Humanities e scienze applicate

Riflessioni suscitate da un articolo di Riccardo Manzotti

Guest-Post

un Guest-post di Alessio Montagner

Nei giorni scorsi, ho trovato per caso un bellissimo articolo di Riccardo Manzotti, eminente filosofo della mente e non solo, che credo di aver riletto ormai 10 volte. Se qualcuno non lo conoscesse già, dovrebbe farne conoscenza adesso, quindi lo linko: Humanities sì, cultura umanistica no

La mia opinione, da maniaco delle belle lettere, è che un articolo del genere andrebbe scolpito in un blocco d’oro zecchino affinché possa essere letto da tutti gli studenti prima che scelgano il loro percorso di studi.

L’articolo lamenta cose che, viste dall’interno, mi hanno sempre dato un senso d’ansia e schiacciamento, e trovare questo testo che incarna molte delle cose che ho sempre pensato è stato davvero liberatorio.

Ciò nonostante, ci sono un paio di passaggi, quelli che mi hanno dato di più da riflettere, sui quali non sono sicuro se essere d’accordo. è sempre così, giustamente: quello che già si pensa non dà da pensare, né lo fa ciò che così chiaro e potente da sembrare indubitabilmente vero. Quello che segue non è tanto da intendersi come una risposta a questi passaggi, quanto l’insieme dei pensieri che hanno suscitato.

L’articolo è una risposta ad un altro articolo, uscito sul Sole 24 Ore, il quale sembra interpretare l’interesse delle industrie della tecnologia verso le “soft skills” e le abilità sviluppate dallo studio delle humanities come un ritorno di un certo tipo di cultura umanistica. Questa è infatti la prima distinzione che l’articolo pone:

“Questo clamore, ahimè, è l’effetto dell’infausto equivoco tra humanities (quando non addirittura liberal art) e cultura umanistica, che sono cose ben distinte con prospettive occupazionali e significato molto diversi. […]

Le humanities sono discipline che studiano la cultura, l’esistenza e le manifestazioni dell’uomo nella storia, ma non solo nel passato, anzi soprattutto nel loro essere attuale e contemporaneo; mettono al centro della loro indagine l’umano anziché la storia, o peggio, una particolare storia che coincide con il nostro particolare passato. […]

Da noi invece, la cultura umanistica è frequentemente interpretata soprattutto come lo studio della produzione artistico-letteraria in Italia. Questo approccio non si traduce necessariamente in know how. “

Sembra, da questo passaggio, che la cultura umanistica sia lo studio distaccato, passivo, delle arti e degli altri prodotti culturali, mentre le humanities siano la creazione di questi prodotti culturali, quindi la pratica delle arti nel senso più generale. Più avanti questi termini vengono usati in modo sempre più generale, tanto che mi è sembrato che fossero da intendersi, più che una distinzione tra contemplazione e creazione, come lo studio psicologico e antropologico dell’uomo contro il suo studio storico, studio sincronico contro studio diacronico. Fermiamoci però per ora al primo senso: studio passivo contro creazione attiva.

Mi permetto di semplificare, parlando solo dalla mia prospettiva, che è quella della critica letteraria. Credo di poterlo fare, visto che anche verso la fine si trova un passaggio come questo:

“non è la critica letteraria e quindi gli studi umanistici, ma l’arte che parla alle persone”.

La mia impressione è che la produzione di critica sulle opere sia proprio produzione tanto quanto lo è produrre le opere stesse.

Quando uno studia “storia dell’arte” o “storia della letteratura” non si limita a studiare artisti e scrittori, quanto gli altri critici e storici. La gente con cui si rapporta, nella sua discussione intellettuale, non sono tanto artisti quanto altri critici. E con questi si instaura una competizione che premia anche la creatività.

Harold Bloom è sicuramente il critico più popolare, e anche il più piacevole da leggere. Uno non lo legge per sapere qualcosa sulle altre opere, quanto per sapere qualcosa sulla critica, sulla vita, e anche qualcosa su Bloom. Opere come le sue non sono tanto contemplazione di qualcosa, quanto la creazione di un discorso nuovo prendendo come base un lavoro passato. Cioè esattamente ciò che fa qualsiasi “inventore”, come hanno fatto anche Edison, Watt, e via così.

Come definisce la critica Bloom? Dice (da un articolo di Repubblica): “Non si tratta di filosofia, politica o religione: nei casi più alti è una forma di letteratura sapienziale, e quindi una meditazione sulla vita.”

Non è un segreto che le scienze possano rispondere solo ad un piccolo numero delle domande che affollano i nostri quotidiani (e penso a quanto scrive in proposito Maurizio Ferraris nel manifesto del nuovo realismo). I dati da soli, senza ulteriori interpretazioni, non possono dirci se sia stato *bene* regolamentare l’aborto, il divorzio, i matrimoni tra omosessuali. E quando apriamo un’opera di letteratura, soprattutto una creativa, ci troviamo davanti ad un grande mistero.

C’è una citazione famosa del fisico Neil deGrasse Tyson (anche se credo stesse semplicemente citando qualche altro fisico) che dice: “Nella scienza, se non lo fai tu, qualcun altro lo farà. Invece nell’arte, se Beethoven non avesse composto la Nona Sinfonia, nessun altro l’avrebbe composta”. Se a qualcuno capita di interessarsi di più ad un’opera d’arte che ad una teoria probabilmente è per questo: perché crede che nell’opera, non essendo una soluzione logica ad un problema ben definito, si manifestino meglio le particolarità dell’individuo. Il mistero di cui dicevo sopra è l’altro, cioè un modo di percepire e interpretare il mondo che è sempre diverso dal nostro. Può essere, a volte almeno, che questa “alterità” meriti di essere ulteriormente analizzata.

In questo senso, la critica può essere interpretata come un genere letterario, e una branca molto specifica dell’etica. E allora non può essere passiva: sarebbe come dire che un romanziere è passivo perché, avendo studiato per lo più poeti, scrive prosa invece di versi. Ma, in effetti, la critica potrebbe essere molto più di questo.

Uno non pensa che lo studio della letteratura sia particolarmente interdisciplinare. Forse il suo studio no, ma la pratica della ricerca nel campo sicuramente lo è. Se io guardo queste due bellissime mappe sui rapporti tra le ricerche nelle varie materie, qui con un particolare zoom sulle humanities qui, si vede che le humanities hanno una posizione molto particolare rispetto alle scienze (molto vicine a scienze sociali e psicologia, è la parte più vicina al centro tra le materie della parte bassa della mappa), e la letteratura, in particolare, si trova proprio all’incrocio di tutte le altre humanities.

In fondo, la critica può essere anche intesa come una branca della storia, una branca della sociologia, una branca delle scienze cognitive (si pensi alla neuroestetica di Zeki che ha coinvolto anche grandi studiosi come Ramachandran), c’è anche la possibilità di integrare lo studio delle scienze formali e della programmazione (si pensi al tipo di critica che fa Franco Moretti, usando software vari per analizzare corpus di centinaia di migliaia di testi per comprendere così la letteratura di varie epoche in modo più completo).

(Per non parlare poi di tutta la teoria letteraria: non sempre la critica arriva *dopo* l’applicazione; a volte, per chi vuole seguirla, può essere un po’ ciò che la matematica è per l’ingegneria: il progetto, l’insieme delle possibilità, il mezzo per creare.)

Si può dire, molto giustamente, che questo è un modo di fare critica, non ciò che la critica è “di norma”. è vero, ma è vero anche che prendendo il livello “medio” diventa molto facile trovare qualcosa da rimproverare. Anche nelle nostre università si inizia a vedere qualcosa di questo tipo: Venezia, Bologna, Genova sono alcune delle università che offrono corsi o master in digital humanities, per dire.

***

Un altro passaggio importante, nel paragrafo seguente, mi pare questo:

“Il punto è se la cultura umanistica sia adatta per essere il fulcro del sistema culturale di un paese. Credo proprio di no. […] [P]er quanto importanti, le competenze umane (più che umanistiche) servono a gestire e indirizzare il progresso tecnologico laddove esiste; non servono a celebrare il passato.”

La domanda in effetti è: qual è quella parte di conoscenza che, più di ogni altra, è degna di costituire il fulcro del sistema culturale?

Probabilmente, quando un pensa all'”utilità”, pensa due tipi di materie anzitutto:

  • Scienze applicate, principalmente ingegneria e medicina
  • Economia e giurisprudenza

L’ingegneria ha costruito il nostro mondo moderno: se non ci fosse non sarei qui a scrivere. E se non ci fosse la medicina, be’, forse non ci sarei neanche in quel caso. E l’economia e la giurisprudenza, forse non costruiscono il mondo, ma direi certo che lo costituiscono.

Pensiamo però anche a cosa accadrebbe se non possedessimo alcune delle conoscenze che abbiamo. La storia (e riprendo il secondo senso della prima citazione, sincronia contro diacronia), la storia, è noto, non serve a niente: gli studenti sono ben consapevoli della loro inutilità. Ma come percepirei il mondo e il mio posto in esso se non sapessi, neanche per sbaglio, che c’è stato un impero romano, che c’è stata una Chiesa dei primi secoli, che c’è stato un Illuminismo, che ci sono state due, tre o più rivoluzioni industriali? Avrei una idea del mondo totalmente diversa da quella che ho adesso, è chiaro. Mi verrebbe a mancare quella importantissima “eziologia metastorica”, che non a caso è anche come Karl Rahner, l’intelligentissimo gesuita, definisce la Genesi.

Non è solo il sapere cosa è accaduto nella prima parte del film, ma sapere come funziona quel mondo in generale.

Potrei immaginare facilmente una facoltà di “filosofia applicata”, dove si fanno metà esami di epistemologia ed etica, e metà esami di matematica e informatica. Da qualche parte però dovrà pur esserci della storia della filosofia: altrimenti verrà fuori il ragazzino del primo anno che crede di aver risolto il problema mente-corpo (e questo esempio, non a caso, l’ho preso da Francesco Berto, che è uno di quei filosofi che più ha approfondito la parte logica e informatica, e quindi più pratica che storica).

Sempre in tama storico, verso la fine Manzotti scrive:

“L’aneddoto dell’imperatore Tiberio che paga un inventore per distruggere la sua invenzione, non sarà vero ma è sicuramente verosimile e ben esprime l’avversione per l’innovazione tecnologica della cultura classica che con il suo antropocentrismo era fortemente antitecnologica e antiscientifica.”

A me non sembra che la cultura romana antica sia percepita come antitecnologica. Al contrario, mi pare che sia percepita come tecnocentriaca: li pensiamo come talmente ossessionati dall’utilità, dall’applicabilità, dall’ingegneria, da trascurare tutte le scienze puramente teoriche la cui applicazione non era subito evidente. Anche nel collezionismo d’arte, com’è noto, ai romani interessava solo la forma dell’oggetto, non chi fosse l’autore, né avevano il nostro concetto di “copia”.

Una cultura antropocentrica è antitecnologica perché teme che l’uomo possa venire spodestato? Non mi pare essere così, anzi, è possibile trovare degli esempi che sono addirittura contrari a questo.

Per dire, il movimento umanista nasce come organizzazione, sostanzialmente atea, americana, ed è sia antropocentrico che sostenitore del naturalismo scientifico. Di contro, il transumanesimo, che non ha paura di mettere la tecnologia sopra l’uomo, finisce per diventare pseudoscientifico. L’antropocentrismo sembra amare la tecnologia, perché può metterla a servizio dell’uomo; di contro, l’antispecismo pare odiarla, così come i vari movimenti che combinano ambientalismo con anticapitalismo.

Qui immaginiamo le scienze umanistiche come quelle che hanno le idee, poi spetta all’ingegneria realizzarle, oltre a dare il terreno stabile che permette alle humanities di svilupparsi. Imparare dal passato per riadattarlo ai tempi moderni. Steve Jobs ha preso la calligrafia rinascimentale del monaco trappista Robert Paladino, e l’ha innalzata all'”utile” facendola inglobare dall’informatica.

Ma la cosa, in realtà, non funziona forse al contrario?

In primo luogo, anche se sembra vero che le humanities hanno bisogno di un terreno stabile e prospero per crescere, dobbiamo chiederci: dobbiamo aspettare che la tecnologia si sviluppi per pensare poi cosa farne (tipo: sappiamo scindere l’atomo, ci facciamo un reattore o una bomba?), oppure dobbiamo prima impostare la via, e lasciare poi che la tecnologia segua quella direzione?

A me sembra che avvengano entrambe le cose. La ricerca prosegue, anche se poniamo dei limiti ci sarà qualcuno che andrà oltre. Questo non significa che non si debba pianificare e fare delle richieste alla ricerca.

In secondo luogo, anche se il contenuto può passare dalle idee delle humanities alla realizzazione dell’ingegneria, la freccia può benissimo andare anche in senso contrario. Quali sono i tipi di rapporti che la gente ha con la tecnologia oggi? Certo, ogni tanto abbiamo bisogno di farci curare, tutti beneficiamo delle centrali elettriche, eccetera. Credo però che la gente comune pensi anzitutto al suo smartphone, a Facebook e Amazon, agli effetti speciali dei film, ai videogiochi… Non sembra tanto che la tecnologia se ne stia ad aspettare di assorbire il contenuto delle humanities, quanto sembra che le humanities se ne stiano ad aspettare che la tecnologia crei qualcosa per pensare subito a come poterla trasformare in un modo per perdere tempo.

Il dialogo tra scienze e humanities sembra essere oggi particolarmente fruttifero. Non tanto per ciò che le humanities possono dare alla tecnologia, quanto per l’applicazione della tecnologia allo studio umanistico. Credo che C. P. Snow (si veda questo) oggi si lamenterebbe molto meno. E penso a Theo Jansen, che dice che i confini tra arte e ingegneria sono solo nelle nostre menti. Oppure penso a Pascal Cotte, ingegnere e appassionato di storia dell’arte, ricercatore indipendente che si finanzia tramite la sua Lumiere-Technology e che tramite le sue fotocamere multispettrali ha studiato con precisione finora inaudita gli strati profondi di molte opere pittoriche. Ma gli esempi sono tanti.

***

Sempre nello stesso paragrafo dell’aneddoto dell’imperatore Tiberio si proietta il campo storico in quello politico:

“Proponendo l’uomo come ideale perfetto, la cultura umanistica si oppone, nel suo cuore, a ogni cambiamento radicale, perché l’uomo non può essere spodestato. Questa forma di umanesimo, che fa leva sul nostro narcisismo, si traduce in pratica in una mentalità socialmente e politicamente conservatrice, da cui il suo successo nelle varie incarnazioni della borghesia.”

Forse sbaglio a pensare a questo conservatorismo politico semplicemente come ad una “cosa di destra”. Però, non credo sia il modo in cui è normalmente vista la nostra “intellighenzia”. Per dire, Adriano Romualdi era arrivato a dire che non esiste neanche una cultura di destra, perché “Dalla parte della Destra […] [c]i si aggira in un’atmosfera deprimente fatta di conservatorismo spicciolo e di perbenismo borghese. Si leggono articoli in cui si chiede che la cultura tenga maggior conto dei “valori patriottici”, della “morale” il tutto in una pittoresca confusione delle idee e dei linguaggi. A sinistra si sa bene quel che si vuole.”

Può essere che uno, pensando all’impero romano, pensi istintivamente al fascismo. Può essere che qualcuno capiti disgraziatamente in uno di quei gruppi FB di “appassionati di storia romana” o di “fan di d’Annunzio” dove si parla di tutto (cioè di politica) tranne che di storia e di letteratura. Può anche darsi che uno passi le serate a guardarsi i video di Sgarbi per rilassarsi. Nel concreto, però, non pare che la classe del nostro paese che si è preparata da un punto di vista storico o storicista sia culturalmente o politicamente conservatrice.

Poco più sopra si trovava scritto:

“Confesso che pensare agli studenti che escono armati di cultura umanistica contro gli studenti preparati in altri contesti mi fa venire in mente la tragica carica a cavallo degli ussari polacchi contro i panzer di von Guderian. Una grande tradizione ormai fuori tempo. C’è un momento in cui bisogna rendersi conto di essere sconfitti per non essere annientati. Viene in mente la scena del Gladiatore. Oppure finire come gli indiani con le loro frecce inutili contro i winchester.”

La domanda che mi sorge spontanea è: qual è il campo di battaglia?

è forse il campo politico? Perché i politici hanno percorsi formativi molto vari (tipo, eccone uno: Vendola è laureato in lettere), ma generalmente mi pare che i campi dei quali dovrebbero saperne di più sono la legge e l’economia, più che le scienze naturali, formali, o applicate (già più utili invece possono essere le sociali).

E se non è il campo politico, quale? Quello lavorativo, potrebbe essere. Su questo c’è poco da dire: le statistiche sono chiare, uno scegliendo un certo percorso sa a cosa va incontro. C’è nell’articolo un’altra immagine potente, a questo proposito, che mi è rimasta molto impressa:

“Vuoi mettere Ponte vecchio in confronto con i ponti di ferro nero di Isambard Brunel? Poco importa se su quei ponti, così brutti, transitarono i treni a vapore che crearono un impero mondiale mentre sul nostro si appollaiarono, come gufi impagliati, generazioni di orafi.”

Già. Abbiamo bisogno tutti di medici che ci curino con buoni strumenti, di aziende che producano con macchinari precisi ed efficienti, di centrali elettriche, del computer con cui scrivere post su Linkedin o Facebook, eccetera. Però, provocazione: è meglio morire a Venezia o vivere a Porto Marghera?

Forse il problema dell’utilità e dell’applicabilità non è così fondamentale. I matematici che hanno permesso la comparsa della scienze non lavoravano nella sola speranza che il loro lavoro trovasse applicazione, né lo fanno i matematici di oggi. Non tutti i fisici lavorano per dare da lavorare agli ingegneri. Non tutti i biologi lavorano per dare da lavorare ai medici. E nessuno di loro si vergogna di questo. Di contro, vedo sempre più gente da campi tradizionalmente visti come poco utili che si sforzano di trovare loro una applicazione: ed ecco comparire corsi di “sociologia applicata”, “storia applicata”, “consulenza filosofica”, forse frutto di un certo senso di inferiorità.

Secondo il divertentissimo MIT Pantheon, esclusi i politici, gli uomini più influenti della storia sono gli attori. Seguono gli scrittori, i calciatori, le figure religiose, e i cantanti. I musicisti, i filosofi ed i fisici sono più giù.

Tutti questi attori, scrittori, calciatori e cantanti sono, di fatto, produttori di nulla. Sì, qualcosa producono, non sono gente che si limita a commentare ciò che altri hanno prodotto (eppure: il commento non è una nuova produzione? Conta di più inventare la lampadina, o migliorarla e aumentarne efficienza e durata in modo tale da renderla utilizzabile?), producono, ma certo nulla di essenziale per questo mondo. Perché dunque sono così influenti e famosi?

Oppure: i paesi scandinavi sono tanto ammirati per l’efficienza della loro tecnologia ed economia, o per altro, magari qualcosa che ha a che vedere con l’etica e lo stile di vita?

Si potrebbe anche dire: se qualcuno è disposto a spendere per una tal cosa, allora inutile non è. Forse una canzone è un “nulla”, ma se finisce per creare un mercato allora inizia ad acquistare massa ed importanza. Il punto è cercare di capire in che senso è utile. L’utile non pare qui essere tanto una proprietà della cosa, quanto qualcosa che è definito dalle caratteristiche della cosa di cui la gente crede di bisognare in qualche modo e in un certo tempo.

One Comment on “Humanities e scienze applicate

  1. Gli attori e i calciatori sono influenti, anche se produttori di nulla, perché “solleticano” i sogni e le passioni del loro pubblico, spesso si ha fame di sogni più che di cose materiali. Le canzoni poi parlano al cuore di tutti con un linguaggio universale, credo sia tutto qui…

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