data, bensì da aggiungere ad essa, creando nuovi significati e facendo scemare l’oggettività dell’informazione iniziale e semplice. Dire <> ha una funzione pratica. Narrare, magari in un contesto triste, di una mela verde (come la speranza) è tutt’altra cosa. Mi scuso se sono tautologico, ad ogni modo torno nel mio cantuccio a meditare, aspettando altre risposte.

    Discussione interessante!

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    • Infatti, non era mica una critica la mia. 🙂
      … e il pensare alla narrativa come una serie di processi che conducono a un risultato è esattamente il mio approccio.

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    • L’esempio della mela verde è bello. Pensate ad un organismo, anche semplice e composto da poche cellule, un minuto prima e un minuto dopo la sua morte. Che differenza c’è? Da un punto di vista molecolare pochissima, da un punto di vista biochimico tutto un flusso di energie e di reazioni, la vita. Ecco, la letteratura è come quel flusso di energie che dà una vera e propria vita a una fredda sequenza di fatti o idee.

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  12. Secondo me la narrativa non ha un unico scopo. Ognuno si prende si essa quel che vuole. Sia chi scrive, sia chi legge.
    C’è chi vuole intrattenere e chi vuole essere intrattenuto, c’è chi informa e chi si informa, c’è chi educa e chi vuol essere educato, etc. etc.
    E non è detto che lo scopo con cui qualcuno ha scritto qualcosa sia colto, magari viene trasformato in qualcos’altro. Ma è anche questo il bello. Perché così una narrazione diventa viva e va al di là di ciò che l’autore stesso aveva pensato.

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    • Verissimo, Silvia. Tipico è l’esempio di Va’ dove ti porta il cuore, in cui Susanna Tamaro voleva proporre un personaggio antipatico che tutti, però, hanno interpretato come una dolce e tenera nonnina. ☺️

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  13. Pingback: Una scrittura sincera | Salvatore Anfuso – il blog

  14. Pingback: La narrativa è solo intrattenimento?

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