Le soft skill di un giovane scrittore

Guest-Post

Un guest post di Daria De Pascale

Quindi adesso hai deciso che vuoi fare lo scrittore.

Diciamo che ci hai sempre un po’ pensato: per anni hai raccolto in quaderni e fogli sparsi ragionamenti, astrazioni contenenti verità vere sulla vita e sul mondo, e magari anche qualche dialogo, qualche accenno di racconto, tutte cose perfette per essere infilate in un romanzo; hai letto, principalmente i classici, quelli fondamentali, senza cui non puoi entrare nel novero degli autori. E però ti sei occupato di altro, rimandando: hai studiato, cominciato a lavorare e vissuto un po’ di vita vera – quella che è la materia prima dello scrittore, tanto quanto il marmo per uno scultore – e ti sei detto che lo avresti sentito, quando il momento fosse arrivato. Che un giorno il genio in te si sarebbe svegliato e avresti inondato il mondo di tutte le parole trattenute fino a quel momento.

Non è andata proprio così. È stato più che altro un lavorio: ti sei reso conto, un po’ alla volta, che non ti va di fare davvero nient’altro. Sì, magari il tuo lavoro è anche ok, la vita si è un po’ sistemata in un qualche modo stabile, ma qualunque cosa tu faccia ti manca sempre qualcosa.
Ti manca la scrittura.

Sei rimasto a guardarti intorno una settimana o due, in parte angosciato e in parte eccitato da questa nuova verità, e finalmente ti sei deciso: da oggi, si scrive.

Hai tirato fuori le vecchie agende, i fogli accumulati, le penne e le matite; hai messo bene in fila i libri dei tuoi maestri, classici insuperabili della narrazione i cui nomi ti guardano ora un po’ dall’alto, numi tutelari a protezione della tua arte; hai dato un bacio alla foto di Padre Pio, hai acceso il computer e aperto un file Word.

Bene, sei pronto.

Quasi.

Un momento, giovane scrittore.

Prima di cominciare la tua promettente carriera, dovresti lavorare su qualche… Chiamiamola soft skill, come si dice oggi, che non ha a che fare direttamente né con le tue capacità linguistiche né con la letteratura.

Ci sono degli ostacoli che dovresti superare per fare in modo che la scrittura sia per te quanto più proficua e piacevole possibile. Dove sono questi ostacoli? Sono proprio lì, nella tua testa. E no, non sono i tuoi traumi infantili, i blocchi che ti impediscono di raggiungere ciò che vuoi, le brutte esperienze, i ricordi disfunzionali. No. Sono delle convinzioni erronee, che un po’ ti sei costruito da solo e un po’, possiamo dire a tua discolpa, ti vengono dalla scuola e dal mondo intorno, anche da chi di cultura si occupa stabilmente.

Sei pronto? Cominciamo.

Parliamo prima di tutto della trama. La trama, il plot, l’intreccio – chiamalo come ti pare – è fondamentale. Sì, hai sentito bene: fondamentale. Lo so, ti hanno detto in tutte le maniere che la trama è un elemento secondario, importante solo quando nel libro non c’è nient’altro da guardare, nei romanzi cosiddetti commerciali: nei grandi capolavori non succede mai granché, perché la grandezza di un autore non sta nel concepire storie ma nello stile, nell’innovare dal punto di vista estetico, che è quello davvero importante. Tanto che i critici nemmeno lo leggono tutto il libro, tanto l’importante è capire un po’ il tema e poi saggiare la bontà letteraria, la bellezza del fraseggio, l’uso delle figure retoriche… Bene, queste sono tutte cazzate. Ripeti insieme a me: cazzate.

Tu non devi essere il critico di te stesso, tu il libro – il racconto, la novella, il romanzo – lo devi scrivere, e per farlo ti serve che succeda qualche cosa, possibilmente anche di interessante. Lo stesso vale per i capolavori: se smetti di guardare alle metafore e all’eleganza delle descrizioni, ti accorgerai che nei libri che hai letto succede sempre qualche cosa, e quasi sempre molto più di quello che ti ricordi. E che l’autore sa sempre molto bene quando, dove e come si svolgono i fatti che racconta. E poi, non mentire, la quarta di copertina l’hai sempre letta anche tu, prima di comprare un libro, “per capire un po’ di che parla”. Quindi se vuoi fare lo scrittore dovrai metterti a lavorare a uno straccio di storia.

Questo ci porta direttamente al secondo punto.

Non devi impressionare nessuno. Non devi inserirti per forza nel dibattito culturale del Paese, non devi affrontare temi scottanti, importanti, di attualità – l’attualità è volatile, ricorda. Non devi dimostrare a tutti i costi di aver letto né Euripide né Joyce. Fidati, lascia perdere. Tanto, se stai scrivendo solo per impressionare, i tuoi lettori se ne accorgeranno e ti dimenticheranno presto. Invece, dovresti scegliere di scrivere ciò che davvero ti interessa, ti appassiona, ti fa provare emozioni; non ciò che pensi che il mercato voglia comprare, non ciò che i tuoi parenti si aspettano. Ciò che piace a te.

Dovresti pensare, prima di tutto, a raccontare storie che ti farebbe davvero piacere leggere. Perché scrivere sarà per la maggior parte una gran rottura – non il divertimento che ti aspetti, ma ci arriveremo dopo – e il minimo che tu possa fare è metterti in condizioni di provare piacere, non di annoiarti, quando ci pensi. Ma questo richiederà, ed è il terzo ostacolo da affrontare, una quantità non indifferente di onestà intellettuale. A pacchi. A pacchi enormi. Comprala in negozio, ordinala su Amazon, fabbricala artigianalmente, fai quello che ti pare ma quando ti metti a scrivere fai in modo di averne tanta, e anche quando pensi di averne tanta, procuratene ancora, ché non è mai abbastanza. Perché gli inganni sono sempre dietro l’angolo. Ti ingannerai dalla prima parola all’ultima: non dimenticare che scrivere è l’arte del raccontare balle, e il primo a cui le racconterai sarà te stesso.

Ti ingannerai convincendoti di saper fare determinate cose, che vorresti saper fare ma che non ti riescono: di avere una voce unica che si esprime più di tutto in certi paragrafi profondamente lirici, che invece saranno solo modi per evitare di affrontare i passaggi più difficili; di conoscere la tua lingua così tanto da poterla aggirare e manipolare, mentre invece ciò che avrai composto saranno solo frasi sgangherate.

Ti ingannerai pensando che, se il lettore non ti capisce, è colpa del lettore. Non è così: può anche essere che tu scriva cose così complesse ed elevate da non essere adatte a tutti, ma se sono incomprensibili a tutto il genere umano, il problema è tuo, non del genere umano. È un tuo problema se non ti sei saputo o voluto far capire. È un tuo problema anche se il lettore dopo un po’ si annoia e ti mette da parte: vuol dire che non hai tolto abbastanza orpelli, che ti sei fatto incantare da faccende che non c’entrano con il tuo discorso – o che il tuo discorso non è abbastanza forte, o che la tua scrittura non gli tiene testa. Non sfuggirai mai del tutto agli inganni che seminerai lungo la tua strada, ma puoi tirare fuori tutta l’onestà che hai e applicarla quanto più ti riesce.

Ecco, ti vedo… Ti stai scoraggiando. Ti stai domandando come farai a cavartela in questa selva. Come si fa a capire quali sono le storie giuste, le parole giuste per raccontarle, le cose da tenere e quelle da togliere. Stai pensando che se non sei in grado di capirlo da solo, a intuito, è perché ti manca il talento.

Bene, siamo arrivati al punto più importante. Meglio che ti siedi, giovane scrittore, perché devo rivelarti un segreto: il talento è un’illusione.

Ti hanno detto che la scrittura è un’arte solitaria, per pochi illuminati che compongono le proprie opere chiusi nelle loro stanzette buie, mentre l’arte fluisce come per magia dalle loro penne. Che per la scrittura bisogna aspettare l’ispirazione, e che se non ce l’hai è meglio lasciar perdere. Ecco, scordati di tutto.

Prima di tutto diffida moltissimo dell’ispirazione, che è un’ottima compagna se hai bisogno di nuove idee, ma che quando hai da lavorare ti porta fuori strada e ti fa scrivere frasi bellissime che non c’entrano niente. Ti dirò la verità. La scrittura non è niente di tutto quello che ti hanno insegnato. Invece, è come un artigianato, uno sport, una qualsiasi altra arte. È come la musica, la pittura, la pallavolo, il bricolage. È come la danza: è in particolare come la danza. È questione di accettare il fatto che le prime volte che farai un passo lo copierai, le successive cinque lo ripeterai solo per memorizzarlo, dall’undicesima comincerai a ballarlo e solo, forse, dalla trentesima lo farai a modo tuo. E che mentre lo fai cominceranno a farti male i piedi, le gambe, le braccia. Poi, un po’ alla volta, quel dolore ti diventerà familiare e col tempo ti sarà necessario: sarà il metro di misura dell’impegno che ci stai mettendo. Senza sentire il muscolo che tira dietro al ginocchio, ti sembrerà di non star ballando abbastanza bene.

È anche questione di accettare che alcune cose ti riusciranno più istintive, altre dovrai provarle non venti, ma cinquanta volte, ma poi saranno quelle che amerai di più fare, e altre non ti verranno mai come vorresti, e dovrai fartene una ragione.

E il talento?

Il talento è quella pazienza. È resistere alla fatica, alla noia, alla delusione di vedere che né l’insegnante né i tuoi compagni sono impressionati da quello che hai fatto. Poi va bene, te lo concedo, ci sono delle doti naturali che magari ti avvantaggeranno, ti permetteranno di fare meno fatica: una buona memoria, un buon orecchio per le parole, una naturalezza nel comporre frasi. Ma tutto il resto è lavoro. Lavoro nei giorni buoni e in quelli cattivi, quando hai tempo e quando non ce l’hai. Lavoro da solo e lavoro con gli altri.

Gli altri, sì. Come, che altri?

Gli altri che come te scrivono o vogliono scrivere, gli altri che prima di te hanno scritto, gli altri che, sia che tu fallisca sia che tu abbia successo, scriveranno dopo di te.

L’ostacolo più importante che devi superare, prima di mettere le dita su quella tastiera e scrivere le tue storie, è imparare a stare con gli altri. Smettere di confrontarti, di scrutare tutti come nemici alla ricerca di punti deboli che possano risollevarti l’autostima, di avvelenarti le giornate al pensiero che loro ce la fanno e tu no, e che se ce la fanno è sempre colpa o dei lettori analfabeti o degli editori disonesti, e cominciare a trovarti degli amici: gente da cui imparare, ma anche a cui insegnare quel poco che hai capito, gente che stimi sinceramente – non gente che ha contatti, frequenta certi ambienti, che ti sembra fico avere accanto: gente che leggi con piacere – e che pensi possa stimarti, da cui cercare critica, approvazione e conforto. Perché, fidati, una volta cominciato ne avrai bisogno.

Questo è quanto, giovane scrittore. Lo so, messa così non è più tanto romantico. Non ti permetterà più di giocare al genio maledetto, né all’artista engagé. Messa così sembra solo una gran fatica. Ti posso però dire che, una volta accettato tutto questo, scrivere sarà anche molto più piacevole, e che scoprirai davvero parti di te stesso che non conoscevi, parti importanti, al di là delle idee che ti puoi essere fatto finora.

Come dici? Ah, in fondo non ti interessa. Forse preferisci rimandare, certo. Ormai è tardi per oggi, si può sempre fare un altro giorno. Ma sì, fai con comodo, la scrittura non scappa mica. Quando hai tempo, con calma.

____________________________

Daria De Pascale è nata nel 1989, ha conosciuto il sud e il nord e per buona misura ha scelto di vivere al centro. Scrive storie che leggono (ancora in pochi) e nel Diario Creativo racconta con pochi filtri i suoi primi passi nel mondo della scrittura.

29 Comments on “Le soft skill di un giovane scrittore

  1. Questo articolo mi piace. è scritto bene e con la giusta dose di ironia. Solo su un punto non mi trovo d’accordo: che il talento non esiste. Okay, l’autrice dopo qualche riga fa un passo indietro, dice che esistono delle doti naturali, ma si tratta pur sempre di qualità che influenzano sulla tecnica: “una buona memoria, un buon orecchio per le parole, una naturalezza nel comporre”. Parla poi della capacità di stare con gli altri. E basta? è davvero tutto qui? Io, sinceramente, non credo. Il talento nella scrittura nasce da un particolare modo di guardare il mondo, dalla capacità di comprendere gli altri, dalla volontà di approfondire, di comprendere e di comunicare. Se ci si limitasse all’artigianato, le nostre parole sarebbero prive di energia. Occorre invece un interesse viscerale, una propensione al sacrificio che non tutti anno. Conosco individui che non potrebbero mai diventare scrittori, non perché non sappiano l’italiano, ma perché non nutrono alcun interesse per ciò che accade un metro oltre dal proprio culo. Ed è questo interesse verso la vita, e il desiderio di esprimerlo a parole, che fonda la base del talento. Tutto il resto, secondo me, viene dopo.
    Mi rendo conto di avere una visione particolare, legata anche ai miei studi sulle filosofie orientali e il Karma, ma per me è difficile pensare che non ci sia, nell’anima dello scrittore (come in quella di un pittore, di un musicista o di chiunque altro), un’energia che lo distingue da chiunque non svolga quell’attività. 🙂
    Buona giornata

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    • Ma naturalmente, naturalmente hai ragione! 🙂
      Credo che tutti comincino a scrivere proprio a partire da una visione del mondo diversa, più profonda o comunque percepita come differente da quella comune (le astrazioni, i ragionamenti di cui parlo all’inizio): è proprio ciò che ti spinge a prendere la penna in mano per la prima volta, no?
      Ma lo spirito di sacrificio, l’interesse viscerale, più che dal talento non derivano dalla passione? E poi, coincidono con il talento? Il talento non è ciò che ti porta a fare una determinata cosa meglio rispetto a chi non ce l’ha? La passione si può avere a prescindere dal talento.

      Non so, ho l’impressione che, in particolare nella scrittura, si tenga troppo da conto questa visione ‘intimistica’ (che comunque esiste, ed è forse la base di tutto, quella senza cui il nostro giovane scrittore non si sarebbe proprio messo lì a scrivere) e troppo poco la passione (che è ciò che ti spingerà a continuare nonostante la fatica e nonostante le delusioni) e ancora di meno l’artigianato (e cioè l’imparare giorno dopo giorno esercitandosi e studiando, come per qualunque altra disciplina).
      Naturalmente credo che il talento esista: c’è chi è più capace istintivamente e chi lo è meno. Ma credo che uno con un gran ‘talento’, senza impegnarsi e senza studiare, non possa arrivare molto lontano, mentre uno con meno talento ma che davvero si impegna ogni giorno a migliorarsi e crescere possa raggiungere risultati più che discreti. 🙂

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  2. Sì, questo è vero. Hai menzionato tre elementi (talento, passione e fatica) che sono fondamentali per il lavoro dello scrittore. Tutti e tre offrono opportunità, e tutti e tre portano dei rischi: il talento dona la possibilità di raggiungere buoni risultati con più facilità degli altri, ma porta anche il rischio di sedersi sugli allori; la passione offre la resistenza alla fatica (“chi ama il proprio lavoro non lavora nemmeno un giorno della sua vita”, diceva qualcuno) ma senza talento e tecnica non può portare buoni risultati; la tecnica invece dà il risultato, ma rischia di portare freddezza e un atteggiamento troppo “mentale”. Ci vuole equilibrio, come per tutte le cose (e io, che sono del segno della Bilancia, ne so qualcosa)…

    Comunque questo post mi ha fatto venire in mente un mio vecchio articolo, che c’entra con questo discorso. Se ti va, dai un’occhiata: https://appuntiamargine.blogspot.it/2016/04/lo-scrittore-fra-essere-e-divenire.html

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    • Grazie mille della segnalazione, lo leggo volentieri.
      Come dici tu, è questione di equilibrio, o forse di capire cosa si ha (senza megalomanie e false modestie) e cercare di bilanciare in qualche modo 🙂

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  3. E se il giovane scrittore non è più tanto giovane? E se, fra lavoro, impegni , vita, non è mai uscito dal guscio, ha sempre distrutto quello che ha scritto? Capita che la voglia di scrivere, caparbia, reclami tempo e spazio. Allora finalmente il tentativo di proporre ciò che si scrive, ma subito mille paure: sarò banale…a chi interessa ? Leggendo tanto, e con passione, il non -più tanto- giovane-scrittore comincia a pensare che sia troppo tardi, è inutile tentare, non si potrà mai essere bravi davvero, Murakami Pamuk Tomasi di Lampedusa ( per dire ) loro hanno talanto … ma nel frattempo com’è che Fabio Volo vende camionate di libri?
    Che fare delle idee, delle storie che girano per la testa e che vogliono uscire ?
    Grazie per l’ascolto: è il mio primo commento!

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    • Benvenuta, Brunilde. Lascio che a risponderti sia Daria, l’autrice dell’articolo. Tuttavia, avendo letto il tuo commento, ci tengo a precisare due cose: la prima è che Tomasi di Lampedusa propose il suo capolavoro a Mondadori e Einaudi, Il gattopardo, e fu da loro rifiutato (clamoroso errore di Vittorini…). Fu poi Giorgio Bassani, allora editor di Feltrinelli, a fiutarne il valore e farlo pubblicare: ciò avvenne a un anno dalla morte dell’autore. La seconda cosa è che il successo (di pubblico, di vendite, di premi, ecc.) non ha nulla a che fare con il talento dell’autore; il successo segue dinamiche proprie di cui, se ti interessa, proverò a parlare su questo blog mercoledì prossimo. Tutto questo costringe a dei ragionamenti… E’ pieno di autori che vengono scoperti dopo la loro morte; di autori di talento che in vita non hanno mai avuto successo; o di autori che hanno, invece, avuto molto successo e poi sono spariti dalla storia.

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    • Sono d’accordo con Salvatore sulla questione di Vittorini: magari lui personalmente non l’ha apprezzato, e ha preso una cantonata (e diciamo pure che la paga ancora, questa cantonata, attirandosi il disprezzo dei posteri). Fa parte dei rischi del mestiere, immagino… (che rischio meraviglioso, tra l’altro, quello di sbagliare a giudicare libri come Il Gattopardo!).
      Detto questo, Brunilde: con giovane scrittore non intendo giovane anagraficamente. Intendo inesperto, alle prime armi! Puoi avere qualunque età, ma nel momento in cui ti siedi per la prima volta alla scrivania e decidi di mettere insieme qualcosa in modo serio sei sempre un giovane scrittore. E per cominciare, superare il pensiero che si pubblica già fin troppo, e mettersi a lavorare nonostante questo, è il primissimo passo da fare.
      Grazie a Dio, abbiamo scelto una delle pochissime attività in cui puoi cominciare a qualunque età e, purché tu riesca a produrre qualcosa di valore, quanti anni hai non conta nulla: pensa che per fare il musicista, la ballerina, l’atleta, cominciare a vent’anni è già tardi 🙂
      Quindi mi viene da dire: forza e al lavoro!

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  4. Pingback: Due cose non interamente scollegate | Un Diario Creativo

  5. Bel post
    “È anche questione di accettare che alcune cose ti riusciranno più istintive, altre dovrai provarle non venti, ma cinquanta volte, ma poi saranno quelle che amerai di più fare, e altre non ti verranno mai come vorresti, e dovrai fartene una ragione” mi ritrovo molto in questo ma ancora di più nel fatto che” il talento pazienza, fatica, noia e lavoro nei giorni buoni e in quelli cattivi, quando hai tempo e quando non ce l’hai. Lavoro da solo e lavoro con gli altri”

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  6. Cara Daria, ti adoro. Ho viaggiato per anni (ma anni davvero) con un piccolo pizzino nel portafoglio in cui c’era il progetto della mia storia. Ogni tanto lo tiravo fuori lo guardavo e dicevo… oggi no. Poi finalmente ho avuto il coraggio di mettermi lì a scrivere, che è fatica come dici tu. Per tirare innanzi una storia mi chiedo sempre se stia succedendo qualcosa di davvero interessante, perché è questo che fa girare le pagine al lettore, almeno credo. Apprezzo il taglio con cui ci hai spiegato che scrivere è un lavoro artigianale. Uno scrittore è proprio un artigiano, ovvero un artista, un bricoleur, ma è soprattutto qualcuno che lavora come un matto intorno alla sua opera sporcandosi le mani. Perseveranza, metodo pazienza. Certo, ma anche e soprattutto passione. E’ da lì che vengono le idee
    Grazie a te e a Salvatore che ti ha ospitato

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  7. Bellissimo articolo. Un manifesto, direi. Concordo e sottoscrivo ogni singola parola. Ho notato che hai nominato Joyce proprio oggi, giorno in cui ricorre l’anniversario della sua morte? Sarà un caso? Proprio oggi ho scritto un articolo sul mio blog per ricordarlo.

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  8. Daria, questo è un post pensato per gli scrittori e io non sono una scrittrice.
    In compenso sono una gran lettrice, ed è scritto talmente bene e “di pancia” che ho già voglia di leggere un tuo romanzo. 🙂

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  9. Vangelo!
    (pronunciato come la mamma di Bubba quando Forrest Gump le dice “stupido è chi lo stupido fa, signora” a sottolineare che le sue, di Forrest, erano parole sacre)

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  10. Bello e vero, il tuo articolo, Daria.
    Mi è piaciuto particolarmente quando hai parlato dello sport, un esempio perfetto.
    La scrittura è piacere e sacrificio: piacere quando impieghi bene le energie, sacrificio quando vuoi che tali energie diventino produttive.

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  11. Questo guest post è decisamente all’altezza di quelli scritti dal proprietario del blog. E vista la stima che da anni provo per Salvatore, questo è davvero un super complimento! 🙂

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