Natale in famiglia

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Per Giorgio era un’abitudine radicata nel tempo. Tutto avveniva nell’atrio dell’Holiday Inn. Un rapido scambio di messaggi sulla chat — bastava possedere uno smartphone — accompagnato da un drink nella hall dell’albergo, fingendo che la conversazione fosse stimolante, e poi via: su in camera.

Lei era bionda; a volte bruna, altre rossa. Qualche volta era mulatta. Diverse volte era stata asiatica. Ultimamente, però, quasi sempre sudamericano. Di recente Giorgio aveva scoperto che con i trans ci si divertiva di più. Si avevano, con loro, molte più possibilità. Gli si poteva far fare la parte della donna o dell’uomo. Giorgio, poteva fare la parte della “donna” o dell’uomo. Scambiarsi i ruoli era divertente.

Il 24 dicembre, la sera della vigilia, aveva chiamato a casa la moglie. Anche quella sera era bloccato in ufficio: l’affare Fortaleza si stava rivelando impegnativo oltre ogni immaginazione. Investire nel turismo era tutt’altro che una vacanza. Il fuso fra i due paesi lo costringeva a orari strani. Il tono della sua voce sembrava sinceramente dispiaciuto.

«È già la sesta volta questo mese», aveva ribattuto la moglie, cercando di apparire calma e di trattenere una nota di stizza. Gli affari del marito permettevano loro di vivere nell’agio; ma una famiglia ha bisogno anche di altre cose, oltre al denaro. Prima o poi avrebbero dovuto parlarne seriamente. La vigilia di Natale però non era l’occasione adatta: doveva stemperare. Così si era ripromessa di affrontare l’argomento a tempo debito, limitandosi a raccomandargli di rientrare presto.

Gli affari andavano bene. Questo permetteva a Giorgio di giustificare la sua assenza. La regola l’aveva stabilita tempo fa: se le cose vanno male, la famiglia è l’ancora a cui aggrapparsi; se vanno bene, ci si può assentare senza troppi rimorsi.

Un parruccone biondo platino, i cui lunghi boccoli spumati s’infrangevano sulle spalle squadrate, quella sera gli copriva i radi capelli neri. Un abito corto e aderente di seta bianca, che faceva un certo effetto sulla pelle liscia, gli avvolgeva un fisico asciutto e tonico. Ai piedi indossava eleganti scarpe nere con tacco 12. Si incontrarono al bar. Non persero tempo con il drink. In mano, Giorgio, stringeva un pacchetto avvolto in una carta dal tema natalizio infiocchettato in un nastro rosso: gli stava in un solo palmo.

«È per me?» aveva chiesto il trans.

Giorgio si era limitato a sorridere e a mostrargli il badge. Erano saliti di corsa, evitando l’ascensore. La camera si trovava al secondo piano. Davanti alla porta, avvinghiati l’uno all’altro, aveva avvicinato il badge al sensore e si erano catapultati dentro incuranti che qualcuno potesse vederli.

Giorgio aveva fatto in tempo ad appoggiare il pacchetto sulla console, accanto al telecomando del 42 pollici, prima di finire steso sul letto. Un paio d’ore dopo, ansimanti e sudati, osservavano entrambi il soffitto, ognuno perso nei propri pensieri.

«Puoi restare se vuoi», gli aveva proposto il trans, con un filo di speranza nella voce, «è quasi Natale».

Giorgio si era limitato a sorridere.

«Nessuno dovrebbe passare il Natale da solo», aveva insistito il trans.

«Sai, hai proprio ragione», aveva risposto Giorgio. Quindi si era alzato dal letto, era andato in bagno e infilato nella doccia. Cinque minuti dopo, con un asciugamano bianco che gli avvolgeva il bacino, era tornato in camera e si era fermato in mezzo alla stanza a osservare il suo ospite.

«Ti spiace se lascio a te le mie cose?».

«Fa’ pure», aveva risposto lui.

In un borsone, che si era preoccupato di portare in camera prima del loro incontro, Giorgio aveva quindi infilato il parruccone, il vestito di seta e le scarpe col tacco; sfilandone al loro posto un abito di sartoria un poco stazzonato.

«Quell’altro ti donava di più», si era limitato a commentare il trans, ridendone di gusto.

«Lo penso anch’io», aveva risposto Giorgio, stringendosi nelle spalle. Aveva annodato la cravatta, preso il pacchetto e dileguato: tutto senza battere ciglio. Parcheggiò il Cayenne nel garage di casa. Quindi prese l’ascensore. L’ascensore aveva uno specchio, che era l’unico motivo per cui l’aveva preferito alle scale. A un angolo della bocca con il mignolo pulì uno sbaffo, residuo del rossetto. Davanti alla porta di casa si fermò a guardare il suo cronografo: 3 e 47 del mattino.

L’appartamento era buio e silenzioso. Giorgio appoggiò il soprabito su una sedia della cucina e si sfilò le scarpe senza toccarle. Ancora vestito imboccò il corridoio della zona notte. Infilò la seconda porta a sinistra, che era leggermente scostata. Su un lettino singolo, avvolta come un fagotto nel piumone, dormiva Clara. Giorgio appoggiò il pacchetto sul comodino della figlia. La tradizione richiedeva che i doni natalizi stazionassero sotto l’albero, ma Giorgio voleva che la prima cosa che sua figlia vedesse l’indomani mattina fosse il suo regalo.

Tornato nel corridoio infilò la prima porta alla sua destra e, nel buio, cominciò a spogliarsi.

«È stata una notte proficua?» gli chiese la moglie, con la voce impastata dal sonno.

«A Fortaleza non è ancora notte, tesoro».

«E all’Holiday Inn?»

Mai, in dodici anni di matrimonio, si era perso un Natale in famiglia. Mai…

61 Comments on “Natale in famiglia

  1. Ho paura che mi sia sfuggito qualcosa nel finale, colpa mia. La battuta della moglia da l’idea che lei sapesse da tempo delle scappatelle del marito e che le accettasse ho la sensazione di essermi perso qualche nesso.
    Il racconto scorre via piano, forse qualche considerazione di troppo che avrebbe potuto essere lasciata da parte rendendolo più “indefinito” ma ho paura di cadere sul gusto personale.
    P.S. ho scoperto che dileguare può essere usato anche in modo non riflessivo (però, visto l’uso più popolare della versione riflessiva non sarebbe stato meglio sperecare un “si”?)
    P.P.S. ma dal punto di vista grammaticale nel riferirsi a un trans si dovrebbe usare il maschile o il femminile? (naturalmente nel racconto l’uso del maschile è più che giustificato dall’effetto che crea 😉 )

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  2. Non concordo (per una volta) con Grilloz. Secondo me invece il fatto che la moglie sapesse già è intuibile (ma solo per le lettrici donne 😉 ) ma talmente ben velato nel racconto che alla fine non te lo aspetti proprio, forse anche per questo il racconto procede lento, per confondere le acque. Quindi il risultato di un ottimo lavoro.
    Il dialogo finale è molto bello e d’effetto però (forse è a questo che si riferiva Grilloz?) io personalmente mi sono chiesta: e come faceva a sapere che fosse proprio all’Holiday Inn?

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    • Ma infatti ho l’impressione che mi sia sfuggito qualcosa, anche perchè Salvatore non è tipo da buttare lì un finale a caso 😉
      Ho riletto il racconto e sì, nella telefonata alla moglie, si potrebbe intuire qualcosa. Ma la vera domanda è: cosa contiene il pacchettino?

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    • La mia idea è che se le parti fossero state invertite, l’uomo non sapesse nulla: le donne sono troppo più brave a dissimulare. Ma lui è un imprenditore abituato ad agire così da un sacco di tempo: è chiaro che la moglie sappia tutto. Il fatto che sappia anche il luogo mi serviva solo per dare un effetto alla fine (proprio perché non mi interessava andare ancora oltre, ma il racconto così non è un racconto); però può succedere che la moglie in qualche modo l’abbia scoperto. Non ci vedo nulla di strano.

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      • per l’holiday Inn ci vorrebbe un elemento da giallo, qualcosa che capisci solo alla fine che è servito alla moglie per scoprire l’arcano. Però per questo racconto è superfluo, del resto dici che lui andava sempre lì, lei può averlo scoperto in qualsiasi altro momento.

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  3. Ma se vuoi dare velocità alla frase, non potresti a questo punto togliere anche il primo verbo: tipo “Annodato la cravatta, preso il pacchetto e dileguato”. Perché sono d’accordo con Grilloz, l’ho riletta due volte per capire se era un refuso o se era voluto 🙂
    Per il resto, sono d’accordo con Silvia: ma certo che la moglie lo sa, sin dalla prima conversazione al telefono! E visto che lo sa, ci può stare anche che sappia dov’è l’Holiday Inn (anche se si sente un po’ come se vuoi chiudere in fretta perché ti sei scocciato :)).
    Quello che non mi convince è il pacchetto: gira troppe volte per rimanere irrisolto, quando potrebbe essere il vero centro del racconto (per un secondo sono tornata indietro a guardare chiedendomi: “ma il titolo è ‘il regalo di Natale’?”, pensa te). C’è all’inizio col trans, ben due volte, poi finisce che è il regalo della figlia, e ci sta, ma che rimanga irrisolto mi lascia insoddisfatta.
    In ogni caso (così non si dice che non ho mai una parola buona per nessuno :)), figo!

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  4. Il racconto è scritto bene, al solito, però l’ho trovato troppo lineare. Non hai concesso aspetti emotivi al personaggio, che in casi come questo, possono rappresentare la determinante per lasciare nel lettore un sapore forte e definito.
    Non sappiamo se il protagonista vive questa sua necessità con un senso di colpa, o come una sua esigenza. O se disilluso dai troppi impegni, dal benessere, da quell’avere tutto che è come non avere niente, ha bisogno di esternare con sprezzante indifferenza, quella parte di sé che giace nascosta. La voglia di non provare niente, neanche la colpa. Cos’è per lui l’essere anche donna, o il rapportarsi fisicamente a un uomo con caratteristiche non solo da uomo.
    Le emozioni, soprattutto in un racconto, non vanno necessariamente esplicate, però potrebbero diventare significative attraverso i piccoli indizi. L’albero che lampeggia al suo ritorno a casa, l’odore dell’ascensore, un quadro scelto con la moglie anni prima quando ancora aspiravano a riflessi di felicità, o la carezza sulla guancia della figlia. Il lancinante senso di colpa di un padre, nell’immaginare che la figlia lo ha atteso per il regalo ed è andata a letto delusa dalla sua assenza, è di gran lunga superiore di una eventuale colpa con la moglie mentre lei già dorme come un fagotto sotto le coperte.
    Che la moglie, intontita dal sonno trattenuto, fosse sveglia, perché corroborata dall’aver intuito le intenzioni del marito, ci sta pianamente. E la domanda finale, spiazzante per il lettore, mi piace tantissimo.
    In casi come questi o non come questi, ma in chi vive un rapporto di matrimonio troppo adagiato sulle necessità del vivere quotidiano, le sensazioni sono braci che ardono nei cuori, cui basta poco per far avvampare il fuoco della collera, della rivendicazione, dell’insoddisfazione di una vita che non ha più uno scopo, se non essere uguale ai giorni.

    E’ chiaro che la mia è solo una considerazione a spirale. Parto dal punto del tuo racconto e mi allargo. Ma il racconto così impostato da te, funziona anche benissimo.
    Il mio punto di vista? Solo per approfondire la discussione e capire le tue intenzioni compa’. A Natale dritto a casa. 😀

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    • Proprio la loro assenza, che è voluta e mirata, dovrebbe far intendere qualcosa circa la personalità del protagonista. Questo dovrebbe anche stonare con il gesto di lasciare il regalo sul comodino della figlia, quasi come se quello volesse essere una sorta di salvacondotto per le proprie colpe. Nel senso: “Sono una merda, ma mi preoccupo di mia figlia (nei miei limiti)”.

      Per quanto riguarda gli odori, i quadri, eccetera mi sembrano degli orpelli inutili in un racconto come questo.

      A Natale mi trasferisco in una baita sull’Himalaya, da condividere con uno Yeti. Ogni anno, in ufficio, la stessa storia: arriva il Natale e tutti fanno i salti tripli carpiati per poter poi giustificare una settimana di ferie a cavallo tra dicembre e gennaio… così finiscono per lavorare il doppio senza neanche rendersene conto!

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      • Sì, però proprio dall’assenza, sapevo che era voluta, io ho trovato meno coinvolgimento come lettore. Il non detto è utile, però è meglio il sottinteso. Il lettore ha bisogno anche di empatia, di immedesimazione nei contrasti, e se non dai agganci resta più distaccato. Il pacchetto è l’indizio, però a mio giudizio per sottolineare il senso di colpa occorreva un’esitazione nel poggiarlo, o il profilo della figlia intravisto nella penombra. Qualche aggancio in più. Il tutto riferito ai miei gusti, si intende. 😉
        Oh lo Yeti, io adoro lo Yeti, salutamelo calorosamente. 😀
        Nah tutti questi sfaticati del nord che cercano le vacanze natalizie. A lavurà, come me del sud. L’anno scorso ho lavorato pure la notte di Natale dopo i festeggiamenti e per capodanno dopo il brindisi. Secondo la legge della conservazione della massa: nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma.
        E io devo trasformarmi.
        Chiaro no? 😀

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  5. Personalmente riconosco nella scrittura di questo racconto una voluta mancanza emotiva, quasi un elenco di azioni del protagonista in modo da lasciare al lettore la propria interpretazione. Quel che si dice stile asciutto, che io non amo troppo, ma sopporto, e comunque è ben scritto.
    Mi ha lasciato un velato senso di tristezza visto che i due protagonisti (marito e moglie) si mentono a livelli diversi facendo finta che il tutto invece funzioni. Uno spaccato purtroppo reale di una società incapace di capire, accettare ed esprimere con sincerità. Una coppia finta molta sola e molto fragile, un individuo che in quel pacchetto forse… esattamente quel non lo scopriremo mai che hai voluto lasciare tu.

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  6. Mmm.

    C’è sempre una frase di troppo che rovina un buon racconto.
    Se tu lo avessi terminato con la domanda della moglie, avrebbe lasciato intendere tutto quello che avresti voluto: che le donne sanno (o intuiscono) la verità; che è stato smascherato ma per il quieto vivere la moglie continuerà a fingere che vada tutto bene – dopotutto hanno una figlia; che le apparenze sono l’unica cosa che conta in questo nostro presente.

    Se tu avessi continuato rovesciando la prospettiva sarebbe stato diverso, ma visto che hai perso interesse per il racconto a metà strada…

    Il rovesciamento di lui vestito da donna è stata una bella idea! 🙂

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  7. Il pacchetto mi suona come quell’anno che Laurenti girava con una scatola per tutte le puntate di Ciao Darwin e Bonolis a chiedergli “Ma che è sta scatola??” Insomma, un MacGuffin alla Hitchcock.
    L’ultima domanda della moglie ti lascia spiazzato, perchè dalla conversazione prima non s’intuisce che lei sa. Forse andrebbe spiegato subito dopo, prima della frase dei dodici anni.
    Rimane un racconto aperto, nel senso che mancando le motivazioni di lui, la scoperta di lei, il contenuto del pacchetto, il lettore può completare da sè. Ma ci sono lettori a cui piace completare e vederci dentro il proprio io e lettori che invece pensano che lo scrittore s’è tirato indietro da scelte impegnative. Da capire qual è il pubblico più ampio! 😉

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    • A me piace che il lettore faccia da sé: è un segno di fiducia verso la sua intelligenza e di libertà; libertà in un periodo in cui con questa parola si indica la possibilità di comprare l’uno o l’altro prodotto commerciale (ma sempre consumismo è).

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  8. Quindi la moglie sapeva… eh, beh, come nascondere certe cose a lei? È un classico.
    Tra l’altro sono curioso di sapere se la foto all’inzio dell’articolo sia stata reperita in rete o scattata sul posto, perché so con certezza quale sia il posto…

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      • È l’Holiday Inn all’inizio di via Farini a Milano (nella foto è quella sulla sinistra; ignoro il nome dell’altra strada). Ci arriva il tram n° 4 da un ponte sopra i binari che lasciano la stazione di Porta Garibaldi. Quando imbocca la via che ho detto, si avvicina alla Chinatown (passa proprio davanti a uno sbocco di via Paolo Sarpi).

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