L’alchimia della casalinga


L’alchimia della casalinga

Guest-Post

Un guest post di Nadia Banaudi

L’argomento è sul tavolo delle trattative.

Scrivere un libro è una cosa alla portata di tutti?

Meglio andare sul sicuro e copiare un classico di successo narrando di avventure alla W. Smith infarcendole di descrizioni e resoconti di viaggi? Oppure tentare con gialli insoliti come La ragazza del treno, dove non importa se il thriller è scritto nei crismi, ma che sia una novità ed il testo funzioni intrappolando il lettore.

Insomma un campo immenso e disponibile dove nulla si crea e si distrugge, o è solo la bravura a fare da termometro per il successo? Successo non soltanto di numeri e vendite, ma di riscontro in lettori che pare dicano “Ci piace leggere cose facili, non complicate e noiose che lasciamo agli espertoni del settore”.

Ed ecco la domanda che porta dritta al punto. Dietro a una piacevole storia, concatenata e ben scritta, dove gli avvenimenti dipanano le nebbie di una vicenda torbida e curiosa, dietro i personaggi descritti così abilmente da entrare nella sfera visiva, dietro i particolari della scena così concreti da poter essere toccati con mano, vi siete mai chiesti chi tenga la penna? Date per scontato sia un professionista?

Siete portati a pensare provenga da una scuola di scrittura di tutto rispetto, segua corsi specifici e nel chiuso del proprio studio si lasci andare alla stesura del suo romanzo in preda di un’ispirazione pressante? E se così non fosse? Se scrivesse senza né arte né parte solo perché lo ha come attitudine? Se in realtà fosse il suo secondo lavoro e portasse più serenità che soldi come spinta iniziale? Perché è ovvio che il lavoro finito ha visto i passaggi dell’editor, del grafico, del team in grado di valorizzarlo tanto da renderlo commerciale. Ma la spina dorsale è frutto dell’autore. E se fosse una lei? O meglio una semplice casalinga? Cambierebbe qualcosa?

Cambierebbe il modo di avvicinare il libro. Perché uno della casalinga si fa l’idea che sia brava tra i fornelli e non solo, con le mani sporche di salsa pomodoro e farina, perfetta lì dov’è. Al limite adatta anche a scegliere la giusta tinta per i muri, le tende coordinate, insomma tutte quelle cose da donne, tipo il cambio armadio e lo shopping. Perché scrivere è roba da scrittori, meglio se uomini, se di cultura e lo fanno di mestiere. IntellettualiIl resto, tentativi emulativi di pura fortuna.

Non è una questione di quote rosa, non sono femminucce sprovvedute le casalinghe a caccia di un passatempo. Ma capaci di coinvolgere, emozionare e portare il lettore in un labirinto di impressioni a lui sconosciute. Sgomento, felicità, terrore, tripudio, panico, esultanza. Condurlo per mano e farlo sedere o correre, a seconda di come si abbia voglia di giocare. Esatto, giocare, come fa il gatto con il topo, per fagli provare l’emozione di una storia pensata e scritta tra le quattro mura domestiche. E usare un linguaggio semplice, che arrivi senza sillogismi e complicazioni barocche, facile da comprendere per scivolare piacevole come un buon caffè.

“Solito stropicciamento degli occhi. Primo motto della giornata: fare entrare spiragli di luce poco alla volta nella speranza di trovare l’energia per muovere anche il resto del corpo. Invece doveva essere fuggita con la scusa di tornare più tardi, l’energia. Lentamente. A misurare con minuzia i gesti nel tentativo di ossigenare il cervello seguivano piccoli sbadigli.

Nel silenzio di casa risuonava il nulla che aveva preso il posto dei suoi sogni. Nessun uomo accanto, nessun presto lavati che siamo in ritardo nelle piccole orecchie addormentate. Solo la sua presenza, anche parziale, di un fisico smunto, senza vigore, completamente inutile. Patetica già dal mattino.

Sfregando i piedi sul freddo parquet scelse la strada del bagno prima di quella della cucina. Il gelido contatto con la porcellana ottenne un buon risultato. Si stava svegliando. Ora serviva il pezzo forte. La sua alleata, l’unica davvero in grado di darle lo schiaffo del risveglio.

Ci fosse stato almeno un gatto su cui inciampare, a cui fare le coccole e tenerlo in braccio sentendosi impacciata. Invece le fughe delle piastrelle la osteggiavano come ostacoli esagerati e le mani goffe si rendevano ridicole. Inceppando ovunque.

Lei stava lì, in attesa. Poggiata sul bancone della cucina. Semplice e silenziosa. Con la sua forma sgraziata. Come lei. A guardarla. Forse rideva di lei. No, questo era frutto della fantasia. Una fantasia malata. Era lì in attesa di entrare in servizio.

Iniziava il loro  muto dialogo.

Sei pronta, sono le sei?

No e lo sai.

Allora preparami.

Sta buona, che fretta hai?

Brr che fredda l’acqua, non potresti farla scendere calda prima?

Noiosa. Un attimo e poi ti scaldi.

Non pressare troppo o lo sai, sei noiosa tu dopo.

Certo non troppo, non abbastanza. Sempre così non conosco le misure.

Suscettibile. E tutto perché non hai un uomo. Ma che si vive male senza? Pensa te se ora fosse lì a guardarti!

Come sto? Un disastro vero?

La superficie luccicante non era uno specchio perfetto, ma rendeva abbastanza scompigliato il nido della testa, intravisto nella passeggiata in bagno davanti all’immagine riflessa di sé. No, non era un bello spettacolo.

Borbottava opinioni contrastanti sulla propria vita. Sciatta donna di mezza età senza amore e compagnia. Perfino la caffettiera glielo ricordava. No, in realtà era lei a farla parlare. Però mica mentiva. Non importa, si trattava pur sempre di una verità cattiva per quanto realistica.

Brutto segno parlare nella mente con la caffettiera. Perché fare vocine strane a neonati che non capiscono una sillaba? Anche comportarsi in maniera tanto ostile già dal mattino non era mica salutare.

Intanto la osservava in quel silenzio cocciuto capace di portare in alto i dubbi latenti. Sono vittima della sfortuna o semplicemente… Semplicemente cosa?

Troppo in letargo ancora per rispondere.

Rumorosamente il suo alter ego in acciaio cominciava a dare voce al gorgoglio atteso, inebriandola del profumo intenso ed avvolgente. Come un treno a vapore saliva di ottave all’arrivo in stazione per fischiare d’entusiasmo.

Arrivato!

Ti vedo, non è il caso di tutto questo fracasso.

Forza, energia. Sali in carrozza anche tu.

E basta con ste metafore.

Oh, basta lo dico io! Facciamo un patto. Silenzio e rispetto.

Perfetto.

Due tazze abbondanti teneva dentro, una bollente per stordirla con un knockout e l’altra più tiepida per la carezza pacificatrice.

Tregua.

Lei calda, sicura di sé e del suo ruolo. Lei anonima, insicura ed instabile nell’equilibrio fragile che la vita le aveva riservato. Vittima della sfortuna? Forse no.

La osservava dignitosa nella sua semplicità. Sapeva essere ammaliante per quanto scialba. Addirittura bella nel suo anonimato più completo. Tipica bellezza rustica in cui l’aspetto nasconde un cuore intenso e profumato, capace di sciogliere le riserve.

Ma cosa stava pensando? Era solo una caffettiera. Una banale e normalissima caffettiera.

E lei? Lei cos’era? Avesse avuto almeno la sua forma a clessidra con le curve al punto giusto. Invece le somigliava per gli spigoli. Oh insomma le sei e tre minuti e faceva di questi pensieri.

Più sveglia di prima si allungò verso il bagno per il secondo incontro, entrando direttamente nel box doccia per uscire meravigliosamente nuova pochi istanti dopo. Esattamente dieci minuti e voilat il tailleur era pronto ed indossato. Gli occhi colorati del brillante grigio a sottolineare lo sguardo severo e la bocca con la matita appena accennata.

Mancava l’ultimo bacio, tra loro. La seconda tazzina per fare pace, pace del tutto.

Ora sì che riusciva a gustare il gusto pieno e corroborante del caffè. Le scivolava dentro portandosi via le parole a metà, i pensieri inutili e decomposti. Mano a mano le saliva la certezza di poter completare la frase. Non sono vittima della sfortuna, sono semplicemente troppo complicata per un rapporto normale. Stasera mi fiondo in chat e provo a cercare l’uomo della mia vita, vedi mai che se imposto bene i parametri uno su misura lo trovo?

La caffettiera giaceva spezzata nei suoi tre monconi, mentre ascoltava muta il dialogo telepatico. Aveva incontrato il soffio della sua bocca, un amore fugace tra loro, ma il contatto era stato inebriante. Aveva sentito il tocco leggero delle sue mani quando la stringeva, accarezzava e provato l’emozione di un rapporto. Era quello dunque che cercava? Una relazione costante? L’uomo l’avrebbe sostituita? A testa in giù la osservava allontanarsi veloce e completamente sveglia. Il suo lavoro era terminato poteva riposare e iniziare a sognare una relazione. Magari la chat funzionava anche per le caffettiere.”

Chi lo ha detto che le casalinghe sono buone a far pulizie e basta? Di certo non il mondo letterario. Siamo già al VI anno del concorso Voci di casa a Roma, dove le partecipanti provengono tutte dalla medesima categoria: “casalinghe agguerrite”. Nulla a che vedere col premio Strega, ma giusto per capire quanto la comunità si stia allargando.

Il meccanismo che muove è per molte donnedicasa simile. Tra faccende e famiglia le ore scappano via come in un normale lavoro, la sera poi, o nei ritagli di tempo, il portatile diventa il migliore diario per le confidenze e la storia spesso iniziata per divertimento rischia di diventare il prossimo best seller. Perché si sa che gli editori sono sempre a caccia di fenomeni come E.L. James, capaci di influenzare il mondo con la propria geniale quanto semplice idea. Non che tutte le casalinghe debbano o vogliano scrivere di erotismo, ma di argomenti hot ne hanno molti. Gli intrighi famigliari, la psicologia maschile, le crisi adolescenziali, i problemi di coppia… Insomma un bel vantaggio per chi vuole entrare a gamba tesa nelle librerie e trasformare un gioco in un best-seller.

Le casalinghe di oggi hanno abbandonato le formule delle loro mamme, che a far bollire il sugo ci impiegavano giorni – ora il gas costa – gli elettrodomestici velocizzano le pulizie e le donne si sono modernizzate. Riescono ad essere multitasking anche a casa, a gestire mille cose e vivere una realtà al di fuori dalle convenzioni. Credevate che a fermare il sogno di fare la scrittrice bastassero padelle e le uscite al parco a portar fuori i cuccioli a schiamazzare allegramente? Vivere è il modo migliore per poter scrivere un buon libro. Emozionarsi. Saper raccontare una storia. E chi meglio di una donna che si occupa della propria famiglia? Si tratta solo di combinare doti naturali, capacità e fantasia. Una ricetta con ingredienti, dosi, tempi e profumi. Non è forse un’alchimia un libro? Anche una casalinga in fondo può scrivere e farne magia.

___________________________

13516375_996354043814490_8599132424981819763_nNadia Banaudi:

Leggo da sempre, faccio la mamma perché i sentimenti sono la parte più evoluta dell’essere umano e scrivo per trovare me stessa. Il suo blog è: Svolazzi e scritture.

68 Comments on “L’alchimia della casalinga

  1. Ciao Nadia. Che bello questo incontro mattutino.
    Mi è piaciuta questa frase : Vivere è il modo migliore per poter scrivere un buon libro.
    Ed ora…caffè?

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    • Ciao Tiziana, mi sento come al debutto, quando entri in una stanza e tutti ti guardano, per fortuna che ho subito incrociato te! Caffè triplo oggi.
      Sì credo che senza l’esperienza della vita non si mettano in moto le emozioni per scrivere, per quanto la fantasia aiuti una scintilla è necessaria.

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  2. “Scrivere un libro è una cosa alla portata di tutti?”
    Sì, nel senso che non richiede un grosso investimento iniziale, una risma di carta e un pacco di bic, una manciata di euro 😉 E almeno le competenze base le abbiamo tutti, almeno si spera, pare le insegnino ancora alle elementari.
    Poi mi starebbe partire il pippone sulle caste intellettuali che decidono in base a ignoti parametri chi può e chi non può fare lo scrittore, ma mi limito a dire che il raccontino della moca mi è piaciuto molto 🙂

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  3. Intanto scriviamolo, poi se non sarà alla portata, non verrà pubblicato. Tra padelle, caffetteria e soprammobili si trova un posticino. 😀

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  4. Mi piace anche questa frase:
    Credevate che a fermare il sogno di fare la scrittrice bastassero padelle e le uscite al parco a portar fuori i cuccioli a schiamazzare allegramente?
    Brava, Nadia. Un buon racconto.

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  5. Non sono buona. Doso la gentilezza al momento giusto, è diverso. Non elargisco complimenti a tutti. Quando è giusto. 😉 Sono tosta e rompi, non credere. 😛
    Salvatore è…. non mi esprimo. Sennò si monta la testa. 😉
    Ma tanto lui lo sa. 😉

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  6. Veramente un ottimo post, Nadia. Ma non avevo dubbi che sarebbe stato così.
    Sul tema “casalinghe” ne avrei da dire (visto che sono stata e sono casalinga a metà), infatti ho già un mezzo post pronto per il prossimo anno sull’argomento.
    Tuttavia, qui vorrei fare solo un’unica considerazione che forse non c’entra molto con il tema del post: rivalutiamo il ruolo della casalinga e facciamolo proprio noi donne. Le desperate housewives sono un’invenzione tutta femminile. All’uomo, checché se ne dica, la casalinga piace e ne ha molto più rispetto di quello che ne abbiamo noi donne, trascinate nella moda del lavorare a tutti i costi come simbolo di accettazione nella società. Davvero noi che stiamo tra i fornelli e gli aspirapolvere faremmo cambio con chi si spezza la schiena in fabbrica o chi sta alla cassa di un supermercato? La soddisfazione e la consapevolezza di quello che facciamo ce le dobbiamo costruire noi, non aspettare che arrivi da un riconoscimento sociale. Solo così anche gli altri lo potranno vedere. 🙂

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    • Grazie Silvia. Credo che se non fosse per la questione economica e per il famoso riconoscimento sociale molte donne non farebbero a cambio. Fare la casalinga è però spesso un ripiego dato dalla mancanza di lavoro, dalle scarse strutture di appoggio per chi ha figli. Poi ogni caso è a sè. Un tempo era la norma, oggi no e fa quasi scandalo esserlo e per lo più sono le donne davvero a non accettarlo e ritenerlo sbagliato, ma occuparsi di casa e famiglia è un valore non una vergogna.

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      • Certo, sovente è un ripiego. Ma non è che la cassiera del supermercato (in genere, poi le eccezioni ci sono sempre) da bambina sognasse di fare quel mestiere.
        Voglio dire, la vita è fatta di scelte più o meno obbligate. Non si capisce però perché nei confronti della casalinga ci sia questo sguardo a metà tra il compassionevole e il riprovevole.
        – Ah, sei una casalinga? poveretta… (allora sei sfaticata, ignorante, maniaca della pulizia, ossessionata della salute dei tuoi figli, non hai professionalità, cucini tutto il giorno, guardi le telenovelas, voti per Berlusconi prima e Grillo adesso, etc etc).
        Però siamo noi che ce lo tiriamo addosso, diciamocelo, perché sovente siamo più lamentose della cassiera del supermercato e perché giudichiamo male noi stesse.
        Basterebbe andare fiere di ciò che abbiamo scelto, che sia o no un ripiego.

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  7. Assolutamente d’accordo, Silvia.
    Casalinga a metà e fiera di esserlo. 🙂
    La casalinga è da rivalutare. Seppure è tosta. Quando lo ero a tempo pieno sentivo dire: ” Vabbè stai a casa”…. E ti sembra poco?
    Da giovane, anche lavorando in fabbrica, era meno faticoso. Poi tornavi a casa e tua madre che ti faceva trovare tutto pronto. Da grande apprezzi tutto quello che hai ricevuto da una madre casalinga a tempo pieno. Ora , ci tocca farlo a tempo ridotto, se lavoriamo.
    Mi rendo conto che non sarò mai all’altezza di mia madre, non importa se a tempo pieno o meno.

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  8. Oibò, che sorpresa! Mi pareva strano il titolo della mail di stamattina, anche se Salvatore scrive per riviste femminili! 😀
    Bel racconto! Guai se non ci fosse la moka! Per quanto sarebbe giusto dare pari merito anche alle cialde, eh! Che in ufficio mi fanno risparmiare tempo e pulizia (che ovviamente toccava a me, essendo l’unica donna…)
    Sul discorso casalinga, non posso venirvi in aiuto. Le donne nella mia famiglia han sempre lavorato e fin da piccoli si imparava ad arrangiarsi tutti, maschietti compresi. Il primo che arriva prepara la tavola.

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    • Grazie Barbara, devi aver pensato che Salvatore aveva strane intenzioni lavorative o stava facendo full immersion nel mondo femminile per poi rendere meglio nei suoi racconti?! E invece esco fuori io, dal cilindro.
      Comunque nonostante nel mio caso, io sia a casa, la tavola la faccio mettere dal bimbo e levare dal padre, la collaborazione non si nega a nessuno e gli uomini meritano il rispetto che danno, sempre. 😉

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    • Quassù al nord solo moka 😛 convertire i colleghi è stato facile, ma, essendo l’unico italiano, la preparazione tocca sempre a me 😛

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  9. Vuoi mettere il caffè della Moka? A me piace anche il rumore del montaggio e del caffè che sale.
    Il tic che faceva la macchinetta automatica al lavoro era un suono diverso e anche il sapore, secondo me.
    Tazza o vetro? Vogliamo parlarne? Non c’è paragone con i bicchierini di plastica.
    A Napoli, c’è un’ aroma quando entri al bar. Non me lo scorderò più. Una delle gite più belle, solo per il profumo che ancora mi ricordo.

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    • Io non sono una grande amante del caffè, anzi… Lo bevo con talmente tanto zucchero che spesso mi si guarda storta, ma solo moka ed anche piuttosto leggero. Però per un certo periodo ho aiutato mia suocera dietro il bancone del bar e giuro è come fare l’alchimista per ottenere un buon caffè. E scegli i grani ben tostati, e macina al momento, e pressa giusto e la temperatura corretta… meglio la moka mooolto più facile!

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      • Anche a me piace il caffè. Amaro non ce la faccio, almeno un cucchiaino ci deve essere nel mio caffè. Mi hai ricordato mio padre. Praticamente si fa lo zucchero col caffè. 😀
        La mattina senza caffè non reagisco. Di rado mi è capitato di stare quasi fino all’ora di pranzo senza berlo. Pressione sottozero, sonno atroce. Non posso farne a meno appena sveglia.
        Al bar mi concedo quello al ginseng, ma devo essere in giro. Non esco apposta per prendere il caffè al bar.
        Scrivici qualcosa sui clienti del bar. Si fanno incontri particolari. È un luogo di ritrovo particolare. 😉

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        • A questo proposito mi offri un assist che non posso non prendere al volo, in quanto il libro che deve uscire ha come traccia il bar. Infatti i segreti rubati e condivisi durante la pausa caffè sono vere e proprie storie che offrono scorci assai interessanti… ma appena uscirà informerò.
          Però a questo proposito devi sapere che la mia esperienza è stata davvero strabiliante. Arrivavo dal lavoro in ufficio tutta vestita a puntino e mi fiondavo dietro il bancone dove i soliti clienti mi fissavano aspettando che io indovinassi i loro gusti. E c’era di tutto dal vecchio portuale che mi guardava burbero e mi raccontava le storie più pazze, tipo di quando per noia si spegneva le sigarette sulle braccia… ed io lo guardavo con gli occhi sbarrati, tenendomi al bancone. Poi c’era quello noioso che voleva il bicchierino d’acqua prima della tazzina di caffè e girata per il verso giusto altrimenti si infastidiva. E le due zitelle che prendevano l’aperitivo e mi sorridevano con il rossetto fin oltre il possibile? Ma per lo più erano i vecchietti da “mi dai un bianco bella stella?” e poi giù chiacchiere sul governo.
          E poi c’ero io che immancabilmente mi ustionavo con il getto dell’aria calda e mi spruzzavo di spremuta, ma questo perché decisamente non è il mio lavoro.

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  10. Io dal profondo sud, posso solo dire che ritenere una casalinga una donna non realizzata, è una delle più grosse fesserie dicibili.
    Quando mi trovo a sentire qualcuno che lo afferma, senza badare al far il cortese, lo stendo con un rapido: sul serio affermi tali stupidaggini?

    Questo non perché ritengo che la donna debba stare a casa (da luogo comune del profondo sud), ma perché la donna deve realizzarsi come meglio crede. Non esistono valori morali o status sociali da rispettare. A ciascuno il suo.
    Una donna che lavora, che bada alla casa e ai figli, ha un’enorme carico sulle spalle. Una fatica immensa. Ma questo non sminuisce per forza la donna che ha più tempo per dedicarsi a quello che io chiamo: l’equilibrio delle cose.

    Se poi, è notorio che tra molte casalinghe ristagna la frustrazione di vedersi ingabbiati in un ruolo che non pone grandi ambizioni. Io non credo che sia uno scandalo, o che debba essere additato: peggio per te che non hai voluto fare altro. La frustrazione e l’infelicità sono comunissimi sentimenti umani che coinvolgono tutti. Anche la donna che lavora e deve far tutto di corsa. Anche l’uomo che lavora e sente i suoi giorni sprecati perché tutto il suo sforzo si riduce nel comprare cibo e pagare bollette.

    La realizzazione e la felicità trascendono i ruoli. Sono un di più che dipende dai singoli.
    Quindi le casalinghe scrittrici? Ben vengano, possono solo arricchire il mondo. 😉

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    • A volte ci sono uomini come te che restituiscono il valore alle cose, e poi donne che invece lo annullano. Perché non è una questione di punti di vista dati dal sesso di appartenenza, come ha spiegato bene Silvia, ma come dici bene tu. “La realizzazione e la felicità trascendono i ruoli. Sono un di più che dipende dai singoli.” Esattamente. Grazie per averlo sottolineato!

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  11. Molto brava, Nadia per il post e per il racconto dentro il post.
    Anche io potrei raccontarne tante alla voce “aneddoti sulle casalinghe”, perché purtroppo è quello il nome dato alla donna che lavora in casa ed è un termine che io non amo molto. Questo perché il “casalingume” comporta tutte quelle cose che hai elencato tu: grembiule, ramazza, pentole, biancheria da lavare e stirare, casa sempre lucida.
    E io che non do priorità a tutte queste attività necessarie ma non prevalenti, ma so farne tante altre, non sopporto di essere vista come una che ha tutto il tempo libero che vuole e cammina in ciabatte dentro casa dalla mattina alla sera.
    Restiamo comunque una risorsa per la famiglia, noi cas…. (è inutile, nemmeno mi viene di dirlo)… Questo è innegabile! 😛

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    • Come ti capisco. Nostro malgrado impariamo a farci andare bene qualunque ruolo però, come scatta dentro la scintilla di poter fare bene anche altro e magari spiccare il volo, ecco che subito sembra una sorta di gabbia. E i vetri stanno bene da pulire anche ogni tanto e non sempre e “quel lavoro può aspettare”, e “puoi aiutarmi anche tu..” Perché risorsa umana non inesauribile e per non esaurirsi abbiamo bisogno di avanzare sogni e gioire delle nostre capacità. Scrivere, dipingere, creare… mica solo tassista, cuoca, lavandaia…

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  12. Pingback: L’alchimia della casalinga (guest post pubblicato sul blog di Salvatore Anfuso) – svolazzi e scritture

  13. Non è facile commentare questo articolo, è così “denso”. Ma mi ha colpito molto quello che hai detto alla fine sul materiale che può avere una casalinga per scrivere. C’è tutto un mondo che una donna che vive tra quattro pareti si porta dentro oppure semplicemente osserva. Mi viene in mente Emily Brontë che è riuscita a scrivere un libro come Cime tempestose, che scava a fondo nell’animo umano, pur conducendo una vita molto ritirata e tranquilla.

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    • Hai ragione e forse qui sta tutto il discorso. Scrittore uno lo nasce senza sapere di esserlo, alcuni lo diventano per lo studio applicato e la propensione d’animo, molti tentano di esserlo disperatamente. Il bello è proprio nelle opportunità della vita.

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