Un nome che suona come casa

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Arrendersi a se stessi

Salire su quel pullman due giorni fa ad Hank era sembrata la scelta giusta. In quel momento un tour mondiale con Atticus Fetch, calcando i sacri palchi del rock, con accanto la bellissima Faith sembrava l’unica cosa che potesse ancora dare un senso alla sua vita. E poi c’era il musical naturalmente, di cui stava ancora stendendo la sceneggiatura. E senza Faith, la sua sensualissima musa, da quel paroliere cazzone ormai spompato che era farcela non sarebbe stato possibile. Allora perché ogni volta che chiudeva gli occhi, anche se la sua biondissima ragazzona californiana gli si stringeva addosso in un caldo, arrapante abbraccio, sognava ancora lei: Karen?

«Era la decisione giusta». Con uno scatto del braccio Lew Ashby si frustò la spalla con lo straccio, che vi rimase abbarbicato, e si voltò a guardarlo. Il sorriso sardonico, congelato in un ghigno a metà tra il bravo ragazzo e il peggiore dei depravati, lo invitava a confidarsi.

Hank fece finta di niente. Concentrarsi sul bancone da nettàre del Toledos Bar era una scelta decisamente più comoda. La vita di alcune persone scorre liscia, come acqua giù per la gola. Nella sua il Padreterno, o chi per lui, all’acqua aveva invece sostituito il whisky. Preferiva rassettare il bancone, ripulirlo dal vomito, dal liquore rovesciato per sbaglio, riporre i bicchieri ormai vuoti nel lavabo e infine strizzare lo straccio nel secchio fetente lì sotto piuttosto che assumersi la responsabilità delle sue azioni.

Ma Ashby non era tipo da mollare. Quando notava nel suo amico quel particolare solco che gli calava profondo a metà fronte, come un calanco fra gli occhi, lasciava ogni cosa e lo puntava come un bracco. Non poteva farci nulla: era la sindrome del fratello maggiore. E lo accettava quel suo ruolo. Lo aveva sempre accettato. Hank gliene era grato.

«E poi,» insistette, «se tu avessi avuto le palle per farlo e lei avesse detto di sì, cosa avresti fatto?»

Era stato sul punto di chiederglielo sul serio, quella notte. L’occasione c’era stata. Fetch, da quell’esaltato che era, aveva appena unito in matrimonio una coppia di loro amici davanti all’intera arena, e si stava guardando attorno per vedere se gli riusciva di rifarlo. Lui era sul palco per assistere alla funzione e Karen era al suo fianco; così vicina da potersi inebriare del suo profumo. Se avesse allungato la mano, avrebbe potuto sfiorare la sua. Ma qualcosa gliel’aveva impedito. Chi amava davvero? la giovanissima Faith che l’aveva tirato fuori dal baratro della noia restituendogli la sua dignità di scrittore, o la sua donna di sempre: Karen, che gli aveva dato una bellissima figlia? Quella sera non lo sapeva ancora. L’aveva lasciata andare. Non in senso letterale: aveva atteso troppo e il momento era passato. Il rock era tornato a tuonare sul palco e Karen si era allontanata da lui, rifugiandosi dietro le quinte. Il giorno dopo erano partiti per due direzioni opposte: lui in tour con Atticus Fetch; Karen nella loro casa di Long Beach. E una crepa si era aperta nella sua armatura. Era dovuto salire su quel pullman per capirlo, ma adesso non aveva più dubbi.

«L’avrei sposata seduta stante», disse Hank, senza smettere di passare lo straccio sul bancone.

«Certo», concordò Ashby, ma non sembrava convinto. Il suo sguardo divertito e le braccia incrociate sul petto glielo rivelavano. «Poi avreste scopato come ricci per un paio di giorni, tubato come piccioni per una settimana e sareste finiti in qualche centro commerciale. Fine della storia».

«Lo sai,» Hank si voltò a fronteggiarlo, «tu fai dei bei discorsi, ma ero con te quando sei morto ed eri sul punto di farlo: volevi riprovarci con l’amore della tua vita».

«Avrei fatto un tentativo, certo», disse Ashby, stringendosi nelle spalle, «e magari me la sarei portata anche a letto. Ma alla fine devi uscire da quel letto. E sei ancora tu. Tutti i problemi che avevi prima sono ancora lì».

Con Karen c’erano sempre stati dei problemi. Hank non sapeva se per colpa sua, del destino, della vita in generale o del fatto che, per quanto splendida, potesse non essere la donna giusta per lui. Con Faith questi problemi non c’erano. Con lei andava sempre tutto liscio: nessuna fan che lo tentasse più di quanto avrebbe saputo resistere; nessun casino che gli piombasse addosso come un avvoltoio affamato; nessun grillo che saltasse troppo vivacemente nella sua non troppo capiente testa. Faith era più simile a lui di quanto volesse ammettere, ed era più giovane. Molto più giovane. Lei sapeva stuzzicare i suoi demoni, ma anche tenerli a bada quando era opportuno. Ma Karen… Karen era stata al suo fianco fin dall’inizio, e per quante cazzate avesse fatto nei vent’anni di convivenza, gli era sempre stata vicino. Vent’anni turbolenti, ma vissuti con passione. E adesso che la loro bambina era cresciuta e stava per andare via di casa, pronta a spiccare il volo per conto suo, lui che faceva? la lasciava per una più giovane? Per quanto perverso, nemmeno Tolstoj avrebbe potuto immaginare una scena del genere.

«Quindi uno dovrebbe arrendersi?» chiese Hank. La domanda non era rivolta all’amico di sempre. Semplicemente non poteva credere che quello potesse davvero essere l’epilogo della sua storia d’amore con Karen.

«Non si tratta di arrendersi, fratellino. Ma di fare pace finalmente. Ed accettare quel che sei».

Fare pace coi suoi demoni, certo. Arrendersi a se stesso. Accettare di essere quello che era. Scavare nel profondo e tirare fuori il vero Hank. Era questo che doveva fare. Non c’era altra scelta. Ogni volta che la vita lo bastonava tornava lì, al Toledos Bar, e ritrovava l’amico così come lo ricordava.

Ashby era morto proprio il giorno in cui lui, Hank, era riuscito a convincere la ex moglie a dare all’amico un’altra occasione. La sua scomparsa aveva lasciato nel cuore normalmente chiuso di Hank un vuoto difficile da colmare. Quando era morto suo padre, un paio di anni prima, non aveva provato la stessa sensazione. Con Ashby riusciva a confidarsi; anzi, non ce n’era nemmeno bisogno: gli leggeva dentro. Parlare con Ashby, almeno nei suoi sogni, aveva sempre il potere di farlo ragionare.

Il mattino dopo prese l’unica decisione possibile: baciò per l’ultima volta la sua musa in lacrime, strinse la mano esitante di Fetch e nel mezzo del deserto dell’Arizona scese dal pullman per correre da lei: Karen. Karen, un nome che suona come casa, ma più dolce. Karen, l’unica persona la cui scomparsa sarebbe stata in grado di procurargli una ferita come quella aperta da Ashby; l’unica che gli avesse davvero tenuto testa. Karen… la sola e unica Karen.

C’è qualcosa di buono nell’arrendersi.

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Note

Ispirato alla 12° puntata della sesta stagione di Californication

48 Comments on “Un nome che suona come casa

  1. A me piacciono queste atmosfere da racconto della provincia americana 🙂 Te la sei cavate bene, direi.
    Ho trovato solo un po’ confuso il primo paragrafo, un po’ arzigogolato e forse superfluo, ho provato a immaginarmi il racconto senza, facendolo iniziar da «Era la decisione giusta» e mi pare che funzioni lo stesso, forse anche meglio.
    Un’osservazione di poco conto, più un problema mio in realtà, ma se mi chiami due personaggi Faith e Fetch, oltretutto fra i quali è difficile per me, che americano non sono, intuirne il sesso, ecco, mi costringi ad andare avanti e indietro a capire chi è chi 😛

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  2. Ah, una domanda:
    mi si sono formulate in mente due ipotesi sul dialogo con Ashby, che sia un flash back, la più ovvia, o che in realtà sia un dialogo immaginario legato alla nostalgia dell’amico in cui immagina come gliavrebbe risposto.
    Entrambe hanno il loro fascino.

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    • “Ashby era morto proprio il giorno in cui lui, Hank, era riuscito a convincere la ex moglie a dare all’amico un’altra occasione. La sua scomparsa aveva lasciato nel cuore normalmente chiuso di Hank un vuoto difficile da colmare. Quando era morto suo padre, un paio di anni prima, non aveva provato la stessa sensazione. Con Ashby riusciva a confidarsi; anzi, non ce n’era nemmeno bisogno: gli leggeva dentro. Parlare con Ashby, almeno nei suoi sogni, aveva sempre il potere di farlo ragionare”. Questo paragrafo dovrebbe rispondere alla domanda. Se poi non bastasse, ancora più chiaro dovrebbe essere l’incipit dell’ultimo paragrafo: “Il mattino dopo prese l’unica decisione possibile…” 🙂

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  3. La parte romantica di Californication. Bello questo tuo racconto ispirato ad Hank e Karen con finalmente un lieto fine. Quella serie mi faceva soffrire, primo perchè la davano praticamente di notte e se volevo vederla ero costretta a registrarla e poi perchè ogni puntata finiva sempre male con Hank che aveva combinato qualcosa di negativo, spesso suo malgrado, e Karen che si incazzava e lo sbatteva fuori di casa.
    Però poi tornavano sempre insieme in qualche altra puntata. Adoravo quella serie e poi parlava di uno scrittore, che non ho capito quando trovava il tempo per scrivere con tutti i suoi casini sesso, droga e rock and roll…scrivi un seguito?

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    • Anche tu un’appassionata della serie? No, non credo che scriverò altro. Mi era preso il guizzo di farlo giusto per esternare il mio amore per quella fiction, tutto qui.

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  4. Salvatore Anfuso che si dà alla fan-fiction?? Ma dove andremo a finire dico io! 😀
    Non conosco molto Californication, sempre programmata troppo tardi, però il racconto funziona bene anche a sé stante.

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  5. Per comprendere meglio il tuo racconto, non avendo visto la serie, sono andato a cercarmela. Visti i primi due episodi della prima stagione. Le stagioni sono sette. Tu ti sei ispirato a un episodio della sesta, così, facendo i conti con le dita, per mettermi in pari col tuo racconto dovrei vedere almeno altri centodieci episodi. Sappilo: tu sei il male! 😛

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      • Primo impatto: lui solito cliché dello scrittore di gran talento in crisi creativa. Ragazzaccio, irriverente, incapace di sottostare alla minima regola e conquistatore di donne seriale (anche se nei primi due episodi sono più le donne che gliela offrono che lui a rimediarla :D). I cliché a me non danno fastidio se la storia prende. Però nel valutare questo cliché mi son domandato da dove provenga, visto che di norma gli scrittori sono gente solitaria, poco incline al divertimento e al sesso. Cioè, da noi in Italia, oltre a Foscolo e D’Annunzio, non mi pare di vedere altri esempi di scrittori donnaioli. Ma nemmeno fra gli scrittori americani che conosco, ho visto mai il prototipo. Eppure il cliché esiste. Secondo me sono gli scrittori stessi, che quando mettono per protagonista uno della loro specie, anziché delineare la figura dello sfigato insito nella categoria, si dilettano nell’ammantare lo scrittore figo.
        Premesso questo: sì, mi è piaciuta. 😛

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        • Concordo con la tua analisi. E poi, se permetti, gli americani puntano i riflettori sempre e solo sul successo, al di là della categoria presa in considerazione. In questo caso si parla di uno scrittore, ma quanti sono i film che parlano di avvocati, giornalisti, medici e via dicendo, e sempre di successo? Successo in senso lato: nel lavoro e con le donne. E’ proprio la loro fissa.

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                • A me pare una vita tanto tanto triste. Ogni volta che penso a Bukowski mi vengono in mente tre vocaboli: degrado, miseria e alcolismo. Non chiedermi il perché. Chi scrive come lui lo fa perché ha toccato il fondo e poi a scavato ancora un po’.

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                  • Sì, lo penso anch’io. Peò a volte è da queste vite che nasce la grande letteratura (mi verrebbe da aggiungere purtroppo, perchè ci porta, noi lettori, a perdere troppo presto geni come David Foster Wallace)

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                  • Io credo che la vita cominci a essere triste quando si trovano surrogati per ottenere il benessere. Benessere che poi non lo è mai. E mi riferisco all’alcol, al fumo, per non parlare delle droghe. A prescindere dall’essere scrittore, il benessere non può mai provenire dall’esterno, al massimo, se esiste, va ricercato all’interno della persona. Bukowski è il maledetto, il prototipo votato alla perdizione. Infatti in Californication, almeno nelle due puntate, c’è sempre un equilibrio, dove lui eccede senza eccedere. Dove la ex, il rimettersi in gioco agli occhi di lei, è la forza che raddrizza l’andazzo scapestrato.

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                    • Proprio così, ed è per questo che quella serie, pur gradevole da guardare, non può essere un capolavoro. Vedi, uno come Bukowski non può amare una donna come Hank con Karen; Bukowski non ama per primo se stesso, quindi non può amare nessun altro.

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                    • Tra i surrogati di felicità oggi ci aggiungeri i social. Mi aveva impressionato tempo fa la storia di quella donna che poche ore prima di essere assassinata dal marito aveva postato su facebook un selfie di loro due insieme scrivendo “noi due sempre insieme”.

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                    • Ma fra l’altro (mi era già venuto in mente leggendo il racconto), il personaggio di Hank è una citazione? o lo è almeno il nome?

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                    • Cosa intendi per citazione? I personaggi del mio racconto sono presi pari pari dalla fiction televisiva. O forse parlavi del nome: Hank? In quel caso potrei darti ragione, ma bisognerebbe chiederlo agli sceneggiatori.

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                    • Sì, mi riferivo al nome Hank e agli sceneggiatori (onestamente che sia un omaggio mi pare quasi scontato 😛 )

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                    • “Il protagonista delle serie televisiva presenta diverse analogie con il famoso scrittore Charles Bukowski: un assiduo bevitore, amante del sesso compulsivo e delle donne, nonché depresso e talvolta carismatico. Hank Moody condivide inoltre il nome con il suo alter ego letterario e protagonista dei suoi romanzi, Henry Charles “Hank” Chinaski. “
                      da wikipedia

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  6. A me è piaciuto anche senza conoscere la serie e mi guardo bene da una maratona di 110 episodi 🙂 . Devo dire la verità alla prima lettura non studio mai la struttura, i cliché, i punti di vista, i tempi verbali ecc. 😦 , mi immergo solo nella storia, e quell’arrendersi finale dopo aver tentato in tutti i modi di tirarsi dall’altra parte mi è piaciuto, è molto umano. Poi magari quell’episodio, immerso nella serie, significa ben altro, ma incastonato così è bello. Anzi sarebbe da allungare un po’ inserendo più atmosfera “on the road” (penso a certe sequenze cinematografiche alla “Priscilla la regina del deserto”).

    Piuttosto, leggendo i commenti mi è venuto da pensare… ma secondo voi è un bene o un male, per uno scrittore, svelare le proprie fonti di ispirazione?

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    • La serie gioca molto sul tira e molla tra Hank e Karen, per fare in modo che lo spettatore continui a chiedersi: ma alla fine ce la fanno a essere felici? Con questo meccanismo sono riusciti a tirare avanti per sette stagioni… Io quest’esigenza ovviamente non ce l’ho, quindi sono andato al cuore del problema: Hank è innamorato di Karen, che rappresenta una via d’uscita dal suo inferno, ma continua a fuggire da lei. Non sono le perversioni, la smania di successo, o le altre donne a tentarlo. Hank ha semplicemente paura di essere felice. Pensa di non meritarlo. Un po’ mi ci rivedo, ma io non sono né bravo come lui né fortunato ad avere una donna come Karen.

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