Imprenditoria mafiosa


Imprenditoria mafiosa

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Dai gabellotti alle multinazionali del crimine

Tra il XIX e la prima metà del XX secolo in Sicilia era diffusa la figura del gabellotto. Egli non era un mezzadro, vale a dire un contadino che associandosi con un proprietario terriero – solitamente appartenente alla classe nobiliare – divideva con esso i frutti del suo lavoro; il gabellotto apparteneva alla piccola borghesia imprenditoriale, e il terreno su cui lucrava era preso in affitto. La leggenda vuole che questi gabellotti, contadini ignoranti ma furbissimi, approfittando dell’incapacità dei nobili di gestire i propri feudi siano riusciti col tempo a soppiantarli. Quello che la leggenda invece tralascia di menzionare è il modo in cui questo è avvenuto: con «polvere e piombo»[1].

Questo cosa centra con la figura del mafioso e con le multinazionali del crimine, interessate all’accumulazione capitalistica e al narcotraffico? L’immagine che il mafioso ha sempre voluto dare di sé è quella di un povero campagnolo ignorante: «Parlo poco perché so poco»[2]. Ma la figura del gabellotto in realtà corrisponde a quella di «un cavaliere, più volte milionario, impegnato tra l’altro nella Londra del 1922, con altri “industriali” dello zolfo, con i dirigenti della Montecatini, con il Gotha dell’industria chimica mondiale, nelle trattative per la costituzione del cartello internazionale dell’acido solforico»[3].

Nella contrapposizione tra vecchia e nuova mafia, dove il nuovo sono i corleonesi, i narcotrafficanti, gli attentatori di Falcone e Borsellino, l’immagine distorta che si ha della prima corrisponde alla figura di un commendatore prezzolato di paese, poco istruito ma ben voluto, prodigo di consigli e buone intenzioni, intrallazzato nelle attività comunali ma solo per difenderle dallo Stato[4] – che essendo un’estensione dei piemontesi non può che essere visto come un imposizione – che si fa carico della salvaguardia delle tradizioni, della «virtù delle fanciulle» e della tranquillità della propria comunità intervenendo a pacificare le controversie e a punire l’occasionale scippatore o stupratore o rapitore di bambini. La figura tipica del vecchio mafioso è quindi quella di un contadino ignorante che si è scrollato di dosso la terra per assurgere al grado di piccola borghesia, molto legato al rispetto delle tradizioni e del prossimo suo, quando fa parte della propria comunità.

La stessa contrapposizione tra nuova e vecchia mafia non regge a un’analisi più attenta, poiché questo argomento compare già nella Relazione della giunta per l’inchiesta sulle condizioni della Sicilia del 1875, e poi ancora tirata in ballo «negli anni della prima guerra mondiale, quando i vecchi mafiosi sarebbero stati sostituiti da feroci criminali; all’indomani della repressione fascista degli anni venti […]; negli Stati Uniti di inizio anni trenta, quando secondo il capo-mafia newyorkese Joe Bonanno la vecchia Tradizione siciliana avrebbe cominciato a cedere ai veleni del nuovo mondo; nel corso degli anni cinquanta»[5] e via dicendo fino a giungere, appunto, ai corleonesi.

Che quello mafioso non sia un fenomeno passeggero né tantomeno legato all’equazione mafia = latifondo, contrapposta a piccola proprietà = progresso sociale, destinata a esaurirsi grazie a una maggiore alfabetizzazione e all’inserimento nella società di elementi modernizzanti come la scolarizzazione, l’industrializzazione e una maggiore apertura dei costumi in campo sessuale, appare chiarissimo proprio dalla sua espansione e longevità: «Molti pensarono che la mafia sarebbe scomparsa quando nei paesi del desolato entroterra siciliano si fosse sentito il fischio della locomotiva, non immaginando che se ne sarebbe ancora parlato dopo il fischio della locomotiva, il boom del jet, il bip del computer»[6].

La modernità non entra quindi in conflitto con la figura del mafioso; anzi, pare avergli addirittura giovato. La mafia che tradizionalmente era: «un fenomeno zonale, caratteristico di Palermo e di quasi tutta la sua provincia, di Napoli e di alcune realtà dell’hinterland, della provincia di Reggio Calabria, di una parte di quella di Trapani, dell’area siciliana interna dello zolfo e del latifondo, ad esclusione della parte orientale dell’isola», negli ultimi trent’anni si è estesa «sino a coprire con una certa omogeneità tre regioni: Sicilia, Campania e Calabria, per non dire della quarta, la Puglia»[7]. Dimostrando in questo modo non solo di non essere stata soggiogata dalle leggi sull’associazione mafiosa e dall’azione dello Stato in questo campo, ma di aver avuto successo: radicandosi e espandendosi. Proprio come una multinazionale di successo.

La prima cosa che pare fondamentale dunque, è scrollarsi dalla mente tutti gli stereotipi legati a questo fenomeno: ignoranza, arretratezza, povertà, violenza circoscritta, realtà retrograda e feudale… tradizione e rigidità dei costumi. I mafiosi sono uomini d’affari rampanti e preparati, disposti a tutto per conseguire i propri obbiettivi, e con lo sguardo perennemente puntato verso il futuro. I quali si appropriano volontariamente, strumentalizzandoli, dei «codici culturali» del Mezzogiorno: senso dell’onore, clientelismo, familismo; facendone un collante per la propria tenuta. L’immagine tradizionale del mafioso è per loro una maschera con cui coprire il reale aspetto del fenomeno; una bandiera con cui giustificare la propria presenza nella società. Essi stessi sono stati più volte coinvolti nelle vicende dello stato dallo Stato stesso[8].

Ma anche in questo caso non si deve esagerare, immaginandosi un mafioso iper-istruito analogo, per certi versi, a un moderno manager di successo. «È molto dubbio», dice Salvatore Lupo, «che il mafioso possa mostrare capacità imprenditoriali più complesse di quelle necessarie per l’esercizio di una tradizionale azienda agraria» o, nella loro corrispondenza attuale, nell’edilizia e nel commercio. E ancora: «l’inserimento in attività finanziarie anche di grande scala, come quelle del riciclaggio dei capitali ʻsporchiʼ, non fa del mafioso un imprenditore ma piuttosto un rentier». Vale a dire uno che vive di rendita, ma accumulando capitali in modo illecito o da attività illegali o entrambe le cose.

Il vero errore di queste associazioni, o forse il loro punto di forza, è che non hanno alcun motivo per rinunciare alla propria immagine tradizionale e assumere su di sé, pur nel campo dell’illecito, il ruolo di imprenditoria del crimine: reinvestendo i capitali e espandendo l’attività. «La struttura clientelare della cosca, obbligata a una continua redistribuzione tra i suoi famelici aderenti, […] non sembra possa assomigliare più di tanto a quella tradizionale e verticale dell’impresa». Dall’Ottocento a oggi non c’è stata alcuna mutazione epocale di questo fenomeno, il quale si è certamente espanso ma senza modificare la propria natura: «la ricerca dell’accumulazione e la ferocia». Insomma, anche in campo mafioso siamo italiani fin nel midollo…

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Note

[1] Inchiesta Bofandini → link

[2] Intervista di I. Montanelli, Pantheon minore, Milano 1958 riportata da S. Lupo, Storia della mafia.

[3] Salvatore Lupo, Storia della mafia, Donzelli 2004

[4] Come ad esempio si legge in Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta

[5] Cit. S. Lupo

[6] Cit. S. Lupo

[7] Cit. S. Lupo

[8] L. Franchetti e S. Sonnino, La Sicilia nel 1876

16 Comments on “Imprenditoria mafiosa

  1. Al solito interessante.
    La parte iniziale, sulla mezzadria, mi ha ricordato una novella di Pirandello: “il bottone della palandrana”. Rileggila 😉
    Una domanda, come si incastra tutto ciò con la nobiltà siciliana e con le baronie?

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    • A quanto ho capito finora, una parte della nobiltà siciliana, baroni che magari vivevano addirittura in Spagna e in Sicilia possedevano solo delle proprietà, non potendo gestire direttamente i loro interessi si sono fatti “fregare” poco alla volta la terra da questi gabellotti; il ché di suo non è neanche una cosa tanto spiacevole per noi, pur non rientrando nei confini della legalità. Il problema è che da lì si è poi fatto un passo avanti, costituendo associazioni e via dicendo. Insomma, i furbi non fanno gli interessi della società; non si battono per la giustizia.

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      • Da siciliano d’origine conosco la tradizione della “riverenza”, non so se ha un nome specifico. La persona importante del luogo, nobile, barone, sindaco, vengno “riveriti” dalla popolazione, anche solo passare per un saluto è doveroso. Mi domandavo come questi potenti locali si intrecciassero con la mafia.

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        • Dunque, secondo quanto emerge dal trattato di Franchetti e Sonnino, di cui avevo già parlato in precedenza, i primi contatti con la nobiltà si deve aver avuto attraverso il banditismo: per evitare che i banditi, pur scacciati in un primo momento, si vendicassero ad esempio dando fuoco alle messe, i baroni dovettero agire in modo tale da tenerseli buoni. Da qui, probabilmente, almeno in alcuni casi si dovette stringere maggiormente le maglie della collaborazione, trovandone un reciproco vantaggio. Ma naturalmente i casi della vita sono molti ed è difficile tracciare delle linee guida generali.

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  2. Probabilmente lo avrai letto in Lupo, ma nella repressione fascista della mafia c’era una componente ideologica abbastanza singolare (che era costitutiva dell’ideologia fascista in sé): e cioè, il fenomeno mafioso era visto non come un modello tradizionale di regolazione sociale tutto siciliano, ma come il risultato locale del sistema parlamentare liberale, visto come causa della corruzione imperante e di conseguenza come male da estirpare (e di fatto per certi versi estirpato). Tutta la propaganda che accompagnò il periodo della prima ondata di repressione (anche abbastanza brutale) fu incentrata su questa idea, che rafforzava a livello nazionale la necessità di abbattere le istituzioni liberali e creare il nuovo stato fascista.
    Così, pour parler 🙂

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    • Chiaramente ognuno tende a giustificare se stesso e le proprie azioni. Che quanto dichiarato dal fascismo, come nucleo del problema, sia falso è provato da quanto successo nelle altre società liberali: in cui il fatto di essere liberali non ha prodotto, come fenomeno, l’insorgere della criminalità organizzata.

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    • “ma come il risultato locale del sistema parlamentare liberale, visto come causa della corruzione imperante e di conseguenza come male da estirpare”
      Questa frase mi ha fatto scattare un campanello d’allarme, ma non voglio parlare di politica 😉

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      • Se vedi dei collegamenti, è perché ci sono: io ho passato un mese e mezzo (Salvatore lo sa) chiusa dentro al periodo prefascista ed è stato davvero illuminante per il mio modo di vedere alla politica contemporanea. Lo consiglio vivamente 🙂

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  3. Da profana, visto che sai tutto, Salvatore, perché si usa quel “Don” come riverenza in Sicilia?
    Ad esempio in Abruzzo, lo so per esperienza, i grandi vengono chiamati “zio” e “zia” per rispetto non come uso di parentela.

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    • Il don è un prefisso antico e la cui diffusione non è limitata all’area siciliana. Per intenderci lo ritrovi già in Boccaccio. La sua origine è sicuramente nobile, serviva probabilmente per indicare un personaggio appartenente alla nobiltà, come il sir inglese. Di più in questo momento non ricordo.

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    • Quello del parroco è rimasto. Capisco è un segno di riverenza. A volte si usa il tu anche quando si dovrebbe dare più un tono formale per ampliare la nota. Una sorta di rispetto iniziale, un po’ perso. Poi è chiaro che si dà del tu; io aspetto prima il consenso a poter usare il ” tu”, soprattutto verso le persone molto più grandi di me. A me piace moltissimo parlare con loro. Non li chiamerei “Don” o “zio” non mi verrebbe, ma un tono più alto di rispetto ad un giovane, senza dubbio.

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  4. Nel tempo abbiamo assistito sempre più a un evoluzione (in senso del tutto negativo) delle mafie (parlo al plurale perché intendo non solo quella siciliana ma tutte quelle organizzazioni criminali analoghe diffuse in Italia e purtroppo anche all’estero), si sono infiltrati sempre più nella vita “apparentemente” pulita della società, sono entrati a far parte della imprenditorialità, spesso non più così distinguibili perché il loro approccio non appare violento e negativo, almeno in una prima fase. Questo aspetto subdolo è ancora più pericoloso.

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