La realtà sembrò muoversi. Come se la superficie di uno specchio venisse pizzicata e rilasciata. Il bang fu duro. Le molecole si scomposero e ricomposero infinite volte, mentre vorticavano attorno a una luce. Come tasselli impazziti di un puzzle, gli atomi cercarono di incastrarsi nel verso corretto. Infine ci riuscirono.


Il mostro è sempre lì. Mi fissa dallo specchio, mi pulsa nelle vene, brontola nel mio stomaco. Il bastardo non mi molla un attimo. Da quando Paula se n’è andata, è sempre più inquieto. Fisso con odio chiunque incroci la mia strada, le poche volte che mi azzardo a lasciare l’appartamento. Questo avviene sempre più raramente. Ho smesso di tagliarmi la barba, di farmi la doccia, di gettare la spazzatura. I sacchetti dell’immondizia si accumulano nel corridoio, vicino alla porta. Ogni giorno rinnovo con me stesso la promessa di scuotermi e scendere a gettarli, ma continuo a rinviare. Ho perfino smesso di rifare il letto e lavare i piatti. È da parecchio comunque che non dormo e non cucino. Mangio cibo crudo, senza gusto. E bevo acqua di rubinetto. Mi addormento per pochi istanti, sul divano, solo per risvegliarmi un minuto dopo ancora più stranito.


L’ultima sigaretta. Era quella che Gregory McGuffin teneva ancora spenta tra le dita. Aveva appena consegnato l’ultimo plico al soldato di guardia, il quale era subito corso via, e ora se ne stava chiuso nel proprio bungalow a osservare le onde venire e ritrarsi sulla battigia. Non la poteva vedere, ma si diceva che una nave da guerra americana era stata piazzata proprio difronte al villaggio, oltre l’orizzonte. La speranza o il timore era che presto o tardi i Marines avrebbero tentato una sortita. Probabilmente non se la sentivano di bombardare. Agli occhi del mondo non sarebbe stata una bella scelta. Ma i combattenti del FLAM non erano molto numerosi. Un gruppetto cazzuto dei reparti speciali avrebbe potuto farcela.