Il fascino del lato oscuro

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L’ammirazione di chi non ha il coraggio di peccare

Enrico Onofrio sostiene che in Sicilia per mafioso s’intende qualcuno che ha coraggio e sa darne prova.

«Briganti che si aggirano abitualmente per le campagne dell’isola, lasciando fama delle proprie prodezze. Il più famigerato è Antonino Leone. Furono uccisi per vendetta privata, o per invidia di mestiere, Valvo, Rinaldi, Di Pasquale, Lo Cicero, Capraro di Sciacca. Questi fu ucciso dalla pubblica forza dopo che, abbandonato dai suoi compagni, sostenne da solo due ore di combattimento contro un gran numero di soldati. Valvo fu assalito in una casa dove trovavasi con la sua amante e morì combattendo. Di Pasquale fu ucciso da Leone per odio personale. Botindari trovasi ora in prigione. Egli resistette per parecchie ore contro gli assalitori; abbandonato dai compagni continuò a combattere; ferito gravemente si diede alla fuga, corse più di due miglia, dopo le quali cadde a terra sfinito. Uomini di tale audacia s’impongono facilmente a popolazioni di intere campagne… Il brigante siciliano veste cacciatora e calzoni di velluto, è armato di fucili moderni e di rivoltelle delle migliori fabbriche, porta seco una grandissima quantità di munizioni ed un perfetto cannocchiale per poter distinguere l’appressarsi del nemico. Il suo compito si riduce ormai al sequestro di ricchi proprietari. Il sequestrato è generalmente trattato nel modo più cortese ed è fornito a tavola di laute vivande».[1]

Molti altri esponenti siciliani concordano con questa visione, ad esempio l’allora Prefetto di Caltanissetta: «È mafioso colui che per un sentimento medioevale crede di poter provvedere alla sicurezza ed incolumità di sè stesso e dei propri averi, mercè il suo valore e la sua influenza personale, indipendentemente dall’azione dell’autorità e della legge»[2]. Anche la Relazione della Giunta – quella sulle condizioni della Sicilia del 1875 –  ne dà una descrizione simile: «La mafia è lo sviluppo e il perfezionamento della prepotenza diretta ad ogni scopo di male, è una solidarietà intuitiva, brutale, interessata che unisce a danno dello Stato, delle leggi e degli organismi regolari, tutti quegli individui e quegli strati sociali che amano trarre l’esistenza e gli agi non già dal lavoro, ma dalla violenza, dall’inganno e dalla intimidazione». In un volume pubblicato nel 1904 col titolo La maffia, l’Alongi, che fu a lungo Commissario di Pubblica Sicurezza in diverse provincie dell’isola, definisce la mafia non una vera setta «ma un modo di sentire atavico». Vale a dire un sentimento, quello di reagire prontamente alle offese, che in Sicilia rappresenta un carattere dominante. «Questo sentimento atavico genera, per affinità morali, delle Associazioni, come suole avvenire tra coloro che hanno una medesima fede politica o tra coloro che esercitano una stessa professione: ma in dati luoghi l’elemento mafioso si organizza pure in sodalizi criminosi»[3].

Nel lungo studio delle organizzazioni mafiose, in particolare quella palermitana, e nella cospicua produzione sia letteraria sia cinematografica su questo fenomeno si può notare una caratteristica comune, di cui sia Leonardo Sciascia sia Roberto Saviano sono stati di volta in volta accusati, vale a dire di provare un sentimento di ammirazione verso il coraggio e il vivere prepotente di cui gli affiliati alle associazioni malavitose si rivestono nell’immaginario comune. Volendo potremmo tirare in ballo perfino un noto film hollywoodiano, Quei bravi ragazzi, di Martin Scorzese: dove, con bravi ragazzi, s’intende sì, da un lato, l’appartenenza a una cosca, ma dall’altro in modo molto più letterale: ragazzi in gamba, ragazzi svegli. Solo un ragazzo sveglio, infatti, può darsi da fare per “raggranellare” qualche dollaro extra senza farsi mettere i piedi in testa da nessuno. Ma sono molti i film che potremmo tirare in ballo, dal Padrino a Scarface. In tutti c’è un prototipo di mafioso che è, sì, antieroe, ma anche in gamba, affascinante, per certi versi buono. Bisogna prenderlo dal verso giusto il mafioso, certo, altrimenti ti fa ammazzare – perché lui col tuo sangue le mani non se le sporca di certo – ma una volta che gli sei amico, amico vero, il mafioso è sincero, sempre pronto a dispensare buoni consigli e, se diventa necessario, a tendere una mano…

Che il lato oscuro abbia un certo fascino, che la mafia stessa (si intende l’organizzazione palermitana) fin dall’antichità abbia sfruttato questo immaginario rivestendosi di caratteristiche popolari – pacificatore di controversie, tutore della virtù delle fanciulle, benefattori dei poveri – è un dato di fatto, anche banale se vogliamo. Meno banale è chiedersi se il mafioso, quello vero, sia proprio così.

«[…] è innanzitutto la mafia a descrivere se stessa come costume e comportamento, come espressione della società tradizionale. Ogni eminente mafioso ci tiene a presentarsi nella veste del mediatore e del pacificatore di controversie, del tutore della virtù delle fanciulle; almeno una volta nella sua carriera, egli ostenta una “giustizia” rapida ed esemplare a danno di scippatori violenti, stupratori, rapitori di bambini».[4]

Ma questa immagine, questa propaganda, è presto destinata a scontrarsi con la ben diversa realtà dei fatti. Le caratteristiche della mafia sono l’avidità e la ferocia. I mafiosi sono «capaci di massacrare innocenti, donne e bambini, in barba ai codici onorifici»[5]. L’immagine del mafioso, lo schema ideologico di cui si riveste, viene allora salvato facendo riferimento a una nuova mafia, ridotta a comune e spietata delinquenza, molto diversa dalla più onorevole vecchia mafia, composta da uomini d’onore. Peccato che questo ritornello continui a essere recitato dal lontano 1875, e poi ancora prima della prima guerra mondiale, all’indomani della repressione fascista, all’inizio degli anni trenta in America, nel corso degli anni cinquanta e, infine, con l’avvento dei corleonesi. Potremmo quasi definirla una leggenda metropolitana. E come tale, come tutte le leggende metropolitane, ha esercitato nella mente degli uomini comuni un fascino prepotente.

Rimane aperta una domanda: dove ha origine il fascino per il lato oscuro, per l’immagine cinematografica e anche letteraria del mafioso? Voglia di trasgressione? Per immedesimazione immaginarsi potenti, come dimostrano di essere questi uomini “d’onore”, così da vivere una vita che altrimenti non avremmo il coraggio di vivere? Desiderio di rivalsa verso le ingiustizie e l’insofferenza del vivere moderno? Lascio a voi la risposta…

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Note

[1] Enrico Onofrio cit. in La Sicilia nel 1876

[2] Cit. in La Sicilia nel 1876

[3] Giuseppe Alongi, La maffia nei suoi fattori e nelle sue manifestazioni: studio sulle classi pericolose della Sicilia, Torino 1886

[4] Salvatore Lupo, Storia della mafia, Donzelli 2004

[5] Cit. Salvatore Lupo

43 Comments on “Il fascino del lato oscuro

  1. Leggendo la prima parte dell’articolo, lo ammetto, mi sono immaginato quelle scene girate da Sergio leone, con musiche di Morricone, naturalmente. Il selvaggio west (o sud) ambientato nell’800 siciliano non sarebbe fantastico?
    Quanto alla tua domanda finale la risposta la puoi trovare nel video qui sopra 😉

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  2. Lo stereotipo che abbiamo nel mondo è anche quello di mafiosi, oltre che di musicisti, poeti e navigatori. Il sud Italia viene visto come luogo oscuro e per questo affascinante al tempo stesso. L’oscurità in narrativa e in cinematografia attrae, è indubbio.
    Io però ti faccio un altro esempio di sicilianità marcata espressa nel film “Nuovo cinema paradiso ” di Giuseppe Tornatore. Si pensa che per parlare di Sicilia, devi parlare solo di mafia. Non è così.
    Nel film che ti ho citato parla della Sicilia e il suo modo di essere. Il protagonista si allontana non per atti di mafia, ma per trovar fortuna che in quel paesino non troverebbe. Perché ci sarà un equivoco con la fidanzata di allora e se ne va. Non attrae solo il lato oscuro di un luogo, gente, ecc. Quel film è pazzesco. Le musiche di Morricone anch’esse nel film di Tornatore mi smuovono dentro, non solo la pelle d’oca. È uno dei miei film preferiti. Mi viene il magone, mi emoziono tanto. E non so perché mi dà tutte queste emozioni. Pochi film mi danno la stessa sensazione.

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    • Conosco il film in questione. Non assocerei automaticamente l’argomento mafia all’argomento Sicilia, sia perché la mafia, intesa come organizzazione malavitosa, esiste ovunque con nomi specifici, sia perché gli argomenti che possono essere affrontati ambientando una storia in Sicilia – come ad esempio nel caso del mio racconto – sono molti.

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  3. In realtà, però, non si può paragonare la vecchia mafia a quella di oggi.
    Molto del fascino, quasi mistico, in qualche modo era vero e non so se sussiste ancora.
    Probabilmente no. Il codice d’onore che ad esempio vediamo in Don Vito Corleone nel Padrino, è molto reale.
    Ancora quando ero bambino io, non era raro sentire che a fare giustizia fossero i mafiosi. Non perché ammazzassero a loro piacimento. Ma nelle controversie della società. Se due uomini erano in diatriba, era più sovente che uno dei due o entrambi si rivolgessero al boss per avere giustizia. E il boss, senza prendere parte, cercava di giudicare con equità su chi avesse ragione o avesse torto. Perché in quell’essere apparente equo, giusto, si giocava la sua credibilità. Se fosse stato iniquo, nessuno più si sarebbe rivolto a lui e avrebbe perduto il prestigio sociale, il rispetto. Diversa era la situazione se una delle vittime era amico del boss. A quel punto non scattava più la giustizia equanime, ma il vincolo di legame. Fare uno sgarbo all’amico del boss significava fare lo sgarbo al boss. E ciò non toglie che se l’amico del boss sbagliava, il boss regolava la faccenda con l’amico.
    Oppure nella vecchia mafia la famiglia era sacra. Lo vedi nel padrino, ma era così. Se un affiliato si trovava un’amante, doveva essere riportato nella giusta strada, pena perdere l’essere un uomo d’onore, o subire conseguenze peggiori.

    Ora, io ovviamente non dico, che queste erano cose buone. Ma una radice in cui il codice mafioso veniva visto anche giusto, c’era nella convinzione popolare.
    Chissà se deriva dalle prepotenze subite dal popolo siciliano a causa dei popoli invasori. I mafiosi, quella mafia, in fondo erano sempre espressione del popolo stesso.
    Io ad esempio, nel mio romanzo, quando entra in scena il boss mafioso, lo tratteggio come capo mafia vecchio stampo. Ordina espressamente al suo scagnozzo di non sparare contro: i picciriddi, i vicchiareddi e u parrinu. Per la serie, agli altri li puoi ammazzare tutti, ma i vecchietti, i bambini e il prete, appartengo a un codice d’onore in cui sono sacri, e che al contrario, quasi quasi un mafioso dovrebbe difendere dalle prepotenze altrui. In questo modo di pensare, io ci vedo proprio i residui ancestrali, in cui la mafia in qualche modo si contrapponeva all’invasore.

    E comunque, il fascino del lato oscuro per la mafia, non sussiste. Nel senso che non sussiste solo per la mafia, ma per ogni tipo di crimine immaginabile. A noi piacciono tanto i pirati, sono affascinanti, ma se ci trovassimo nel XVIII secolo e fossimo abbordati da una nave pirata… altro che fascino.
    La fiction, ma le storie, anche quelle orali raccontate, in qualche moto mitizzano i fatti e portano a immedesimarsi nel cattivo. Lo vediamo costantemente. Nessuno di noi tiferebbe per i ladri nella realtà. Ma se li vedi in un film, ti trovi a parteggiare per loro e consideri il povero derubato come cattivo perché non si vuole fare derubare. Nella fiction ci si immedesima con assassini, serial killer, mostri e banditi. Si tifa per loro. E tutto ciò è parecchio inquietante. Ma se vuoi fare lo scrittore anche parecchio divertente. 😀

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    • e i fimmini?

      E’ il potere catartico della finzione, che ci permette di essere il supereore o il cattivo senza correre rischi, nè materiali nè morali 😉

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      • Le femmine non ci stavano nell’armonia del pezzo: non sparare contro: i picciriddi, i vicchiareddi, u parrinu e i fimmini.
        Troppo lungo.
        Quindi non fare il sindacalista nella mafia che poi mi aggiungi pure li omini sciancati, gli ominicchi, i spetti, i spacchiusi e alla fin fine rimane soltanto che si può sparare ai quaquaraquà. 😀
        E poi il boss poco prima aveva detto che bisogna temere le femmine arraggiate. 😛

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      • Tanto per rimanere in Sicilia, questi giorni mi sono gustata la puntata di Montalbano.
        È una terra meravigliosa. Direi di tirar fuori il buono da ogni luogo e persona. Tanto il brutto c’è ovunque, ma viene rimarcato quasi esclusivamente in alcuni posti.

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        • Eh certo. Non vedi che Salvatore e Grilloz hanno origini siciliane e guarda come sono cresciuti bellissimi. Marina è siciliana ed è una gran signora. E poi ci sono io che da siciliano… ah no, io sono la pecora nera dell’isola. 😀

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            • E ospitali.
              Sulla pagina Facebook di Sellerio, è nata una discussione interessante in merito all’ultima puntata di Montalbano. In pratica Montalbano trova davanti casa sua un senza tetto e lo invita a farsi una doccia e prendere un caffè.
              Molti del nord hanno detto che è una scena inverosimile. Mentre quelli del sud rispondevano che è una scena possibile. Non dico che tutti i siciliani farebbero una cosa del genere. Però sì, è possibile che alcuni possano compiere un simile gesto.

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              • Verosimilissimo, quando restammo in panne a Ragusa (tanto tempo fa) l’autista del carro attrezzi dell’ACI ci ospitò a casa sua in attesa che l’auto fosse riparata (era venerdì pomeriggio, quindi parlo di qualche giorno, non di qualche ora) e ci mise pure a disposizione la sua auto privata per andare in spiaggia.

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              • Confermo. I siciliani sono ospitali. Ma direi tutti al sud, ho avuto modo di sperimentarlo. Poi ci saranno le eccezioni. Come al nord. Io che sto al centro vi osservo in modo imparziale.

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              • Moltalbano lo amiamo anche perché è generoso. Al sud l’ospitalità è sacra e anch’io penso che la scena di Montalbano sia verosimile. Mia madre quando ero piccola e vivevo in Puglia regalò un mio giocattolo a una bambina figlia di una zingara più o meno della mia età che venne a bussare e chiedere l’elemosina, io ci rimasi male ma mia madre disse che era una bambina come me e che in fondo quello era un giocattolo che io non usavo più.

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                • Passeggiavo con mia madre nel centro di Torino quando notai per la prima volta un bambino rom. Non ricordo che età avessi; i miei si sono separati quando avevo dodici anni e all’epoca stavano ancora assieme. Il bambino rom, che poteva essere mio coetaneo, mi mise in mano una rosa, senza che io glielo chiedessi e senza chiedermi nulla. Ad un’orecchio mi sussurrò: «ti andrebbe di fare un regalo a tua madre?» Certo che mi andava. Feci di sì con la testa. Il bambino rom sorrise e si avvicinò a mia madre per chiederle i soldi della rosa. Dovetti restituirgliela. Ci rimasi male: per mia madre a cui avrei voluto davvero regalarle la rosa; per il bambino che sentiva già in tasca il guadagno così facilmente ottenuto; per me stesso, ché trovavo brutto un mondo in cui un bambino era obbligato ad adoperare la furbizia per mangiare la sera. E anche se adoperò la furbizia, il suo fu un gesto genuino; genuino fu il mio assenso. Eravamo tutti d’accordo, la cosa conveniva a tutti tranne, evidentemente, a mia madre. L’ospitalità non è solo invitare gli altri nella propria casa, ma nel proprio cuore.

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    • Quello che dici è esattamente ciò di cui parla Salvatore Lupo nel suo libro, Storia della mafia. Ma, mi domando e si domanda lui, quanto di questo cliché è reale? I mafiosi propagandano esattamente questa immagine di sé, quasi a giustificare la loro presenza nella società siciliana, assumendo il ruolo di giudici e di magistrati come nell’Antica Roma. Ma era davvero così? Al di là del sentimento e delle sensazioni, i fatti dicono di no: i mafiosi da sempre hanno ammazzato donne, bambini, preti e quant’altro senza alcuno scrupolo. La contrapposizione tra vecchia e nuova mafia è un’altra farloccata. Lo si evince dal fatto che già nel 1875 si giustificava la ferocia della mafia con questa favoletta; e poi ancora nell’arco del tempo fino ad approdare ai corleonesi. Va da sé che se tu oggi mi dici che il vecchio mafioso era un uomo d’onore, e ti riferisci quindi a una figura romantica ottocentesca, già nell’Ottocento si ricorreva a questa stessa immagine per giustificare la ferocia dell’istituzione mafiosa. Ma alle spalle dell’Ottocento, o ai suoi inizi, non c’è una mafia così come la definiamo oggi, ma il banditaggio descritto come nello spezzone di articolo con cui apro questo post. Il fatto che esprimi questo tuo, condivisibile, sentimento è un indizio molto valido di quanto efficace sia stata la propaganda mafiosa.

      La figura del mafioso, quella vera, è molto probabilmente più simile alla descrizione che ne fa Sciascia nei due romanzi brevi Il giorno della civetta e A ciascuno il suo. Un’immagine tutt’altro che romantica…

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      • Io non parlo di figura romantica figuriamoci. Ma di codici. Codici non scritti ma che hanno una valenza altamente vincolante per loro. Tu descrivi il fenomeno mafioso riducendolo a semplice criminalità. In realtà non è così. L’affiliazione mafiosa, quella antica, perché non so come funzioni oggi, richiedeva una cerimonia altamente simbolica e vincolante per entrarne a fare parte. Con una formula precisa.
        Cioè con la mafia antica, siamo di fronte a una sorta di setta iniziatica, il cui vincolo interno dell’omertà, non ci ha mai permesso di comprendere appieno il fenomeno mafioso.
        Questa che ti dico adesso non è un’opinione, ma storia, almeno come la ricostruisco io.
        Anche Sciascia, ad esempio, pur vedendola con i suoi occhi, ne sapeva poco dei reali meccanismi interni alla mafia. Il coperchio della mafia è saltato con i primi pentiti. Quando Tommaso Buscetta ha raccontato a Falcone i riti di iniziazione, la distribuzione sul territorio delle cosche, i compiti di un uomo d’onore.
        Diventare un uomo d’onore era uno status in cui bisognava distinguersi. Con comportamenti precisi anche all’interno della società.
        Un mafioso che tradiva la moglie, non era più un uomo d’onore, perché nel loro codice, viola il cardine fondamentale della famiglia. Addirittura poteva anche essere messo a morte dagli altri uomini d’onore.
        Questa è una peculiarità della mafia siciliana, che la distingue dalla mafia russa, o dalla Yakuza. Tanto è vero che i mafiosi emigrati in America, ricreano pari pari il tipo di ramificazione interna che vigeva in Sicilia.

        Io credo che c’è un preciso momento in cui si ha il passaggio dalla vecchia mafia alla nuova. Ed è la grande guerra di mafia scatenata da Riina e Provenzano quando sterminarono la vecchia mafia gestita dai Bontade o i Luciano Liggio.
        La vecchia mafia che era contraria allo spaccio della droga ad esempio e che con la violenza è stata soppiantata dalla nuova.
        Quindi basarsi solo sulle testimonianze pre Buscetta è fuorviante. Perché mostra una contraddizione palese che nessuno riusciva a capire. Se la mafia è violenza criminale, come mai la società siciliana ne è coinvolta e in qualche modo permeata?
        Chi la studiava, non potendo entrare nei meccanismi interni dei codici, del perché di determinate situazioni, non era in grado di definire la mafia esattamente. Da qui i giudizi ondivaghi: ma sono criminali? Ma sono tutori del territorio e delle controversie?
        Falcone, incentivando il pentitismo ha scoperchiato la pentola. E bisogna fare attenzione, che quando diciamo che Tommaso Buscetta era un pentito, ci si sbaglia. Lui stesso rifiutava questa definizione. Perché lui da uomo d’onore non poteva accettare di violare il suo codice. Lui non si era pentito di nulla. Tutti gli omicidi commessi li rivendicava come giusti all’interno del suo lavoro. Lui apparteneva alla vecchia mafia, a quella perdente. E allora visto che non poteva più combattere con le pistole ha combattuto affiancandosi con lo stato. Ma nemmeno con lo stato tutto, ma con Falcone. Buscetta vedeva in Falcone un altro uomo d’onore. Non affiliato alla mafia, è ovvio. Ma in lui vedeva le caratteristiche del vero uomo d’onore. Che non inganna, che ha dei principi, che ha una riga di condotta esemplare.
        Con ciò io non sto facendo l’apologia dell’uomo d’onore, figuriamoci. Sto semplicemente cercando di decifrare la loro mentalità. Sto cercando di capire come te, quali secondo loro sono i principi della loro affiliazione e del rapportarsi col mondo. Cioè in quella figura si concentra la contradditorietà di essere killer, anche spietato e sanguinario, ma vincolato da precisi dettami di omertà, rispetto, famiglia.
        Ridurre tutto a criminalità e basta, non mi fa tornare i conti.

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        • Ma anche Riina e i corleonesi affiliavano gli associati pungendosi il dito. I riti sono sempre gli stessi. Non c’è un prima e un dopo. C’è l’istituzione mafiosa che non è criminalità violenta, non mi pare di aver scritto questo né in questo post né nei precedenti, la mafia piuttosto è mediazione criminale che usa la violenza, ma usa anche la corruzione, la propaganda, i rituali e via dicendo. Io contesto l’immagine romantica del mafioso. Anche il nazismo o il fascismo avevano i loro rituali e codici, ma se togli tutta la superficie e vai al cuore del problema ciò che rimane è un pugno di uomini spietati che fanno solo i propri interessi.

          Chiaramente un romanziere come si deve sfrutterà gli stessi codici mafiosi, ormai conosciuti, e questa immagine che danno di sé, ma mettendone in luce le incongruenze. Altrimenti il suo lavoro, il romanzo, non avrebbe alcuna valenza letteraria.

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      • Insisto e riconsiglio la lettura de “I Beati Paoli” che, ancorché, romanzata descrive perfettamente lo stato d’animo, le intenzioni e i progetti di quella che era definita la prima forma di mafia sviluppatasi in Sicilia.
        Poi, il processo di evoluzione dei fenomeni sociali segue la natura delle esigenze: più si chiede più si pretende; più si pretende meno si accetta la difficoltà di ottenere determinate cose e come averle, dunque? Nell’unico modo possibile: con la violenza, giocando sulla debolezza della gente, con le intimidazioni, con la ritorsione contro gli sgarbi subiti… Insomma, si scivola facilmente verso il basso. La mafia è il fenomeno costretto a scivolare verso il basso dall’evoluzione di tempi e costumi.

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  4. Non so se il mio esempio possa essere universale, ma leggendo le tue parole mi è tornato in mente un brano, o forse un capitolo (l’ho letto dieci anni fa: pardon) in cui si raccontava la storia di due ragazzini, incantati dall’idea di ricchezza e di successo che i mafiosi trasmettevano. Nelle loro imprese, si ispiravano proprio a Scarface. Penso sia molto facile che chi vive in un contesto disagiato si trovi a cercare modelli con cui identificarsi, e sia il cinema sia la letteratura spesso hanno un valore consolatorio in questo senso. Ovvio (l’abbiamo già detto tante volte) che chi racconta la vita “positiva” di un mafioso non arma le mani del lettore o dello spettatore, ma spesso il personaggio di un’opera di finzione riesce a mettere in luce tutti i nostri limiti e tutte le nostre mancanze, al punto che per molti diventa spontaneo prendere esempio, anche se l’esempio è sbagliato.

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    • Sì, mi pare sia un esempio valido. Un buon romanzo dovrebbe sfruttare l’immagine propagandistica del mafioso “vecchio stampo” mettendone, però, in luce contemporaneamente anche gli aspetti oscuri e le incongruenze.

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  5. il mafioso mi fa tristezza, mi fa sempre ladruncolo di quartiere arricchito. Il lato oscuro affascina, ma io lo voglio più oscuro ed esoterico, se possibile. A soldi, cocaina e pizzini preferisco da sempre sangue e vampiri.

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  6. Come affermava Saviano in una trasmissione la criminalità organizzata ci ha derubato anche delle parole, come per esempio Onore che aveva un significato positivo. Oggi uomo d’onore ci venire in mente un uomo di mafia e non un uomo che onora la parola data. È triste se ci pensi. Comunque l’aspetto eroico di queste persone non lo vedo, persone che fanno scomparire un bambino sciogliendo il corpo nell’acido come hanno fatto con il piccolo figlio del boss pentito Di Matteo non hanno niente di eroico o coraggioso, nè tantomeno hanno onore.

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  7. “ma una volta che gli sei amico, amico vero, il mafioso è sincero, sempre pronto a dispensare buoni consigli e, se diventa necessario, a tendere una mano…”
    E su questa frase mi sono tornati in mente tre film dove il mafioso (estero però) è messo a dura prova dalla fatica del lavoro, sempre con Robert De Niro: Terapia e pallottole (1999) e Un boss sotto stress (2002) con Billy Cristal e regia di Harold Ramis (che a voi magari il nome non dice niente, ma fu lo scienziato Egon Spengler nel film Ghostbusters, poi passato a regista); Cose nostre – Malavita (The Family) del 2013 di Luc Besson con Michelle Pfeiffer e Tommy Lee Jones. Quest’ultimo è spettacolare. Michelle Pfeiffer che va a fare la spesa non ve la dovete perdere!!! 😉

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