Il racket è un bene

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Polizze assicurative contro se stessi

Quando si dice che tutto ha un prezzo, si sottintende che tutti abbiano qualcosa da vendere. Anche la mafia ha qualcosa da vendere[1]. Cos’è che vende la mafia? Qual è il bene commercializzato dalle organizzazioni malavitose siciliane? «In un contesto storico, quello siciliano o meridionale, in cui difetta la fiducia»[2] anche la protezione è un bene che può essere acquistato o venduto.

Quello della protezione è un tema di grande successo, sia per chi lo vende sia per chi se ne appropria come giustificazione del fenomeno mafioso: magistrati, poliziotti, politici… romanzieri. Il racket della protezione ha però molte facce. Una di queste è identificabile con il racket che tutela l’impresa, quella legale, attraverso il monopolio, la violenza, l’intimidazione – dei ladri, dei traditori, dei testimoni – e il sabotaggio; sabotaggio politico, sociale, morale e fisico, se occorre, della concorrenza. Così vi può capitare che passando in certe zone della Sicilia, se volete dissetarvi la gola seccata dall’arsura che in alcune stagioni potete trovare da quelle parti, potreste scoprire che il baretto dello sport in cui vi siete infilati ha da vendervi una sola marca di gazzosa. E quando, stupiti, chiedete al tizio dietro al bancone come mai non si sia fornito anche di altre bevande, tra cui la vostra preferita, questo risponda con un’alzata di spalle. La scusa di solito è che i clienti abituali chiedono solo quella. Voi, a vostra volta, scrollate le spalle giustificando l’anomalia col fatto di trovarvi in una sorta di terzo mondo, almeno culturale. Ma non è così. L’arretratezza non c’entra nulla. E quel commerciante, come ogni commerciante del mondo, avrebbe solo vantaggi nel fornirvi la vostra bevanda preferita, quella reclamizzata in TV. Solo che non può.

Quando mio padre si trasferì, ancora molto giovane, da Centuripe, un paesino in provincia di Enna, a Catania (e stiamo parlando della parte orientale dell’isola, quella babba[3]), per aprire una sartoria con un suo amico, entrambi erano ben coscienti di chi fosse il boss del rione. Non perché ci avessero a che fare, ma perché lo conoscevano tutti. Codesto boss non faceva assolutamente nulla che non fosse vivere di scrocco. Scroccava le colazioni al bar, il pane dai panifici, la carne dalle macellerie. Voi l’avreste fatto pagare un cliente così, sapendo chi è? Lui non pagava mai nulla, prendeva e basta. Quando però la gente del rione aveva un problema, è al boss che si raccomandava.

Una sera mio padre e il suo amico decisero di prendersi una pausa – il lavoro del sarto, si sa, in certi periodi dell’anno è pesante – e se ne andarono al cinema. Era una bella serata di fine maggio, come solo in Sicilia si possono assaporare. L’amico di mio padre aveva una FIAT 600 color cenere, nuova di zecca. Parcheggiarono vicino al locale ed entrarono. Quando uscirono, come si può immaginare, l’automobile non c’era più. Nessuno dei due però se ne preoccupò troppo. Il mattino dopo infatti nella sartoria entrò un signore prezzolato e ben vestito. Si presentò come “amico”. Disse di sapere cosa era successo e che poteva dare una mano per “accomodare” la cosa. Bastava pagare un riscatto. La macchina sarebbe stata riconsegnata senza nemmeno un graffio. Garantiva lui, l’amico.

I due soci presero tempo. Nel pomeriggio mio padre andò a parlare col boss. Il boss, in canottiera e bermuda, occupato a leggersi il Corriere di Catania, allora testata giornalistica di carattere democristiano stampata in Sicilia, lo confortò. Gli disse di non preoccuparsi, che ci pensava lui. La sera stessa ritrovano l’automobile parcheggiata davanti alla sartoria. Neanche un graffio, un po’ di polvere, uno specchietto spostato nel modo sbagliato. Identica a come l’avevano lasciata. Dell’amico prezzolato, e di chi la macchina l’aveva rubata, non si ebbero mai notizie. Un paio di settimane dopo però nella sartoria entrò il boss. Disse di volersi fare un vestito; il battesimo della figlioccia… I due soci gli presero le misure, tagliarono e impunturarono la stoffa. Il boss fece ritorno per provare il vestito imbastito: gli calzava a pennello. Quindi finirono di cucire l’abito e glielo consegnano. L’avreste fatto pagare voi un cliente così?

Ora, ricambiare un favore con un altro può non sembrare una cosa tanto grave. A mio padre nessuno ha mai chiesto il pizzo. Il pizzo non lo chiedi alla sartoria, al panificio o alla drogheria; lo chiedi all’imprenditore. Ma se vi dicessi, anche solo per testare la vostra reazione, che il furto dell’automobile non era un evento casuale? Se vi dicessi che magari fu il boss stesso a organizzarlo per avere la scusa di farsi ricambiare un favore? Vi sembrerebbe ancora una cosa così innocua, di poco conto?

Ecco, questa è un’altra faccia dello stesso racket. Diversamente dagli altri beni, quello venduto dalla mafia non si rifà al principio della domanda e dell’offerta; quello della mafia suscita esso stesso l’offerta. Da sempre sono i mafiosi a stimolare il mercato. Lo possono fare in due modi: uno è quello che vi ho raccontato. L’altro è questo: vi viene a trovare il solito mediatore prezzolato. Vi comunica che in giro ci sono chiacchiere sulla vostra attività; chiacchiere che sottintendono intenzioni malvage. Poi vi offre protezione, l’incolumità da ogni pensiero. Non pagate la gabella a un criminale; pagate la gabella alla vostra spensieratezza. Se poi pensate di poterne fare a meno, un mattino, quando arrivate per tirare su la saracinesca, vi potreste accorgere che di essa sono rimaste solo ceneri carbonizzate. Alcuni hanno reso questo tipo di racket addirittura legale, nella forma delle guardie armate simili a quelle che di notte, qui al nord, si fanno il giro dei negozi o delle piccole aziende lasciando pinzato nel telaio della saracinesca un tagliandino di carta. Racket.

«La mafia d’ordine presuppone sempre un disordine da organizzare e da tenere sotto controllo»[4]. E quando il disordine non c’è, be’ se lo inventa. «Molto spesso la minaccia viene amplificata o addirittura creata ex novo perché la polizza venga stipulata», e accade che tra l’estorsore e il protettore «ci sia solo un gioco delle parti». In fondo i siciliani sono da sempre rinomati per la propria creatività e la capacità di inscenare storie. Non è diverso dal teatro. Solo che, nel caso della mafia, si tratta di vita vera. Di realtà.

Naturalmente «l’industria della protezione» è a sua volta costretta a chiedere protezione agli apparati statali «contro il rigore della legge». Ma in questo si può ritrovare quella reciprocità che lega la mafia all’establishment: anche la politica ha spesso bisogno di favori…

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Note

[1] Diego Gambetta, La mafia siciliana, Torino 1992

[2] Salvatore Lupo, Storia della mafia, Roma 2004

[3] Cioè quella stupida, che non si sa organizzare in bande criminali.

[4] Cit. S. Lupo

19 Comments on “Il racket è un bene

  1. Perché quando è che scrive noioso?
    Complimenti. Ma tu non sbagli mai, Salvatore?
    A volte mi viene il dubbio che tu sia un robot. O un genio.

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  2. Al di là della bravura o meno (non mi va di andare fuori tema o di fare paragoni, altrimenti è una battaglia persa e neppure di passare per una che fa complimenti tanto per. Sono critica tanto con me stessa, tanto con gli altri. Non sopporto proprio chi già dice di essere uno scrittore, un drammaturgo, uno scienziato, un presidente di sto cavolo solo per farti sentire quanto è superiore… chissenefrega. Che lo scrivessero sul curriculum vitae senza scassare i “cabasisi “).
    Io guardo a chi a migliore di me, ma non vado a infierire con chi sta un po’ peggio di me, nel senso che ognuno ha le sue bravura e le sue pecche, pochi lo ammettono, io pure troppo, ma non si sminuisce gli altri per farsi grandi.
    Detto ciò quello che trovo interessante nella tua scrittura, non è solo la padronanza linguistica (che è molto), ma il saper trattare tutto, pure argomenti scabrosi, scomodi. ( vedi Mafia, di oggi ).
    Sei uno dei pochi che dà soddisfazione leggere e che non si monta la testa.
    Chiudo.
    Che non è giornata. Però ci tenevo a sottolineare che si vede l’impegno che ci metti e il risultato si vede.

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    • Ma no, queste cose le tiro giù più o meno di getto durante la pausa pranzo in ufficio. 😛

      Di bravi ce n’è tanti, io non sono nessuno. Mediocre, forse. 😉

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  3. Se vabbè. Non fare il finto modesto, non ti si addice. In pausa pranzo scrivo altro. Tutte mediocrità. Di bravi ce ne sono, ma non tanti. L’importante è capirlo e migliorarsi.
    Mi sa che tu l’hai capito da un pezzo, prima o poi becco il manuale che hai sottobanco. Sdrammatizzo che sennò la creatività ne risente. Da “incavolata” non rendo. Ma anche da serena…😛

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  4. Scrivi durante la pausa pranzo? io nella pausa pranzo è difficile che riesca a concludere qualcosa, arriva sempre qualcuno a distrarmi, fatico anche a commentare i blog…
    Comunque sei bravo a ottimizzare il tempo.

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