Aisha Salam e il deserto del Khalim


La realtà sembrò muoversi. Come se la superficie di uno specchio venisse pizzicata e rilasciata. Il bang fu duro. Le molecole si scomposero e ricomposero infinite volte, mentre vorticavano attorno a una luce. Come tasselli impazziti di un puzzle, gli atomi cercarono di incastrarsi nel verso corretto. Infine ci riuscirono.

Aisha Salam e il deserto del Khalim


Il mostro è sempre lì. Mi fissa dallo specchio, mi pulsa nelle vene, brontola nel mio stomaco. Il bastardo non mi molla un attimo. Da quando Paula se n’è andata, è sempre più inquieto. Fisso con odio chiunque incroci la mia strada, le poche volte che mi azzardo a lasciare l’appartamento. Questo avviene sempre più raramente. Ho smesso di tagliarmi la barba, di farmi la doccia, di gettare la spazzatura. I sacchetti dell’immondizia si accumulano nel corridoio, vicino alla porta. Ogni giorno rinnovo con me stesso la promessa di scuotermi e scendere a gettarli, ma continuo a rinviare. Ho perfino smesso di rifare il letto e lavare i piatti. È da parecchio comunque che non dormo e non cucino. Mangio cibo crudo, senza gusto. E bevo acqua di rubinetto. Mi addormento per pochi istanti, sul divano, solo per risvegliarmi un minuto dopo ancora più stranito.

Aisha Salam e il deserto del Khalim


L’ultima sigaretta. Era quella che Gregory McGuffin teneva ancora spenta tra le dita. Aveva appena consegnato l’ultimo plico al soldato di guardia, il quale era subito corso via, e ora se ne stava chiuso nel proprio bungalow a osservare le onde venire e ritrarsi sulla battigia. Non la poteva vedere, ma si diceva che una nave da guerra americana era stata piazzata proprio difronte al villaggio, oltre l’orizzonte. La speranza o il timore era che presto o tardi i Marines avrebbero tentato una sortita. Probabilmente non se la sentivano di bombardare. Agli occhi del mondo non sarebbe stata una bella scelta. Ma i combattenti del FLAM non erano molto numerosi. Un gruppetto cazzuto dei reparti speciali avrebbe potuto farcela.

Aisha Salam e il deserto del Khalim


Era un piacere osservare le reboanti palle di fuoco sfrecciare nel cielo, compiere un’iperbole quasi perfetta e schiantarsi con sfrigolante boato contro le esigue difese di Shuldoon. Appollaiati su terrazze di sabbia, scavate lungo i fianchi delle dune in un approssimativo cerchio attorno all’oasi, dalle prime luci dell’alba i trabucchi imperiali martellavano senza sosta la lignea palizzata della reietta, nei giorni precedenti eretta in fretta e furia dalle guardie della wālīkka.

Aisha Salam e il deserto del Khalim


Le tre e ventisette. Fosforescenti, dalla radiosveglia sul mio comodino le cifre si proiettano direttamente nell’oscuro pozzo delle mie pupille. Ho un gran sonno ma non riesco a tenere gli occhi chiusi. Ci provo naturalmente. Sono giorni che mi costringo a dormire. Ogni volta mi ritrovo da qualche parte su una spiaggia del Mozambico. La risacca dovrebbe rilassarmi, e invece mi sento agitato. Una guardia che parla solo portoghese mi tiene in riga con un fucile, costringendomi a scrivere pessima narrativa commerciale. Nel sogno, almeno, so scrivere e procedo spedito.