Alice

.

Che tipo di lavoro mi caratterizza come persona? – pensò Alice Russo.

Se lo andava domandando da quasi due settimane. Ovvero da quando era rientrata al Collegio Universitario Russo-Milani di Torino. Il motivo non era la mancanza di volontà nello studio. In quello andava bene. Nemmeno i dubbi per le sue prospettive future. Al riguardo non aveva alcuna idea e non le importava nemmeno. No. Le sue esigenze erano molto più prosaiche e urgenti: doveva andare via di casa: ora!

In un senso più generale, era già “via di casa”. Occupava un alloggio al quarto piano nel dormitorio dell’Università. Un edificio in mattoni scuri rimodernato di recente tanto da sembrare un vero e proprio albergo; con molte stanze, alcune singole e altre doppie, bagni privati in ogni camera, una cucina a ogni piano, palestra, biblioteca e sale lettura. Il luogo ideale per concentrarsi nello studio. Questo le garantiva tutta la tranquillità e l’indipendenza che voleva; tutta la tranquillità e l’indipendenza che avrebbe potuto desiderare un qualsiasi altro studente.

Solo che… quella stanza non sarebbe dovuta toccare a lei. Quei posti erano riservati a chi veniva da fuori città. Magari pure da un’altra nazione, come nel caso della ragazza ucraina con cui era costretta a dividere gli spazi. Lei invece era una sorta di “abusiva” autorizzata. E questo non per meriti accademici, che pure c’erano, ma per…

«… fortuna sia toccata proprio a noi».

La voce storpiata di Lenochka Dobrova, Lena, la ragazza con cui avrebbe dovuto convivere finché fosse restata lì, le giunse dal bagno.

Questo era immediatamente attiguo alla camera condivisa. A separarlo dal locale principale c’era solo un’orribile porta arancio-cadmio, di quella plastica vellutata di cui gli architetti moderni di arredo alberghiero sembrava andare pazzi, e una parete in cartongesso bianca tappezzata da una pellicola trasparente e impermeabile che riproduceva una fantasia floreale dello stesso colore della porta. Tuttavia, quelle che in un primo momento sarebbero potute sembrare delle gemme sul punto di schiudersi e sbocciare, a un’ispezione più approfondita non potevano nascondere la propria rassomiglianza a dei girini agonizzanti; con un lato globoso e tozzo, la testa, e uno più sottile e filiforme, la coda, che si contorcevano piegandosi su se stessi quasi fino a toccarsi. Da subito Alice aveva trovato quella dualità, per quanto raccapricciante, esemplificativa della propria esistenza. In un senso molto spirituale si sentiva proprio come quelle decorazioni lì: diversa da come appariva. Restava solo da capire quale fosse la coda, e quale la testa.

«Non è stata fortuna», urlò Alice in risposta.

Dal bagno le giunse un’altra serie di frasi sconnesse, bofonchiate da una bocca impegnata a stringere o trattenere qualcosa. Nonostante la porta fosse spalancata infatti, le parole della sua compagna arrivavano camuffate dal rombo del fon in funzione e alterate dal forte accento dell’Est Europa; impedendole in questo modo di distinguerle e attribuirgli un senso.

Si erano conosciute tre giorni fa. La ragazza ucraina si era affacciata alla porta d’ingresso dell’alloggio con un «Ciao!» così carico e sonoro, che odiarla era stata semplice legittima difesa. Aveva un volto angelico, incorniciato da lunghi e lisci capelli biondi. Un fisico filiforme con pochissime curve, tutte al posto giusto. E due occhi molto, molto grandi. Grandi in modo eccessivo. Quasi grottesco. Solo che, decorati da due iridi di un blu delicato, marino, che ricordava da vicino il turchese, e incastonati in un viso asciutto e allungato, la facevano apparire una bellezza esotica a metà tra oriente e occidente. Se indosso non avesse avuto gli abiti che portava, sarebbe stato legittimo pensare fosse uscita dalla copertina di una rivista patinata: Cosmopolitan, Vanity Fair o… Playboy. Nuda, non avrebbe sfigurato in nessuna delle tre.

«…»

«Come dici?»

«La stanza…», urlò Lena. Ci fu una pausa. A quello del fon si aggiunse una serie di altri rumori: oggetti appoggiati, ante chiuse e riaperte e richiuse, un cassetto che scivolava fino a sbattere, acqua che prese a scorre per poi interrompersi… Al termine dei quali seguì un silenzio inquietante. Così inquietante da spingere Alice a domandarsi se la compagna di stanza fosse ancora viva o, piuttosto, stramazzata al suolo stroncata da un colpo apoplettico. In quel caso avrebbe avuto la certezza che un dio esiste, per quanto ingiusto e severo. Un attimo dopo, la ragazza ucraina in accappatoio di spugna bianca si affacciò all’uscio del bagno con una spazzola in mano.

«Sarebbe potuta andare peggio, no? Non ti trovi bene con me, forse?». Lena si appoggiò con un fianco allo stipite della porta, quindi prese a spazzolarsi i capelli piegando il collo dalla parte opposta e facendo ricadere da quel lato la lunga criniera biondo-cenere.

«Non ho detto questo. Ho detto: non è stata fortuna».

«Aah, okay-y! Non parlo ancora bene la tua lingua».

«La parli benissimo, invece. Molto meglio di tanti italiani. Da quant’è che sei in Italia?»

«Questo è il secondo. Ma lo scorso anno non sono stata fortunata come ora. Sono finita in un altro dormitorio, più vicino all’Università ma più vecchio, in stanza con una ragazza che…» Si interruppe per controllare una doppia punta di un’altrimenti splendida chioma. Quindi riprese a spazzolare con insistenza. Una serie di rapidi gesti automatici che alternavano mano-spazzola mano-spazzola lungo tutta la capigliatura.

«Con una ragazza che…» insistette Alice.

C’era questo che non sopportava più di tutto: le persone che mentre parlano s’interrompono per poi non riprendere più il discorso; come se provassero un piacere sadico a lasciarti sospesa in una sorta di limbo grigio, o volessero sottolineare il proprio potere tenendoti appesa all’amo come una trota agonizzante. La bionda lo faceva in continuazione. Iniziava un discorso, poi si distraeva per qualcosa di così insignificante da non meritare la menzione come sostantivo nemmeno nel più pedante dei dizionari, quindi cominciata tutta una serie di nuove attività scordandosi completamente di terminare quello che andava dicendo poco prima. Come se fosse svampita ma di un tipo tutto particolare, o avesse una memoria così mal ridotta che, una volta interrotto il filo del discorso, non fosse più in grado di ricomporlo e proseguire.

Lena fece spallucce. «Niente, non ci siamo prese. Era un po’… strana».

Questo accese l’interesse di Alice. «Strana?»

Lena finì di spazzolarsi i capelli e passò ad annodarli in uno chignon morbido che fermò in cima alla testa con un elastico di spugna marrone. L’aveva prelevato da una tasca dopo aver incastrato la spazzola tra le cosce. Quindi sbuffò e aprì l’estremità superiore dell’accappatoio sventolandone i lembi all’altezza del collo.

«Che caldo…»

La pelle dell’ucraina, normalmente bianca come il servizio buono di porcellana della nonna, era ora rosa gamberetto bollito. Era settembre inoltrato dell’anno accademico 2017/18, ma la botta di caldo ritardataria non ne voleva ancora sapere di mollare la presa. Alice, tuttavia, sospettava che la calura di cui soffriva la compagna non fosse dovuta all’afa degli ultimi giorni d’estate, quanto al naturale microclima di umidità tropicale che si viene a creare in un piccolo bagno quando si fa abbondante uso di acqua… bollente.

«Strana, come

«Sei una insistente, vero?»

Lena sorrise in un modo tanto grazioso da far dubitare Alice della propria avvenenza. Avrebbe voluto avere anche lei un sorriso così. Ma anche ad avercelo, non avrebbe saputo che farci: non erano molte le occasioni in cui si sarebbe sentita tanto a sua agio da sorridere.

«No, spero di no. Solo, mi piace arrivare al fondo delle cose». Fu la volta di Alice, di fare spallucce.

Dopo aver recuperato la spazzola, Lena si avviò nella stanza e si sedette sul bordo del proprio letto singolo, dirimpetto a quello occupato da Alice, più vicino al bagno ma più distante dalla finestra. Quindi si prese una gamba tra le mani e l’accompagnò sotto il proprio sedere, lasciando l’altra penzolare nel vuoto. Posò la spazzola sul comodino e, nel farlo, lo sguardo le cadde sulle unghie del piede.

«Strana, come

«Strana! Strana come…» Si chinò in avanti per controllare lo stato dello smalto. Facendolo, l’accappatoio le si allentò aprendo un generoso squarcio sulla scollatura, decisamente più sostanziosa di quella di Alice, come poté constatare lei stessa. «… come una che non si trova mai a suo agio con nessuno».

Pizzicata nel vivo, Alice distolse lo sguardo concentrandolo con insistenza sul monitor del portatile che aveva davanti, appoggiato sul letto su cui lei stessa era sdraiata in déshabillé a pancia in giù.

«Non usciva molto. Stava quasi sempre chiusa in camera. All’inizio ho cercato di coinvolgerla, ma…» Lena lasciò andare il piede e alzò lo sguardo su Alice. «… mi passeresti l’acetone? Anzi, mi passeresti direttamente il mio beauty-case?»

Questo si trovava sul lato della scrivania di competenza della ragazza ucraina, proprio di fronte al letto di Alice. La parte occupata da Lena era un cumulo disordinato di oggetti: forcine, mascara e piega ciglia fuoriusciti per caso dal pocket dei trucchi aperto lì accanto, burro cacao, braccialetti colorati, portafoglio e portamonete, gomme da masticare, un abbonamento alla metro, un mazzo di bigliettini da visita di fogge e forme diverse trattenuti da un elastico giallo, occhiali da lettura con relativa custodia in pelle marrone, occhiali da sole, fazzolettini (uno pure usato), un mazzo di chiavi, lo smartphone, un agendina con relativa penna, una confezione di caramelle gommose quasi vuota, un blister mensile di pillole anticoncezionali pieno per metà, volantini di varia natura prelevati probabilmente all’università, un deodorante spray per ascelle, un set di cartoline di Torino che ritraevano la Mole, il Valentino, Piazza Castello e vari altri luoghi della città, alcuni francobolli, e… il beauty-case rosa shocking cucito a rombi tipo trapunta e imperlinato di finte madreperla. Il lato di Alice, invece, era completamente sgombro salvo lo smartphone e il cavo del caricabatterie a cui questo era attaccato. Una serie di libri, accatastati come una barriera, divideva le due aree.

«Sembra che tu abbia rovesciato la borsa sul tavolo…» disse Alice mentre carponava in avanti, al di sopra del portatile, per raggiungerlo.

«È così, infatti».

«Cosa sono questi? biglietti da visita?» Alice li prelevò dal cumulo e li tenne sospesi in aria per mostrarli alla compagna.

«È il mio hobby,» si giustificò Lena, «mi piace collezionarli».

Lasciò perdere la disanima della moltitudine di forme e colori che ingombravano la superficie della scrivania, arrendendosi all’ovvia evidenza di condividere la camera con un’accumulatrice seriale, e si distese fino ad agguantare con le punte delle dita il beauty dell’ucraina. Quindi scivolò all’indietro, come un gambero affaticato e leggermente spastico, alternando bracio-gamba dei lati opposti, per tornare alla posizione di partenza. Passò la borsa da una mano all’altra cambiando il braccio d’appoggio con cui si sorreggeva, e, allungandosi in senso questa volta trasversale, porse il beauty alla sua compagna di stanza.

«Merci-i» disse questa, con una vocina stridula da bambina educata. Dal beauty Lena trasse una bottiglietta di acetone, una confezione di dischetti di cotone tipo salsicciotto e una boccetta di smalto. Sollevò la gamba libera fino ad appoggiare il piede sul piano molleggiato del letto e prese ad armeggiare per sostituire il vecchio strato scrostato con uno nuovo di smalto nero.

«Quindi? avete litigato?»

«Non proprio. Si è chiusa in se stessa e ha passato l’intero anno accademico a fare finta che non esistessi».

«Hai capito il perché?»

Lena ci pensò un po’ su. «Non ne sono sicura, ma penso fosse invidiosa».

«Del tuo aspetto?»

«No-o!» disse Lena, in modo tanto perentorio da non far dubitare lo pensasse sul serio. «Credo per via di… alcune mie attività».

«O-oh! Questo sembra interessante», disse Alice, divertita. «Di che “attività” stiamo parlando, con precisione?»

Per un attimo Lena sospese la sua opera di pulizia attorno al proprio piede e alzò un timido sguardo indagatore su Alice. Poi, come se nulla fosse, con una vocina pacifica, quasi birichina, disse: «Adesso vuoi sapere troppo…»

«Adesso voglio sapere tutto! Non puoi tenermi sospesa in questo modo, non dopo un’affermazione tanto intrigante. Sarebbe un delitto. Anzi, un affronto che non credo potrei perdonarti».

Lena le scrutò il viso per verificare se stesse parlando sul serio. Poi disse: «Okay, dato che dovremo condividere questa stanza per parecchio tempo e che conviene essere amiche – e le amiche si dicono tutto – dimmi un tuo segreto e io te ne dirò uno mio».

«Prima tu».

«No-o, prima tu. Io ho già parlato abbastanza».

«D’accordo, vediamo…»

«Un segreto vero,» puntualizzò Lena, «uno che… uno che non diresti ai tuoi genitori!»

«Praticamente tutto».

«Qualcosa che vale la pena confidare solo a un’amica», precisò con maggiore cura l’ucraina.

«Mmh! Così mi pare più circoscritto».

«Ce ne hai uno? Non passi anche tu tutto il giorno chiusa in camera, vero?»

«Mi piace stare da sola, a volte. Mi piace leggere, scrivere…»

«Scrivi?»

«Mi piacerebbe diventare una giornalista».

«Ma questo non è un segreto, giusto?»

«No, non lo è. Con grave affronto di mio padre, che mi vorrebbe psichiatra».

«Una… come dite voi? “Strizzacervelli”?»

«No, gli “strizzacervelli” sono quelli con cui la gente che crede di avere problemi parla e si confronta. Gli psichiatri ti ricoverano nei centri di igiene mentale e t’imbottiscono di medicine e psicofarmaci».

«Ed è questo che fa tuo padre?»

«Sì, fa questo. Ma il lui è il boss. Non ricovera nessuno, amministra solo».

«Dev’essere un uomo importante».

«Di sicuro lo crede. Insegna all’Università e dirige una clinica in cui fanno pratica molti dei suoi studenti».

«In questa università?»

«Sì, ma in un’altra sede».

«Una bella fortuna, per te. Può aiutarti».

«Ti prego…»

«Okay, torniamo al segreto. Scommetto che c’è di mezzo un ragazzo». Lo disse con fare intrigante.

«Non proprio, no».

«Una… ragazza, forse?»

«No-o! Non che ci sarebbe nulla di male, voglio dire. Ma… no, proprio no. Non è il mio genere».

«Allora qual è il tuo genere?»

«Il peggiore, temo».

«…»

Alice emise un lungo sospiro. «Più grandi e sposati. Praticamente mi sto dando dell’idiota da sola».

«Non c’è nulla di male. Un uomo adulto ha più cura, e più padronanza».

«Lo sai per esperienza diretta?»

«Certo! Non sono una brava ragazza». Lena si lasciò andare a un risolino isterico.

Erano queste le piccole cose che Alice non sopportava dell’ucraina, aspetto fisico a parte. Sembrava una ragazza normale; una brava ragazza perfino. Poi aveva delle uscite così infelici… da farla sembrare una di quelle bamboline bionde e stupide di cui si riempiono le pagine dei rotocalchi scandalistici e s’imbottiscono le barzellette sporche da bar.

«Un professore, forse?» chiese Lena, con tatto.

«Centrata al primo colpo».

«Chi?»

«Adesso sono io che sto parlando troppo!»

«Non mi hai detto un segreto. Ti piacciono gli uomini maturi e ti stai intrullazzando con uno sposato… Non è un segreto. Cioè, non è un segreto da “amica del cuore”».

«Intrallazzando,» la corresse Alice. «Okay, ma promettimi. Anzi, no. Giurami! Giurami che non lo andrai a dire in giro».

«Croce sul cuore», promise Lena. E lo fece sul serio: mosse il pennellino dello smalto davanti a sé, nel vuoto, a formare una croce virtuale sul suo cuore.

Alice si morse le labbra per trattenere una battuta. «D’accordo, lui… lui è il mio professore di glottologia». Lo disse tutto d’un fiato, quasi mangiandosi le parole.

Il viso di Lena si accartocciò come il ghigno schifato di un barboncino nano. «Cos’è? un “professore di glottologia”?»

«Uno che insegna glottologia all’Università, forse?» le fece il verso Alice. Non poté resiste.

«Okay-y, d’accordo. Basta che non te la prendi con me. E… che cos’è la glottologia?» Questa volta fu Lena a fare il verso alla compagna.

«Linguistica. La glottologia è la scienza che studia la grammatica, soprattutto comparando le lingue classiche e confrontandone l’evoluzione storica».

«Wow! Sono sicura che il tuo professore di… glottologia, ti terrà vicina a sé in tutte le sue lezioni».

«Non sa nemmeno che esisto».

«Ma… scusa, non hai detto di esserne innamorata?»

«Ho detto di esserne innamorata, non di esserci andata a letto. Io sono una brava ragazza».

«Se è così,» disse Lena, con una serietà molto ufficiale, «non posso proprio dirti qual è il mio segreto».

«Ah no! Non puoi. Non dopo avermi fatto confessare una cosa del genere. Adesso lo dici. Sei praticamente obbligata».

«Va bene», si arrese facilmente l’ucraina. «Il mio segreto è…»

«Rullo di tamburi».

«… che faccio spettacoli hard a pagamento via webcam!»

«…»

«Ti ho scandalizzata?» chiese con timore la ragazza ucraina.

«In quanti ti seguono?»

Lena si strinse nelle spalle. «Dipende. Un po’. Qualche… centinaio».

«Allora non è un segreto!»

Scoppiarono a ridere assieme.

«Sai,» disse Alice, asciugandosi gli occhi, «sono contenta di questa nostra chiacchierata. Adesso mi stai decisamente più simpatica».

Lena spalancò la bocca in un espressione offesa così marcata e plateale da rasentare la parodia di “un’oca giuliva” hollywoodiana, e contemporaneamente si portò una mano aperta al petto. «OH-MIO-DIO! Prima no?!»

Alice fissò la compagna. «Fino a poco fa sembravi una bambolina carina uscita dalla copertina di un settimanale patinato a cui avessero asportato il lobo frontale», disse con molta, forse troppa franchezza.

«Dovrei sentirmi offesa,» disse Lena, senza sentircisi realmente. «Io non sono stupida. So di non esprimermi bene in italiano, ma non sono stupida».

«Lo so, credimi. È il tuo aspetto che trae in inganno».

«Cos’ha il mio aspetto che non va?»

«È questo il problema: nulla».

«Sai,» disse Lena, prendendola adesso sul personale, «anche tu non sei per niente brutta. E non sei neanche così… “alternativa”, come penso ti faccia piacere immaginare te stessa. Te ne stai sdraiata sul letto, in mutandine rosa e T-shirt di Hello Kitty, giudicando me, ma senza essere poi così diversa da me. Eppure io non ho pensato di te che fossi stupida».

La botta arrivò con tutta la forza con cui doveva arrivare. «Okay, scusami. Lo ammetto, sono piena di pregiudizi. Colpa del mio lato borghese, temo».

Il silenzio e l’imbarazzo si protrassero per qualche secondo.

«Pace?»

«Pace…»

Felice di esserne uscita viva, Alice riprese la disanima dei siti web che offrivano annunci di lavoro. Erano sempre gli stessi e mettevano in mostra annunci che cercavano sempre lo stesso tipo di candidati: laureati, laureati, laureati. Come se la laurea fosse una sorta di certificazione di possedere davvero un cervello dentro il cranio o di essere davvero persone affidabili e serie o di sapere davvero fare il lavoro per cui si è studiato. Conoscendo tutti i laureati che conosceva lei, poteva tranquillamente affermare quanto lontana fosse la realtà rispetto alle aspettative sociali.

«Posso farti una domanda?» Chiese Lena, come nulla fosse, soffiando sulle unghie del piede.

«Dimmi pure».

«Perché prima hai detto che non era “fortuna” l’essere capitate qui insieme?»

«Come si chiama il Collegio lo sai?»

Lena ci pensò un po’ su, poi non poté trattenersi dal spalancare la bocca. «Tu-u?»

«No, non io ovviamente. I miei, mia madre soprattutto».

«Questo palazzo è di proprietà di tua madre?»

«Non proprio. Non è così semplice. Questo dormitorio è una fondazione privata collegata all’Università. Ricevono fondi pubblici ma, sostanzialmente, è gestito da privati. C’è un consiglio di amministrazione e mia madre lo presiede».

«I tuoi devono essere gente davvero importante», disse Lena, sinceramente ammirata.

«In realtà mia madre figura solo. Tipo una prestanome. A gestire tutto è mio padre».

«Me lo fai conoscere?»

«Stupida…»

15 Comments on “Alice

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: