Il manoscritto nel cassetto fa la muffa


Il manoscritto nel cassetto fa la muffa

muffa

… quando finire un libro non è facile come cominciarlo

Ci siamo passati tutti. A tutti è capitato di riporre il proprio manoscritto in un cassetto. Non è per farlo stagionare che lo piazziamo lì. Non è neanche per attendere un riscontro da un editore. È per dimenticarlo. Lo vogliamo dimenticare perché non riusciamo a terminarlo. Questo è un dato di fatto, quanti di voi non trovano riscontro in queste parole posso tranquillamente smettere di leggere adesso. Per tutti gli altri invece c’è una domanda a cui dare una risposta: perché?

Come iniziamo non è come finiamo

“Io sono io, diamine!” È questa la spinta con cui iniziamo a scrivere ogni manoscritto. Si chiama: ego. L’ego è quel fuoco nel petto, all’altezza del cuore, che sussurra parole dolci alle nostre orecchie. Non so cosa dica alle vostre, alle mie dice: “Questa è una dannatissima idea geniale! Solo tu puoi scriverla nel modo giusto. Ci sono forse altri che sanno scrivere bene quanto te?”.

Ok, lo ammetto, ho un ego sproporzionato. Alla fine del post ne distribuisco tocchetti omaggio a chiunque ritenga di averne bisogno. Ma se siete aspiranti scribacchini come lo sono io, be’, allora non mentite: avete un ego sproporzionato anche voi. È un male?

Benché le motivazioni per iniziare non siano sempre quelle corrette, o le più oneste, c’è di buono che danno una gran spinta. Io le prime trenta pagine le brucio. Nel senso che le scrivo tanto velocemente da vedere le fiamme levarsi. Poi il fuoco si trasforma in brace e la brace, prima o poi, si spegne.

Il segreto di un buon barbecue

Il segreto di un buon barbecue non è la fiammata iniziale, quella che vi serve ad accendere il fuoco, ma la brace. La brace deve essere calda, ma non eccessivamente. Soprattutto, deve durare a lungo. Più a lungo dura la brace, più carne riuscite a cucinare. È un dato di fatto.

Come fare a tenerla calda e costante per un tempo lungo? Se lo sapessi avrei forse scritto questo post? No. Starei scrivendo il mio ottavo libro invece. Ottavo, sì. Perché tanti sono i manoscritti che ho iniziato e mai concluso. Sono tutti finiti in quel cassetto che inizia a essere affollato. Soprattutto, io comincio a essere stufo.

Ho conosciuto un uomo un giorno. Lavora in Ferrari e scrive da Dio. Ormai ha una certa età, ma a suo tempo ha tentato anche lui. Ha vinto pure un concorso, uno di quelli importanti, patrocinato da Stefano Benni. Io ho letto qualche suo racconto. Lasciano a bocca aperta. Nonostante questo, non lo troverete in libreria. Perché? Perché comincia ma non finisce alcun romanzo. Viene quasi da pensare che sia un male comune.

Mal comune non fa mezzo gaudio

Ci passiamo tutti. Alcuni non riusciranno mai a superare questo impasse. Dovrei sentirmi meglio per questo? Non vi sentite a posto con la vostra coscienza se guardandovi attorno ne vedete molti come voi? Io no. Mi fa solo più male. Soprattutto mi viene da chiedermi: perché?

Ho chiesto in giro. Ho coinvolto altri aspiranti scrittori. Perfino qualcuno che uno o due libri li ha scritti davvero. Le risposte, però, non sono arrivate. Qualcuno, i più tecnici o quelli fissati con la disciplina, mi ha suggerito di cambiare tecnica. Di fare una scaletta. Di preparare tutto prima, in modo tale che quando si inizia a scrivere devi fare solo quello. Risultati? Sempre gli stessi.

Qualcun altro ha detto che l’idea che sta alla base non è buona. Oppure che non sono pronto a scrivere un libro. O, ancora, che l’ispirazione non va cercata; se impieghi dieci anni a scrivere un libro non c’è nulla di male. Anzi, è addirittura meglio. Sapete cosa penso di tutte queste chiacchiere? Sì, lo sapete, ma lo dico lo stesso: tutte cavolate!

Non è il metodo a fare un libro

Conoscete forse qualche scrittore, tra quelli famosi, che usa la stessa identica tecnica di qualcun altro? Io no. Lasciate perdere quello che scrivono nei loro manuali. Servono solo a vendere libri e a gonfiare miti. Non importa il metodo. Nessuno usa lo stesso. Preferite scrivere la notte e dormire di giorno? Bevete il latte prima di cominciare a scrivere? Fate venti flessioni a ogni capoverso? Perché queste cose dovrebbero incidere sul riuscire a concludere un progetto?

Forse c’è un metodo che può indicarvi come scrivere un incipit da urlo. Forse. Non credo però che esista alcuna tecnica che vi possa aiutare a tenere accesa la brace. Vi svelo un segreto: la brace brucia se lo desiderate. Ci state credendo davvero in quel dannato manoscritto? Perché avete iniziato a scriverlo? Per farvi dire bravo? Anche fosse, è un’ottima motivazione, ma dovete crederci. Smettete quindi di ascoltare tutti quelli che vi dicono (o scrivono) che l’editoria fa schifo, o che gli italiani non leggono, o che il talento in Italia non è premiato. Questi non sono problemi vostri. Non ora, almeno.

Iniziate invece ad ascoltare chi vi dice: scrivi bene, dovresti continuare. Oppure, credici perché solo così si realizzano i sogni. Credere nei sogni li fa realizzare! Ascoltate un idiota. E lasciate perdere i geni. I guru. Quelli che sanno tutto, ma non combinano mai nulla.

La domanda è perché

Resta una domanda a cui dare una risposta: perché? Perché non ci riuscite? Perché la brace si spegne? Perché non finite quello che iniziate? La risposta è: perché avete paura! Paura, sì. Vi sembra banale?

Una volta ho fatto un corso da venditore. Sì, sono un venditore. Uno di quelli che potreste trovare sul vostro pianerottolo a vendervi enciclopedie. Solo che io sono bravo e vendo sogni. Perché ogni oggetto, ogni progetto, ogni servizio, è un sogno. La soddisfazione di una necessità tanto desiderata. In quel corso dicevano che la motivazione principale per cui un venditore non vende è la paura di avere successo.

Lo desiderate, ma allo stesso tempo lo temete. Quindi: avete paura. Non ci sono scappatoie. Il motivo è tutto qui. Altrimenti davvero non riuscireste a finire un libro? Quante parole avete scritto nella vostra vita? E quante ne avete lette? A sufficienza per scriverne decine di libri, ne sono sicuro. Non è la stessa cosa, certo, ma alla fine non è neanche tanto diverso. Se non concludete non è per mancanza di idee, altrimenti non iniziereste nemmeno. Non è perché non sapete scrivere, questo non è un problema vostro, ma del lettore. Non è neanche perché non avete tempo, avete il tempo di leggere questo post ad esempio. Allora usatelo meglio e scrivete.

Il motivo è solo la paura. La paura di avere successo. A causa di questa paura, rinunciate in partenza. Certo, la spinta è talmente forte da farvi cominciare, ma poi la paura vi ferma la mano. Smettete di avere paura allora. Smettete di preoccuparvene. L’unica cosa che conta è la storia che avete in mente e il piacere che provate a scriverla. Tutto il resto, non conta un (*censurato*)!

Perché la paura non fa paura

Non è della paura di avere successo che avete paura? E allora di cosa? Cosa ferma la vostra mano? Cosa vi impedisce di terminare quello che cominciate? Ditemelo voi, io ancora non l’ho capito.

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Questo articolo è un guest post apparso originariamente sul blog Pennablu! il 25 agosto 2014. Rileggerlo mi ha fatto impressione, per due motivi: il primo è che è scritto in modo osceno, e questo mi fa riflettere su quanta strada abbia fatto nel frattempo; il secondo è che a distanza di quasi tre anni non è ancora cambiato nulla. Lascio a voi ogni speculazione in merito.

70 Comments on “Il manoscritto nel cassetto fa la muffa

  1. Semplice. Perché tutto è a suo tempo, anche se ci vorranno anni. La patente la prendi da diciotto anni compiuti in poi, ma probabilmente fremi da tre anni prima perché hai amici che ce l’hanno, ma tu hai già “smanovrato” di nascosto con la macchina. Non potresti farlo, ci vuole maturità e aver studiato la teoria, barrato caselle di quiz infiniti e non solo, dovrai superare, oltre la teoria, pure la pratica, con l’istruttore.
    Non si guida senza patente, o almeno non dovresti farlo, saresti pericoloso. Non sei pratico.
    Lo capirai da solo il momento.
    Non so se rende l’idea il paragone con la patente di scuola guida.
    Bell’articolo.

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  2. Io ho risolto eliminando i cassetti 😛
    Penso però che scrivere un romanzo non sia da tutti, qualcuno magari è uno scrittore di racconti e forse dovrebbe accettarlo (ok, ok, i racconti non si vendono ecc. ecc.).
    Scrivere un romanzo richiede una notevole capacità sulle lunghe distanze, non tutti sono preparati. Chiunque può correre i 100 metri, magari ci mterà due minuti invece che 10 secondi, ma chiunque può arrivare al traguardo. Una maratona no.

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    • Vero. Scrivere un romanzo non è per tutti, ma anche al contrario coi racconti. Non tutti sanno scriverli. La sintesi del racconto non è facile da gestire, soprattutto se hai un limite da rispettare. È pur vero che un romanzo ha tutt’altro lavoro e gestione. Scrivere non è per tutti. Direi di chiudere i cassetti a quattro mandate in modo da doverlo quasi abbattere per tirar fuori il romanzo che è stato scritto. Passa la voglia di diffonderlo. 😀

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      • Come correre i 100 metri in meno di 10 secondi 😛 Io non ho detto che sia più facile, ho detto che chiunque può scrivere un pessimo racconto di due cartelle, mentre non tutti sono in grado di scrivee le 150 cartele di un pessimo romanzo.

        Comunque quello che volevo dire è che ci sono scrittor di racconti che si ostinano a scrivere romanzi (probabilmente anche viceversa) e che forse potrebbero ottenere di più se si rendessero conto che sono scrittori di racconti. 😉

        P.S. Nessun riferimento ai presenti (escluso il presente per quanto riguarda i pessimi rcconti che un giorno o l’altro ti invierò 😀 ) sono solo considerazioni generali.

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        • Ti sei salvato, lo sai? 😛
          Magari fossero sempre buoni i racconti, ne sforniamo anche di pessimi.
          Il romanzo l’è dura. Tra anni e anni o mai. Valutiamo prima di far danni. 😀

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          • Non è però solo una questione di abilità tecniche, ma soprattutto una questione di costanza. Io ad esempio non onomai stato portato per le gare di resistenza (eppure una volta ne ho anche vinta una 😀 ma per demeriti degli avversari più che pe meriti miei)

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            • Lunghissimi.
              Non guardare ora che ho il fiatone e il fisico l’ho lasciato alla linea di partenza. Da giovane alle gare di educazione fisica arrivavo prima o tra i primi. Ma con lo scritto…è una gara da olimpiade.

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        • Che poi una già scrive con una tastiera tedesca configurata in italiano, e non c’è il tasto delle maiuscole accentate se poi mette pure gli 0 al posto degli apostrofi… 😛

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        • Uhm… secondo me no. Perché la maratona e i 100 metri richiedono comunque una preparazione fisica identica dell’atleta. Non è che chi corre la maratona si è allena di più.
          Io ho scritto racconti e romanzi. Sono agli inizi lo so, e la mia esperienza è limitata.
          Però se oggettivamente guardiamo al racconto e al romanzo, entrambi posseggono limiti e potenzialità.
          In un racconto è essenziale la sintesi. Focalizzare bene il conflitto sin da subito. Rendere i personaggi senza tergiversare.
          Ma proprio per l’articolo del post, il romanzo pone una posta in gioco di gran lunga superiore.
          Per scrivere un racconto puoi impiegare un giorno. Per scrivere un romanzo mesi o anni. La proporzione dell’investimento in termine di vita dell’autore è sproporzionato.
          Se il racconto non piace, ahimé, si accantona con un sospiro malinconico. Se un romanzo non piace dopo averci investito anni di vita, un colpo di pistola alla tempia è un opzione fattibile.
          A prescindere dalla difficoltà tecnica di un racconto, un romanzo deve tenere in gioco una serie infinita di elementi. Trama principale, sottotrame, conflitti portanti, conflitti minori, ritmo, dialoghi a lungo corso, ambientazioni differenti.
          E’ molto più facile tenere viva l’attenzione di un lettore per dieci pagine, che per trecento.
          Senza contare la revisione. Vera camminata sulle braci ardenti. Il racconto puoi revisionarlo una volta al giorno. Un romanzo richiede una revisione lunga mesi.
          Per me è indubbio, un racconto è difficile, un romanzo è hard.

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          • Sì, sulla questione del tempo hai senza dubbio ragione. Infatti si comincia a scrivere racconti proprio per questo motivo. Ma la focalizzazione che richiede un racconto è tale che potresti tranquillamente passare l’intera esistenza a scriverne senza mai riuscire a cavarne qualcosa di buono. Per scrivere un buon racconto devi avere una conoscenza così densa e limpida della materia che stai trattando che… beh, è raro, ecco. Mentre un romanzo, con un po’ di mestiere e di esperienza, magari riesci a tirarlo giù. Potrebbe comunque non essere un buon prodotto, ma potrebbe essere ugualmente apprezzato. Insomma, continuo a essere convinto che i racconti siano da fuori classe della scrittura. I romanzi no.

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          • “Perché la maratona e i 100 metri richiedono comunque una preparazione fisica identica dell’atleta”
            Assolutamente no. Per correre i cento metri serve massa muscolare potente, per la maratoma massa resistente. Vanno potenziatefibre muscolari differenti, in oltre portarsi per 42 km e rotti la massa di un velocista sarebbe uno spreco di energie. I tipi di allenamento sono antitetici, del resto basta guardare la differenza di fisico tra un velocista e un mezzofondista.

            Non confondere faticoso con difficile 😉

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            • Saranno allenamenti diversi, ma non credo che Bolt come numero di ore al giorno, si allena di meno di uno che corre la maratona.
              Devono sputare tutti i giorni 8 ore di allenamento entrambi. Non è che il maratoneta sia allena 12 ore e Bolt con 2 ore se ne esce e va a bere birre con gli amici.

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              • Ma infatti io non vedo nessuna differenza per quanto riguarda la difficoltà tra una cosa e l’altra, restano due cose diverse che richiedono fatiche diverse. C’è chi nasce con il fisico più portato per l’una chi per l’altra, e poi ci sono la maggioranza delle persone che non sono portate ne per l’una ne per l’altra.

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                • Sì, concordo. Sull’essere portati per una disciplina anziché un’altra.
                  Ad esempio, secondo me, non esiste un’unica dote per lo scrittore. Esistono varie intelligenze nella scrittura.
                  Esiste l’intelligenza linguistica. Sei bravissimo nello stile, ma magari scarso nel delineare una trama.
                  Viceversa c’è l’intelligenza del “tramista”, riesce a delineare trame mozzafiato, ma a livello tecnico scrivi in maniera elementare.
                  C’è l’intelligenza psicologica del delineare i personaggi.
                  C’è l’intelligenza del dialogo. Scrivere dialoghi brillanti non è per tutti.
                  Cioè quando si parla di scrittore di talento, occorre considerare che il talento non è un’unica entità.
                  Si può possedere il talento di una caratteristica, ma non delle altre.
                  Infatti, in genere i grandi scrittori, posseggono tutti i sotto talenti letterari.
                  Questa considerazione sui sottotalenti, mi è stata molto utile, perché ho potuto valutare in quali talenti io sono carente. Così sono andato a studiare gli scrittori bravi e ho provato (non è detto che ci sia riuscito) a migliorare i singoli aspetti della mia scrittura.
                  Una delle mie considerazioni sulla vita in generale dice: Scopri i tuoi punti di debolezza e fai di tutto perché quello che prima era un handicap diventi un punto di forza.

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                  • “gli scrittori fantascientifici si dividono in tre categorie: quelli che sanno scrivere ma non hanno idee; quelli che hanno idee ma non sanno scrivere; e quelli che non sanno scrivere e non hanno idee, e sono il famigerato novanta per cento della legge di Sturgeon. Poi ci sono pochissimi scrittori che sanno scrivere e hanno idee.”
                    ― Roperta Rambelli

                    Puoi anche togliere fantascientifici funziona lo stesso 😉

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  3. “Preferite scrivere la notte e dormire di giorno? Bevete il latte prima di cominciare a scrivere? Fate venti flessioni a ogni capoverso? Perché queste cose dovrebbero incidere sul riuscire a concludere un progetto?”
    Sono rituali, sono inutili ma funzionano per quello 😉

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  4. Io credo che una delle componenti più importanti per terminare un romanzo, non è nel romanzo in sé, ma nel carattere dello scrittore, dell’uomo.
    Scrivere un romanzo è un’operazione lunga.
    Stendhal scrisse la Certosa di Parma in due mesi, King di norma impiega tre mesi (parliamo di prima stesura), Camilleri o Simenon iperprolifici. Ma tolti questi casi, il resto dell’umanità deve sudare lacrime e sangue. E poi uno scrittore che scrive per lavoro, è di per sé più rapido.
    Un romanzo è lo sci di fondo. E il carattere della persona è fondamentale.
    Io ad esempio sono un tipo che si infervora di novità continuamente. Voglio scrivere un romanzo e già una nuova idea balugina nella mente.
    Scrivere un romanzo richiede concentrazione nel lungo periodo (ovvero anche anni). Richiede forza interiore per contrastare lo sconforto, ti trovi a metà libro e la seconda metà ti sembra l’Everest in piena tempesta di neve.
    Richiede convinzione. E’ facile all’inizio avere l’entusiasmo della storia, ma quanta convinzione occorre per amare nel lungo periodo la stessa storia e gli stessi personaggi?

    Io non ho romanzi non finiti nel cassetto. Perché per mia natura se comincio qualcosa costi quel che costi la devo portare avanti e concludere. Sono un tipo abituato all’abnegazione. Alla dieta della mente. Per completare il mio romanzo attuale ho dovuto rinunciare a scriverne altri tre. Idee buone, belle, ma da mettere in coda al romanzo che si sta scrivendo.
    A prescindere dal risultato, perché anche se sbatti come un mulo per concludere un romanzo, puoi sempre concludere una schifezza, io credo che le caratteristiche dello scrittore siano decisamente fondamentali per portare avanti un progetto a lunga scadenza come è il romanzo.

    Un’altra caratteristica che io ritengo fondamentale è la maturità di vita. Dopo tanti fallimenti, voglie represse e sogni vagheggiati arriva un momento in cui dici: basta, adesso quel romanzo che volevo scrivere, lo scrivo sul serio. A costa di finire con una flebo in ospedale.

    Ecco, finire in ospedale è sempre meglio evitarlo, ma se vuoi fare lo scrittore, prima di cominciare a scrivere un romanzo occorre sempre metterlo nel preventivo. 😛

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      • E devo dirti, alla luce della mia esperienza, e ciascuno ha la sua, man mano che si scrivono romanzi, diventa più facile e si completano più rapidamente.
        Quel che frega l’esordiente è la mancanza di un metodo, la tecnica ancora grezza.
        L’esperienza del mestiere è tutto.

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        • Beh, sicuro, e molte cose si imparano con l’esperienza e sbagliando. Imanuali servono cone i consigli dell’allentore, non si possono sostituire con l’esperienza personale 😉
          Poi c’è chi è portato e chi no, chi ha costanza e chi no, chi ha metodo e chi no, ecc.

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    • Perfettamente d’accordo, caro Marco. Ecco perché sarò sempre un fallito, letterariamente parlando. Non sono costante e non sono coerente. Cambio idea in continuazione, mi vengono nuove idee e nuove curiosità, e non parto quasi mai nulla a conclusione. Solo i racconti sono riuscito a finirli (almeno alcuni), ma quelli proprio non li so scrivere. 😛

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      • Lei dott. Anfuso, che è più giovane di me di tre anni, e si vergogni per aver fatto aspettare a me e a Grilloz tre anni perché si degnasse di raggiungerci sulla terra, ecco, sappia, che io ho cominciato a fare sul serio proprio tre anni fa, in coincidenza con il momento più difficile della mia esistenza. Quando si giunge con le spalle al muro, le chiacchiere, i sospiri e le distrazioni non contano più nulla. Conta soltanto cosa si vuol fare della propria vita.
        Pertanto, lei che con le spalle si sta avvicinando al muro, si dia una mossa. La storia ce l’ha, gli assistenti per i consulti dell’anonima scrittori pure, l’editor pronta a mollare sganascioni non le manca, corra a scrivere e non marchi più scuse. 😛

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        • Io la penso diversamente: bisogna essere sereni e avere la mente sgombra dai problemi per potersi concentrare su altre cose, ad esempio la scrittura. La storia non ce l’ho, ho un soggetto. Ma gli amici, quelli sì. 😉

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  5. Quindi facendo i conti, essendo passati anni dalla stesura dell’articolo, i romanzi nel cassetto iniziati e non finiti sono aumentati?
    Potresti provare a pubblicarli con il finale aperto, a libera scelta del lettore.
    A parte le battute, credo che tu abbia centrato il concetto: paura e coraggio sono la motivazione per cui un manoscritto rischia di fare la muffa nel cassetto. A volte servirebbe essere entusiastici esordienti, incuranti di un no, pieni di voglia di realizzare il sogno, anziché abilissimi a trovare scuse per screditare il valore del proprio valore o del mercato a cui indirizzarlo.

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  6. Le tecniche degli altri possono essere buone non perché sono infallibili, ma perché ti danno qualcosa da cui cominciare ad appigliarti e cercare il tuo metodo. Come in qualunque altra attività, il fatto che ti insegnino una cosa in un certo modo non implica che tu debba seguirla alla lettera, ma ti è utile a trovare il tuo personalissimo modo – una volta che avrai un’idea di c o s a esattamente stai andando a fare. Non è questione di guru, è questione che da qualche parte dovrai pur incominciare a trovarti una tua strada.
    La questione della paura è in effetti corretta, nel senso che se dovessimo tutti dare ascolto al disfattismo (non solo editoriale) imperante, nessuno dovrebbe mai fare nulla e dovremmo solo lasciarci tutti andare al declino. E solo nel momento in cui riesci a mettere via questa paura puoi cominciare a pensare di portare avanti un progetto serio. Però penso anche questo: non fa parte dell’esperienza che si acquisisce man mano capire quali progetti sono buoni e quali no? Nel senso che qualunque autore, anche importantissimo, hai dei progetti abortiti, delle cose magari che vorrebbero scrivere ma per cui non riescono a trovare le parole, delle cose che non scriveranno mai. Non fa forse parte del gioco? E riuscire a capire che una cosa in quel momento non fa per te e cercare uno spiraglio da qualche altra parte forse non è una capacità innata, né riguarda la paura, ma è qualcosa che si impara un po’ alla volta a fare, proprio lasciando indietro una marea di scorie e schifezze.
    E poi c’è un’altra cosa, su cui sto riflettendo in questo periodo. Lo scrittore tende a cominciare a scrivere (e magari progetta, trova soluzioni, fa) ma poi si ferma. E si ferma perché, come dici tu, la brace si spegne, ma anche perché non sa più come andare avanti, e tante volte è perché non riesce a rimettere tutto tutto in discussione per cercare il senso vero di quello che sta raccontando – il che include uccidere protagonisti, cambiargli sesso, connotati, vita (e questo perché in quanto esseri umani siamo pigri e tendiamo a scegliere la prima cosa che ci viene in mente e andare avanti con quello) e tante volte anche cancellare tutto quello che si è scritto, fino a che non si trova una strada che ravvivi la brace.
    E per fare questo ci vuole un sacco di tempo e di pazienza, e, si sa, tendiamo tutti a essere frettolosi e impazienti, e quando la cosa non va subito, via, passiamo già al prossimo progetto alla ricerca di una soddisfazione immediata di qualche genere.
    Ditemi se sbaglio 🙂

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      • O magari non è scoria tutto, ma solo quello che c’è alla superficie. Se scavi e scavi e scavi, alla fine magari viene fuori qualcosa di veramente buono, che è quello che ti spinge a pensare a lungo agli stessi temi. Oppure è buona solo una parte, ma tu non riesci a capire qual è e quindi prendi il tutto come scoria.
        Sto ripensando alla questione dello scrivere con “onestà”. Forse la questione non è l’onestà, quanto il fatto che la verità (la TUA verità) sta nascosta e bisogna lavorarci molto perché venga fuori e tu la riconosca come tale. Uhm.

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  7. C’è da qualche parte un plugin per il blog che ci possa spedire ogni mese questo post e ci costringa a rileggerlo?! Mannaggia, se hai/avevi ragione. Il mio non sta nel cassetto (che comunque io quella muffa lì in casa non ce l’ho, ti mando il mio tecnico di fiducia? 😛 ) ma mi guarda ogni tanto dall’angolino dove è riposto in bella vista. Nel mio caso il problema è il mind game numero 1 (dall’articolo Mind Games della scrittrice Diana Gabaldon che ho tradotto): l’idea che non si possa scrivere a meno che non si abbia grandi blocchi di tempo. Associando che per il racconto occorre meno tempo e pure frazionato, per il romanzo più tempo e il più possibile congiunto. Quest’estate ci riprovo, due ore a settimana fisse per riaccendere la brace.

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    • Non c’è, ma se vuoi te lo invio io manualmente all’inizio di ogni mese. 😛

      Sicuramente se si possedesse tempo a vangate da poter dedicare… sarebbe un vantaggio.

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  8. Hai usato due metafore, entrambe giuste. La muffa che fa nel cassetto il manoscritto iniziato e non finito. La muffa arriva perché il manoscritto non prende aria, lo tieni lì, rimandi, quasi quasi speri che si finisca di scrivere da solo o che arrivi l’ispirazione giusta a fare da traino. E invece il manoscritto ha bisogno di aria, di stare fuori, di essere sfogliato pagina dopo pagina, così poi non sa di stantio, le pagine non ingialliscono.
    Poi il barbecue. Anche questo è giusto, la brace deve essere costante. Devi mantenere un rapporto d’amore, di passione con la tua storia, altrimenti perdi la voglia di continuare il romanzo e portarlo a termine. Come si alimenta la fiamma? Non lo so, credo che ognuno abbia il suo metodo, come nei rapporti di coppia.
    Tutto quello che so è che scrivere un romanzo è una fatica immane.
    La paura del successo non la prendo neanche in considerazione 🙂

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    • Guarda che la paura del successo è una paura reale. Può suonare bizzarro, perché istintivamente tutti vorrebbero avere successo, ma in realtà non è così. Il successo è una grossa responsabilità; ti cambia la vita, e non sempre in meglio. Insomma… si può avere paura di una cosa così, ed è molto più diffuso di quanto si vorrebbe ammettere.

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  9. Prima di avere il suo fortunato esito, il mio romanzo è stato quasi dieci anni buttato dentro un cassetto e il peggio è che era finito, solo che non sapevo cosa farne.
    Poi mi sono arenata, vero. Tanti inizi, tante idee, tanta ispirazione finita non in un cassetto, ma dentro un cestino, perché ogni volta che ci metto mano mi sembra di ricominciare tutto da capo: cancello quello che ho già scritto e ci riprovo. La signora Penelope mi fa un baffo, mi fa.
    Per me il fattore tempo conta all’80%: non ne ho, il resto è ben distribuito fra momenti no, scarsa concentrazione e altro da fare.
    In pratica, dovrei smettere una buona volta (e senza drammi) di contarci sul serio. 😁

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    • Il primo editore che lesse alcune mie cose da ragazzo – era una donna – mi disse che in effetti “c’era qualcosa” ma di aspettare una maggiore maturità. Mi fece l’esempio di De Crescenzo, che pubblicò una volta in pensione (prima faceva l’ingegnere all’IVECO). Ecco, magari quando andrai in pensione e i tuoi figli saranno adulti, avrai tutto il tempo e la serenità per scrivere un grande romanzo (la stessa cosa si può dire di Camilleri). Nel frattempo, però, non smettere di scrivere; tieni allenata la mano. Anche solo aggiornare quotidianamente un blog può andar bene.

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  10. Io per evitare di affrontare il problema di tutti i raccontini che ho stipato in vari cassetti, provo ad andare completamente fuori tema e a girare la prospettiva. Ci sono anche libri che non si riesce a leggere. E non parlo di libretti alla moda di dubbio gusto o best seller del millennio in corso, parlo proprio di cariatidi della letteratura mondiale.
    Lo so sarebbe proprio un altro articolo ma non so perché leggendo questo pezzo a me è venuto in mente quel mostro bianco di Melville che mi ha ucciso la laurea a pochi passi dal termine. E me ne vergogno ma quel libro malefico è proprio un un angolo nascosto della mia biblioteca…

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  11. Io quando inizio a scrivere una storia mi intestardisco perché la voglio finire a tutti i costi, non mi piace lasciare le cose a metà, credo sia questo che mi spinge a continuare, però non è facile e non mancano i momenti di sconforto, poi però penso ai miei personaggi e mi vien voglia di farli continuare a vivere.

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  12. In generale termino i lavori che inizio (credo di avere abbandonato solo un romanzo), ma non sempre li curo fino a sviluppare tutte le loro potenzialità. A bloccarmi, o almeno rallentarmi, sono soprattutto le emozioni negative che nel tempo si sono collegate allo scrivere. Fino a qualche tempo fa, avevo sempre uno specifico traguardo in mente: se piaccio a qualche lettore – se vinco un concorso – se trovo un agente – allora… (e dopo l'”allora” ci può stare tutto). Adesso so che si possono raggiungere questi traguardi senza fare significativi passi avanti, e resta l’ultimo “se”, il più fondamentale: se non raggiungo le gratificazioni che cerco, amo scrivere ugualmente? Lo scoprirò, ma è un bell’empasse.

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    • Beh, intanto mi viene da dire: «Beata te!». Secondo, le motivazioni contano moltissimo, certo, ma dipende anche dalla loro “qualità”. Forse, e dico forse, scrivi per i motivi sbagliati. Io, invece, non scrivo ma per i motivi giusti. 🙂

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