Glossario latino

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Gerarchie, cariche e peculiarità della Roma Antica

Da sempre affascinato dal mondo romano, ho pensato di raccogliere in un glossario alcuni termini, cariche, poteri e peculiarità gerarchiche latine nella prospettiva di adoperarle, prima o poi, per scriverci qualcosa: un romanzo o un racconto, non saprei. Poiché in genere si parla di mille anni di storia e di conoscenze piuttosto voluminose, conservate in tomoni, su cui andare a scartabellare ogni volta che l’interesse mi si rinnova, ho pensato che raccoglierle in un glossario, facendo una volta sola il lavoro sporco (perché poi inevitabilmente ci si dimentica di ciò che si è letto), fosse cosa un po’ più pratica e criteriata.

Dittatore (dictator)

Era considerata ai tempi della Repubblica una magistratura straordinaria, poiché priva di collegialità ed elettività: due caratteristiche fondanti di qualsiasi carica romana. La dittatura infatti non veniva assegnata a seguito di regolari elezioni, come per tutte le altre magistrature, ma conferita da un console, di concerto con il collega e col Senato, durante un rituale che prevedeva l’assegnazione di notte, in silenzio, all’interno del territorio romano e rivolti verso oriente. A differenza dei consoli, il dittatore non aveva alcun collega, ma nominava di sua iniziativa un magister equitum suo subalterno.

Il dittatore era dotato di summum imperium e assumeva su di sé il potere dei due consoli. Era preceduto da 24 littori non soggetti al limite della provocatio ad populum. Ad esso si faceva ricorso solo in situazioni straordinarie, rappresentate da pericoli esterni quali, ad esempio, possibili invasioni; pericoli interni come, ad esempio, rivolte, o a seguito di gravi impedimenti a governare per il console che lo nominava. La carica aveva una durata dinamica: fin tanto che la crisi non rientrava; ma comunque non più di sei mesi, o allo scadere dell’anno di carica del console che lo aveva nominato. Alcune volte si ricorreva a questa carica anche per convocare i comitia per le elezioni, piantare il clavus annali (un chiodo affisso sulla parete del tempio di Giove per il computo degli anni), per determinare festività nuove o officiare a giochi pubblici straordinari, per presiedere particolari processi, per nominare nuovi senatori da assegnare a seggi vacanti. La carica aveva comunque carattere occasionale e straordinario.

Cadde in disuso dopo Fabio Massimo (seconda guerra punica) per essere nuovamente riesumata da Silla (durante la guerra civile con Gaio Mario) e, soprattutto, da Giulio Cesare, il quale costrinse il Senato a nominarlo dictator perpetuo.

Console (consul)

Eletti dai comizi centuriati in numero di due con una carica della durata di un solo anno, i consoli erano magistrati che esercitavano collegialmente tramite potestas e imperium il più alto potere civile e militare della Repubblica. Essa era la più importante tra le magistrature maggiori. Secondo Livio il termine deriva dal dio Conso (Consus), figura mitologica dispensatrice di consigli. L’importanza della carica era tale che il nome dei due consoli, riportati nei fasti consulares (elenco dei nomi dei consoli registrati dal pontefice), venivano adoperati per individuare nel calendario romano l’anno corrispondente. La carica fu istituita a seguito della cacciata dell’ultimo re di Roma (Lucio Tarquinio il Superbo – 509 a.C.), ed era il punto di arrivo del cursus honorum. L’età minima per accedervi era stabilita a 40 anni per i patrizi e 42 per i plebei.

Le competenze consolari investivano tutto l’agire pubblico, in pace come in guerra, comprese l’introduzione delle ambascerie di re stranieri davanti al Senato, la convocazione dello stesso a cui proporre gli argomenti di cui discutere con urgenza – a cui facevano seguito i Senatus consulta – e, essendo a capo del governo, la presidenza del Senato e la guida di tutta una serie di funzionari e magistrati pubblici. I consoli erano anche a capo della diplomazia romana: potevano fare affari con popolazioni straniere e gestire le relazioni diplomatiche con le ambascerie. Potevano istituire leve militari, imporre agli alleati le loro decisioni, nominare tribuni militari e comandare l’esercito. Erano autorizzati a spendere denaro pubblico nella misura che ritenevano più opportuna. Fuori da Roma i consoli avevano potere assoluto sui propri soldati e sulle provincie. Avevano anche incarichi religiosi, e la lettura degli auspici era un passo essenziale prima di condurre l’esercito in battaglia. Al momento di lasciare la carica, però, dovevano rendere conto del loro operato al popolo.

I due consoli erano entrambi pienamente titolari del potere consolare, esercitato in forma del tutto autonoma fatta salva la facoltà di veto (intercessio) del collega. In genere si scendeva a un compromesso secondo il quale in certi periodi dell’anno o in alcuni settori solo uno dei due esercitava effettivamente il potere. Solo in via del tutto straordinaria al console venivano attribuiti poteri straordinari, come quello di dictatores, affinché egli provvedesse alle necessità dello Stato in tempi di crisi. Se un console moriva durante il suo mandato si eleggeva un sostituto chiamato console suffetto (consul suffectus) per completare il mandato. Una volta terminato il mandato, il console conservava in forma del tutto onorifica il titolo di consulare, ma doveva attendere dieci anni per essere rieletto alla stessa carica. L’anno seguente la scadenza del mandato poteva, però, vedersi assegnare la carica di proconsole per il governo di una provincia.

Gli ornamenti consolari erano costituiti dalla toga praetexta, in città, o dal paludamentum (mantello militare color porpora fissato sul petto da una fibula, aperto sul davanti e lungo fino alle ginocchia) in guerra e in trionfo; la sella curule; dodici littori, con scure fuori dal pomerio.

Proconsole (pro consul)

Era un magistrato romano, in genere un ex console a cui l’anno prima era scaduto l’incarico, a cui era assegnato il governo di una provincia. In questa aveva tutta l’autorità di un console. Per le provincie consularis la durata prevista di governatorato era di due anni. Come per i propretore, anche per i proconsoli non era prevista alcuna retribuzione. Durante la repubblica i proconsoli, diversamente dai propretori, venivano mandati a governare provincie di confine, non ancora completamente pacificate. A seguito della riforma augustea, i proconsoli venivano nominati solo tra i senatori, per sorteggio, e spediti esclusivamente in provincie senatorie (già pacificate e in assenza di legioni).

Maestro dei cavalieri (magister equitum)

Era un grado militare che veniva assegnato da un dittatore. L’incarico cessava nello stesso momento in cui cessava la magistratura straordinaria di quest’ultimo. Le due cariche erano legate fra loro: non poteva esistere un dittatore senza un magister equitum. In genere quest’ultimo era scelto dal dittatore stesso; in alcuni casi era il Senato a suggerire un nome specifico. Al magister equitum veniva assegnato lo stesso imperium di un pretore, e di conseguenza le stesse insegne: toga praetexta e sei littori. In assenza del dittatore, essendo il suo luogotenente, il magister equitum ne faceva le veci. Mentre al dittatore era assegnato il governo delle legioni, al maestro dei cavalieri spettava quello della cavalleria.

Questa carica comparve per la prima volta durante il periodo monarchico. In età repubblicana il primo a detenerla fu Spurio Cassio Vecellino (501 a.C.) durante la dittatura di Tito Larcio Flavo. Il più famoso a detenere questa carica probabilmente fu Marco Antonio, luogotenente di Cesare. L’ultimo fu invece Marco Emilio Lepido; lo stesso Lepido del triunvirato di Ottaviano con Marco Antonio.

Pretore (praetor)

Magistrato romano dotato dei poteri di imperium e iurisdictio, la cui attività riguardava la concessione dell’actio: lo strumento con cui si permetteva a un cittadino romano che chiedeva tutela, nel caso non ci fosse una lex che lo prevedesse, di agire in “giudizio” portando la situazione dinnanzi a un magistrato.

Secondo Cicerone il nome derivava dal verbo prae-ire, cioè precedere, andare avanti o guidare. In età arcaica i pretori dovettero infatti essere i corrispettivi dei consoli in età repubblicana. Il titolo li designava come capi dell’esercito. E in effetti il periodo di carica dei consoli poteva essere detto pretorio, come si legge nelle XII tavole. Tuttavia in età repubblicana era intesa come una magistratura distinta dal consolato, di durata annuale e accessibile solo ai patrizi. Fu istituita per controbilanciare l’ottenimento da parte dei plebei dell’accesso alla carica consolare (Lucio Sestio – 366 a.C.). Ma già nel 356 a.C. veniva nominato il primo pretore plebeo.

Il pretore era detto collega consulibus e veniva eletto negli stessi comitia centuriata dei consoli: prima questi e poi i pretori. Quando i consoli erano assenti dalla città, i pretori agivano in loro vece. Grazie al potere di imperium e di iurisdictio svolgevano una funzione propulsiva dell’ordinamento giuridico, correggendo e colmando le lacunee dello ius civile. Secondo Cicerone venivano chiamati anche iudices a iudicando. A volte comandavano anche l’esercito.

Il pretore era anche un magistratus curulis e, possedendo l’imperium, la sua era considerata una magistratura maggiore. Nonostante questo, doveva rispetto e obbedienza ai consoli. Le insegne che distinguevano il suo ufficio erano sei littori, la sella curule (sedile pieghevole a forma di “X” ornato d’avorio) e la toga praetexta (toga listata di porpora indossata da adolescenti, magistrati e sacerdoti). Il pretoriato veniva in genere assegnato al console dell’anno precedente. Le cariche erano due:

  • Praetor peregrinus che aveva giurisdizione nelle controversie tra cives e peregrini e tra peregrini;
  • Praetor urbanus che aveva giurisdizione nelle controversie tra cives.

Il praetor urbanus, o semplicemente pretore, era il primo del suo grado. Era confinato a Roma, potendo lasciare la città solo per dieci giorni alla volta. Parte dei suoi compiti riguardava il sovrintendere ai Ludi Apollinares, una sorta di giochi dedicati al dio Apollo che si svolgevano dal 5 al 13 luglio. Nelle questioni civili, la funzione principale dei pretori consisteva nel dare un iudex. I pretori presiedevano anche i processi penali. Secondo Pomponio un pretore presiedeva ma un corpo di giudici determinava, per maggioranza dei voti, la condanna o l’assoluzione; secondo altre fonti erano invece quattro i pretori a presiedere e giudicare.

Quando i confini dello stato si estesero al di fuori dell’Italia vennero creati nuovi pretori. Dei sei pretori, due restavano in città e quattro venivano inviati fuori. Il Senato assegnava le provincie per sorteggio. Al termine del mandato, al pretore di solito veniva assegnata l’amministrazione di una provincia col titolo di propretore. Alla fine della dittature di Giulio Cesare il numero di pretori era salito a sedici. Augusto lo fissò a dodici e a un’età minima di 30 anni.

Propretore (pro praetor)

Era un pretore che scaduto l’anno di carica veniva destinato al comando di un esercito o di una provincia. Il mandato di governo di una provincia praetoria era limitato a un anno. I governatori non avevano paga, solo una sorta di rimborso spese.

Censore (censor)

Fino al 443 a.C. i censimenti erano di responsabilità dei Consoli. A causa dei ritardi con cui venivano tenuti fu istituita la carica di censori. Essi avevano compiti di cancelleria inerenti la custodia dei registi. Avevano anche il compito di stabilire le modalità di censimento: entrati in carica, i censori indicavano in quali giorni i cittadini dovessero presentarsi al Campo Marzio per indicare il proprio reddito. Come per tutte le magistrature, inizialmente tale carica era appannaggio dei soli patrizi. Dal 339 a.C. si stabilì che uno dei due censori dovesse essere di estrazione plebea. Era considerata una delle magistrature maggiori, ma priva di imperium. La magistratura veniva assegnata attraverso elezione nei comizi centuriati, e aveva durata quinquennale (poi abbassata a 18 mesi). Essi si occupavano principalmente del censimento della popolazione, della cura morum (sorveglianza sui comportamenti individuali e collettivi), e della lectio senatus*. Con il declino della Repubblica la carica cadde in disuso; venne poi ripristinata da Augusto.

I censori avevano il potere, grazie alla nota censoria, di punire l’infrazione nell’ambito della disciplina militare, gli abusi dei magistrati, gli eccessi nel lusso. La nota censoria causava una riprovazione morale che comportava ignominia: chi ne era afflitto veniva espulso dall’ordine dei senatori e dei cavalieri, e dislocato in una classe inferiore dell’ordinamento centuriato; in alcuni casi privato perfino dei diritti politici, ovvero di voto e di eleggibilità. La personalità romana più famosa ad aver detenuto questa carica, tanto da assumere il soprannome di Censor, fu Marco Porcio Catone il vecchio.

*Attraverso la lectio senatus il censore aveva il compito di decretare i candidati alla carica senatoriale. Potere particolarmente importante in campo politico.

Edile (aediles)

Questa magistratura esisteva già nelle antiche città sabine e latine. Se ne trovava un collegio di tre aediles a Tusculum e in altre città volsce prima dell’assoggettamento romano, e coppie in città sabine quali Amiterno, Nursia, Trebula Mutuesca, eccetera. Se nelle prime questa carica era originaria, nelle seconde probabilmente fu introdotta dagli stessi romani, così come anche nelle province quando i confini cominciarono a espandersi.

A Roma originariamente gli edili erano scelti tra la classe plebea in ordine di due, eletti annualmente nei concilium plebis, addetti inizialmente alle funzioni del tempio di Cerere. Questi acquisirono in seguito ulteriori mansioni civili quali, ad esempio, l’applicazione delle sentenze dei tribuni della plebe. Nel 367 a.C. vennero istituiti altri due edili, detti curuli, che potevano essere solo patrizi ed erano i soli ad avere a tutti gli effetti caratteristiche di magistrati romani. Nel 44 a.C. Cesare ne creò altri due, detti ceriali, i quali di origine esclusivamente plebea erano addetti alla sorveglianza dell’annona (la conservazione e distribuzione delle scorte alimentari) e responsabili anche dell’approvvigionamento per la città di Roma del grano a essa destinato dalle provincie.

Le aree di competenza degli edili curuli erano tre: la cura urbis, gestione delle strade cittadine, dei bagni pubblici e degli edifici; la cura annonae, gestione dei mercati; la cura ludorum, gestione dei giochi pubblici e circensi. Altri compiti meno definiti riguardavano l’archivio di stato, la giurisdizione tribunizia e la capacità di elevare multe. La carica decadde in epoca imperiale a partire da Augusto, con la distribuzione delle competenze ad altre magistrature (pretori, prefetti dell’annona, prefetti dell’Urbe, prefetti dei vigili, ecc.), fino a scomparire del tutto con Diocleziano.

Tribuno della plebe (tribunis plebis)

Istituita nel 494 a.C., a seguito di una defezione di massa, quella di tribunis plebis fu la prima magistratura interamente riservata ai plebei. Aveva carattere sacrosanctitas, ovvero di assoluta e sacrale inviolabilità del detentore; potere che poteva essere esteso dal tribuno ad altri cittadini plebei che si rimettevano alla sua protezione, quando perseguitati da un magistrato patrizio. Chiunque violasse la sacrosanctitas era passibile di pena capitale. Secondo la tradizione i primi tribuni furono Lucio Albinio e Gaio Licinio Stolone.

Il tribuno aveva il diritto di presiedere i concilia plebis e, in epoca più tarda, di convocare il Senato; mentre non avevano alcun potere al di fuori delle mura cittadine. A partire dal 457 a.C. il loro numero fu elevato a dieci: due per ciascuna classe plebea. Dal 449 a.C. i tribuni acquisirono il potere di ius intercessionis, ovvero di veto contro provvedimenti che danneggiassero i diritti della plebe, indifferentemente dal magistrato che li emetteva. I tribuni avevano anche il potere di comminare la pena capitale a chiunque interferisse con lo svolgimento delle loro mansioni (mediante lancio dalla Rupe Tarpea).

Questore (quaestor)

Magistrati minori dello Stato, quella dei questori costituiva il primo gradino del cursus honorum. Richiedeva un età minima di 28 anni per i patrizi e 30 per i plebei. Pare che il primo fu nominato da Numa Pompilio (secondo re di Roma), ma con giurisdizione criminale (infatti la carica venne introdotta con la lex regia sul parricidio), per poi evolversi in campo amministrativo. In epoca repubblicana il loro compito era di supervisionare e gestire il tesoro e le finanze (quaestor urbanis). Erano privi di imperium ed eletti dal popolo nei comizi tributi in numero di due. Dal 421 a.C., potendo accedervi anche i plebei, divennero quattro. Con l’ampliamento dei confini il loro numero aumentò, venendo dislocati sia nelle provincie per affiancare i governatori sia negli eserciti per affiancare i generali (dividendosi quindi in quaestor militares e provinciales). Dopo le riforme di Silla l’elezione a questore attribuiva automaticamente lo status di senatore. Contestualmente il loro numero fu elevato a venti. A partire da Augusto l’età fu abbassata a 25 anni. L’aerarium romano, però, fu affidato non più a questori urbani ma a pretori anziani.

Senatore (senex)

In latino senex significa vecchio. In età repubblicana indicava i membri del Senato (senatus): l’assemblea dei più anziani e saggi cittadini di Roma detti, per questo, patres. Da patres deriva il concetto latino di patrizi (patricius); secondo Plutarco: i cittadini più illustri e potenti della città che, in virtù di questo, dovevano prendersi cura dei più deboli e indifesi con premura paterna (patres). Per Dioniso di Alicarnasso tra i patrizi rientravano i cittadini più notevoli per nascita, virtù e denari. Per Tito Livio i patrizi erano i diretti discendenti di quei cento patres che formarono il primo senato romano ai tempi di Romolo.

Principe (princeps senatus)

Per tradizione il princeps era il primo membro del Senato, di cui era il portavoce ufficiale, e aveva il diritto di votare per primo influenzando così il parere degli altri. Aveva anche il privilegio di parlare per primo, potendo così impostare il tono del dibattito. Il ruolo di princeps, istituito nel 275 a.C., veniva assegnato unicamente per meriti personali, come riconoscimento ufficiale di un valore morale, salvo il fatto che il candidato dovesse comunque essere un patrizio. Tuttavia non era una carica a vita, ma assegnata dai censori ogni cinque anni. Poteva comunque essere riconfermata dal censore successivo. Era considerato un incarico di grande prestigio, coronamento ideale di una carriera politica.

Tra le sue mansioni cerano quelle di poter dichiarare l’apertura e la chiusura delle sessioni di senato; decidere l’ordine del giorno; decidere il luogo in cui tenere la sessione; imporre l’ordine e altre regole; ricevere, a nome del Senato, le ambascerie e via dicendo. A partire dall’80, ad opera di Silla, pur mantenendone il proprio prestigio il ruolo fu ridimensionato.

Senato (senatus)

Con il significato di assemblea degli anziani (lo stesso termine “senato” deriva dal latino senex che significa anziano), il Senato era la più autorevole istituzione dello Stato Romano. Per questo i suoi membri erano anche chiamati patres (padri). Secondo la tradizione la sua fondazione la si deve a Romolo, ed era composto da 100 membri scelti dalle diverse tribù. Pare che le famiglie romane, gens, fossero formate da un’aggregazione di famiglie nucleari con un patriarca comune (non troppo dissimile dalla “famiglia estesa” di stampo patriarcale del meridione d’Italia di anche solo cinquant’anni fa); costui era detto patres (padre) e ne era il capo. Quando queste gens si aggregarono in una comunità, i padres furono selezionati per formare un consiglio federale. Questo consiglio aveva il compito di eleggere un re che li governasse. Quando il re moriva, il potere tornava temporaneamente nelle mani del consiglio (interregnum). Un patres quindi procedeva col suggerire un successore, il resto del consiglio aveva il compito di approvare o rigettare la scelta. Approvata la nomina, questa doveva essere posta al vaglio del popolo da cui il re riceveva l’incarico definitivo. Questo dovette essere il prodromo del Senato romano.

In età regia il Senato aveva il compito di consigliare il sovrano per aiutarlo nelle proprie decisioni. Sebbene tecnicamente solo al re spettasse creare nuove leggi, da un punto di vista politico il ruolo del Senato aveva una certa valenza a cui il re era vincolato. Infatti era buona norma coinvolgere sia il Senato sia il popolo: quest’ultimo attraverso i comitia curiata. Se, come vuole la tradizione, Romolo scelse i primi cento senatori, Tarquinio Prisco (quinto re di Roma) li raddoppiò aggiungendone altri cento. Il Senato fu in seguito ampliato da Lucio Giunio Bruto (uno dei primi due consoli – 509 a.C.; colui che caccio Lucio Tarquinio il Superbo da Roma e antenato del Bruto che pugnalò Cesare) a 300 membri. Con Silla raggiunse i 600 membri e addirittura 900 con Cesare. Augusto fissò il numero a 600.

Con l’instaurazione della Repubblica nel 509 a.C., il Senato divenne l’organo fondamentale dello Stato. Per entrare a farvi parte occorreva aver esercitato una magistratura: dapprima solo i censori, consoli e pretori; in seguito anche edili, tribuni della plebe e questori. Ogni cinque anni i censori redigevano la lista dei senatori, integrando i posti vacanti e procedendo all’espulsione degli indegni. Il Senato poteva riunirsi solo in luoghi consacrati: in genere la curia (costruito, secondo la leggenda, da Tullo Ostilio ai piedi del Campidoglio) che trovava posto nel foro romano (centro politico, religioso e commerciale tra il Campidoglio e il Palatino). Le cerimonie per il nuovo anno avvenivano nel tempio di Giove Ottimo Massimo; le riunioni di argomento bellico in quello di Bellona (dea italica della guerra).

Il Senato aveva formalmente il solo potere consultivo, le cui principali funzioni erano esercitate negli ambiti: sacrale-religioso (fondare templi e controllare l’operato dei sacerdoti); militare (autorizzare la leva, sorvegliare e coordinare le operazioni belliche, prorogare il mandato dei comandanti o sostituirli con altri, assegnare il trionfo o l’ovazione ai meritevoli); politica estera (siglare accordi di pace e trattati, dichiarare guerra, ricevere sottomissioni di popoli stranieri, inviare ambasciatori [legati], deliberare sulla fondazione di colonie); costituzionale (sorvegliare l’operato dei magistrati); legislativo (discutere e approvare decreti di legge da sottoporre ai comizi); giurisdizionale (decidere su reati particolarmente gravi quali il tradimento, le cospirazioni, gli avvelenamenti e gli assassinii); finanza (controllare l’aerarum, poiché i questori non potevano effettuare alcuna spesa pubblica, fatto salvo per quelle stabilite dai consoli, senza l’approvazione del Senato).

I senatori avevano diritto a posti privilegiati nelle manifestazioni pubbliche e a teatro, e d’indossare la tunica con il laticlavio (una striscia di porpora portata sulla spalla), il calceus senatorius (un particolare tipo di calzatura) e l’anulus aureus (particolare tipo di anello loro riservato).

Patrizio (patricius)

Quella degli optimates (i migliori) era la classe dominante nella società romana. L’appartenenza a questa classe era fissata dalla nascita e non dipendeva dal censo, e ad essa erano riservate molte cariche magistrali, tra cui l’accesso al Senato. Secondo la tradizione fu Romolo (primo re di Roma) a crearla assegnando ai patrizi tutte le magistrature romane, compresa l’investitura alle cariche religiose e giudiziarie. Inizialmente cento, il loro numero raddoppiò quando a fianco ai primi latini furono aggiunti altri cento sabini. Il rapporto clientelare stabilitosi tra patrizi e plebei lo si deve a questo periodo: gli ultimi giuridicamente dipendenti dai primi.

In età repubblicana i patrizi formavano la classe d’élite della società romana, base del potere dello Stato; ad essa era riservata l’investitura alle cariche più importanti. Per questo motivo quella degli optimates era una fazione dal carattere conservativo, contrapposta a quella dei populares; anche se fra essi potevano comunque trovarsi patrizi più aperti (come Giulio Cesare) che arrivavano ad abbracciare la causa di questi ultimi. Col tempo le magistrature romane si aprirono anche ai plebei, inasprendo in questo modo il conflitto tra optimates e populares.

Tra le più importanti famiglie patrizie possono essere citate quelle dei Cornelii, dei Valerii, degli Iulii, dei Claudii, degli Emilii e dei Fabii.

In epoca imperiale il patriziato cessò progressivamente di avere importanza, almeno da un punto di vista pratico, conservando ugualmente grande prestigio. Sotto Costantino I (306 d.C.) il termine divenne un titolo onorifico concesso ai collaboratori più stretti. Dal V sec. d.C. prese a indicare il generale dell’esercito, in genere di origine barbara. A partire dal 700 d.C. il termine patrizio venne utilizzato per indicare la classe nobiliare che governava su un comune. Nell’Impero Bizantino, fino alla sua caduta, continuò a indicare una dignità di corte.

Cavaliere (equites)

Quello degli equites era un ordine sociale basato sul censo, ovvero la ricchezza (tra i 120-125.000 assi per accedervi). Essi ricevevano un cavallo da parte dello Stato, al fine di servire come corpo militare, e per questo erano costantemente visitati dai censori, al fine di constatarne la dignità. Fino al II sec. a.C. quella degli equites era ancora considerata una semplice divisione dell’esercito – la divisione politica dello Stato era ancora organizzata attorno alle due classi patrizia e plebea – solo dal 123 a.C. essi vennero introdotti come terza classe: l’Ordo Equestris. La lex Sempronia (introdotta da Gaio Sempronio Gracco) stabilì che i giudici dovessero essere scelti tra i cittadini di censo equestre, tra i trenta e i sessant’anni; che erano o erano stati equites, o che potessero permettersi di pagare e mantenere un cavallo, e non essere o essere stati senatori.

Nell’80 a.C., con un’altra legge, Silla emendava la precedente togliendo agli equites il diritto d’essere nominati giudici, ma ne manteneva il prestigio concedendo loro il ruolo di pubblicani (esattori delle tasse). In epoca augustea il loro numero aumentò in modo considerevole, e vennero loro affidati man mano sempre più cariche per togliere potere alla classe patrizia. Essi dovevano avere il censo di un senatore e un retaggio di “nati liberi” risalente almeno al nonno. Potevano indossare il latus clavius (una striscia di porpora portata sulla spalla) ed eleggere tra le proprie fila sia tribuni sia senatori.

Al tempo dei Flavi (gli imperatori) la classe degli equites venne definita ancora meglio, riservando loro precise carriere: in campo militare, i ruoli di prefetto di coorte, tribuno angusticlavio di legione, di vigili, di coorti urbane e di coorti pretorie, prefetto d’ala; nelle procuratele (distribuite in base al censo), di carattere palatino, cancelleresco o tributario, finanziario provinciale, e presidiale; nelle prefetture, la prefettura di flotta, dei vigili, dell’annona, d’Egitto, del pretorio che rappresentavano l’apice della carriera equestre; i sacerdozi.

Plebeo (plebis)

Distinti dai patrizi, quella dei plebei era la classe del popolo: i comuni cittadini romani. Secondo Dionigi di Alicarnasso, Romolo, dopo aver creato le tribù (raggruppamenti sociali su base gentilizia: Ramnes [latina], Tities [sabina], Luceres [etrusca]) e le curia (col significato di “adunanza”, era un’ulteriore suddivisione delle tre tribù in altri dieci sottogruppi per ciascuna), suddivise il popolo romano in patrizi e plebei: contando tra i primi quelli “notevoli” per nascita, virtù e denaro; tra i secondi tutti gli altri. Secondo Tito Livio[1], Romolo nominò cento senatori, detti patres (i cui discendenti furono chiamati appunto patrizi), scegliendoli sulla base della loro dignità morale: a questi assegnò tutte le magistrature; ai plebei il lavoro nei campi, l’allevamento e il commercio.

Nei primi due secoli di vita della repubblica (V-IV sec. A.C.), in quello che fu definito il Conflitto degli Ordini, la classe plebea si diede da fare per ottenere molti diritti, tra cui il raggiungimento delle più alte cariche governative e la parità politica. Ebbero successo.

La prima ribellione, attraverso la defezione di massa, ebbe luogo nel 494 a.C.; ottenendo attraverso di essa il riconoscimento di una magistratura esclusiva: quella dei Tribuni della plebe. Nello stesso anno venne anche istituito il Concilio della plebe: un’assemblea riservata solo ai plebei. Un ulteriore passo in avanti si ebbe con la creazione delle XII tavole (Duedecim tabularum leges – 451 a.C.), una raccolta di leggi scritte (è importante il fatto che fossero messe per iscritto, così che i patrizi non potessero inventarsele ad uso e consumo) affisse nel foro pubblico. Il divieto di matrimonio tra plebei e patrizi fu abolito nel 445 a.C. con la Lex Canuleia. Dal 409 la carica di Questore divenne accessibile anche ai plebei, aprendo loro di fatto l’accesso al Senato. Dal 367 a.C., attraverso le leggi Licinie-Sestie, si stabilì per i plebei l’accesso al consolato, la ridistribuzione delle terre affinché anche loro potessero usufruire delle terre coloniali e la limitazione dell’usura per i debiti contratti coi patrizi. Nel 339 a.C. si ebbe il primo dittatore plebeo, Publilio Filone, il quale convertì le delibere del concilium plebis in leggi dello Stato (purché ratificate dal Senato) e aprì alla plebe l’accesso alla carica di Censore. Nel 337 a.C. i plebei poterono accedere anche alla pretura. A partire dal 320 a.C. tutte le magistrature vennero definitivamente aperte alla plebe. Nel 313 a.C., con la legge Petelia, venne abolito l’imprigionamento per debiti. Nel 300 a.C. la legge Ogulnia aprì ai plebei l’accesso alle cariche sacerdotali. Infine, nel 287 a.C., dopo un’ulteriore defezione della classe plebea, rifugiatasi in massa sul Gianicolo, si ebbe la definitiva e formale parità di classe. Nel I sec. a.C., poiché la classe patrizia si stava estinguendo, le sue file vennero rinfoltite con l’immissione nel Senato delle più ricche famiglie plebee.

Pontefice massimo (pontifex maximus)

Istituita da Numa Pompilio (secondo re di Roma), quella di pontifex maximus pur solamente rappresentativa era la massima carica a cui un religioso potesse aspirare. Era il capo del collegio di pontefici che presiedevano alla sorveglianza e al governo del culto. Aveva il compito di nominare le vestali (sacerdotesse consacrate alla dea Vesta, dette “vergini sacre”, col compito di mantenere acceso il sacro fuoco), i flàmini (flamen, sacerdote preposto al culto di una specifica divinità di cui celebrava i riti e le festività) e il rex sacrorum (magistrato romano che aveva il compito di officiare i rituali un tempo appannaggio del re); stabiliva i fasti (giorni in cui potevano essere trattati gli affari pubblici e privati, in contrapposizione ai nefasti durante i quali ci si doveva astenere), compilava la tabula dealbata (una sorta di elenco esposto nell’atrio della sua abitazione in cui erano riportati i nomi dei magistrati in carica) e gli annales pontificum (in cui venivano registrati gli avvenimenti più importanti della vita della città); infine aveva il compito di interpretare i mores (letteralmente “costume degli antenati”, precetti normativi che riguardavano la morale pubblica). Il più noto pontifex maximus fu Caio Giulio Cesare.

Cursus Honorum

Esso rappresentava l’ordine sequenziale degli uffici pubblici, sia politici sia militari, a cui un aspirante politico doveva prestarsi per salire fino alle massime cariche del governo. Aveva validità sia durante il periodo repubblicano sia nei primi due secoli d’impero. Inizialmente previsto solo per la classe senatoriale (quella patrizia), col tempo si aprì anche alle altre due classi sociali: gli equites e i plebei; ciascuna, però, con prerogative proprie e propri sbocchi di carriera. Ogni ufficio aveva un’età minima di accesso e un intervallo minimo per ottenere la carica successiva. Ottenere ogni carica all’età più giovane possibile era considerato un grande successo politico (quando si dice una carriera fulminante si intende questo).

Esso cominciava ufficialmente con dieci anni di servizio militare. La maggiore età si otteneva al diciassettesimo compleanno, da qual momento si poteva entrare nell’esercito romano con un ruolo che dipendeva dalla propria classe di appartenenza. Il nepotismo non era condannato. Questi dieci anni erano considerati obbligatori per poter accedere a una qualsiasi carica magistrale, ma la regola non era sempre applicata con rigidità: un giovane patrizio, con i giusti appoggi, attorno ai vent’anni poteva riuscire a ricoprire la carica di tribuno militare (tribunus laticlavius): il gradino più basso per la classe senatoria del cursus honorum (secondo in comando del legatus legionis, ma superiore ai cinque tribuni angusticlavi – di classe equestre – e del praefectus castrorum) e dopo due-tre anni poteva già passare al gradino successivo. I gradini successivi si percorrevano tutti tramite elezione, concesse annualmente nei vari comizi.

Le varie magistrature sono state tutte viste in dettaglio più sopra in questo documento. La prima, in ordine di minor importanza, era quella di questore. Vi si accedeva all’età di 30 anni (25 con la riforma augustea). I patrizi potevano anticipare la carriera di due anni rispetto agli altri (regola valevole per tutte le cariche). A 36 anni gli ex questori si potevano candidare per il ruolo di edili. Questo passaggio non rientrava nel cursus honorum, quindi risultava facoltativo. Quello di tribuno della plebe era un passaggio importante nella carriera politica di un plebeo, e solo ad essi riservato. Alla pretura si accedeva a 39 anni (30 con la riforma augustea). Infine, al consolato, la carica più elevata, si approdava a 42 anni (33 con la riforma augustea). Quella dei censori era una carica che stava al di sopra delle normali magistrature, ed essendo facile abusarne venivano eletti solo ex consoli.

Potestas

Originariamente potere, attraverso la coercizione, di alcuni magistrati romani di promulgare editti; analogo anche se minore a quello militare. L’imperium era la forma ultima di potestas, quello appunto militare. Esso contrastava con il potere di auctoritas del Senato romano.

Auctoritas

Con esso si intende l’insieme delle autorità proprie di una istituzione, o di una persona, ai quali gli individui si assoggettano volontariamente per realizzare scopi comuni. Il concetto di autorità comprende la legittimazione, la giustificazione e il diritto di esercitare il potere.

Imperium

È un potere di stampo militare che ha natura dinamica, conferendo al suo titolare la facoltà di impartire ordini ai quali i destinatari non possono sottrarsi, con conseguenze di carattere coercitivo sia di natura fisica (fustigazione, decapitazione) sia di natura patrimoniale (multe). Veniva assegnato, a seguito di elezioni, con la lex curiata de imperio; o con atto senatoriale, per conferire continuità nei teatri militari o nel governo dei territori appena conquistati, con atto pro-rogatio. Simbolo di questo potere sono i fasci littori.

Solamente alcuni magistrati erano dotati di imperium, i quali si dividevano in cum imperio e sine imperio. Tra i primi figuravano consoli, pretori, decemviri, l’interrex e il dictator, il quale aveva ventiquattro littori anziché dodici (ma solo al di fuori del pomerio) e il cui summum imperium era esente dalla provocatio ad populum (tradizione che permetteva a un cittadino romano, all’interno del pomerium, di richiedere contro l’imperium esercitato ai suoi danni un giudizio dinnanzi alle assemblee popolari); tra i secondi figuravano censori, edili curuli, tribuni della plebe e questori. L’assegnazione di questo potere non dipendeva dall’importanza della carica; i censori, ad esempio, erano considerati magistrati maggiori eppure sine imperio.

L’imperium maius, quello assegnato ad esempio a Ottaviano Augusto, era considerato superiore a quello di tutti gli altri proconsoli, ed aveva carattere infinitum poiché non era circoscritto a una sola provincia o a un limite di tempo. L’atto con cui veniva assegnato tale potere, ad Ottaviano e ai principi successivi, era detto lex de imperio, il quale poteva essere conferito solo dal Senato. Con la dinastia severiana l’imperium maius si trasformò in dominato: a questo punto l’imperatore non aveva più bisogno che fosse il Senato a conferirgli tale potere.

Iurisdictio

Secondo il diritto romano, quello di iurisdictio è il potere di impostare in termini giuridici le controversie. In questo senso si distingue dalla iudicatio che, invece, è il potere di risolvere la controversia; potere destinato al giudice che dovrà emettere la sentenza.

Dotati di questo potere erano i pretori, gli edili curuli e i governatori provinciali.

Fascio littorio

Verghe cilindriche di betulla bianca legate in fascio da nastri di cuoio rosso attorno a una scure di bronzo, il fascio littorio era il simbolo dell’autorità maggiore: l’imperium. Dava il potere di punire; conferiva sovranità e unione. L’ascia di bronzo simboleggiava il diritto di vita o di morte sui condannati; tuttavia, salvo che nel caso del dittatore, l’ascia poteva essere portata solo al di fuori del pomerio, poiché all’interno della città non era possibile applicare la pena di morte ai cittadini romani che avevano diritto di appellarsi alle assemblee popolari. In età repubblicana le verge dei fasci erano considerate l’unico mezzo col quale si potesse violare la sacralità della schiena di un cittadino romano, altrimenti considerata inviolabile.

Littori (lictores)

Speciale classe di servitori civili dell’Antica Roma, sia in età repubblicana sia in età imperiale, inizialmente scelti tra la plebe ma sicuramente cittadini romani, che aveva il compito di proteggere i magistrati dotati di imperium. Dovevano essere forti, capaci di lavori fisici ed esenti dal servizio militare. Ricevevano un salario fisso di 600 sesterzi (prima età imperiale). Erano organizzati in una corporazione. Era il magistrato stesso a sceglierli – in mancanza di questo, si procedeva per sorteggio; che precedevano ovunque andasse ed eseguivano tutti i suoi ordini, comprese le sentenze di morte. Il loro numero variava a seconda della carica:

  • Imperatore: 12 littori, 24 dopo Domiziano;
  • Dittatore: 24 littori fuori dal pomerium, 12 al suo interno (in entrambi i casi con ascia);
  • Console: 12 littori;
  • Proconsole: 11 littori;
  • Magister equitum: 6 littori;
  • Pretore: 6 littori fuori dal pomerium, 2 al suo interno;
  • Propetore: 5 littori;
  • Edile curule: 2 littori (fonte incerta, forse dipende dall’epoca);
  • Questore: 1 littore (fonte incerta, forse dipende dall’epoca).

In occasione di funerali politici, i littori potevano essere assegnati anche a privati cittadini come segno di rispetto da parte della città.

Il littori curiati, che non portavano fasci e avevano compiti religiosi, erano assegnati in numero di 30 al Pontefice Massimo col compito di scortare gli animali agli altari in occasione dei sacrifici. Anche le vergini vestali e i flamines erano scortati da un littore curiale. Due littori curiali scortavano le donne della famiglia imperiale. Avevano anche il compito di convocare i Comitia Curiata e di mantenere l’ordine durante le votazioni.

___________________________

Note

[1] Tito Livio, Ab Urbe Condita libri

25 Comments on “Glossario latino

  1. Passi grammatica al lunedì, ora pure latino al venerdì? 😀
    Comunque, così ad occhio, per quel che possa ricordare delle versioni di Cesare, qualcuno manca, e poi non andrebbe in ordine alfabetico? 😉

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    • Ne mancano moltissimi, non posso certo inserirli tutti in un unico post. In questo mi sono concentrato sulle magistrature e su quegli elementi direttamente ad esse collegati. Ho già in mente di realizzarne uno dedicato alle cariche militari. Non ho scelto un ordine alfabetico perché mi pare che l’ordine gerarchico sia in questo caso più funzionale. In questo glossario le cariche infatti sono presentate dalla più alla meno importante.

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    • Grazie, Nadia. Sono un appassionato di letteratura latina. Tra le mie letture figurano: Ab Urbe Condita libri di Livio, La congiura di Catilina e La guerra di Giugurta di Cajo Crispo Sallustio, il De re pubblica di Marco Tullio Cicerone, le Satire di Orazio, il De bello gallico di Gaio Giulio Cesare e adesso stavo pensando di leggere De vita populi Romani di M. Terenzio Varrone.

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      • Scusa i due profili ma prima ero da cellulare e ora da pc. Caspita che letture leggere! Comunque a me piacevano le vestali come figure. Fai uno studio approfondito anche sulle donne, secondo me è molto interessante. Ora sono dentro al mondo egizio e lì finalmente la figura femminile ottiene maggiore luce e si mostra con più valore. Sono di parte lo so, ma ne resto sempre molto affascinata dalla predisposizione che ne ha, l’universo femminile verso il mondo spirituale a discapito di quello maschile invece rivolto al comando, alla supremazia e potere. (Non certo generalizzando)

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        • Di fatto è così, sono figure molto affascinanti e molto antiche. Pensa che la figura delle vestali esisteva già prima della fondazione di Roma, visto che la madre di Romolo e Remo era proprio una vestale “violentata”, secondo la leggenda, dal dio Marte in persona. I due bambini furono dati all’esposizione nel Tevere proprio a causa di quest’atto impuro…

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  2. Mi hai fatto venir voglia di leggere il “De bello gallico” di Giulio Cesare che rimando.
    Bel post. Un po’ di storia non guasta.

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  3. A proposito di dittatori, quando citi il povero (Quinto) Fabio Massimo, non ti scordare del soprannome: Cunctator, ovvero il temporeggiatore. Al poveraccio avevano assegnato la dittatura per fronteggiare il grande Annibale, mica cotiche… 😀

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    • Certo, ricordo benissimo. Il povero Fabio Massimo – il nome nell’antica Roma praticamente non si usava – fu criticato per la sua scelta di, appunto, temporeggiare davanti all’avanzata di Annibale, bruciando campi coltivati ed evitando lo scontro diretto così da logorare lentamente l’esercito avversario per fame e stenti; ma in realtà fu una buona strategia. Il soprannome che questa strategia gli valse va in realtà visto come una delazione, ma i suoi avversari politici mandarono a morte contro Annibale centinaia di migliaia di legionari romani prima che Scipione ne avesse ragione a Zama. Quindi non aveva tutti i torti.

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  4. Dell’epoca imperiale mi ha sempre affascinato l’ingegneria. Quando ho visitato alcuni siti archeologici a Napoli, sono rimasta sbalordita dalle pareti costruite con una tecnica che le ha rese antisismiche. Per non parlare della precisione di chilometri e chilometri di acquedotti dall’inclinazione perfetta. Già, non c’entra nulla col tuo post, ma mi è venuto in mente questo 🙂

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    • Non è vero che non c’entra e anche io ho sempre ammirato molto l’ingegneria romana, basta dare un’occhiata al Panteon quando si passa da Roma per rendersi conto di quanto fossero geniali e senza neanche avere istituito una facoltà d’ingegneria. Altro che noi oggi…

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