Scrivere è una malattia mentale


Scrivere è una malattia mentale

Guest-Post

Un guest post di Alessandro Liggieri

Salve sono il Dott. Storytelling, laureato in metafisica empirica ad Oxford e mi occupo del recupero di soggetti mentalmente disturbati, con specializzazione in scrittori.

Partiamo da una constatazione di fatto: scrivere è una malattia. Se non ci credete, basta leggere “Frenologia e conformazione del cranio degli scrittori” di Cesare Lombroso.

Questa mia convinzione non è il frutto di un’affermazione campata in aria, ma nasce dall’analisi metodica, scientificissima e quotidiana di un campione di moltimila scrittori. A breve pubblicherò il risultato della ricerca sul prestigioso periodico “Chi”, ma ho deciso di anticipare un breve abstract qui sul blog di Salvatore, che gentilmente ha contribuito a finanziare la mia ricerca, una ricerca scomoda, ma che andava fatta.

Ho rinchiuso degli scrittori in una stanza e in quella accanto ho chiuso dei soggetti affetti da ludopatia, la malattia di bruciare la pensione di povera nonna ai giochi d’azzardo. Ho dotato entrambe i gruppi solamente di una scrivania, una sedia ed un computer ed i risultati sono stati interessanti. Entrambi si dimenticano della realtà che li circondano e passano ore davanti al display, spinti da una coazione a ripetere gli stessi identici gesti in modo compulsivo e senza soluzione di continuità. La cosa ancora più interessante è che, mostrando le due stanze ad osservatori neutrali, nessuno ha saputo indicare con certezza chi fossero gli scrittori e chi i ludopati.

Ipotesi iniziale dimostrata attraverso un semplice sillogismo aristotelico: Tutti i malati di mente ripetono gesti all’interno del proprio mondo, tutti gli scrittori ripetono gesti all’interno del proprio mondo, ergo tutti gli scrittori sono malati di mente. Chiameremo questa malattia con il nome scientifico di “scrittura”.

In alcuni dei soggetti affetti da scrittura, la patologia si manifesta in modo più radicato e violento, in quanto una volta liberati, tendono a gettarsi di propria volontà in una Via Crucis di luoghi particolari e semi deserti, noti con il nome di “case editrici”, che dopo tanto vagare a vuoto li porta a rinchiudersi di nuovo di fronte al computer, per poi riprendere la Via Crucis, in un loop potenzialmente infinito, da far impallidire Sisifo. Quando il soggetto arriva a questo stadio, le probabilità di guarigione decrescono in modo esponenziale. Se invece trattato prima, ci sono buone possibilità di guarigione e descriverò brevemente la terapia da adottare, non prima però di aver tratteggiato brevemente quattro ipotiposi dello scrittore malato di scrittura. Le restanti 567 classificazioni del morbo saranno consultabili nel box sotto l’oroscopo di “Brasco e le stalle”, nel numero di giugno del settimanale “Chi”.

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1. Il minatore del senso

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Definizione

Interrogato sul motivo della propria compulsione alla scrittura, il soggetto affetto da sindrome da “minatore del senso” risponde che lo fa perché cerca la verità, o le parole per dire la verità, o altre amenità del genere. È convinto che al di là dell’apparenza, ci sia sempre ben altro da dire, infatti un paziente del genere viene anche chiamato “benaltrista”.

Sintomatologia

Il SOGGETTO X (lo chiameremo così perché dopo un ciclo di 42 elettroshock è guarito, adesso fa il calzolaio, ma si vergogna dei propri trascorsi) ha fornito risposte particolarmente puntute a riguardo. Per amore neopositivistico di oggettività, riporto lo sbobbinamento di un interrogatorio svoltosi a cavallo del primo elettroshock.

Dott. Storytelling: «Cos’è la scrittura?»

Soggetto X: «La scrittura è una pratica misterica, quasi divinatoria, da oracolo di Delfi, in grado di andare a riattivare e ri-svelare la verità, oscurata e nascosta da un pensiero reificante. Non per niente in greco “verità” si dice aletheia, cioè non nascondimento, svelamento.»

Dott. Storytelling: «E perché gli altri non riescono a vederla questa verità?»

Soggetto X: «Perché va scavata, come in una miniera, fino a trovare la vena buona. Ma poi bisogna saperla dire, trovare le parole giuste e non tutti ce la fanno.»

Dott. Storytelling: «E perché non ce la fanno?»

Soggetto X: «Perché sono barbari. In greco barbaro significa bulbuziente. Balbettano parole sbagliate. Le parole sono importanti.»

Dopo l’elettroshock si è calmato.

Terapia

La cura che sinora si è rilevata più efficace in questi casi è stata quella di trattarlo con i suoi stessi parossismi. Dosi massicce di Heidegger a base di “essere-per-la-morte”, “mondità del mondo” e sentieri interrotti” hanno sortito effetti interessanti. Consiglio però di non esagerare, perché se il soggetto scopre che lo state supercazzolando, non reagirà più alla terapia blanda e sarete costretti all’uso dell’elettrohock.

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2. IL Vendettista

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Definizione

Il vendettista scrive con lo scopo di mostrare a tutti la propria grandezza, che il mondo, chissà perché, si ostina a non riconoscere.

Sintomatologia

Il morbo si manifesta con insofferenza alla realtà e induce il pazienta ad un’attività febbrile di costruzione di una realtà parallela, completamente padroneggiabile, che solitamente colloca in un non-luogo. La sua fobia più grande è quella di poterla raggiungere e quindi rifugge qualsiasi tipo di azione, peggio dei cani idrofobici a contatto con l’acqua.

Fonti attendibili riportano che Thomas Moore, affetto dal morbo in questione, durante la gita del primo maggio, sia riuscito a raggiungere involontariamente Utopia. Una volta messo piede sull’isola pare sia caduto in depressione e abbia urlato: «Cazzo e adesso?”. Altre fonti, meno attendibili a dire il vero, riferiscono che non si sia demoralizzato e abbia aperto un chiosco di granite.

Terapia

Solitamente costringere il vendettista alla lettura di un autore qualsiasi lo riporta alla calma, perché si accorge di essere arrivato tardi e che tutte le idee sono state già raccontate. Anche un volumetto di Topolino di solito va bene.

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3. L’enigmista

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Definizione

Questo tipo di paranoico scrive per il gusto di incastrare gli eventi come in un puzzle o in un mosaico. Altri colleghi infatti definiscono questo tipo di alienato con il termine “mosaiscista”, ma è una mera disputa semantico-accademica sulla quale non mi pare il caso di lungarmi in questa sede.

Sintomatologia

Il morbo si manifesta solitamente come compulsione geometrica a seguire ossessivamente alchemiche teorie narratologiche, che promettono di trasformare il frammentario aggregato esperienziale in coerente sistema assiomatico.

Un gran numero degli enigmisti ha contratto la malattia infettandosi con un giudizio su un proprio scritto da parte di un editor. La causa scatenante è solitamente un cocktail di pareri soggettivi dell’editor, dalla consistenza di una moderata scorreggietta fatta di: «Mancano i piccoli odori, l’urgenza del narrare e la profondità psicologica dei personaggi. Manca la vita.» Da quel momento l’enigmista comincia a coltivare l’ossessiva convinzione che solo con un uso sistematico della quantità verificabile e algebrica si possa evitare la trasparenza e la mancanza di anima narrativa.

Terapia

Costringere l’enigmista alla frequentazione delle parole crociate di Bartezzaghi. Sciarade, rebus, settimane enigmistiche varie, o anche un bel puzzle da millemila pezzi sono una mano santa e lo tranquillizzano, senza dover ricorrere all’uso forzato dell’elettroshock.

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4. Il sarcastico compulsivo

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Definizione

Il sarcastico compulsivo è catalogabile in due sotto generi: 1. l’amaro deluso; 2. il ridente da paresi facciale. Si tratta delle due reazioni possibili, a detta loro, dopo aver guardato in faccia il non-sense dell’esistenza più a lungo di sette minuti e sedici secondi netti, senza indossare occhiali da saldatore. Qualcuno di loro, alla domanda su cosa sia il senso della vita, ha risposto “quarantadue”, altri invece che assomiglia ad un gelato a pedali.

Sintomatologia

Il paziente sarcastico compulsivo ride. Ride sempre. Vede una merda in terra? Ride. Vede un cadavere in decomposizione? Ride ancora di più. Laddove il minatore di senso si perderebbe in una diarrea verbale, il sarcastico compulsivo si trasforma in un sorriso da Buddha delle statuette nei ristoranti cinesi, ma con un accenno di emiparesi facciale.

Terapia

Il sarcastico compulsivo è il più facile di curare: basta fargli vedere una foto di come si è ridotto Woody Allen. In caso non funzionasse, la solita buona dose di elettroshock è garanzia di effetto sedativo assicurato.

Conclusioni

Come accennato all’inizio, le restanti 567 classificazioni del morbo saranno consultabili nel box sotto l’oroscopo di “Brasco e le stalle”, nel numero di giugno del settimanale “Chi”.

Prima lasciarci, non solo ringrazio Salvatore per l’ospitalità offertami, ma colgo l’occasione per trarre una breve conclusione. Cos’hanno in comune tutte queste manifestazioni della malattia? Senza dubbio il voler ostinatamente essere amati. Non saprei dire il motivo, ma sto lavorando ad una macchina a catodi retroilluminanti a bifase polarizzata che sicuramente saprà svelarcelo. Per il momento i soggetti su cui l’ho testata hanno dei problemi a recitare la tabellina del due e a percorrere a piedi un percorso in linea retta di circa un metro, senza l’ausilio di un deambulatore, ma la scienza ha bisogno dei suoi tempi e non dispero sulla messa a punto del macchinario.

Per il momento ho trovato una cura, anche se palliativa. Quando incontrate uno scrittore, è sufficiente carezzarlo in testa e rassicurarlo: «Tranquillo, va tutto bene. Ti vogliamo bene. Non sei sbagliato.»

E adesso perdonatemi, ma devo andare a scrivere.

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L’autore: Dopo la laurea con lode in filosofia estetica, ho mosso i primi passi nel mondo della scrittura attraverso i cartoni animati, in qualità di sceneggiatore e story editor. Tra le tante collaborazioni, mi piace ricordare quelle con Guido ManuliMaurizio Nichetti in Italia e Jeffrey Scott, a livello internazionale. Ho scritto romanzi, film e serie per il cinema e per la televisione, sia per RAI che per Mediaset. Mi potete trovare su: Dott. Storytelling

16 Comments on “Scrivere è una malattia mentale

  1. Buongiorno. Posso passare in studio alle 18, ne avrei urgenza.
    A parte gli scherzi, tornerò con calma per rileggermi meglio il post.
    Siamo tutti da curare, la avverto, Dott. Storytelling. Mi saluti Salvatore, presumo che ora stia sul lettino in analisi.

    P.s. Che ricordo con Maurizio Nichetti, un grande.
    A risentirci.

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  2. Che categoria quella degli scrittori, e che tenerezza sull’ultima frase in chiusura. Quel va tutto bene mette davvero a tacere mille demoni scatenati che si rincorrono e sembra tanto la voce di una mamma.
    Bel guest davvero, ironico e pungente al punto giusto.

    Liked by 1 persona

  3. Beh, adesso sono un po’ confusa. Di sicuro non sono un minatore del senso, dato che mi chiamano Barbara (gli altri mi chiamano, io mica mi chiamo da sola…). Temo invece di essere un sarcastico compulsivo di tipo 2, anche se la paresi facciale potrebbe essere imputabile agli apparecchi ortodontici a cui mi hanno obbligato in gioventù. Insomma, avrei anch’io bisogno di un ciclo di terapia, che da scribacchino a scrittore è un attimo cascarci dentro. Però la devo avvisare… non è che l’ultimo dottore che mi ha seguito se la sia cavata molto bene bene… ha cominciato col prendere appunti di quello che dicevo, poi con la scusa del lavoro ha iniziato a pubblicare su qualche rivista scientifica… e adesso ha scritto un romanzo e mi chiama tutte le mattine per chiedermi consiglio a quale editore inviare il manoscritto.
    E a me vien da ridere.
    Ecco.

    Liked by 2 people

  4. Un “divertissement” grandioso, questo (e molto tra virgolette); una dolce finezza lo pervade. Mannaggia, però, pensavo di identificarmi in maniera centrata in uno degli esemplari qui struggente-mente elencati, e invece … adesso so che non sono uno scrittore, e non che voglia elevarmi ad altro [sia mai! e per tutti i numi].

    La mia stima all’autore, lo ribadisco di cuore (così fa pure rima) che, in punta di penna, ha saputo bruciare per arguzia i più blasonati e sopravvalutati Cre**** … tipo Fr** …

    … detto ciò, prima una cosa divertita, sai: – credo che se nel tuo “scrittòtipo” «Vendettista» alla frase, riporto testualmente: «Cazzo e adesso?” … avessi scritto «Cazzo è, adesso?» …beh, l’impatto comico sarebbe stato ancor più grandioso. Quando si dice gli accenti, h’um? Sai tu, un accento che non c’è nel DNA e ti trovi ornitorinco invece che uomo. La vita.

    Ora, invece, una cosa pseudo seria, di cui mi piacerebbe sondare il parere dell’articolista, ehm: ma seconde Te (scusa se ti do del Te), il fatto che oggi – nella maggioranza oramai dei casi – si scriva da davanti un monitor e grazie a (of course) un computer, cosa psicologicamente (e non solo!) ha cambiato nel mondo della scrittura e dello scrivere’

    (Patologie annesse)

    Grazie ancora per il buon umore che hai instillato in me, cosa non facile eh, ahiò

    Buona vita

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    • Eccomi. Siccome ho tre neuroni i testa, due reggono la corda e il terzo salta (previsto a breve taglio del personale, insegnando a tenersi da solo la corda a quello che salta, ho riflettuto tantissimo, circa 5 minuti e ti rispondo. Innanzitutto credo tu sia sardo, visto il saluto finale, e quest’estate visiteró per la prima volta la tua bella terra. Non c’entra niente, ma fa atmosfera.
      Ultimamente pensavo proprio al rapporto tra scrittura e computer. Sono passato attraverso tutte le fasi. Ho inizato a scrivere la tesi di laurea a mano, poi sono passato alla macchina da scrivere e l’ho finita al computer. Questo dimostra che non solo sono vecchio da far schifo, ma fa sorgere anche una domanda inquietante: ma quanto cavolo ci ho messo a scrivere ‘sta tesi?
      I primi racconti agghiaccianti li ho scritti a macchina e lo scrivere era proprio faticoso, un’attività fisica. Questo significa che, prima di farmi il culo, pigro come sono, ci pensavo due volte a quello che dovevo scrivere. Mi mettevo a battere sui tasti solo quando la frase era ben pensata, il che significava anche scalette molto meditate.
      Il computer invece ha tolto la fatica fisica dello scrivere, poi Siri sul Mac è stata la mazzata finale. Quindi adesso posso anche scrivere senza pensare troppo disciplinatamente, tanto posso correggere, copiare e incollare etc etc. Il che può essere sia un bene che un male, ma c’é anche il rischio della caduta di ogni barriera all’atto narcisistico del vedersi da fuori a battere sui tasti, che fa tanto scrittore.
      È poi ci sono le tentazioni. Il computer è sempre connesso ad Internet… se non è rumore e tentazione questa. Hai tutta la sapienza del mondo a diposizione e alla fine finisci al massimo al titolo e al primo capoverso di un lemma di Wikipedia.
      Sono pigro, l’ho già detto? Per me scrivere è la cosa più faticosa che conosca e ad un pigro dai la possibilità di non lavorare ed è la fine.
      Notifiche, faccialibro, Youtube non sono altro che risvolti musicali dell’accordo di base del “tra un po’inizio”, il cui sottotesto è ” non mi va di fare un c…o.”
      Ok, tutta questa logorrea per dire che forse prima pensavo e poi scrivevo, poi ho iniziato a scrivere e poi a pensare e adesso sono sulla china del “penso di scrivere”.
      Se a questo aggiungi che l’ultimo mio romanzo ha venduto meno delle memorie di Cassano, capisci che la voglia di scrivere tende ad evaporare.
      Ecco.. dovrei fare molti soldi con la scrittura, a quel punto credo che il computer tornerebbe a diventare un mezzo.

      Grazie infinite di aver perso del tempo a leggere i miei deliri.

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      • Grazie a Te, Alessandro … e No – non sono sardo – ma, come hai detto Te, volevo fare atmosfera. Scrivo dal Friuli e non sono friulano [e questo fa meno atmosfera], ma lascia che ti dica serenamente: – hai soddisfatto la mia domanda al 99%; e questo, spero non ti dispiaccia, non ti farà vendere più libri di Cassano (…a dire in che cazzo di mondo viviamo) però, hai il mio rispetto (non so se valga più di quello di un Cassano, ma sono fiducioso (senza essere orgoglioso) …

        … ho gradito i concetti e le tue elucubrazioni e penso che sia come dici Te, sai, ero solo perché non trovavo uno (scusa se ti do dell’uno) che capisse o riflettesse su questa cosuccia. Sulla macchina da scrivere, ho scritto, anni addietro (non sono un giovincello, fanculo la vecchitudine) ma, devo ammetterlo, per questioni – ai tempi – d’ufficio e non c’erto creative [tantomeno letterarie] eh sì, però aveva un suo fascino, pure per questioni d’ufficio, ma debbo riconoscere che se oggi scrivo quello che scrivo è perché esiste il computer (per fortuna scrivo senza ritenermi uno scrittore, e questo fa sì che non mi frustri oltremodo) …

        … insomma, cosa volevo dire?

        Due cose, la prima:

        = soggettiva: e cioè che se non avessi la possibilità di ragionare in tempo reale su di un layout [che monto e rismonto come esigenza mia sinaptica richiede], sarei semplicemente fottuto; è proprio grazie al computer che la mia mente riesce a lavorare su più piani di lavoro diciamo in tempo reale, cosa che non mi sarebbe possibile come tradizione meccanica imponeva. Non solo (e comunque anche per quelle) come e per le motivazioni che hai riportato Te, ma è il monitor a darmi la possibilità di gestire la «forma» insieme alla sostanza, cosa per me vitale (la forma, voglio dire)… ergo, quando invio il mio PDF, ecco che quello sarà il libro! – dalla A alla Zeta (passando per la X e la Y) e non tollererei di non poter essere assoluto padrone e Re incontrastato del mondo che creo, dal minimo accapo all’ultimo font, eccetera eccetera eccetera (ma veramente eccetera) …

        La seconda:

        = oggettiva, e cioè credo che di là della “questione pigrizia” (detta in soldoni) e che comunque è tale e non è una cosa da poco, e hai ben delineato, credo che il Computer, in realtà, oltre ad aver fatto sì che il mercato s’inflazionasse facilmente (sono io stesso colpevole, in questo senso) in realtà sia pure responsabile – con tutte le miglior intenzioni [e si sa cosa lastricano le migliori intenzioni] di un depauperamento dell’impegno creativo. E lo dico proprio, devo dirlo? … ma Sì – oso dirlo [ebbene Sì!] a livello antropologico …

        … dovrebbe far riflettere che certi scrittori e anche di calibro, non riuscirebbero a scrivere al computer, quando la cosa dovrebbe facilitare i loro compiti.

        La domanda è: come cazzzzzzz ha fatto Proust a scrivere in soli 14 ANNI (sembrerebbe un’ironia eh) “Alla ricerca del tempo perduto” (?) ….

        … credo che ai più, servirebbero 14 VITE

        .. beh, mi fermerei qui, non vorrei essere preso per un intellettuale.

        Ringrazio anch’io se sei arrivato sin qui, pure Tu

        Buon proseguimento

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  5. PS – Ho scritto il refuso più cretino della storia dello scrivere – c’erto – !!!! (ma si può?) direi che con questa posso andare a dormire. Posso? C’erto che posso.

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