Considera il ragno

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Paolo è un ragazzo di 25 anni che non ha mai avuto molta voglia di studiare. È cresciuto nella grigia periferia di una metropoli del nord Italia. In una tipica famiglia di condizioni modeste ma di saldi principi, che presta un’attenzione quasi ossessiva alla cura dei legami familiari. Nonostante l’affetto incondizionato che prova per i suoi genitori, da un po’ a Paolo la famiglia ha cominciato a stare stretta.

A venticinque anni vorrebbe iniziare a vivere una vita libera da vincoli. Fin da bambino ha coltivato una idea vaga di libertà che anni ti televisione gli hanno fatto intendere essere un obbiettivo importante da raggiungere, in grado di definirlo come persona. Tuttavia, per quanto si disperi, non gli riesce di trovare un lavoro. La disoccupazione non è mai stata così diffusa come per la sua generazione. E la poca voglia di studiare non ha permesso a Paolo di farsi un’istruzione in grado di competere con le sole figure, iper-specializzate, che le aziende di oggi sembrano ormai ricercare.

Fin da bambino, Paolo ha nutrito una sana e rispettabile paura. Una sola. Ma terribile e angosciante. Tale da poter essere iscritta senza alcuna esagerazione all’indice delle fobie. Questa paura non gli ha mai impedito di vivere la sua adolescenza come un qualsiasi, normale ragazzo di città. In fondo, in città, non è così facile imbattersi in loro. Tuttavia, le poche volte in cui vi è incappato per caso, le zampette pelose, i molti occhi sferici, le mandibole scattanti sono state in grado di generare in lui un terrore paralizzante. Quasi fino a un vero e proprio collasso fisico ed emotivo.

Una mattina, sfogliando le pagine locali di un quotidiano nazionale, un annuncio attira la sua attenzione. Pare che una piccola azienda della sua stessa città cerchi una figura, priva di esperienza e senza particolari qualifiche, per un lavoro di tipo impiegatizio. Si tratta di una sorta di guardiano notturno. L’annuncio resta sul vago. La paga è modesta. Tuttavia gli assicurerebbe un’entrata fissa, grazie alla quale potrebbe prendere in affitto un monolocale. Lasciare la stanzetta in cui è cresciuto. E cominciare a vivere una vita da uomo indipendente. La sua ragazza approva senza riserve. L’entusiasmo di lei è contagioso.

Decide di chiamare il numero riportato nell’annuncio. È un po’ titubante, perché le cose belle sembra sempre non possano capitare a se stessi. La voce dall’altra parte è calma e propositiva. Ispira fiducia e buoni propositi. Fissano per il lunedì successivo l’appuntamento per il colloquio. I suoi genitori, sua madre in particolare, non ne sono troppo felici. Intuiscono che il lavoro è solo un primo passo verso quella strada che allontanerà il figlio da loro. Inconsciamente non sono ancora pronti a vederlo spiccare il volo. E con una strategia che sa di premeditato, passano il resto della settimana a suggerirgli di attendere. Di cercare un lavoro retribuito meglio. Di iscriversi all’università magari. Un’istruzione migliore permette di trovare posti migliori. In fondo è ancora così giovane. Ma Paolo è ormai deciso. E più la ritrosia dei suoi si fa insistente e ingombrante, più lui trova validi i motivi che lo spingono a lasciare il nido.

Il giorno del colloquio Paolo è euforico. Il suo desiderio sta finalmente per avverarsi. Il suo sguardo è colmo delle infinite possibilità che la tanto decantata indipendenza gli fornirebbe. Non vede l’ora di poter mostrare al suo interlocutore che ragazzo coscienzioso e affidabile sa essere. Indossa il suo vestito migliore, quello che portava per il matrimonio di un cugino. E arriva addirittura a pettinarsi la zazzera ribelle, impiegando ore e non poco gel per addomesticarne le punte. È disposto a tutto pur di ottenere quel lavoro. Anni di televisione gli hanno insegnato che un approccio positivo è quello vincente.

La sede dell’azienda si trova all’interno di uno stabile residenziale. Situata nelle rimesse del cortile dove una volta, quando le cose andavano meglio, i condomini vi tenevano i garage. Il posto è un po’ decadente e appare chiaro che una buona passata di vernice gli farebbe bene. L’uomo che gli apre indossa un camice bianco un po’ stazzonato, e occhiali di corno di tartaruga démodé. Lo invita subito a sedersi per dare inizio al colloquio, riservando per dopo il giro dei locali.

Sembra una persona mite, dai modi un po’ affettati. Sorride poco e si mostra garbato. I gesti nervosi però, stonano con il ruolo che ricopre nel frangente. Innescando un allarme che Paolo si ostina a ignorare. Nonostante questo il colloquio fila liscio. Le pretese sono basse. Le cose da dire poche e inconsistenti. Paolo non ha alcuna esperienza pregressa da vantare, e gli anni di scuola sono un vago ricordo su cui tergiversare. Anche l’uomo non ha molto da dire. Incespicando sulle parole, volgendo lo sguardo altrove mentre parla, racconta di essere rimasto solo da quando un mese prima l’ultimo aiutante ha deciso di mollare. Il lavoro è semplice e poco impegnativo. La paga poi, contrattabile. E non è il caso di preoccuparsi se, per attraversare le lunghe ore di veglia, dovesse decidere di portarsi un libro o un iPod.

Il giro dei locali è condotto con rapidità e una concitazione a stento trattenuta. Il laboratorio altro non è che una stanza open space affollata di cianfrusaglie, con un bagno cieco e un magazzino stipato. E poi quella porta. Mentre la apre con riluttanza, l’uomo pare piegarsi all’ineluttabilità di quel momento. Le uniche fonti di illuminazione del locale che vi è dietro sono un lucernario stretto e sporco posto sul soffitto, da cui la stessa luce diffida a passare; e una fila di neon che l’uomo stenta ad accendere. Lungo la parete di fronte, una serie di teche addossate le une alle altre brulicano di vita. Quando la fessura dell’uscio apre nell’ambiente una lama di luce, il brulicare pare quasi arrestarsi. Quel zampettare cauto, quelle forme gibbose, quella strana sensazione di sentirsi osservato, in Paolo rievocano qualcosa. E mentre l’uomo con gesto rassegnato allunga la mano all’interruttore, Paolo lo blocca trattenendogli il braccio.

Il posto, gli dice l’uomo speranzoso dopo aver richiuso la porta, è disponibile da subito. Se vuole, può cominciare quella sera stessa. Ma a Paolo appare chiaro che quello non è il lavoro che fa per lui. Non può proprio avere a che fare con i ragni. Ci saranno altre occasioni. Ne troverà sicuramente un altro. Quasi si dimentica di rifiutare il lavoro tanta è la fretta di fuggire  via da quel posto.

Tornato a casa, Paolo informa i genitori che il lavoro non lo convinceva. Sorvola sulla questione dei ragni. Quasi che parlarne gliene farebbe rivivere il ricordo. Con un po’ di stizza osserva i suoi genitori tirare un evidente sospiro di sollievo. Il loro compiacimento è palpabile. Il pericolo per ciò che più temevano è per il momento scampato. Quella sera sua madre gli prepara una cena grandiosa. Come se avesse preso la laurea, si fosse sposato e avesse vinto il Nobel: tutto assieme. Ma il loro entusiasmo gli rende il cibo insipido. Il gusto dei suoi piatti preferiti ha il sapore della sconfitta. Ne è addirittura nauseato.

La sua ragazza, che già favoleggiava su un nido tutto loro, è delusa. La telefonata si conclude con un «ciao, ciao» che sa di amarezza. Le pareti della sua stanza gli appaiono improvvisamente una prigione. I molti oggetti della sua infanzia, che chissà per quale motivo ancora conserva, non fanno altro che ricordargli la sua condizione. Ogni ricordo di quella stanza lo tiene legato a un’immagine fanciullesca da cui non riesce a evadere. Guarda il ritaglio di giornale su cui campeggia l’annuncio. Col passare dei giorni quel ritaglio diventa una sorta di feticcio, che tiene accanto a sé sul comodino. Continua a cercare lavoro, ma sembra che nel mondo non ci sia posto per lui. La serenità dei suoi genitori, le loro attenzioni, i riguardi con cui lo coccolano, cominciano a infastidirlo. Un odio viscerale si fa strada nel suo subconscio. Nella sua fantasia i suoi genitori hanno cominciato ad acquisire le fattezze di un ostacolo. Una catena che lo tiene inchiodato alla fanciullezza. Che non gli permette di fuggire e crescere.

Col passare del tempo, l’entusiasmo iniziale della sua ragazza si spegne del tutto. Lei non ci pensa neanche più. La delusione rende cattivo qualsiasi ricordo. Magari ha anche cominciato a guardarsi attorno per vedere se le riesce di trovare qualcuno più maturo, capace di farsi carico delle esigenze di una coppia. Il mondo stesso, al pari dei suoi genitori, nelle fantasie di Paolo ha cominciato a diventare un luogo grigio e ostile. Man mano che gli annunci di lavoro lo etichettano come inadatto, cova in lui la convinzione che ci sia in atto un complotto ai suoi danni.

Una sera, dopo una cena insipida, suo padre gli allunga il prospetto di un corso universitario triennale. Tre anni. Lunghi come la vacuità di quelli che ha già affrontato per conseguire un diploma. Tre anni che lo imprigionano tra le mura della sua cameretta. Tre anni di sorrisi leziosi di sua madre. Di sguardi fieri di suo padre. Di trombatine nei sedili posteriori dell’auto di famiglia, appartati nell’intimità notturna del parcheggio di un centro commerciale. Tre anni…

Paolo si ritira nella sua cameretta. Con lo stesso stato d’animo di un galeotto a cui, proprio quando cominciava a vedere la fine dell’attesa, gli viene comunicato che la pena si è appena allungata di altri tre anni. Lancia il volantino con noncuranza e si getta sul proprio lettino singolo a una piazza. Il volantino atterra proprio al fianco del ritaglio di giornale che ancora conserva. E mentre li osserva, l’uno accanto all’altro, la sensazione di trovarsi a un bivio si fa netta.

25 Comments on “Considera il ragno

  1. Tutti ci aspetteremmo che si alzi dal letto e vinca le sue paure pur di non dover essere costretto a rimanere in una casa che ormai gli sta stretta. Invece, nella vita reale, succede molto raramente. È più facile lasciarsi cullare dalla noia e dall’apatia che superare le paure.
    Ma oggi è Halloween, forse il mio pessimismo arriva da lì. 😉

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  2. Ma si che in città ci sono i ragni! E’ che non danno in tempo a crescere. C’è chi se li mangia fritti. Insieme a cavallette e scarafaggi. Le cimici no, quelle puzzano anche da fritte…

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  3. No il finale non mi piace. Vorrei sapere se cambia atteggiamento, se vince la sua paura, se scappa in un’isola remota… insomma c’è un seguito? Così mi lascia insoddisfatta.

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  4. Ricordo i tuoi vecchi racconto: noto un notevole balzo qualitativo.
    Il finale poi, con lui che rimanda solo il suo bivio (“solo”, per modo di dire, minimo tre anni) penso sia il più drammatico possibile.

    Inoltre, mi piace molto come è, appunto, raccontato: conosco dei fanatici dello “Show don’t tell” che ti direbbero “mostra lì, mostra là, descrivi questo, descrivi quello”, come se ci fosse solo un modo di scrivere e solo un modo di vedere le cose. Per me è questo tuo racconto rappresenta come dovrebbe essere un racconto: uno scorcio, una polaroid, un saper omettere certe cose.

    Purtroppo, oggi vi è la tendenza nel diluire e allungare tutto – basta pensare alle serie tv – e ci si trova a leggere della cosiddetta narrativa breve di minimo minimo 20 pagine.

    Complimenti.

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    • Quando inserisco delle cose sul mio blog è solo per testare dei “fenomeni”. Non è detto che il racconto debba piacere per forza. L’importante è che faccio quello che avevo prefissato facesse. Se ci riesce, allora ho raggiunto il risultato sperato. 😉

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  5. Era a un bivio sì, doveva scegliere tra aspettare ancora tre anni oppure prendere finalmente in mano la propria vita, le fobie si possono superare e lui era determinato a farlo e ad accettare quel lavoro.
    Ecco il finale l’ho scritto io…in fondo il tuo era un finale aperto, ogni lettore può scegliere il suo finale preferito no?

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