Una scrittura onesta


Una scrittura onesta

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Come si realizza una scrittura onesta?

Quando mi sono avvicinato alla scrittura con l’intenzione di fare sul serio, cioè di scrivere a un livello professionale tale da essere pubblicato, la prima cosa su cui mi sono imbattuto – nei manuali di scrittura creativa, nei consigli di scrittori veterani, perfino nelle aspettative dei lettori forti – mi sono imbattuto in questa esigenza che la scrittura dovrebbe soddisfare: la propria onestà. Ancora oggi me ne domando il significato. Cosa significa applicare l’onestà ad un mestiere la cui stessa natura, la cui caratteristica fondante e caratterizzante è quella di mentire proprio per parlare della verità? Com’è fatta o come si realizza una scrittura onesta? Proverò a rispondere.

Quando non conosco la risposta a una domanda che mi assilla, la prima cosa che faccio istintivamente è sondare il terreno andando per esclusione. Iniziamo con Flaubert; secondo lui una scrittura onesta è tale solo se lo scrittore, resistendo al timore di arrecare offesa o di scandalizzare il comune senso del pudore, non si lascia deviare dal proprio obbiettivo. Infatti, se il grande esteta del romanzo naturalista francese avesse avuto timore di offendere la pudicizia dei salotti borghesi, probabilmente non avrebbe mai scritto Madame Bovary. La stessa cosa si può dire per tutta quella letteratura che fa dell’erotismo il proprio cuore pulsante. Tuttavia mi domando se l’onestà nella scrittura riguarda solo una sua certa attinenza con la realtà che si vuole sondare. Anche il realismo richiede una certa attinenza con la realtà; se non proprio la completa affinità come vorrebbe il verismo, almeno una certa dose di plausibilità. Eppure noi possiamo inventare una storia di sana pianta, immergerla in un mondo prettamente immaginario e, se siamo stati coerenti con il contesto creato, nessuno potrà in alcun modo criticare la nostra onestà. Se la storia funziona, se la storia intrattiene, se perfino veicola una qualche verità allora siamo stati onesti.

Dunque dovremmo concentrarci sulla coerenza. Una storia funziona e intrattiene solo se è coerente con i postulati forniti dall’incipit. Possiamo infatti inventare tutto un mondo fantastico, staccandoci completamente dal realismo, e nonostante questo, se abbiamo rispettato quelle stesse leggi che di sana pianta abbiamo inventato, la storia non potrà che risultare coerente. E questo tralasciando completamente tutta quella corrente letteraria che prende il nome di realismo magico. Di per sé il termine “magico” sta a indicare una qualche sospensione dei normali confini della realtà. Nessuno si sognerebbe di bollare i romanzi di Gabriel García Márquez come disonesti. Eppure anche questa spiegazione non mi convince fino in fondo. Esiste infatti un ricchissimo filone letterario, quello del romanzo postmoderno e del realismo isterico, che fa dell’incoerenza un proprio cavallo di battaglia. Ancora una volta: chi taccerebbe Don DeLillo di disonestà?

Ci troviamo, a mio avviso, a galleggiare su un mare di ipotesi realistiche restando però ancora troppo in superficie; senza il coraggio di immergere la testa sotto il pelo delle verità facili. La soluzione non può riguardare l’aspetto del nostro oggetto – la scrittura – né la struttura retorica del narrare. Deve in qualche modo avere a che fare con il narratore o, addirittura, con lo stesso scrittore. Secondo la Ginzburg esistono dei narratori che ingannano con le parole; dei narratori «piuttosto furbi». Gli antichi la chiamavano retorica, ma io non credo che la retorica sia di per sé un male. Se con retorica si intende semplicemente un modo efficace di esporre i fatti, così che questi possano essere più attraenti per il lettore, non è forse questo quello che fa ogni bravo scrittore? Uno scrittore professionista non ha forse il compito, tra gli altri, di rendere il più possibile gradevole al proprio lettore la storia che egli andrà a leggere? Certo, esiste tutta una letteratura che si muove nella direzione opposta; cercando nella sgradevolezza, nella pedanteria, nelle digressioni ossessive e maniacali un modo per veicolare una verità altrimenti difficile da trasmettere. Ma non vedo in tutto questo una qualche forma di disonestà. L’onestà di cui si parla deve stare da qualche altra parte.

Secondo Cesare Pavese, Domenico Scarpa e tanti altri la scrittura dovrebbe essere istintiva; primitiva spontaneità e viscerale, capace di scuotere le coscienze dei lettori. Ma anche in questo possiamo leggere una “intenzione”, una «furberia», ad essere maligni. Una scrittura viscerale non è per forza più onesta di una scrittura meditata, ragionata. Di nuovo, l’onestà di cui si parla sta da qualche altra parte. E avendo ormai escluso la forma della scrittura, la struttura narrativa e il narratore, l’onestà che andiamo cercando non può che riguardare lo stesso scrittore.

Che mentire nella scrittura creativa sia un modo per raccontare la verità mi pare essere ormai un fatto pienamente accettato da tutti. Bisogna però intendersi: su cosa si sta mentendo? Per quanto mi riguarda la menzogna narrativa deve riguardare esclusivamente la storia, cioè i fatti; che anche se inventati di sana pianta non per questo non saranno meno plausibili rispetto alla cronaca giornalistica. Anzi, semmai hanno un valore aggiunto. I miei racconti, ad esempio, sono tutti inventati, eppure chi si sognerebbe di accusarli, leggendoli, d’essere inverosimili. Ciò che accade solo nella mia mente può tranquillamente essere accaduto nella realtà centinaia, forse migliaia o milioni di volte, se sono stato onesto. Torniamo al punto di partenza: se sono stato onesto… Cosa significa?

Ebbene, io una risposta ancora non ce l’ho; ma mi pare di aver capito che l’onesta nella scrittura riguarda piuttosto il rapporto dello scrittore con se stesso. Galleggio ancora in superficie se mi sbilancio nel dire che molte delle cose che narriamo non ci interessano davvero, che il “censore” di cui parla splendidamente Chiara Solerio trattiene in noi il nostro istinto creativo. Tuttavia credo di trovarmi per questa via molto più vicino alla verità di quanto non siamo mai stati prima, su questa pagina. Perché scrivo? Cosa voglio scrivere? Cosa mi fa davvero male scrivere? sono tutte domande legittime a cui, tutti noi, prima o poi dobbiamo una risposta.

Dicevo che ci troviamo ancora parecchio in superficie, e forse non basta un semplice post su un blog per giungere al cuore del problema; tuttavia sono abbastanza sicuro che l’onestà dello scrittore riguarda esclusivamente se stesso: il rapporto con il proprio io. Se così fosse, ci troveremmo temo in un mare di guai. Perché essere onesti con se stessi, ammettere i propri limiti ad esempio, le proprie difficoltà, i lati oscuri del proprio inconscio non è facile per nessuno. Ecco cosa voglio fare allora, voglio scrivere una intera pagina rivolta a me stesso, in cui dirmi tutto quello che penserei di me se io fossi un estraneo. Forse non risolverebbe il problema dell’onestà, ma certamente taglierebbe un traguardo in questa direzione: essere onesti e pienamente oggettivi verso se stessi, e metterlo per iscritto. Vi va di farlo anche voi?

43 Comments on “Una scrittura onesta

  1. Onestamente? Non saprei…
    Ma forse per essere onesti basta non essere in malafede, magari è più facile avvicinarsi per sottrazione che per addizione. La domanda potrebbe allora diventare: quando uno scrittore è disonesto?

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      • No, non è vero, un prestigiatore è onesto pur usando dei trucchi e nascondendoli al pubblico, una fattucchiera è disonesta perchè approfitta della credulità dei suoi clienti.

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  2. Caspita… Mi sembra un esercizio molto rischioso e non so se sono nel momento giusto per aggiungere altri sconvolgimenti. Io ammetto di chiudere spesso un occhio con me stessa, non amo i conflitti in generale, meno che mai quelli interiori… Disonestà? Forse la definirei indulgenza.
    Quindi mi tiro fuori per ora ma leggerò volentieri quello che verrà fuori dal tuo esercizio 🙂

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  3. Complimenti. Davvero bello questo articolo. C’è molto su cui riflettere. Per noi che ambiamo a scribacchiare,ci sono ottimi spunti per fare introspezione. Bravo Salvatore, chapeau.

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  4. Io sono onesta a sprazzi. L’ onestà viene fuori a piccole dosi e con persone di cui ti fidi (cosa rara per me) e manca un 90% da dire.
    Non credo sia un bene farlo con tutti, non solo perché non capirebbero, ma per giudizi che ne scaturirebbero. Da estranei non gliene importerebbe di sapere ciò che penso, dico, faccio.
    So ascoltare, tanto. Non tutti sanno drizzare le orecchie, o almeno, per le verità buone probabilmente sì, per i lati oscuri ci vuole pazienza, amore per quella persona e tanta esperienza per cui sei abituato a sopportare e/ o vedere tutto. Dei navigati.
    I fortunelli o i superficiali non capirebbero. O si farebbero due risate alle tue spalle. Li evito come la peste.
    Per me stessa sono sempre onesta e oggettiva e dico a me stessa sempre tutto anche guardandomi dall’esterno.

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      • Se intendiamo onestà nello scrivere quando coincide con le nostre idee, sul genere e argomento allora sì, di solito sono onesta. Mi piace e mi riesce più su un tema che sento e voglio far trasmettere e non mi importa se non attira consensi.
        A volte però capita di scrivere su qualcosa che non va di farlo o non piace o non ci stimola. Dipende per cosa lo fai. Se è per lavoro, ci sta.
        Se invece si può essere liberi di scegliere meglio concentrarsi su cosa che ci piacciono di più, anche se ammetto che, ho necessità negli ultimi tempi di scrivere su temi impensabili fino a poco tempo fa.
        Se invece ti riferisci all’onestà di saper scrivere o meno, in tutta onestà, spesso vengo sopravvalutata, in altre troncata e, a volte non coincidono i pareri miei e degli altri.
        L’importante è non essere disonesti con noi stessi.

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  5. Scrittura onesta – secondo me – è quando arrivi a un punto della storia che non riesci a scrivere perché va contro le tue personali idee, eppure continui a scrivere. Si tratti di un evento violento e crudele, di sacrificare il nostro personaggio preferito, di caratterizzare un cattivo non come cliché ma andando oltre, oppure di descrivere nuda e cruda una scena che stiamo cercando di evitare (penso a molte scrittrici che dichiarano di non voler inserire scene sessuali nei loro testi). Quindi la scrittura onesta è non fermarsi o impedirsi di scrivere quello che, onestamente, sappiamo succedere in quella storia.
    Almeno questa è l’unica interpretazione che riesco a dare.

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  6. Certo che è un bel guaio, ecco perché i veri capolavori sono rari. Non pensi pero’ che scrivere sia sempre un po creare? Nel cercare di vedere te stesso ‘oggettivamente’, in realtà starai creando una parte di te stesso che prima non esisisteva, o era diversa. Cosi’ come in fisica la posizione della particella é influenzata dall’osservazione.

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    • Sì, certo, scrivere in senso artistico è creare. Io pensavo a una sorta di lettera inviata a me stesso come se mi rivolgessi a un estraneo a cui cercare di far capire quello che penso di lui. Se la verità è sempre soggettiva, anche la verità comunicata dalla lettera sarà parziale e un po’… inventata. Ma questo non significa che non ci sia in essa della verità.

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  7. Scrivere, bene o male non importa, di cose che non ci interessano è disonesto. Credo sia questo il fulcro del tuo discorso. A volte ho avuto l’impressione che tu abbia scritto per acchiappare il lettore di cose che non ti interessano. Disonesto!
    A volte io scrivo di cose che non mi interessano per acchiappare il lettore. Disonesto!

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    • Sono uno dei più grandi disonesti della storia, se con onestà intendiamo l’interesse verso quello che scriviamo. Ad esempio buona parte dei racconti che ho pubblicato – non tutti però – sono in questo senso profondamente disonesti. Ma è questo che intendiamo con onestà della scrittura?

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  8. Credo che la risposta sia abbastanza semplice. La scrittura onesta non esiste. Non perché la scrittura sia al contrario, disonesta. Ma perché parlare di onestà e disonestà è parlare di niente.
    Uno scritto esiste e ha un suo effetto, un suo risultato. Che questo sia stato scritto in una ipotetica maniera onesta o disonesta è alquanto irrilevante.

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      • Appunto la scrittura dilettantesca o professionale non si differenzia su di una presunta onestà dell’autore.
        Io potrei definirmi un autore onestissimo e Camilleri potrebbe definirsi scrittore disonestissimo.
        Sono i libri la discriminante. Io non ho pubblicato nulla e quindi sono un dilettante. Camilleri ha milioni di lettori che attestano che è un professionista.

        Potremmo definire lo scrittore onesto colui che scrive i libri che realmente sente.
        Potremmo definire lo scrittore onesto colui che scrive i libri senza farsi condizionare dalla società o dal potere costituito.
        Potremmo definire Manzoni uno scrittore onesto perché ha rappresentato i Promessi Sposi storicamente esatti.
        Potremmo definire lo scrittore onesto colui che scrive con un programma di scrittura non piratato.
        Potremmo definire uno scrittore onesto in mille modi e caratteristiche. Tutte valide per approssimazione e tutte abbastanza contestabili se non opinabili.
        Cioè di fronte a tanta confusione intorno alla ipotetica figura dello scrittore onesto è alquanto irrilevante sforzarsi di definirlo. Quel che conta è il risultato: il libro. Che può essere brutto o meno, interessante o meno.
        Flaubert poteva anche definirsi onesto nello scrivere, ma chi se ne frega.
        Madame Bovary resta comunque un gran bel libro anche se non fa più scandalo a nessuno. 😛

        P.s. Tanto per rimanere in tema fra onestà e citrulleria. Non so se hai letto il decalogo di Mozzi di oggi. Finalmente ho capito tutto. Cioè ho capito perché esistono tanti scrittori sfigati in giro. 😀

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      • Mi trovo in sintonia con Marco, lo stesso concetto di arte, in quanto sublimazione della natura e del contingente, è disonesto. È immaginare “altro”, proporre una visiione che acquisisce una sua specifica verità mediata dallo specifico vissuto dell’artista, è creazione di linguaggi diversi. Basta guardare la Cappella Sistina o ascoltare Beethoven per capire cosa intendo. Alle volte stravolgere una verità ogettiva creando artatamente un nuovo linguaggio si dimostra essere la nuova e più vera verità concettuale. Per tornare allo specifico del post, devo dire che mi torna in mente una frase dei nostri nonni:”Parla come mangi!” Sicuramente triviale e grossolana come incitazione, ma c’è del vero. Si dovrebbe scrivere per come si è capaci, senza rincorrere traguardi stilistici che non ci appartengono. Coscienti dei propri limiti e delle proprie capacità. Il valore dello scritto è dato dalla soddisfazione personale e, inutile negarlo, dalla corrispondenza con il lettore. La mia è soltanto una opinabilissima e discutibile opinione. Tratteggiare un lavoro con richiami ai massimi sistemi, descrivere situazioni con richiami stilistici che evocano i grandi (e sono pochi) della letteratura mondiale, ci rende disonesti, nella migliore delle ipotesi dei cronisti del lavoro altrui, dei “vivacchiatori” che esistono per luce riflessa. Trovo molto più onesta una narrazione che semplicemente tende a raccogliere intorno al fuoco virtuale dell’immaginario collettivo più persone possibili che, al di là del racconto immaginifico, fiabesco, o quant’altro, scoprono l’afflato del “sentire”, la riscoperta di emozioni e sentimenti. L’onestà è nel messaggio, lo stile e la grammatica sono la carta da rifascio e il fiocco (ti ricordi di quando parlammo di Edward Bunker?). Certo, io credo fermamente nel duro lavoro e nello studio, sono imprescindibili se si desidera fare della scrittura qualcosa di più di un semplice Hobby, ma credo anche che se non si ha un cazzo da dire qualunque arzigogolato e stilisticamente perfetto libello, possa servire solo da riempitivo su scaffali altrimenti spogli. Boh, non lo so, poni una domanda che stimola molteplici risposte e apre innumerevoli considerazioni. È difficile dare una risposta “onesta”, siamo tutti troppo condizionati dai personalismi. Forse si è onesti se si scrive di vita di amore e di morte per come le si conoscono. La decontestualizzazione o la creazione di mondi letterari immaginari sono un dettaglio.La capacità letteraria e il pregio stilistico sono un valore aggiunto che non ha nulla a che vedere con l’onestà. Non lo so, in effetti non riesco a rispondere alla tua domanda.

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        • Ecco, Massimiliano, hai perfettamente riassunto la complessità dei miei dubbi. Pare una domanda semplice – cos’è l’onestà nella scrittura – ma alla fine, se cominci a scavare, ti trovi immerso in un pozzo di melma talmente vischioso e profondo da farti desistere. Esattamente com il concetto di bello che avevo analizzato qualche tempo fa, anche per l’onesta scavare in cerca di risposte può rivelarsi pericoloso e infruttuoso. Forse non c’è una risposta, o forse la risposta è tanto ovvia da essere banale. Dire «scrivi come mangi» potrebbe essere l’unica reale verità. Ma hai di nuovo ragione a dire che non è la forma – i mondi immaginati, lo stile adottato, le menzogne raccontate – a essere oneste o disoneste; l’onestà è piuttosto legata allo scrittore stesso, al suo atteggiamento verso il mondo di cui la letteratura è un tentativo di riassumere.

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  9. Credo di essere onesta quando scrivo, in particolare attraverso i miei personaggi, non so se basta a essere onesti con se stessi…

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  10. Pingback: Cosa penserei di me se fossi un estraneo – Sulla scrittura onesta | Circolo16

  11. Ciao,
    la questione dell’onestà è a dir poco complessa. Forse dipende dal perché e per chi scrivi. Se si scrive per sé stessi, si entra nella fitta foresta dell’autoanalisi, che comunque è un gran bel posto, e una tecnica dalla quale si può ricavare qualcosa in più su noi (la cui conoscenza completa, secondo la sottoscritta, non potrà ad ogni modo essere mai del tutto raggiunta).
    Ma se si scrive per gli altri, forse converrebbe pensare come faceva il buon caro Umberto Saba, che onestà significhi propriamente il fatto di comunicare al lettore con chiarezza. Semplicità. Nulla di più. Secondo me il concetto di onestà non può prescindere dalla presenza di un altrui che recepisce; e sarà proprio questo altro ad informarci se siamo stati onesti oppure no.
    Comunque bel suggerimento, proverò anch’io a scrivere di me estraniandomi per una mezz’oretta (aiuto!). 🙂

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