La giustizia non è vendetta

La Stampa

Di boss, tribunali e annullamenti

A cavallo tra due ricorrenze – quella dell’assassinio di Giovanni Falcone del 23 maggio scorso (strage di Capaci: 23 maggio 1992) e quella dell’omicidio di Paolo Borsellino che si celebrerà il prossimo 19 luglio (strage di via D’Amelio: 19 luglio 1992) – importanti per un Paese come l’Italia afflitto dal flagello della criminalità organizzata di successo[1], il 5 giugno scorso la prima sezione penale della Cassazione, con sentenza 27766, ha annullato l’ordinanza del tribunale di Bologna che respingeva la richiesta degli avvocati di Totò Riina, boss mafioso del clan dei Corleonesi in carcere da 24 anni, i quali chiedevano la sospensione della pena o, in alternativa, gli arresti domiciliari del boss per motivi di salute.

In un Paese come il nostro, non solo afflitto dalla criminalità organizzata, dalla collusione della politica e dei poteri forti con la mafia, dalla corruzione, dalla scarsa trasparenza – si dice – dell’informazione pubblica, da un bipolarismo sempre più pronunciato a tutti i livelli tra ricchi e poveri, ma soprattutto da altre scarcerazioni eccellenti, per motivi di salute, come quelli di Callisto Tanzi (la quale fu però rigettata dal tribunale di sorveglianza di Bologna), in carcere a seguito del crack Parmalat, e di Sergio Cragnotti, in carcere per il crack della Cirio, al quale in verità il tribunale di Roma ridusse la pena solo leggermente (da nove anni a 8 anni e 8 mesi), la sensazione che l’italiano medio coltiva della giustizia è estremamente negativa, forse più di quanto lo sia realmente.

La decisione della Cassazione di annullare l’ordinanza del tribunale di Bologna non poteva quindi che sollevare un polverone di opinioni contrastanti; soprattutto, sensi di colpa da falsa coscienza, buonismo da radical-qualcosa, isteria collettiva da vittimismo di ingiustizia sociale e, in particolare, bisogno di scaricare le proprie frustrazioni attraverso la nuda e cruda vendetta. Sui giornali, ma ancor di più sui social, in proposito s’è letto di tutto. Ogni opinione pare lecita tranne quella di chi una certa competenza in affari come questi in effetti ce l’ha. Sto parlando della Cassazione, naturalmente, e del tribunale di Bologna. Se quest’ultimo ha ritenuto di respingere la richiesta degli avvocati di Totò Riina perché, secondo loro, le condizioni pur gravi del boss non erano tali da rendere inefficace un intervento in ambiente carcerario; la Cassazione, dopo aver analizzato le motivazioni del tribunale di sorveglianza, ha ritenuto «carenti» e «contraddittorie» alcune sue parti. Tanto è bastato perché si urlasse allo scandalo.

Ciò che ha creato più scalpore nella sensibilissima opinione pubblica è un passaggio di quanto riportato dalla Corte di Cassazione, in cui si ricorda che mantenere in carcere una persona in una condizione di salute precaria, quale che sia stato il suo crimine, e in presenza di un grave decadimento fisico può essere contrario al senso di umanità e di dignità, risolvendosi in una detenzione inumana. La Corte Europea dei diritti dell’uomo, in tal caso, avrebbe qualcosa da oppugnare. Ma accostare la parola dignità a una figura inumana come quella del padrino dei Corleonesi, i più sanguinari tra i mafiosi, in Italia non può che suscitare inevitabili digrignamenti. È forse stata dignitosa la morte dei giudici Falcone e Borsellino, comandata proprio da quel corleonese d’un Totò Riina? C’è forse dignità nell’omicidio di tanti innocenti, trovatisi per caso nel posto sbagliato al momento sbagliato, vittime della mafia? Che dignità c’è nella morte di una persona che viene disciolta nell’acido? o agglutinata nel pilastro di uno dei tanti inutili mostri di cemento del meridione? E nella vita di un genitore che sopravvive a un figlio fucilato per strada da ignoti a cavalcioni di un motorino? Era opportuna la parola DI-GNI-TÀ?

Io per fortuna non ho mai dovuto riconoscere un caro “estinto” da un brandello di stoffa trovato sul luogo di una strage; non ho mai subito la perdita di un familiare per colpa della mafia né ho mai dovuto denunciare la scomparsa di un figlio, un padre, un marito o uno zio in rapporti d’affari con Cosa Nostra. Non ho idea di cosa queste persone possano aver provato leggendo in una mattina di quasi estate come tante altre una notizia del genere. Di certo nulla di buono. Se provo a immedesimarmi, non posso che augurare ai carnefici almeno lo stesso male, le stesse sofferenze causate alle vittime. Di più forse, perché innocenti loro, i Totò Riina, non lo sono stati mai, nemmeno da piccoli. Si può perfino arrivare a dubitare che un uomo così sia nato per parto da un ventre materno. Si può definire “uomo” un assassino come lui? È un Uomo questo? Certamente no, non lo è.

Tuttavia, benché oggi si dubiti sempre di più e con qualche ragione che quella parola incisa sugli scranni dei tribunali – giustizia – sia davvero uguale per tutti, è altro modo indubbio che la vendetta non lo sia: non è giustizia. La vendetta è un sentimento bieco che certamente fa bene all’animo, perché cancella un ingiustizia con la sua stessa medicina, ma non rende chi la infligge migliore di chi la merita. E per quanto possa sembrare banale e conformista, di un conformismo per di più di sinistra in cui da liberista proprio non mi riconosco, se si parla di giustizia non si parla di vendetta, e viceversa. In questo Paese la pena di morte non esiste. La pena di morte in Italia è dispensata solo dal Padreterno, e colpisce tutti equamente: colpevoli e innocenti.

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Note

[1] Perché è indubbio che la criminalità organizzata, che si chiami Mafia, Camorra o ‘ndrangheta, in Italia abbia avuto successo; sia cioè riuscita a “fatturare” miliardi con l’illecito, a scardinare ogni concorrenza, a eliminare (in senso letterale) ostacoli pericolosi, a infiltrarsi nelle pieghe del potere politico e giudiziario: se la criminalità organizzata fosse un’impresa, in Italia potremmo tranquillamente definirla “impresa di successo”.

 

39 Comments on “La giustizia non è vendetta

  1. Purtroppo, nonostante sia una persona tollerante e mi definisca aperta di mente, per me la giustizia resta, nella mia utopistica visione, super partes. Niente politica di mezzo, niente religione.
    Chi fa del male non ha diritti se non i minimi per sopravvivere ed espiare , nella speranza patisca e non gioisca.
    Chiunque voglia fare del buonismo credo debba per una sola ora indossare i panni di un parente di una vittima ingiustamente seviziata.
    Niente polemiche a questo punto ma davvero chi dice che concedere dignità a certi abominevoli esseri mi crea forti nausee.

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  2. Salvatore, non so come commentare. Temo siano parole al vento, giusto ieri legevo un commento ad un articolo che diceva che la giustizia deve essere vendetta e sono rimasto sconcertato, nel paese di Beccaria.
    Con la vendetta diventiamo esattamente com i mafiosi che la applicano nella loro idea di giustizia, o no?
    Davvero, non so cosa commentare, mi limito a citare il terzo comma dell’articolo 27 della costituzione:
    “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.”

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    • Non credo che Totò Riina possa mai essere rieducato, ma almeno possiamo tentare di non abbruttirci noi. Lo dico ben cosciente di quanto in alcuni casi la pura e semplice vendetta sia liberatoria.

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      • È un falso problema, oggi nelle carceri, in molte carceri ( a genova c’è), ci sono i centri clinici, può benissimo essere curato e assistito e accompagnato al suo destino anche lì, ci sono medici, infermieri e tutto il circo sanitario. Nell’immaginario comune si pensa a una cella buia e infestata da topi, non è così. Quindi? Tanto clamore per nulla. Ha commesso e commisionato migliaia di omicidi, stragi, anche di bambini. Non gli abbiamo tolto la vita come ha fatto lui a tanti, già questo è segno di differenza. Può benissimo concludere il suo percorso lontano dal consesso sociale, con tutte le cure del caso. Tutte queste levate di scudi non le vedo nei confronti di persone che scontano condanne pesanti di 6-7 anni per reati irrisori, e magari sono diabetici, o hanno altri problemi di salute, per queste persone, povere e che non hanno grandi avvocati, per loro sì che c’è la pena aggiuntiva data dall’indifferenza umana.
        Io non so quanti di coloro che chiacchierano basano il loro giudizio sul sentito dire o hanno mai visto un carcere, davvero intendo. A Marassi c’è la quinta sezione (tutti mafiosi, ‘ndranghetisti, camorristi) lì stanno mooolto meglio dei detenuti comuni, ve lo assicuro, perchè hanno avvocati milionari che sono pronti a far casino se non vengono accuditi e coccolati come bamboline.

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        • Credo che il polverone sia tutto nel nome e nell’abilità dei giornali di “manipolare” le notizie per vendere di più. Chissà quante volte sarà successo che ad altri ergastolani meno famosi siano stati concessi gli arresti domiciliari in ospedale per ragioni di saluto senza che nessuno se ne sia accorto.

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          • Esattamente Davide, come è avvenuto, e avviene il contrario. Come dicevo qui sopra, di poveracci che vivono la detenzione con l’aggiunta di pene acessorie assolutamente incivili. C’è questo immaginario pilotato dallla cinematografia o chissà da cos’altro per cui si pensa “all’infermeria del carcere” come unico sostentamento e cura. Ebbene, noi poveri cialtroni, italioti senza arte ne parte, anche in questo caso diamo prova di civiltà: da qualche anno le ASL sono entrate in molte carceri, creando e gestendo la sanità al posto del Ministero di Grazia e Giustizia e le sue famigerate infermierie, portando il concetto di ospedalizzazione in quei luoghi che prima erano “terra di nessuno” (mi ripugna che sia associata la mia professione a quei luoghi definiti infermerie). Sono nati centri clinici ( a Marassi è composto di tre piani con decine e decine di letti). C’è modo di curare i detenuti se si vuole, non contiamo che grazie ai centri clinici in appalto alle asl medici ospedalieri specialisti tutti i giorni si recano a offrire le loro consulenze. A spizzichi e bocconi, perché il processo per migliorare è ancora in atto, bene o male, una risposta di parte delle istituzioni c’è. Ovvio che poi alla cronaca risaltano soltanto i casi in negativo no? Siamo Italiani, quelli che si facevano da soli le barzellette sui carrarmati con una marcia avanti e quattro di retromarcia.
            Clamore, clamore e clamore. Per chi? Per Riina, mavaffanculo. La buona morte? Ma sì, certo, allora parliamo di quelli che se ne devono andare in svizzera per morire con dignità. Le cure e la dignità? Ma lo sanno i critici da web che nella mia regione stanno chiudendo e demansionando interi ospedali sotto gli occhi di tutti? Che tra pochi anni se non sarai più che benestante non riuscirai più a curarti? Dignità? Umanità? Tutte cose sacrosante. penso all’anziano costretto in barella per dieci ore perché non c’è un posto letto, altro che cazzi. Tutti pronti a soffiare aria su bandiere di cui non frega un cazzo a nessuno, perché di fatto è così. Ci sono drammi umani che si perpetuano ogni singolo giorno che il padreterno manda in terra. Ma io non vedo ogni singolo giorno la vibrante protesta e la rivendicazione di diritti inalienabili. Riina è importante, lo ammetto, è il paradigma della nostra ipocrisia.

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        • Sicuramente hai ragione, Massimiliano, ma il focus del mio articolo non tira in ballo questo argomento ma altri due: intanto le titolazioni dei giornali che fanno intendere una cosa diversa da quella che è realmente accaduta; poi il fatto che la giustizia non debba essere una vendetta.

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          • Sì, hai ragione Salvatore. Mi son fatto prendere dalla foga.
            Io sono per la legalità. Mi spiego pronunciando quella che può apparire una bestemmia. Ti prego di seguire il mio ragionamento.
            La giustizia, ambita, desiderata, auspicata, è un concetto che racchiude una componente che attiene alla morale. Giusto e ingiusto sono definizioni di un valore assoluto che purtroppo, sottolineo purtroppo, soffre delle intrpretazioni dell’uomo in base alla cultura, ai tempi, La giustizia prevede la maturità di un popolo. per evitare interpretazioni, manipolazioni, suggestioni, ci siamo dati la legge. La legge, come ben sappiamo, pur tentando di ammantarsi di giustizia, non è la stessa cosa. Ora, se lo stato di diritto prevede premi e pene, ci dobbiamo attenere. Punto e basta. Senza dietrologie, in modo asettico, senza emozioni. La legge dello Stato non prevede la vendetta, non deve prevedere la vendetta. Può prevederla però il personalissimo senso di giustizia dei singoli e delle comunità tutte. Tu togli una vita io tolgo la vita a te. Anche io mi ritrovo a immaginare le legge del taglione in relazione ad abomini come la pedofilia. Lo Stato non può prevedere tutte le variabili date dai particolarissimi sensi di giustizia. La giustizia come valore assoluto è troppo sfacettato, e come concetto vittima dei tempi e delle modificazioni culturali. Si deve applicare la legge, la vendetta è delle singole anime dolenti. Non può appartenere allo Stato. Ergastolo? Bene. Ergastolo sia. Con tutti i crismi atti a isolare persone indegne di appartenere al consesso civile, con tutte le tutele inerenti alla salvaguardia e alla cura. Non possiamo spaventarci se una bestia come Riina ora ha la bua. Lo si cura, lo si protegge dal dolore e dalle intemperie, lo si alimenta, ma fuori dai coglioni. Perché la società civile ha deciso e sancito che simili esseri debbano essere allontanati. Non è vendetta, non deve essere vendetta.

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            • Naturalmente in questo articolo si fa riferimento alla giustizia statale e non al senso di giustizia del singolo cittadino. Se secondo la legge, ma in realtà non è nemmeno di questo che stiamo discutendo, non ci sono più i presupposti per mantenere in carcere un super boss come Totò Riina, allora lo si dovrà rilasciare. Il pericolo è quello di incorrere in un’ulteriore beffa: una multa dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo. Questo sì, che mi sembrerebbe ingiusto.

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              • Ci vuole nerbo e ci vogliono palle oltre che schiena dritta. Ora, la Svezia ha condannato a 25 anni quello che ha massacrato più di ottanta ragazzi, ti ricordi? Io trovo la cosa assurda, a uno così avrei destinato una palla di piombo sulla nuca, però loro, gli Svedesi, hanno avuto il coraggio morale di darsi quel tipo di legge. Li rispetto, dobbiamo rispettarli pur non essendo concordi. Noi abbiamo stabilito delle leggi ma ci caghiamo addosso nel doverle applicare se qualcuno punta il dito. Vergogna. Quindi siamo nella confusione, la legge viene interpretata, adattata, manipolata. Su questo dovrebbe cadere il focus. Sulla nostra incapacità di essere retti, lineari.

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                • Non so se sia così, nel senso che rientra nella nostra legge evitare una detenzione inumana. Ora, quali siano i parametri per definire “inumana” una detenzione io non lo so: è materia per specialisti. Ma è indubbio che questo parametro esiste e se lo si centra va rispettato. Naturalmente nessuno ha detto che Totò Riina debba essere scarcerato. Questo tema in realtà non è stato nemmeno sfiorato, se non dagli organi giornalistici che l’hanno fatto intendere.

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                  • Giusto, allora dei giornalisti onesti, perché hanno potere, potrebbero cogliere questa occasione affinchè venga dibattuta la condizione disumana in cui versano migliaia di detenuti senza nome. Chiedere a gran voce che vengano aperti centri clinici veri e moderni in tutte le carceri.
                    Questo se vogliamo comportarci da personcine per bene.

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            • Tra l’altro la legge del taglion è proprio alla base della cultura mafiosa.
              Penso che si dovrebbe tornare a insegnare educazione civica a scuola. Ai miei tempi qualcosa, poco, si faceva. Oggi ho la sensazione che la gente neanche conosca le basi del diritto e del vivere civile.

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              • Concordo. C’è troppo livore, troppa esigenza di scaricare frustrazioni accumulate per i motivi più vari alla prima opportunità. Ho l’impressione che il nostro Paese si trovi sulla soglia di una psicosi collettiva, quella di una folla rumoreggiante pronta a scatenare la violenza al minimo segnale vero o fittizio che sia.

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                • Quello che, malamente, sostengo. Su più fronti valanghe di luoghi comuni. Quella che ho dato sui centri clinici in molte carceri non è forse una notizia? Eppure nessuno ne parla. È solo un piccolo esempio di come l’informazione sia funzionale a interessi che non sono i nostri.

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  3. Sono pienamente d’accordo. Del resto, e so di essere in assoluta minoranza nel pensarla così, per me vanno giudicate esclusivamente le azioni, non le persone.
    La giustizia dovrebbe avere proprio questo compito: erigersi al di sopra non solo delle parti, ma anche delle emozioni e tentare, ove possibile, di mediare per il bene comune.
    La vendetta non ha nulla a che vedere con la giustizia. Se esiste un qualsiasi dio, sarà poi lui a decidere se punire o se perdonare, l’uomo non ha le capacità né le possibilità di farlo nei confronti di un suo simile. A noi tocca solo provare a convivere il più pacificamente possibile ed è con questo fine che è nata la giustizia.

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  4. Se parliamo di giustizia è giusto che resti in carcere fino alla fine, può morire dignitosamente nell’infermeria del carcere. Non è vendetta, è il rispetto di una sentenza, non ha avuto 19 ergastoli? Che ne faccia almeno uno.

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    • Ma infatti la Corte di Cassazione non ha ordinato la sua liberazione, si è solo limitata a dire che le motivazioni addotte dal tribunale di Bologna erano in alcune parti carenti e contraddittorie. SI è poi limitata a far notare che una detenzione inumana andrebbe contro i diritti dell’uomo e in tal caso la Corte Europea dei diritti umani potrebbe multarci. Tanto è bastato perché i giornali titolassero come hanno fatto. Naturalmente le regole ce le facciamo noi e, si presume, che proprio per questo dovremmo almeno rispettarle.

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  5. Sono d’accordo col tuo ragionamento, non capisco, però, se il punto sono le condizioni di salute, perché non possa essere trasferito in ospedale, magari allentando l’isolamento. Non vorrei che i domiciliari si trasformassero in una sorta di “ritorno dell’eroe” percepito come una vittoria da i tanti cittadini italiani che ancora considerano lo stato come il loro nemico.

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    • Fondamentalmente il punto è che la cassazione non ha detto che debba essere scarcerato o messo agli arresti domiciliare, ma che le motivazioni del tribunale di Bologna per respingere la richiesta sono carenti. Ovvio che l’avvocato fa gli nterssi del suo assistito.

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    • Il punto è la titolazione dei giornali, dai quali sembra che la Corte di Cassazione abbia suggerito o comandato la scarcerazione del boss perché “perfino uno come lui ha diritto a una morte dignitosa”. Ma le cose non stanno così, perché la Cassazione si è limitata a respingere il rifiuto del tribunale di Bologna perché le motivazioni addotte da questo sono sembrate carenti.

      Il focus del mio articolo invece tira in ballo la vendetta: la giustizia deve essere una vendetta?

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  6. Infatti, fuori da ogni animosità, la questione è squisitamente tecnica: per me, un capo-mafia capace di intendere e di volere, e quindi di dare ordini a un sottoposto – il che si può fare da dentro un carcere e, a maggior ragione, da casa propria – rimarrebbe pericoloso anche avendo tutte le ossa rotte. Penso che questo sia il discrimine: Riina potrebbe essere messo ai domiciliari solo se fosse dimostrata inequivocabilmente una sua incapacità di intendere e di volere. Fino ad allora, considerando che ha diritto all’assistenza medica, la sua detenzione rimane necessaria.

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      • A livello di tribunali sì: la Cassazione ha chiesto ai giudici di Bologna di spiegare in maniera chiara e convincente le ragioni di continuare la detenzione; penso che se fossi un giudice di quelli scriverei alla Cassazione una cosa del genere. Tutto il resto è un coacervo di opinioni più o meno condivisibili, più o meno esasperate dai giornali o dalla televisione o dalle emozioni del momento; nulla, però, che serva a decidere che cosa fare di quest’uomo, che tra l’altro non spetta a noi. Penso che la certezza del diritto sia la base di uno Stato civile: posto questo, il problema rimane se la pena detentiva sia o meno giustificata di fronte alle condizioni di salute di Riina; e secondo il diritto, è lecito proseguirla per un uomo in quello stato, solo dimostrando che fuori dal carcere possa nuocere ancora.

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    • «Il primo passo, che è il più facile, è ammettere che il desiderio di vendetta fa parte della natura umana. È un fenomeno ampiamente documentato, nella nostra specie e negli altri primati: quando qualcuno ci fa un torto, desideriamo restituirglielo, e non è un caso che alcune delle più belle tragedie shakespeariane ruotino attorno al tema della vendetta. Questo non significa che dobbiamo cedere a quest’impulso. Al contrario, dobbiamo accettare il nostro desiderio di vendetta proprio per non lasciare che governi le nostre azioni», dice l’articolista. Nel mio post ho dato infatti ampia parte al sentimento di vendetta. C’è da dire che nella sua lunga storia evolutiva, ben argomentata dal collega, la giustizia si è allontanata dall’essere strumento di vendetta. Infatti la pena inferta a un criminale non è mai proporzionata al male che questo a inflitto alle sue vittime. Questa cosa qui dà parecchio fastidio ad alcuni, i quali perseguirebbero molto più volentieri una strada di equità: su una scala da 1 a 100 tu mi hai danneggiato 80 e io ti restituisco 80! Ma non può essere così nemmeno se fosse ancora in vigore la legge del taglione. Facciamo un esempio: mettiamo le mani su un criminale di guerra che ha sterminato mille persone innocenti; diamo a questo un valore 100 e facciamoci la domanda: se volessi restituirgli la stessa identica quantità di male, come potrei fare? Beh, a meno che non si scopra la resurrezione a comando, non si può.

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  7. La giustizia non appartiene a questo mondo. Non esiste. E’ solo una finzione che diciamo di applicare alle nostre relazioni umane. una finzione che giorno dopo giorno soccombe davanti all’ingiustizia, quella si tipicamente umana. il mondo “giusto” sta crollando. la sanità di oggi è giusta? l’istruzione di oggi è giusta? l’informazione? il lavoro? Allora, forse, dire: deve restare in carcere per vendetta non è più sbagliato di difendere una giustizia che non esiste.
    chi è morto per la “giustizia”, Falcone, Borsellino, le scorte…, è morto per un’idea che tutti i giorni viene sbeffeggiata dalla realtà.
    Le mafie hanno perso?

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    • Le mafie hanno vinto, caro Enrico. Su questo non ci sono dubbi. Tuttavia il livore non cambia le cose. Cos’è che le può cambiare allora? Il comportamento privato di ciascuno di noi. Disubbidire a quel modo italiota di fare le cose secondo il quale siamo tutti pronti a puntare il dito e a urlare allo scandalo quando si tratta degli altri per poi, nel proprio piccolo, altrettanto pronti ad approfittare di qualsiasi vantaggio ci viene presentato, perfino illecito. Se si vuole cambiare le cose, dobbiamo cambiare noi.

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