Le “inevitabili” baruffe social

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“Solo due cose sono infinite, l’universo e la stupidità umana, e non sono sicuro della prima.”

— Albert Einstein

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Il “silenzio degli innocenti” è maturità o connivenza?

Capita sempre più spesso di ritrovarsi invischiati in baruffe verbali dai connotati ideologici, tifi da stadio, schieramenti da battaglia, senza averne avuto l’iniziale intenzione e dalle quali sovente si fatica a uscire. Maledicendosi anche un po’, magari a posteriori, per l’ingenuità dimostrata. Ché intervenire in una discussione che l’esperienza aveva già insegnato essere foriera di atteggiamenti da ultrà è sintomo di stupidità. E anche per aver permesso a se stessi di calcare le invettive, come se la validità del proprio punto di vista o l’assurdità dell’opinione altrui dipendessero da quanto più forte si riesca a urlare; o l’indignazione che esse ci suscitano fosse tanto più vera quanto più colorito è il nostro epigramma. Capita soprattutto nei social. E capita con un’incidenza che desta scalpore.

Ogni volta finiamo per biasimare noi stessi, poiché ci reputiamo maturi abbastanza per astenerci, selezionare gli interlocutori, censurare gli impulsi. E per biasimare gli altri, con cui oramai instaurare un dialogo appare impossibile. Dialogo che, almeno nei confini del virtuale, assume via più il valore di un confronto accanito, sordo alle verità non proprie, pregno di pregiudizi monolitici, e il cui obbiettivo ultimo è quello di prevalere. Non “ragionare e far ragionare” – secondo l’esempio socratico; non “veicolare informazioni o esperienze o punti di vista”; nemmeno “dibattere con l’intento malandrino di spingere l’opinione pubblica ad adottare un sentire più vicino al nostro”. Ma: Prevalere. Ovvero: Prevaricare. Dominare. Imporsi. Col fine acclarato di stupire il mondo con le proporzioni megalitiche dell’unica estensione di noi a cui oggi teniamo davvero: l’Ego.

In questo panorama prendere le distanze appare la scelta più sensata. Frenare il proprio istinto, stigmatizzare le posizioni, astenersi dal partecipare, trattenersi dal commentare, evitare di  esprimere un’opinione e impedire di farsi trascinare in un vortice di «Io ce l’ho più lungo!» è indice di maturità. Infrattarsi nel proprio guscio è una conseguenza quasi inevitabile. Si finisce per restare alla finestra, a slumare con un po’ di stizza e un po’ di compiacimento i latrati altrui. Latrati, sì. Perché se le dispute fossero infiorettature verbali capaci di veicolare, se non saggezza, intelligenza, buon gusto, ma almeno una superiore abilità sofistica, il valore sarebbe diverso. Ma i tifi da stadio, le prese di campo, le dichiarazioni di appartenenza confezionano un solo prodotto: slogan! Non solo, anche dileggi. Ovvero pur sempre motti ma con una valenza e una destinazione di ben altra natura: inibire il prossimo dal comunicare opinioni disallineate.

Questa inibizione ha origini ancestrali. La ritroviamo ogni volta che una forza centripeta assume abbastanza slancio da sopprimere tutte le altre. È una convergenza. Il passaggio da un periodo storico dominato da una molteplicità di punti di vista a uno assoggettato a pochi assiomi, è quasi sempre segnato dall’inibizione a esprimersi contro corrente, fuori dai cori. E tanto più grande è la molteplicità di un’epoca, tanto più forte è la spinta reazionaria di quella successiva. Non pare un caso che il pensiero debole di Vattimo seguisse agli assolutismi di una generazione impegnata nelle guerre mondiali prima e nella ricostruzione poi; come non pare un caso che la reazione ad esso preannunciata dal new realism di Ferraris – tentativo maldestro di sventarne l’avvento – abbia condotto al regime congiunto di due forze politiche sì diverse, ma allo stesso tempo fautrici di una stessa semplificazione dogmatica.

Con il new realism, a mio avviso, Ferraris ha cercato di ricondurre le inevitabili spinte assolutiste all’interno dello stesso postulato di Vattimo. Se è vero che non esiste una verità assoluta e univoca, almeno per il limitato sentire umano, allora ogni verità è possibile. E se ogni verità è possibile, non esiste alcuna verità. Tutto è possibile. Ogni punto di vista, ogni opinione è valida. Da cui il pensiero debole. Debole, perché colto dall’incertezza di dover stabilire ogni volta quale verità selezionare tra le infinite possibili. La reazione a questo moltiplicarsi di verità, che conduce a giustificare ogni azione (relativismo), non può che essere un ritorno a poche verità concrete e consolidate entro cui ricondurre l’esperienza umana ma soprattutto il suo governo. Prevedendolo, Ferraris ha tentato di indicare all’interno dello stesso pensiero debole alcune verità oggettive. Facendolo, ha sperato che il tentativo fosse abbastanza astuto e solido da sventare l’esigenza centripeta. Per dirla in termini un po’ più chiari: prendendo per assodato che esistono molte verità, alcune perfino in contraddizione fra loro, tra queste ci sono comunque delle certezze stabilizzatrici. Una tazzina è una tazzina, e se ti tiro un mattone in testa ti faccio male. Il tentativo non ha condotto però al risultato sperato e la nostra realtà si sta di nuovo spostando in una direzione opposta alla molteplicità: dal pensiero debole a un pensiero forte.

Ed ecco che in un contesto così pennellato, quello che ci pareva essere un atteggiamento maturo, adulto, consapevole; finisce per essere omertoso, accondiscendente, connivente. Questo perché si lascia il campo agli estremisti. A coloro cioè, che non hanno alcuna spinta verso il dialogo. Ma che, attraverso il confronto su un tema, qualsiasi esso sia, non fanno altro che esternare le proprie frustrazioni, sfogare i sensi di colpa repressi e riscattare un orgoglio ferito. Oppure, all’opposto, si lascia il campo a quelle persone che, attraverso l’adozione simbolica di un “nemico”, che può essere una persona, un gruppo o un argomento, tentano di definire meglio se stessi tanto ai propri occhi quanto, nella forma di una propaganda maliziosa, agli occhi degli altri. Ed ecco che il ruolo di chi occupa una posizione mediana, ovvero matura, adulta, consapevole, diventa fondamentale. Perché attraverso il proprio commento, che si presume essere non estremista, riconduce il confronto a un dialogo. E potrebbe spingere gli ultrà a rivalutare la propria posizione non solo in termini di idee, ma anche di atteggiamenti. Ovvero il modo estremo, violento, inadatto con cui essi esprimono le proprie opinioni.

Ora, è chiaro che chi esprime un parere mediano, proprio perché non è riconducibile ad alcuno schieramento, finisce per essere vittima del dileggio di tutti. Ma questo, a mio avviso, non è sufficiente per tirarsi indietro. A maggior ragione su una piazza virtuale dove, il peggio che può succedere, è di slumare con un po’ di stizza e un po’ di compiacimento le frustrazioni di chi, senza riuscirci, tenta di inibirci dall’esprimere il nostro punto di vista.

6 Comments on “Le “inevitabili” baruffe social

  1. Diciamo che appollaiati su una tastiera e nascosti in qualche punto indefinito (e virtuale!) dell’universo, è facilissimo passare per guru di qualsiasi argomento, dal più frivolo al più serio. Il motivo è semplice: non si ha il contradditorio in tempo reale. Può sembrare una sottigliezza ma basta pensare a un dettaglio che tutti possono sperimentare in prima persona: e cioè al fatto che certe cose, a voce e di fronte a una persona reale, non le si direbbero mai mentre per iscritto sembra che cadano tutte le inibizioni. Ecco spiegato l’esercito di leoni da tastiera! 😀

    Quindi il vero dialogo, per me, è quello reale nel mondo reale, faccia a faccia.
    Contradditorio in tempo reale, scambio immediato di opinioni, bocca collegata istantaneamente al cervello, pronta a tradurre in parole il pensiero. E già così non siamo al riparo dallo sparar ca@@ate!
    Figuriamoci in modo asincrono in rete, quando tra un parere e un altro, ci passano le ore (e chissà quante cose facciamo in quelle ore, che ci distolgono dal filo iniziale di pensiero…).

    Io sono uno di quelli che nelle baruffe social non interviene quasi mai.
    Anzi: sai qual è la funzione che adoro di più di Facebook (giusto per citare un social in voga) ??

    Quel “Nascondi post di Tizio per 30 giorni”… 😀 😀 😀
    L’adoro. Quando un contatto mi spare cazzate, alla terza via! Espulso per 30 giorni, lui/lei con tutta la sua negatività alla quale non voglio nemmeno perdere tempo a rispondere.
    Via!

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    • Apri una serie di argomenti abbastanza spinosi. Nel senso che, in base alla mia sensibilità, spostare il contraddittori dal virtuale al reale cambia solo tipologia di persone che finirebbero per diventare guru per via di alcune peculiarità che possiedono. Se il contraddittorio e uno spietato botta e risposta a voce, è chiaro che a fare la parte del leone non sarebbe chi dice le cose più giuste (ammesso che si possa distinguere in modo assoluto tra giusto/sbagliato, vero/falso, buono/cattivo, ecc.), ma chi ha la risposta pronta, carisma, buona parlantina, eccetera. Insomma il problema non si risolve, si sposta.

      Secondo me il modo migliore è quello socratico: non un confronto, un dialogo. Socrate fermava le persone per strada e gli faceva alcune domande. E domanda dopo domanda scavata tanto a fondo che era l’interlocutore stesso ad accorgersi che alcune sue prese di posizione erano perlomeno traballanti. Certo, servirebbe un Socrate… 🙂

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  2. Il buon Albert aveva proprio ragione… io commento poco sui social, qualche volta metto il like, ma a volte evito anche quello, le polemiche inutili mi stressano moltissimo e mi fanno perdere tempo. Commento solo i post di amici ‘fidati’ coloro che conosco come persone ragionevoli 🙂

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  3. Decisamente non sono esperienze piacevoli, anche perché i social sembrano piazze dove il dibattito si allarga a chiunque abbia qualcosa da dire, invece sono sono solo amplificatori di odio e intolleranze verso il pensiero libero altrui. Io non sono mai scesa ai livelli bassi di chi vorrebbe trascinarmici, rispondo con moderazione e, se proprio me le scippano, sputo goccette di veleno, ma giusto per fare notare che non gradisco la prevaricazione né la calunnia.
    In genere, sto alla larga dalle discussioni accese, anche perché il più delle volte, scadono nel trash.
    E poi aggiungi anche la difficoltà di comunicare a parole e faccette: perché, okay, le parole sono importanti e vanno usate e dosate, ma poi intervengono un sacco di variabili che non si possono valutare con un commento scritto: il tono, per esempio. Spesso l’ironia non si coglie, la bonaria presa in giro diventa un’offesa. Gli emoticon danno una mano, ma… insomma, non sarà mai come parlare a quattr’occhi e certi argomenti, certi confronti, necessitano di presenza fisica, non di spazi social e avatar.

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    • Io credo che l’errore sia usare i social per qualcosa di diverso da ciò che sono. I social sono un luogo virtuale in cui, grazie al filtro dello schermo e della distanza, chiunque può dire la propria in termini che, di persona, non oserebbe adoperare. E sono anche luoghi dove l’opinione prevale sulla competenza. Nella vita reale non è cosi, ma sui social sì.

      Quindi arrabbiarsi perché qualcuno esprime la propria opinione pur senza avere le basi, gli strumenti, la competenza, ecc., per esprimersi, è un errore non dell’interlocutore che interviene ma di chi si aspetta dal mezzo social qualcosa di diverso. Secondo me.

      Detto questo, una persona moderata che ha a cuore un certo argomento, non deve tirarsi indietro ma partecipare. Dove, con partecipare, si intende non scendere al livello di odio degli altri, ma esprimersi mantenendo sempre un’atteggiamento mediano e moderato e dialettico. Non è facile, ci mancherebbe. Tuttavia c’è il filtro dello schermo anche per loro… 🙂

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