Orazio

Orazio

Satira quarta

Poiché quest’anno il primo maggio cade di lunedì, proprio quando dovremmo gustarci un nuovo mini-ripasso di grammatica, al posto di questo ho pensato potesse farvi piacere – ed essere anche istruttivo – leggervi una satira di Orazio. La quarta, in particolar modo, mi pare vi riguardi abbastanza da vicino. La traduzione è a cura di Mario Labato, ordinario di Letteratura latina all’Università di Firenze. Buona lettura.

Eupoli e Cratino e Aristofane, i tre poeti, e altri che furono gli autori della commedia antica, se c’era uno che meritava d’essere messo in berlina, perché furfante o ladro o adultero o sicario o altrimenti famigerato, lo bollavano senza tanti riguardi. Da qui Lucilio dipende tutto, questi egli seguì, mutando soltanto metro e ritmo; garbato, naso fino, duro però nel mettere assieme i suoi versi. Il suo difetto? Eccolo: in un’ora, come fosse gran cosa, dettava sovente duecento versi, e reggendosi su un piede soltanto. Siccome scorreva fangoso, c’erano cose che avresti voluto levare; era ciarliero e insofferente della fatica di scrivere, di scrivere bene: perché del molto io non me ne curo. Ecco, Crispino mi sfida cento contro uno: «Prendi, se ci stai, le tavolette; le prenderò anch’io: ci sia fissato il posto, l’ora, i giudici; vediamo chi è capace di scrivere di più». Bene hanno fatto gli dei, che m’hanno creato d’animo povero e piccino, di rare e scarse parole; e tu, come preferisci, imita pure l’aria chiusa nei mantici di pelle di capra, che sbuffano senza sosta, finché il fuoco non rammollisca il ferro.

Fannio è tutto contento di avere portato, di sua iniziativa, cassette e ritratto, mentre i miei scritti nessuno li legge, io che ho timore di recitare in pubblico; per questa ragione: che ci sono taluni, cui questa poesia va pochissimo a genio, giacché, per la maggior parte, si meritano d’essere messi alla gogna. Scegline uno a piacere dal mezzo del mucchio: o per avidità o per ambizione, poveretto, s’affanna. Questo fa pazzie per amore delle donne sposate, dei ragazzini quest’altro; uno è rapito dal luccicare dell’argento; Albio istupidisce davanti a oggetti di bronzo; quest’altro scambia le sue merci dalle regioni del sole che sorge a quelle che intiepidisce al tramonto; e anzi si getta a capofitto attraverso i pericoli, come polvere ammassata nel turbine, per non perdere alcunché dal capitale o per accrescere il patrimonio. Tutti costoro temono i versi, hanno in odio i poeti. «Ha il fieno sulle corna; scappa lontano! pur di strappare una risata, non risparmierà se stesso, né alcuno degli amici, e tutto ciò di cui abbia una volta imbrattato la carta, smanierà che tutti lo conoscano, e garzoni e vecchiette, tornando dal forno o dalla fontana». Ascolta, suvvia, poche cose in risposta.

Anzitutto mi voglio togliere dal novero di quelli, cui concederei di chiamarsi poeti: né infatti fare un verso conchiuso diresti che sia sufficiente; né uno che scriva, come noi, più vicino alla prosa, tu lo riterresti poeta. Chi abbia del genio, chi una ispirazione divina e una voce capace di suoni sublimi, a lui dà di questo nome l’onore. Per questa ragione, alcuni si sono chiesti se la commedia fosse o no poesia, perché tono veemente e potenza non c’è nelle parole e non c’è nelle cose, e, se non fosse che la regolarità del ritmo la fa diversa dalla prosa, pura prosa sarebbe. «Ma il padre s’accende e s’infuria, perché il figlio scialacquatore, pazzo della cortigiana sua amante, rifiuta una moglie con dote cospicua e, ubriaco, ciò che è vergogna grande, va a spasso prima di notte con le fiaccole accese». Forse che Pomponio udrebbe rimbrotti più dolci di questi, se suo padre vivesse? Non basta, perciò, scrivere tutto un verso di parole semplici, che, se lo sciogli dal metro, chiunque monterebbe in collera come il padre della commedia. A queste cose, che io scrivo ora e che un tempo scriveva Lucilio, se tu togli la quantità fissa delle sillabe e il ritmo e la parola che viene prima tu la metti dopo e quello che è in fondo avanti a quello che è in cima, non è come quando tu sciogli «Poi che Discordia tetra infranse di guerra i ferrati battenti e le porte» che le membra del poeta le trovi, anche fatto a brani. Basta questo per adesso: un’altra volta, se si tratti o no di vera poesia; ora questo solo indagherò: se questo genere di letteratura ti sia sospetto a ragione. Sulcio va in giro minaccioso e anche Caprio, terribilmente rauchi e con le scartoffie in mano. Entrambi grande spauracchio per i malfattori. Ma se uno vive onestamente e con le mani pulite, non si dia alcun pensiero di entrambi. Mettiamo pure che tu rassomigli a due furfanti come Celio e Birro, io però non somiglio né a Caprio né a Sulcio: perché dunque temermi? Nessuna bottega e colonnetta di libraio esponga i miei libretti né sudi su essi la mano del volgo e di Ermogene Tigellio; io non recito per nessuno, fuor che per gli amici e soltanto forzato, non dovunque e davanti a chiunque. Che recitano i propri scritti in mezzo al foro ce n’è molti, molti anche ai bagni pubblici: ha un suono dolce la voce nei locali chiusi. Sono gli sciocchi che si dilettano di simili cose, quelli che non si chiedono se non sia questo un agire insensato, se non sia inopportuno.

«Ci godi a recare del danno» mi dice «e lo fai di proposito, malvagio che sei». Dove sei andato a prenderla quest’accusa che mi scagli contro? Chi insomma te l’ha imbeccata, di quelli coi quali ho familiarità di vita? Chi rode l’amico alle spalle, chi non lo difende quando un altro lo attacca, chi va in caccia si risa sfrenate e della fama di uomo mordace, chi è capace di inventare ciò che non ha visto, chi non sa tenere il silenzio su quello che gli è confidato: costui è un’anima nera, da questo sta’ in guardia, cittadino di Roma. Spesso può capitarti di vedere a cena quattro convitati per letto e uno di essi che si diverte a spargere frecciate su tutti, fuor che su quello che offre l’acqua, e su lui pure, una volta che ha bevuto, quando Libero, dio della franchezza, schiude i più riposti precordi. Ti sembra gioviale costui, spiritoso, senza peli sulla lingua, tu che ce l’hai con le anime nere. Io, se ho riso perché Ruffio, che non conosce il buon gusto, profuma di pasticche e Gargonio di capro, io ti sembro livido e astioso? Nel caso si butti lì, in tua presenza, una qualche parola sulle ruberie di Petillio, il Capitolino, ne prendi, com’è tuo costume, le difese: «Capitolino ha con me consuetudine di commensale e d’amico fin dall’infanzia e, per amor mio, ha fatto moltissime cose che gli ho domandate e io mi rallegro ch’egli viva sano e salvo nella città; ma tuttavia mi domando stupito in che modo abbia potuto farla franca a quel processo». Questo sì è nero sugo di seppia, questa è ruggine bella e buona; questo vizio sarà lontano dalle mie carte e, prima ancora, dall’animo mio: se una promessa sincera su di me posso fare, io lo prometto. Se mi accadrà di dire qualche cosa con una certa franchezza o motteggiando un tantino, questo dirittuccio me lo concederai e me ne darai licenza: quel galantuomo di mio padre me l’ha insegnato, a fuggire i vizi facendomeli conoscere uno ad uno con degli esempi. Quando mi esortava a vivere con parsimonia e frugalità, contento di quel che lui stesso mi avesse procurato: «Non vedi il figlio di Albio, che vita disordinata, e Baio, com’è ridotto in miseria? Grande insegnamento a non voler dissipare il patrimonio paterno». Quando mi dissuadeva dall’amore infamante per le cortigiane: «Non somigliare a Scetano». Perché non andassi dietro alle adultere, mentre potevo servirmi dell’amore che è a disposizione di tutti: «Non è per niente bella la nomea di Trebonio, colto sul fatto», così mi diceva. «Che cosa sia meglio evitare e che cosa cercare, il filosofo te ne spiegherà le ragioni; a me basta, se riesco a conservare il costume tramandato dagli antichi e a preservarti dai danni, finché hai bisogno d’una guida, vita e reputazione; non appena poi l’età t’avrà indurito il corpo e l’animo, nuoterai senza sugheri». Così modellava con le parole il fanciullo che ero e, se mi spingeva a fare una cosa: «Ce l’hai un esempio che t’incoraggi a fare così», e mi metteva davanti uno di quelli scelti come giudici; oppure, se vietava qualcosa: «E tu hai dubbi che fare ciò sia disonorevole e dannoso, quando questo e quest’altro avvampano di cattiva fama?».

Come il funerale del vicino mozza il respiro ai malati ingordi e la paura della morte li spinge ad aversi riguardo, così spesso avviene che le vergogne altrui distolgano dai vizi gli animi teneri. Grazie a questo, io sono sano dai vizi che portano rovina, mentre quelli che ho sono di poco conto e veniali; e c’è caso che anche di questi ne potrà eliminare parecchi l’età, la franchezza degli amici, il mio proprio giudizio: né infatti, quando il lettuccio o il portico m’accoglie, io manco a me stesso. «Questo e più giusto. Così agendo, vivrò più onestamente. In questo modo mi mostrerò gradevole agli amici. Quest’azione del tale non è bella: potrebbe forse capitarmi un giorno di fare, anche senza intenzione, qualche cosa di simile?» Questi pensieri fra me rimugino a labbra serrate; non appena mi si dà un po’ di tempo libero, mi diverto a buttar giù sulla carta. È questo uno di quei difetti di poco conto; del quale se non mi vorrai perdonare, verrà un folto plotone di poeti a darmi man forte: siamo infatti di gran lunga maggioranza e, come fanno i Giudei, ti costringeremo a passare fra i nostri.[1]

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Note

[1] Orazio, Satire, BUR 2016

6 Comments on “Orazio

  1. Pingback: Orazio – Onda Lucana

    • La parte interessante è che anche Orazio odiava gli improvvisati, i poetastri, gli aspiranti poeti, coloro che esternavano in ogni modo questa loro “passione” per conseguire una notorietà che non può essere lo scopo, almeno non quello principale, del poeta. 🙂

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  2. L’originale purtroppo non lessi del testo d’Orazio, / quindi di dare giudizi su come è tradotta non oso; / ma mi si lasci osservare una cosa, ch’è triste non poco / leggere in prosa coloro che furono un tempo dei versi. / No, non pretendo che vengano resi in esametri al modo / che sto tenendo io stesso, perché ben comprendo la sfida; / solo, s’almeno badasse, nel modo che s’usa sovente / quando il poeta va a capo, così ch’anche lui lo facesse, / non ne saremmo scioccati, bensì ci farebbe piacere.

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