Ricordando David Foster Wallace

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“«Scrittura forbita» non significa scrittura ornata in modo gratuito; significa scrittura pulita, chiara, massimamente rispettosa.”

— David Foster Wallace

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Il ramo spezzato: analisi di un marketing che funziona

Il ramo spezzato.jpg

Di recente è uscito un libro che ha fatto drizzare le orecchie a tutti i fan di David Foster Wallace. In effetti era da un po’ che cercavo del materiale che parlasse di lui. Resta sempre una certa curiosità morbosa quando uno degli scrittori americani più apprezzati e discussi del secolo, dopo J. D. Salinger e pochi altri, pubblica un libro come Infinite Jest e poi si impicca a soli 46 anni di età. Il re pallido di Claremont ha lasciato un vuoto difficile da colmare e una grossa nostalgia per qualcosa di divertente che i suoi ammiratori non potranno più fare: leggere altri suoi libri. Così, quando mi è capitato di scorgere tra le novità editoriali del momento il libro scritto da sua moglie, Karen Green, ho pensato fosse fatta. Il titolo molto poetico di questo lavoro è Il ramo spezzato, pubblicato da Baldini+Castoldi in edizione limitata e numerata (io ho la copia 0267).

Si tratta di una sorta di memoriale. Attraverso il quale, l’autrice, cerca di elaborale il lutto per una perdita che, a dieci anni di distanza, non riesce ancora ad accettare: «La tua borsa da viaggio simulato puzza di sigarette American Spirit, fra le cuciture è rimasta incastrata qualche pillola coperta di peluria. […] All’inizio dell’estate prendo una delle tue pillole blu. Ci sono ore che mi rifiuto di vivere»; o che forse ha accettato – “Certo che te ne dovevi andare” – restando comunque invischiata in «peduncoli e viticci fuori controllo». Sia quel che sia, le pagine striminzite e frammezzate da opere d’arte di cui la moglie/artista è essa stessa autrice, sono pregne di immagini dense di oggetti quotidiani, in cui l’unico assente è proprio lo stesso David Foster Wallace. Karen Green opera per sottrazione. E in effetti, il protagonista di questo libro non è lo scrittore di cui il memoriale, se è un memoriale, dovrebbe parlare; ma la stessa autrice che ci racconta a suo modo la propria vita dopo la sua scomparsa.

In genere si acquista un memoriale scritto dalla moglie di un personaggio “famoso”, sia pure uno scrittore, per conoscere meglio il privato di quell’uomo. Per cercare di avvicinarne l’essenza di uomo qualunque scevra da tutto ciò che la popolarità opera in termini di vestizione attraverso l’immaginario pubblico. Anche sulla spinta di un certo voyeurismo un po’ feticista e un po’ pettegolo, ingordo di particolari privati che altrimenti non potremmo conoscere: piccole manie, abitudini insoliti, difetti, scandali e, nel caso di David Foster Wallace, un motivo per spiegarsi il suicidio. Di tutto questo, nel libro di Kare Green, non c’è traccia. E forse dovremmo ringraziarla. Resta tuttavia una certa amarezza unita a delusione quando, dopo circa un ora di lettura, ché tanto basta a giungere alla fine, ci si rende conto di aver tenuto fra le mani un ambage elegia che parla di lutto, di dolore, di malinconia in una splendida prosa lirica che, però, probabilmente non avresti acquistato.

A mitigare questa sensazione c’è la constatazione di un marketing intelligente, che invece funziona benissimo. A partire da come un libro poetico, seppure in prosa, che parla di come una moglie affronti giorno dopo giorno il proprio lutto, sopravvivendogli, viene presentato quale memoriale: con tutto ciò che questo, nell’immaginario da uomo medio quale io sono, implica in termini di aspettative e aspirazioni. La sovraccoperta trasparente, su cui il titolo sembra scritto a mano con una matita, per metonimia fa pensare alla limpidezza delle intenzioni dell’autrice. Lo stesso titolo, Il ramo spezzato, richiama alla mente per iperbole la trave da cui t’immagini pencoli ancora il corpo dello scrittore; di cui la stessa moglie, in un momento di nitida confidenza, confessa: «Mi angoscia di averti spezzato le rotule quando ti ho tirato giù». A concludere il tutto c’è l’occhiello attraverso il quale IBS, da cui ho acquistato il libro per approfittare degli sconti, descrive il prodotto: «La Green non nasconde nulla, dalla difficoltà di vivere al fianco di una persona depressa al ritrovamento del marito senza vita, passando per la descrizione di una quotidianità piena delle sue cose»; grazie al quale sei indotto a immaginare un prosa fitta di particolari.

Sia chiaro, i particolari ci sono. È la forma a fare la differenza. Come dicevo, la Green opera per sottrazione presentandoci, in poemetti ermetici, immagini così private da renderne quasi impossibile la codifica: a meno di non conoscere il privato della coppia come lo conosce la coppia stessa. Chi di noi non sarebbe in grado di parlare del proprio quotidiano in termini tanto oscuri da rendere impossibile la comprensione a un lettore esterno? Questo è ciò che, forse per tutelarne l’immagine, fa la Green parlando della propria vita vissuta all’ombra di un marito geniale ma depresso, e della vita dopo la morte della coppia di cui l’autrice è un’anima sopravvissuta a metà. Da cui si salvano poche frasi limpide, facili da comprendere e ricondurre a un immaginario comune, che ci fanno balenare le possibilità inespresse che questo libro avrebbe potuto avere se fosse stato scritto in una forma forse meno elegante e decorosa, ma più prolissa e descrittiva. Possibilità che non attenuano ma, anzi, accentuano il desiderio di tenere fra le mani un libro che parli di David Foster Wallace in termini chiari e irriverenti; contribuendo a distruggere un mito e il ricordo di un uomo che, ne sono convinto, certo non lo meriterebbe. Ma siamo sicuri che David Foster Wallace avrebbe apprezzato di assurgere a divo come i Cesari, dopo la morte? Non è forse giunto il momento di frantumare il mito per (ri-)incontrare l’uomo? Una cosa su cui riflettere…

Infine, la Baldini+Castoldi, ha l’intuizione felice di proporre questo libro in edizione limitata e numerata; aumentando la sensazione di aver acquistato una piccola opera d’arte che parla di cose di cui non ti importa nulla (almeno per quanto riguarda il sottoscritto) e non ciò di cui avresti sperato. In assenza di altre spiegazioni, le immagini stesse che si alternato alla prosa lungo le pagine del libro, inducono il lettore malevolo ha pensare a un’operazione di auto-promozione dell’autrice per il proprio lavoro di artista. A pensare male si fa presto. Ma noi, che malpensanti non siamo, ne fissiamo le pagine nel tentativo di decifrarne il senso esattamente come facciamo nelle visite alle gallerie di arte contemporanea di fronte a opere d’arte di cui non sai mai se sono opera o oggetti qualsiasi capitati lì per caso. Alla fine di tutto questo discorso resta una domanda inespressa: perché questa bravura dimostrata nella sapienza di saper imbastire tanto bene un prodotto, per venderlo, non viene adoperata sempre?

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Note

La foto di Karen Green è tratta da un articolo online del New York Times

17 Comments on “Ricordando David Foster Wallace

  1. Ecco, invece a me – ora che ne hai svelato l’essenza – verrebbe proprio voglia di comprarlo, mentre di un racconto più centrato sulla vita di David Wallace non avrei saputo che farmene.
    Forse l’edizione limitata ha proprio questo senso: non un’operazione commerciale che si nutra del pettegolezzo sfruttando la triste fine dell’autore, quanto una piccola perla – un’opera d’arte, come dici tu – che aiuti a dare un senso più umano della tragedia personale di questa donna. Che è la vera vittima del gesto del marito.
    Grazie per averne parlato.

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    • E sono d’accordo con te. Però, e forse era questo il senso dell’articolo, quando si acquista un libro bisognerebbe essere coscienti della sua natura. Così da farne un acquisto consapevole. Perché io, a differenza di te, sono molto meno interessato al dramma della moglie (è evidente che non riesco a immedesimarmi) e molto più intrigato dall’uomo di nome David.

      Mentre scrivo queste parole, mi soggiunge una sorta di “morale”: forse questa esperienza, l’aver comprato un libro perché si pensava parlasse di altro rispetto ai suoi reali contenuti, indica i limiti dell’acquisto online. Almeno per quanto riguarda i libri. Se fossi entrato in una libreria reale, anziché virtuale, probabilmente prima di acquistarlo l’avrei sfogliato. E sfogliandolo mi sarei accorto di cosa realmente fosse. E allora magari l’avrei acquistato lo stesso, ma con la consapevolezza di ciò che stavo acquistando.

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    • Esimio, aspettiamo sempre una sua ambage elegia sul marketing libresco da queste parti. Appena vince ciò che deve (dovrebbe) vincere, ammesso che non arrivi secondo, ci aspettiamo una sua maggiore esposizione mediatica.

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    • Esimio, appena vince ciò che deve (dovrebbe) vincere, mi accontento di una cena offerta agli amici blogger. Basta che non sia a base di paella. Assecondiamo fino in fondo la voglia dell’ispanico editore di italianizzare il premio: una pizza, e via!

      Poi, vabbé, se tra un boccone e l’altro, si finisce a parlare anche di marketing editoriale, va bene lo stesso… 😀 😀 😀

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      • … e io che già assaporavo il gusto di una buona paella. Che, tra l’altro, qua a Torino fanno molto bene. C’è un ristorante spagnolo sempre zeppo di persone. Dove la paella si mangia bene. Insomma, se dovesse vincere e volesse offrire una paella, ecco, non è che mi metterei a fare storie. 😛

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      • E’ evidente che il vincitore sarà Salvatore. E a quel punto più che di marketing editoriale, potrò parlare di come Salvatore compie il suo tour mortale… ehm… mondiale! XD

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        • Niente, ancora non ho vinto e già mi tocca guardarmi le spalle. Fra un po’ cominceranno a uscire fuori parenti mai visti, amici mai conosciuti… e spietati colleghi o aspiranti tali. XD

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  2. Interessante questa operazione di marketing editoriale, credo che comunque chi seguiva David Foster Wallace possa essere interessato all’impatto che il suicidio dello scrittore ha avuto nella vita della moglie, in fondo questa è una storia d’amore.

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  3. Non ho letto ancora nulla di questo autore, se non della tragica morte (e mi chiedo se l’essere diventato così tanto famoso, con lo stress del ripetere il successo del primo libro e la paura del fallimento, non abbia accentuato la depressione…)
    Sul marketing editoriale… non è la prima volta che si compra un libro pubblicizzato con un certo contenuto e ci si ritrova a leggere altro. A me è capitato con Il mestiere di scrivere di Carver che tutto è tranne che un manuale di scrittura come te lo vogliono vendere.

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  4. Operazione davvero curiosa: spesso si fa tanta pubblicità a opere mediocri nel tentativo di venderle, in quanto prodotti di punta; qui invece si è fatta pubblicità a un’opera che è scritta, mi par di capire, egregiamente, anche se il contenuto non corrisponde granché a quello che si era lasciato intendere nella pubblicità. La domanda che poni nel finale è forse la cosa più importante, alla fine. Penso che le case editrici abbiano a volte troppa paura dei libri scritti bene: non si sa mai se possano arrivare al pubblico di massa; ma non mi pare, visto il numero dei lettori, che la strategia della mediocritas funzioni. Ben venga il libro poco attinente con le attese ma scritto bene, allora.

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    • Sai, il valore secondo me è sempre molto soggettivo. Si può parlare di grammatica, di attinenza a un certo canone, di originalità, e via dicendo. Ma alla fine giudica il lettore. Se gli piace, anche fosse scritto coi piedi, allora è un buon libro.

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      • Vero, del resto è la posizione dei teorici della letteratura di oggi, che hanno posto molto l’accento sul ruolo del lettore. Ai tempi dello strutturalismo, come ho dovuto studiare per un esame lo scorso anno accademico, si era tentato di costruire uno schema universale per misurare la letterarietà di un’opera: un’operazione dello Jakobson, simile all’introduzione strappata nel film “L’attimo fuggente”. Alla fine, come sonora smentita delle teorie strutturaliste, veniva fuori che lo slogan elettorale “I like Ike” era più letterario di “M’illumino d’immenso”…

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