Fondamenti di grammatica per aspiranti poeti

Guest-Post

Un guest post di Gianluca Berno

Ciao a tutti: io sono uno dei tre membri de L’Irriverente, quello che di solito cura le pubbliche relazioni… Alla fine d’un’allegra conversazione sotto il suo articolo sui Pronomi allocutivi, Salvatore mi ha invitato a mettere insieme qualcosa delle mie conoscenze di grammatica o storia della lingua e farne un articolo da pubblicare come guest post; ebbene, eccolo qui.

Il titolo di questo articolo riprende abbastanza esplicitamente la rubrica di grammatica che è stata occasione per mettermi a scriverlo, con una sola differenza. Che cosa distingue il poeta dal prosatore, al livello più elementare possibile? La curiosa abitudine che ha il primo di non aspettare la fine della riga per andare a capo. Attualmente la gestione degli “a-capo” in un testo poetico è affidata interamente al libero arbitrio dell’autore dei versi, il quale vorrà ottenere un certo effetto; ma non è sempre stato così, e per capire la poesia di oggi bisogna sapere con quale millenaria tradizione ha rotto nel corso del XIX secolo. Oggi pochissimi esperti conoscono quell’insieme di regole e cavilli, quella vera e propria grammatica che da Omero all’Ottocento inoltrato chiunque volesse dirsi poeta era tenuto a rispettare come sacro dogma: di conseguenza il verso libero, nato come ribellione a queste regole, è oggi divenuto regola a sua volta, perdendo completamente la carica rivoluzionaria che aveva quando comparve per la prima volta. Oggi, per essere trasgressivi, bisogna tornare a usare la metrica; ma bisogna anche che il pubblico possa accorgersene, altrimenti a nessuno verrebbe in mente di contare le sillabe di ciascun verso e vedere se il numero è lo stesso per tutti, o comunque c’è una regolarità.

Non mi dilungherò inutilmente sul fatto che “metrica”, il nome di questa grammatica per poeti, deriva dal greco antico μέτρον (mètron), che – riporta il Vocabolario Greco-Italiano del prof. dott. Lorenzo Rocci – come ultimo significato ha quello letterario di “misura di un verso”; che i Greci si erano inventati un complicatissimo sistema basato su gruppi di sillabe detti “piedi” o “metri”, da alternare secondo certi schemi basati sulla lunghezza o brevità delle vocali; né sul fatto che i Romani avessero adottato per intero questo sistema, fino a dimenticare l’autoctono verso “saturnio”, quello di Livio Andronico che oggi non sappiamo più nemmeno come leggere…

Saltiamo direttamente alla lingua italiana, ché basta e avanza.

In italiano tutte le vocali, e di conseguenza le sillabe di cui sono il nucleo, hanno la stessa lunghezza, quindi la base stessa dei metri greci e latini veniva a mancare; in compenso si poteva lavorare sulle singole sillabe e sugli accenti, un’attività che, più che letteratura, appare matematica. Ma in fondo, anche la musica è matematica. I versi canonici della letteratura italiana si misurano e classificano in base al numero di sillabe che li compongono, in più la posizione dell’accento dell’ultima parola provoca delle variazioni. Allora, mi sa che serve un paragrafo di fonologia – accidenti a quando mi sono messo a scrivere questa roba…!

Ogni parola di almeno due sillabe ha un accento, anche quando non lo si scrive, che cade su una delle sillabe di cui è composta; i monosillabi possono avere un accento proprio o non averlo, nel qual caso si attaccano a un’altra parola… e cambiano le cose, meglio parlarne dopo. Per i poeti d’un tempo, l’accento era importante perché tende a cadere su una delle ultime sillabe, così che l’ultima parola di un verso diventa determinante per la classificazione. In base alla sillaba incriminata, che evidenzieremo, le parole si dividono in quattro specie:

  • tronche se l’accento è sull’ultima sillaba, come in cit, pe, las, perché;
  • piane se l’accento è sulla penultima sillaba, come in pane, castello, spadroneggiare;
  • sdrucciole se l’accento è sulla terzultima sillaba, come in papavero, telefono, ultimo;
  • bisdrucciole se l’accento è ancora più arretrato, ma questo caso non riguarda il poeta, che eviterà sempre accuratamente di usare una parola come restituiscimelo alla fine del verso. Del resto avrete notato che è quasi impossibile trovare parole così senza attaccarci dei pronomi atoni, e per questo bisogna fare attenzione ai monosillabi.

Ora, un verso prende il nome prima dal numero di sillabe che lo compongono (settenario = sette sillabe) e poi viene ulteriormente determinato dalla posizione dell’accento dell’ultima parola: l’accento segnala la penultima sillaba che bisogna contare effettivamente ai fini della classificazione per lunghezze. Quindi un settenario piano, cioè dove piana è l’ultima parola, avrà effettivamente sette sillabe; un settenario tronco ne avrà di fatto sei; un settenario sdrucciolo ne avrà di fatto otto. Ce lo insegna bene il Manzoni, che nel Cinque maggio gioca su questa caratteristica:

Versi 1–6:

«Ei fu. Siccome immobile,

dato il mortal sospiro,

stette la spoglia immemore,

orba di tanto spiro,

così percossa, attonita,

la terra al nunzio sta…»

Divisione in sillabe

Ei–fu–sic–co–mim–mo–bi–le,

da–til–mor–tal–so–spi–ro,

stet–te–la–spo–glim–me–mo–re,

or–ba–di–tan–to–spi–ro,

co–sì–per–cos–sat–to–ni–ta,

la–ter–ral–nun–zio–sta…

 

E così vediamo un altro fenomeno tipico della poesia: la sinalefe. Quando una parola che finisce per vocale è seguita da un’altra, che per vocale comincia, perde l’ultima vocale nel conteggio. Così al verso 1 “siccome”, seguito da “immobile”, finisce per fondersi con esso, così il poeta ha un buon trucco per evitare di sforare. Tutto questo ci serviva a spiegare un errore in questa grammatica, errore che nessun’altra letteratura accetta; ancora nel 1862 un editore anglosassone rimandava alla mittente il manoscritto delle poesie di E. Dickinson col ben poco lusinghiero giudizio: “Dubbio. Le rime sono tutte sbagliate”.[1] La letteratura italiana consente fin dalle sue origini queste rime sbagliate a causa di uno storico equivoco che potremmo definire “editoriale”: il pasticcio risale ai poeti siciliani della corte di Federico II di Svevia, o meglio ai copisti che si occuparono della diffusione delle loro opere in Toscana.

I Siciliani scrivevano in siciliano e il siciliano ha cinque vocali toniche (accentate) contro le sette dell’italiano standard – ricordiamo che ci sono una e ed una o chiuse e le loro equivalenti aperte –, e ancor meno sono le vocali atone: cinque in italiano e solo tre in siciliano (a, i, u). Sono due sistemi diversi, come capì il copista toscano, il quale infatti si preoccupò che i suoi conterranei capissero e apprezzassero bene le poesie venute da lontano: fu così che adattò i versi in siciliano alla lingua toscana, sia cambiando le vocali sia traducendo alcune parole. Facciamo un confronto in modo da rendere evidente la trasformazione:

Canzone di Re Enzo in siciliano

(versi 1-2)

«La virtuti ch’ill’àvi

D’alcìrim’e guariri…»

Canzone di Re Enzo nel codice

Vaticano-Latino 3793 (versi 1-2)

«La vertute ch’il’àve

D’ancidere me e guerire…»

Piccoli cambiamenti ma significativi: tra questi, alcuni provocano fatalmente degli errori nelle rime, ma sono errori solo in toscano, e quindi in italiano; per fare un esempio, la più sanremese delle rime, la stucchevole cuore : amore, è perfetta in siciliano (cori : amori, con entrambe le aperte) ma, dittongo di cuore a parte, l’italiano ha la o aperta in cuore e quella chiusa in amore. Graficamente nulla muta, ma il suono cambia, e in un’epoca in cui si leggeva ad alta voce e sempre in gruppo non è poca cosa. Il pubblico toscano, apprezzando comunque, prese a imitare lo svarione credendo di leggere le poesie originali: i veri libri dei Siciliani vennero poco a poco dimenticati e ancor oggi abbiamo solo copie toscaneggiate (come faccio allora a citare la versione in siciliano della canzone di cui sopra? Ve lo spiego tra un momento…).

La consacrazione finale venne da Dante: nel trattato in latino De vulgari eloquentia il Sommo Poeta elogia quei poeti per essersi elevati al di sopra della rozza lingua del popolino e definisce illustre il volgare che hanno impiegato. Non sapeva, come tutti i suoi contemporanei dopo quasi un secolo, di star leggendo una versione adattata, così l’equivoco divenne la verità e possiamo ancor oggi fra rimare parole dai finali non perfettamente uguali senza troppi problemi. Ora è venuto il momento di rispondere alla domanda di poco fa: come sappiamo noi dell’errore, se ci sono rimasti solo i codici copiati in Toscana? Saltiamo al Cinquecento: spiega Marazzini[2] che il letterato e filologo Giovanni Maria Barbieri trovò un giorno un vecchio codice, che chiama “libro siciliano”, in cui alcune poesie di quei poeti erano in lingua originale – almeno così dice lui – e le trascrisse su fogli che ci sono rimasti conservati, le Carte Barbieri. Del libro da cui trascrisse i testi, comunque sbagliando qualcosa, non si seppe più nulla; ma la sua trascrizione, corretta dai filologi contemporanei, ci permette di chiarire il mistero e farci un’idea di come fossero gli originali. Quindi, per riassumere: i Siciliani non avevano fatto altro che scrivere poesie nella loro lingua rispettando tutte le regole necessarie a fare un lavoro di qualità; un copista toscano ha adattato i testi nella sua lingua producendo rime imperfette che non erano minimamente nelle intenzioni degli autori; essendo l’equivoco ignoto, i Toscani lessero e apprezzarono il testo così come l’avevano trovato, imitandolo e introducendo in letteratura italiana rime che nel resto del mondo non sono ammesse; Barbieri ritrova alcuni originali, fa in tempo a trascriverli e li riperde; oggi, però, sappiamo tutta la storia grazie a lui, perché nessun altro “libro siciliano” è mai saltato fuori a funestare l’esistenza di editori, professori e studenti. Ditemi un po’ voi se la vita non è strana alle volte…

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Gianluca Berno, nato a Milano nel 1994, studia Lettere Moderne alla Statale di Milano, scribacchia su un blog in collaborazione con due amici – Stefania e Filippo, chi vuole legga anche loro, ché sono bravi: L’Irriverente . Inoltre disegna e sta pubblicando sul medesimo blog un fumetto a puntate e si diletta producendo satira… Che altro dire? Buona lettura!

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Note

[1] Cfr. U. Eco, La bustina di Minerva, Bompiani, Milano 2006, pag. 247.

[2] C. Marazzini, La lingua italiana. Storia, testi, strumenti, Il Mulino, Bologna 2015, pag. 130.

20 Comments on “FONDAMENTI DI GRAMMATICA PER ASPIRANTI POETI

  1. Mi ci voleva un ripassino di metrica 😉
    Una curiosità storica, se lo sai, quando si è passati dall’esametro giambico latino alla metrica italiana? Esistono tentativi ibridi, ovvero poesie in volgare che adottano la metrica latina?

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    • Ciao, non so esattamente se ci siano rimasti testi dell’epoca del passaggio, perché spesso erano poesie popolari e quindi non scritte o snobbate dai letterati. Una cosa che sappiamo è che già il popolino della Roma antica si era fatto un sistema tutto suo, lontano dal canone: per esempio, dato che di solito usavano formule rituali in versi, per ricordarle si servivano sistematicamente della rima, che nella poesia colta veniva evitata come la peste o scimmiottata a fine parodistico – era sentita come cacofonica.

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      • Interessante, quandi anche per la metrica, come per la lingua, c’è una sorta di filo conduttore tra la lingua del popolo e il volgare/italiano? Del resto la poesia latina è arrivata almeno fino ai tempi di Pascoli, che vanta una buona produzione in latino.

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        • Senz’altro. Figure retoriche come l’allitterazione, le rime, ecc. sono rare e in genere condannate dalla poesia dotta latina, ma cominciarono a diffondersi in Età Tardoantica nell’ambito di giochi poetici e manierismi vari, fino a diventare il nuovo sistema italiano, supplendo così alla mancanza dello schema di lunghe e brevi alla base dei metri antichi.

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  2. Un colpo al cuore. Che bella la poesia, è il mio primo amore.
    Che piacere vederti Gianluca. Dopo leggo tutto. 🙂
    Emoziona vedere gente giovane così preparata.

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  3. Ciao, segnalo un paio di refusi – non so se miei, in ogni caso mi scuso.
    Dopo la seconda tabella sostituire *in italiano con “l’italiano”; nel paragrafo su Barbieri, sostituire *in vecchio codice con “un vecchio codice”; viceversa, sostituire *un letteratura con “in letteratura”. Grazie!

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  4. Faccio una domanda anch’io. Attualmente riscontro che la poesia non ha mercato. È un prodotto di nicchia. Continua ad essere valorizzata a scuola, lo vedo, ma poi passato il periodo degli studi, non ha uno sbocco nei lettori, ossia ha un pubblico ristretto che per ovvie ragioni di mercato difficilmente, anzi è quasi impossibile che un libro di poesie raggiungerà picchi di vendite. Come si potrebbe fare? È uno stile così in desuso e difficile come messaggio ( le poesie non sono immediate) da essere apprezzato da tanti? Insomma, secondo voi, non c’è speranza per una controtendenza?

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    • Se sia possibile una controtendenza non saprei – mi chiedi troppo – ma ho una mezza idea delle cause: quando è nato, il romanzo è stato subito vittima di discriminazione da parte dei letterati puri, in quanto aveva prodotto un grande scompiglio nel sistema dei generi e degli stili letterari. La poesia, che nel vecchio ordinamento era il vertice – epica e tragedia – subì dalla caduta il danno maggiore: i poeti si rifugiarono nella lirica e nelle avanguardie del primo Novecento, cercando di essere così elitari da impedire l’accesso al pubblico di massa che nasceva in quegli anni. Non c’è da meravigliarsi se l’assedio venne interrotto e mai più tentato; tutto sta nella possibilità o meno che riesca un paziente lavoro di riavvicinamento, che vuol dire invitare il lettore e fargli assaggiare la poesia, sperando gli piaccia.

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  5. Complimenti, Gianluca, per la precisione.
    Adoro parecchio l’evoluzione storica di quel che siamo. Il tuo sembra un lavoro archeologico, com’era la poesia, prima che gli uomini ne perdessero l’interesse. E’ difficile per noi oggi, che vediamo solo romanzi, cogliere il significato e il valore della poesia per le immani generazioni che ci hanno preceduto. La passione dello scrivere e del godere la poesia, in un mondo in cui l’arido quotidiano privo degli intrattenimenti più variegati moderni, si concentrava nell’amore per i versi. Quante aspirazioni e desideri e emozioni hanno sospinto negli uomini quel poetare.

    E ho trovato parecchio interessante la spiegazione del passaggio fra la poesia siciliana e quella toscana. Da siciliano, torno a intristirmi, nel considerare la storia della mia terra, come un’occasione perduta della memoria di un popolo.

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    • La storia della Sicilia è talmente complessa, che è difficile trovarvi un solo punto, cambiato il corso del quale si possa raddrizzare tutto. Certamente l’esistenza stessa della “scuola siciliana” era legata a doppio filo a quella della corte che era stata di Federico II di Svevia e che suo figlio Manfredi cercò di proseguire: le lotte politiche col Papa e gli Angioini furono la catastrofe finale. Le stesse drammatiche circostanze si produssero nella Francia Meridionale ai tempi della “crociata” contro gli Albigesi: alla fine dei massacri, i re di Francia (del Nord) estesero il loro potere sulla regione e venne meno quell’ambiente di piccole corti di mecenati in cui i trovatori avevano potuto prosperare (proprio loro sono gli ispiratori dei Siciliani, tra l’altro). La diversa sorte delle due regioni, quella francese e quella italiana, dimostra che in Sicilia è successo ben altro, dopo quell’episodio: un nodo arduo da districare.

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  6. Ottimo post, su un argomento sempre un po’ ostico da affrontare (da prof ne so qualcosa “ma sì, prof, alla fine mettono parole a caso e controllano che le righe siano più o meno lunghe uguali”…)

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  7. Stavo per scrivere quello con cui mi ha preceduto Tiziana, come al solito, sono stra stupita di vedere un giovane così ben preparato e dentro mi nasce la certezza che ragazzi come te fan di certo un gran bene al mondo. Chapeau.

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