Paralipomeni dell’intellighenziomachia


Guest-Post

Un guest post di Alessio Montagner

  1. CHE COS’È L’INTELLETTUALE

L’intellettuale è colui che non produce oggetti fisici ma oggetti ideali[1]. Sono dunque tutti coloro che lavorano più con le idee che con le mani: filosofi, artisti, sociologi, e scienziati vari[2]. Per praticità qui però utilizzerò una accezione che mi pare essere più comune, e che mi pare essere quella che più interessava Salvatore quando mi ha chiesto questo post, cioè: intellettuale come colui che, svolgendo una professione nel campo culturale-artistico come quella di scrittore, si sente in dovere di commentare ogni evento di rilievo, portando una opinione che le masse tendono a tenere in alta considerazione nonostante l’intellettuale che la ha espressa non abbia alcun titolo di studio a legittimarla.

  1. IL RUOLO DELL’ARTISTA NELL’ANTICHITÀ

In passato ricoprire di animali una grotta o realizzare la scultura di una donna obesa non lo si faceva così per decorare un poco il mondo, ma perché si credeva che quelle azioni avessero una reale influenza sul proprio mondo: si credeva che se non ci fosse stata una persona a fare quelle cose non sarebbe più sorto il sole, non sarebbero più nati figli maschi, o gli spiriti malevoli avrebbero infestato il villaggio. Anche la parola aveva poteri[3], e di sicuro esistevano molte formule magiche legate a particolari suoni, magari volte a curare, o a far piovere, eccetera.

  1. IL RUOLO DELL’ARTISTA OGGI

L’arte ha mantenuto un legame con la religione fino agli albori della modernità[4]; poi, come nota Bauman[5], lo stato nuovo uscito dalle idee illuministe gli ha affidato un nuovo fondamentale compito: quello della “paideia”, quello di educare la massa ignorante ai valori del nuovo mondo.

A volte ci piace pensare che sia ancora così: ci piace pensare che l’artista, e l’intellettuale in generale[6], possano influenzare il mondo e cambiare i valori; piace pensarlo agli artisti, e anche ai dittatori che cercano di controllare gli artisti[7]. Ma il postmoderno ha spazzato via qualsiasi autorità: non siamo più disposti a lasciarci influenzare tanto facilmente, né ci pieghiamo al gusto che ci viene presentato come “migliore”[8]. Anzi, a dirla tutta, l’artista ci pare superfluo: riconosciamo che ci fosse, o non ci fosse, il nostro mondo sarebbe lo stesso[9]. Dire che un oggetto è “arte” in realtà ne distrugge il potere retorico: se una volta fare arte voleva proprio dire fare retorica, creare un oggetto in grado di convincere i molti a sostenere una certa posizione; oggi dire che un oggetto è arte vuol dire anche suggerire che è un oggetto creato da chi non ha vera competenza in qualche materia più utile, e che è un oggetto creato solo per intrattenere: e se si prova a insinuare che l’oggetto non è creato solo per intrattenere, viene subito bacchettato come cattedratico e supponente.

  1. LA RETORICA DELL’INTELLETTUALE

In realtà un certo tipo di arte rimane retorica: è l’arte che chiamiamo pubblicità. E non penso solo alla pubblicità di prodotti commerciali; penso anche alla vendita di sé. Bauman[10] fa notare che il potere della classe intellettuale non sta nel riconoscere cosa sia bene fruire, ma nell’imporlo. Per riuscire a farlo, bisogna sforzarsi molto di più di un tempo per riuscire a guadagnare un minimo di influenza sulla comunità. L’intellettuale non è uno che ne sa più degli altri: infatti molto spesso ha un percorso di studi che non riguarda minimamente quel di cui si permette di parlare. È però uno che è riuscito a “farsi ascoltare”, magari sfruttando uno stereotipo sociale (come Fusaro), o provocando (come Bonicelli), o dicendo quello che tutti vogliono sentirsi dire (come Fabio Volo). Non bisogna credere però che questo “farsi ascoltare” si traduca davvero nella possibilità di influenzare il mondo: in realtà Eco lo dimostra bene, visto che veniva idolatrato quando diceva ciò che tutti pensavano, e accusato di demenza senile quando criticava il nostro tempo. E così, quello che una volta era un potere, oggi si riduce a un simbolo, forse un rito per accedere a un gruppo, ma qualcosa di sostanzialmente inutile. Alla fine, il mondo ha ancora bisogno della guida di qualcuno che si ponga come arbiter elegantiae? Forse sì, forse no: in ogni caso non cambia, perché non è disposto ad accettarlo.

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Note

[1] Per Maurizio Ferraris gli oggetti ideali sono quelli che stanno al di fuori dello spazio e del tempo indipendentemente dai soggetti; cioè, pur essendo immateriali, sono distinti dai pensieri. Io invece intendo semplicemente tutto ciò che è immateriale, e quindi anche gli eventuali oggetti sociali.

[2] È importante specificarlo per non disturbare troppo Massimiliano Parente, come si può capire da questo suo articolo: http://massimilianoparente.it/sullignoranza-degli-intellettuali/

[3] Non a caso, in principio era il verbo: anche nella Bibbia tutto ciò che esiste discende dalla parola; lo si vede anche nell’induismo, dove il suono primordiale della creazione è “om”.

[4] Il termine qui è storico: per modernità intendo il periodo che comincia con la Rivoluzione Francese. Artisticamente invece per modernità intendo un periodo che inizia con le avanguardie novecentesche e continua facendo tutto ciò che non era ancora stato fatto. Per postmodernità intendo il periodo subito successivo: l’essere costretti a riprendere stilemi passati.

[5] In “Per tutti i gusti”, soprattutto il primo capitolo.

[6] Anche Bauman si prende lo sfizio di sovrapporre le due categorie, intendendo l’artista come massima manifestazione della intellettualità.

[7] Famoso il caso dell’Arte Degenerata tedesca (https://en.wikipedia.org/wiki/Degenerate_art), ma si hanno casi simili anche nella Russia staliniana e, più di recente, nella politica di Erdogan.

[8] Secondo Bauman (op. cit.) oggi ciò che contraddistingue l’intellighenzia “onnivora” (contrapposta agli univori, che fruiscono un solo tipo di prodotto) è il fruire tutto, godendo di tutto in modo diverso (come faceva Eco, del resto). C’è però chi non apprezza questo; per esempio, si consideri il parere di Adorno, riportato da Roman Vlad: “la mercificaiozne della cultura (invece di educare le masse) ha avuto l’effetto opposto: è il livello della cultura che è stato abbassato al livello delle masse e non il contrario. Invece di educare le masse ci si è conformati al loro gusto.”

[9] L’arte sopravvive, in sostanza, perché è una fonte di piacere: come la medicina, che esiste in quanto la salute e piacere, e la scienza, che esiste per creare un mondo dove vivere sia più facile e piacevole, anche l’arte esiste solo per realizzare questo scopo.

[10] Op. cit.

25 Comments on “Paralipomeni dell’intellighenziomachia

  1. Baudelaire scriveva una volta d’aver perso la corona di poeta: gli era caduta per strada, nel fango. È piuttosto evidente il senso di quell’immagine, il poeta che perde la sua antichissima funzione sociale e deve adattarsi a un mondo moderno in cui “l’arte, tutta, è completamente inutile” (O. Wilde, Prefazione a “Il ritratto di Dorian Gray”). Credo che sia quel tipo di shock ad aver spinto gli intellettuali a comparire ovunque per dare opinioni, prendere posizioni, diventare il “fiore all’occhiello” (U. Eco, “La bustina di Minerva”) di questo o quello schieramento. Si ripete lo schema verificatosi quando nacque l’editoria moderna: lo scrittore, che improvvisamente poteva vivere direttamente del proprio lavoro creativo, dopo secoli passati a mendicar mecenatismi, reagì proclamando la propria estraneità al vile denaro, perché l’arte è al di sopra di questo degradante commercio borghese. Le avanguardie letterarie sono nate dai nostalgici del tempo in cui l’autore aveva solo tre strade: farsi proteggere (=mantenere) dal Duca di Ferrara in cambio dell’Orlando Furioso; legarsi alla sedia e scrivere tragedie come se non vi fosse un domani, perché tanto si aveva una rendita nobiliare e ci si poteva divertire così; fare l’impiegato statale e poetare in milanese nei ritagli di tempo oppure il chierico e scrivere canzonieri in fiorentino… (mille punti a chi indovina tutti gli autori citati). Naturalmente a soffrirne fu un special modo il romanzo, genere borghese per eccellenza, che scompaginava il vecchio sistema della letteratura alta – principalmente in Italia, all’estero lì scrissero senza problemi per tutti gli anni venti, trenta e quaranta.

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    • Dunque, quello del Duca di Ferrara è Ariosto, quello legato alla sedia è Alfieri, l’impiegato statale credo possa essere Porta; l’ultimo non ne ho idea, potrebbe essere Petrarca, visto che aveva preso i voti, ma non è in linea cronologica…
      Il romanzo ha una storia travagliata. I greci ne scrivevano, e così i Romani, ma ce ne sono arrivati pochi e frammentati. Durante il medioevo si forma la nostra tradizione che è totalmente poetica, in pratica; e invero anche la nostra tradizione “romanzesca” è tradizione poetica (d’Annunzio ha scritto prose, ma mai davvero romanzi, e in realtà neanche mai vere prose…). Probabilmente la condizione linguistica non ha favorito: la scrittura, per un lungo periodo, è stata otium, ma quindi anche qualcosa di ragionato e artificiale: i testi che leggevano tutti erano testi in fiorentino, non era sensato poetare facendolo nella propria lingua, c’era già una tradizione fiorentina e tanto valeva inserirsi là, e questo spinge istintivamente verso la poesia, essendo la lingua più controllata. Poi si sono formati altri miti: il fatto che il romanzo faceva male, che era sempre un testo impudico, non edificante, e che se una donna leggeva romanzi doveva senza dubbio essere traditrice se non assassina, e quindi era meglio non sposarla… La cosa divertente è che avevano ragione: leggere romanzi fa davvero male al cervello.

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      • Intanto: quattro autori su quattro, complimenti! (Petrarca è lontano dagli altri ma è il più famoso della sua categoria, quello che ha maggiormente funestato, suo malgrado, le vite di quegli scrittori che, lungo un arco di cinquecento anni, hanno voluto esser considerati poeti. C’era, più vicino a Alfieri, il Parini, che è anche forse il caso più divertente…).
        Dopo la grande stagione romantica in cui chiunque ha provato a scrivere un romanzo, non saprei quanti aspiranti romanzieri siano potuti rimaner scoraggiati dal successo del Manzoni, con cui non era facile misurarsi su quel terreno; è significativo, immagino, che dopo di lui i romanzieri più citati nelle letterature siano personaggi arrivati da lontano rispetto ai centri culturali, gente che portava esperienze diverse da solito o affatto nuove, come Verga o, più tardi, Pirandello e Svevo. Poi i romanzi vengono degradati a genere di poco conto e tendenzialmente basso, e i pochi autori importanti che vi si cimentano tendono a non rispettare qualcosa nel paradigma: a lungo si è detto che “Gli indifferenti” di Moravia fossero una tragedia mancata; la “Conversazione in Sicilia” di Vittorini è una rarefatta prosa lirica; lasciamo semplicemente perdere “Il piacere” di D’Annunzio… perché è di D’Annunzio; Gadda ne inizia mille e non ne finisce uno (ma qui sta il suo fascino); ecc.
        Poi viene la guerra e le cose cambiano con il neorealismo…

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  2. Lanci tanti sassi e poi ritiri altrettante mani 😉
    Però ammetto che approfondire sarebbe un po’ troppo da intellettuali 😛

    Aggiungo che a volte gli intellettuali vengono usati come bandiere: non ha importanza cosa dice, non ha importanza che la gente lo ascolti, l’importane è che stia dalla mia parte e che io mi possa mostrare accanto a lui.

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    • A me non pare di aver ritirato la mano. Anche se in realtà in fase di stampa abbiamo tolto una frecciatina a Massimiliano Parente perché ci sembrava troppo ardita e ingiustificata. In realtà la giustificazione l’avrebbe acquisita in seguito, con la “battuta” sul crollo delle chiese nel terremoto, evento da lui definito “divertente”. Ecco, in fondo è davvero un ottimo esempio de “l’intellettuale oggi”.

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  3. Mi sembra veramente il momento più appropriato per parlare di questa cosa, grazie: credo che stiamo assistendo, proprio in questo anno, alla definitiva scomparsa della funzione sociale dell’intellettuale, inteso come uno che dà opinioni ritenute valide su questioni di ogni genere. L’intellettuale (quello che non lavora con le mani, ma con le idee) che ci troviamo di fronte oggi è un individuo distaccato dalla realtà della gente a cui dovrebbe ‘insegnare’, che non sa interpretarne la cultura e il punto di vista. Il deficit non è di chi non lo capisce, ma suo, a mio parere.
    L’arte è del tutto irrilevante, come dici molto giustamente: è ben accolta quando intrattiene, per il tempo necessario all’intrattenimento, e guardata con sospetto quando si pone come arte. Mi pare che si abbia la stessa reazione che i ragazzi hanno con gli insegnanti a scuola: li si tiene a distanza a prescindere, perché si sa che vorranno insegnarti qualcosa, e che sarà pedante e noioso (e non avrà nessun collegamento con la vita reale). Non ha nessun valore nel cambiare le opinioni: per essere chiari, se la cantano e se la suonano.
    Questo lo (ci, se vogliamo) sta relegando all’irrilevanza più totale, quando non alla diffidenza e al rancore: gli intellettuali appartengono alla ‘casta’, all’establishment, e come tali vanno abbattuti (da lì parole come ‘intellettualoidi’ che si leggono in giro). Vista la spocchia, l’arroganza, l’indifferenza dimostrata così spesso nei confronti degli altri ‘subumani’ (che vedo ogni giorno non solo sulla stampa, ma anche tra persone che conosco direttamente), peggio ancora se ci si riempie anche la bocca di discorsi di ‘sinistra’, è anche meglio così.
    (Ho ricordi del liceo di professori con una spocchia fuori dal comune, che mi turbavano allora ma che infine ho in parte interiorizzato: vorrei, oggi, tornare alla naturalezza e all’umanità di prima).

    Direttamente collegata è una considerazione che riguarda la mia (nostra) generazione: i Millennials sono la generazione di passaggio tra quel modo di sentire e uno nuovo, che non conosciamo ancora. Non a caso siamo i più spocchiosi, arroganti e indifferenti di tutti (ancorché con un qualche interesse per le questioni ambientali, che rappresenta il sentire del futuro, per necessità di sopravvivenza, non per altro), ma allo stesso tempo dimostriamo la stessa insofferenza verso “l’establishment” (cioè i vecchi che ci hanno tolto il futuro eccetera eccetera). Per questa ragione, siamo condannati a essere una generazione inutile (mi ricorda tantissimo, tutto questo, la generazione perduta di Fitzgerald, che viene fuori in parte in Gatsby, ma molto più nel suo primo libro, Di qua dal paradiso: loro fanno da ponte tra il positivismo e il sentire del Novecento. Dopo di loro, arrivano i fascismi).
    Grazie davvero per queste parole, mi sono state necessarie.

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    • La recente incoronazione di re Donald a Imperatore degli Imperatori dell’Universo Conosciuto dovrebbe farci riflette. La sinistra nasce dal basso, ma è chiaro che la sinistra sia americana che non tende ora a chiudersi e a farsi elitaria. Elitaria soprattutto dal punto di vista culturale: tutti sanno citare un “intellettuale di sinistra”, ma chi è intellettuale di destra? Per assurdo una delle prime cose che si dice pensando a Tolkien è “era di destra”, come fosse una particolarità, se non addirittura qualcosa che lo danneggia, che giustifica il giudizio ambiguo che gli è sempre stato dato. L’America però si è sempre distinta anche per il suo anti-intellettualismo: lo vedi bene pensando che nei loro fumetti se uno è intelligente allora deve per forza essere anche cattivo, e se suona Bach all’organo deve per forza essere senza amici e mentalmente malato. L’intellettuale – no, l’intelligente in generale, qualsiasi cosa sia l’intelligenza, è uno “potente”, cioè che ha un qualcosa in più degli altri, e per questo deve essere attaccato dalla massa, che invece ha bisogno di sentirsi dire che l’intelligenza non serve, che con l’impegno si può ottenere tutto, che perdere tempo cazzeggiando in giro è bene perché anche gli eroi fanno così.
      Non so sinceramente se l’intellettuale debba rinnovarsi e passare dagli optimates ai populares. Soprattutto, bisogna vedere che intellettuale esattamente. Quando c’è da esprimere un parere non-tecnico si chiede, di preferenza, a uno scrittore, o a un filosofo. Ma per quale motivo la loro opinione dovrebbe valere di più di quella di un medico, di un fisico, di un ingegnere? Forse perché in passato queste erano professioni “da meccanico”, robe che si facevano con le mani. Ma l’illuminismo prima, il positivismo poi, tutta la rivoluzione scientifica di tutto il 900 hanno davvero cambiato le carte in tavola, e ora, a volerla dire tutta, sembra che siano proprio gli “umanisti” a non dover parlare, non avendo modo di dimostrare le loro opinioni (che, essendo opinioni, non si possono dimostrare, e quindi hanno anche nullo valore argomentativo). Siamo cioè sempre nel classico problema delle “due culture”, con gli scienziati da una parte che dicono che gli umanisti non stanno parlando di nulla, e gli umanisti dall’altra che dicono che gli scienziati sono socialmente condizionati e che la loro scienza è inutile in tutto ciò che interessa davvero agli uomini; e alla fine si accusano vicendevolmente di non capire niente l’uno dell’altro, e finisce là. In questo, non credo ci sia soluzione.

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      • Medici, fisici e ingegneri però restano degli specialisti, che dei loro campi specifici posso ben dire qualcosa. La mia sensazione è che quando si chiede (e spesso comunque non si chiede affatto) un’opinione a un umanista (scrittore, poeta, filosofo, artista, regista, ecc.) gli si sta chiedendo di filtrare attraverso i propri strumenti un concetto complicato, in modo che anche i più possano comprenderlo. Il ruolo dello scrittore dovrebbe essere quello di raccontare la realtà, o un aspetto della realtà, del suo tempo o di un altro tempo, a chi non ha tempo… Il termine intellettuale, in origine, distingueva chi usava l’intelletto, per mestiere, da chi per mestiere adoperava le mani. Oggi è diventato un vessillo dietro cui nascondersi; una bolla che contiene alcuni ed esclude altri, spesso in modo arbitrario.

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        • Il punto è: perché mai i suoi strumenti dovrebbero essere in grado di filtrarlo? è un grande dogma, che però non c’è particolare motivo di credere. Più in generale: davvero l’umanista ha strumenti che il fisico non ha? Ti faccio un esempio… l’effetto che ci provoca l’arte è causato dalla chimica del nostro cervello, invero. Quindi l’assurdo è che il laureato in arte non sa nulla né di arte né di chimica; il laureato in chimica, per assurdo, di arte ne può sapere di più del laureato in arte.

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          • Concordo. Solo che il laureato in chimica passa il suo tempo a fare esperimenti in laboratorio o ad abbozzare formule su l’ardesia; mentre, in teoria, il filosofo lo passa a ragionare. Alla fine, più che una faccenda di strumenti, è una faccenda di tempo: quanto tempo impieghi a riflettere su determinate cose? Si presume che chi faccia il filosofo o lo scrittore sia dotato di un cervello sufficientemente fine.

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            • Al che: riflettiamo sul fatto che Wittgenstein e Antoine Compagnon avevano studiato come ingegneri, non come filosofi o critici. Non è forse proprio questo il punto: che hanno una preparazione da ingegneri, ma non hanno mai fatto gli ingegneri?

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          • Però scusami, se mi dici che il chimico sa più di arte dell’umanista (presumibilmente perché conosce di più la materia con cui l’arte viene fatta), allo stesso modo in cui il fisico conosce di più il cervello e quindi ha più strumenti per parlarne, stiamo negando l’esistenza dell’anima, detta in termini poveri.
            Cioè, l’arte è uno schizzo di pittura fatto di pigmenti fatto di queste molecole messo su una tela fatta di questo materiale fatto di queste molecole. Siamo tutti d’accordo, credo, sul fatto che l’arte è qualcosa di più di così, che comunica all’uomo qualcosa di più rispetto a di quante molecole di che elementi è fatta la tela – e l’intellettuale dovrebbe parlare di questo, di quel più che non si esprime in termini di molecole.
            Il che non rende assolutamente meno importante il lavoro dello scienziato rispetto a quello dell’umanista (è una distinzione che viene insieme alla specializzazione delle competenze, appunto), ma l’umanista traduce il mondo in termini ‘umani’, come dice Salvatore, facendo appello ai sentimenti dell’uomo. Quando non ci riesce più, che mi pare sia quello che sta succedendo ora, dovrebbe cominciare a farsi delle domande. E credo sia di questo che stiamo parlando, più di tutto.

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            • Be’, è un po’ una provocazione, ovviamente. è certo che ora non è possibile; sono sicuro però che prima o poi il critico d’arte dovrà mettersi il camice da scienziato. Sono sicuro che molto presto sarà inaccettabile un umanista che non abbia una preparazione adeguata in neurologia, per dire. In che misura esiste l’anima? Direi nella misura in cui siamo in grado di creare allegorie efficaci per descrivere fenomeni di complessa analisi della realtà. Per esempio: dire “mi sono innamorato”, o dire “Cupido mi ha colpito con una sua freccia”, oppure “la chimica del mio cervello mostra un improvviso aumento di ossitocina e vasopressina ed eccetera”, sono sostanzialmente equivalenti. Il loro potere descrittivo però è diverso. Ci sono i riduzionisti che dicono: aboliamo il vocabolario mentale e usiamo quello neurologico, perché non abbiamo bisogno d’altro e crea solo confusione. Dall’altro, c’è chi risponde dicendo: non si può fare, perché queste esperienze mentali non rispettano il secondo principio di Leibnitz, perché ricordare una esperienza mentale non ricrea lo stesso evento neurale, e dunque l’evento neurale e l’emozione non coincidono perfettamente. E allora i riduzionisti rispondono a loro volta che non è vero, che i principi di Leibnitz non c’entrano in questo argomento, e vattelapesca. E si riprende. Che dire? Io credo che un giorno sarà tutto ridotto alla materia, anche se in questo momento ovviamente non possiamo permettercelo, perché conosciamo troppo poco.

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      • Ma il fenomeno dell’intellettuale di sinistra non è un po’ fenomeno in particolare italiano, una demonizzazione di facciata della destra per seppellire in fretta il fascismo in giardino?
        Io credo che parlando con ‘intellettuali di sinistra’ della provincia (in città ho scoperto che è un po’ diverso, ci sono in corso battaglie diverse) ti potrebbero tranquillamente dire che la destra non esiste punto, è rappresentata solo dalla povertà morale e culturale berlusconiana, e il resto è folklore.
        In America riesco a immaginare che anche la parte più conservatrice del paese possa esprimere una cultura propria, rappresentata ad esempio da una stampa conservatrice che tuttavia non è bassa.
        L’America ha sì il mito dell’antiintellettualismo (e chi non lo ha, poi? E’ la rivolta dei poveretti nei confronti di quelli che, è chiaro, avranno il potere) ma per paradosso sta attribuendo anche sempre più importanza all’intelligenza (quella dei numeri, dei voti, del QI) quando si tratta di mercato del lavoro e di sviluppo economico. E questo mi pare collegarsi con la progressiva specializzazione delle competenze, per cui appunto uno scrittore non può più parlare di economia e terremoti, perché che competenze ha per farlo?
        Quello che, mi pare di capire, sta venendo realmente meno, è il valore del pensiero umanistico, e soprattutto il modo di comunicarlo: ciò che sta veramente scombinando le carte, in questi anni, è il fatto che l’informazione non viene più da un posto solo (la stampa, i libri, la televisione – che già di per sé è stata una rivoluzione di cui vediamo ora gli effetti) e che tutti possono proporre la propria opinione, rilevante o meno che sia, mettendo in discussione coloro che lo hanno fatto fino ad ora attraverso i mezzi “tradizionali”, e il valore dei mezzi stessi.

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        • In effetti, la situazione di destra/sinistra italiana non si può confrontare con l’America. Eppure è abbastanza ironico il fatto che Philip Roth non vinca il nobel perché “non abbastanza di sinistra”. Oppure che Harold Bloom faccia una lunga campagna per assicurarsi l’apoliticità della critica letteraria, e poi si impegni ad attaccare Ronald Reagan, finendo addirittura per attribuire motivazioni storiche all'”attraversamento del negativo” (folle!). Certo qualche grande “cantore del conservatorismo” lì possiamo trovarlo: T.S. Eliot (col suo amico Pound), O’Connor, Dos Passos. E anche di recente abbiamo avuto un gigante come Milton Friedman. Sia perché hanno una tradizione di pensiero diverso dal nostro; sia perché quando si è in cima al mondo è più facile mantenere l’equilibrio.
          ***
          C.P. Snow scrive:

          “A good many times I have been present at gatherings of people who, by the standards of the traditional culture, are thought highly educated and who have with considerable gusto been expressing their incredulity at the illiteracy of scientists. Once or twice I have been provoked and have asked the company how many of them could describe the Second Law of Thermodynamics. The response was cold: it was also negative. Yet I was asking something which is about the scientific equivalent of: ‘Have you read a work of Shakespeare’s?’
          I now believe that if I had asked an even simpler question – such as, What do you mean by mass, or acceleration, which is the scientific equivalent of saying, ‘Can you read?’ – not more than one in ten of the highly educated would have felt that I was speaking the same language. So the great edifice of modern physics goes up, and the majority of the cleverest people in the western world have about as much insight into it as their Neolithic ancestors would have had.”

          Ci sarebbe da pensarci seriamente e senza dogmi: perché leggere Shakespeare?
          Ho citato Harold Bloom prima. Lui fonde la storia della letteratura, la critica psicologica e semiotica, e il pragmatismo soprattutto: ha scritto libri sul perché leggere; ha scritto Shakespeare l’Invenzione dell’Uomo; ha più volte specificato che leggere è il maggiore dei piaceri solitari (be’, uno dei maggiori…). Eppure, alla fine, non riesce a non farci dire: be’, però potrei vivere anche senza…
          Aristotele diceva che la cultura (umanistica, visto che all’epoca la scienza era filosofia della natura) è “ornamento nella cattiva sorte e rifugio nell’avversa”. Sembra difficile da sostenere, visto che abbiamo potuto creare “cultura” solo quando la buona sorte è arrivata: non puoi metterti a filosofare o a chiederti come è fatto Dio quando non sai dove trovare il cibo e dove sia finito il giaguaro che ti stava inseguendo.
          Effettivamente l’articolo andava approfondito. Ma non c’ho tempo, e poi oggi sono influenzato e mi manca anche la voglia.

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          • Su questo ti do perfettamente ragione.
            L’uomo di scienza non si mette in testa di poter commentare più o meno a sproposito tutte le vicende sulla terra (oddio, ormai tutti si mettono in testa di commentare tutto, a dire la verità), ma l’umanista lo fa dall’alto di una presunta supremazia sulle altre scienze, quando di fondo è anche lui uno specialista di una materia (la letteratura, l’arte, l’animo umano?).
            Non sono certa però che il problema sia veramente questo: se sei uno specialista, diciamo, dell’animo umano (ché mi sa che di questo tiamo parlando) tanto da ritenerti in grado di commentare vicende che tecnicamente non ti competerebbero, dovresti farlo con umanità. Se parli della disoccupazione e delle politiche economiche che la provocano, non puoi considerare subumani quelli che la vivono davvero (e non saperne nulla né di disoccupazione né di povertà né di politiche economiche).
            Forse. Non so. Sto perdendo un po’ il filo.

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            • Immagino che non esistano davvero specialisti dell’animo umano, anche perché avrebbero difficoltà a delimitare il campo. Ma proprio questo è interessante in fondo, perché siamo nell’epoca della interdisciplinarità. Ecco qual è il punto: forse Goethe è stato l’ultimo uomo a sapere tutto (ma neanche Omero…), forse Einstein è stato l’ultimo a sapere tutto di una singola materia; noi, nel tempo della complessità, non possiamo far altro che conoscere davvero solo frammenti di materie. Ovviamente non possiamo parlare solo di ciò che sappiamo, perché allora non parleremmo di nulla (chi sa quando “sappiamo” qualcosa?). Il punto è: di quanto possiamo allargarci, dal centro delle nostre conoscenze? Esistono materie fortemente interdisciplinari: la poetica cognitiva è composta dalla sociologia, dalla psicologia, dalla neurologia, dalla critica letteraria ovviamente, dalla linguistica cognitiva soprattutto, ma anche dalla semantica formale, e quindi automaticamente dal lambda-calculus, dai linguaggi di programmazione, eccetera. Possono esistere libri di poetica cognitiva, ma non possono esistere studiosi di poetica cognitiva: la poetica cognitiva può esistere solo come insieme di testi scritti da specialisti di tutt’altro, ognuno limitatamente al suo campo. Al che, diventa molto difficile dire chi davvero può “concepire” con piena coscienza la poetica cognitiva: solo chi sceglie di avere conoscenze superficiali in ogni campo,in base a questi testi che sono insiemi di altri testi di materie varie. Al che, diventa difficile dire di cosa si può parlare in questi casi. Forse la cosa più economica è dire: parliamo di tutto ciò che ci pare, ma ogni cosa viene sottoposta al controllo di specialisti; pur riconoscendo, però, che non esistono certezze, visto che ci rifacciamo comunque alla coerenza con un sistema specialistico la cui correttezza non è innegabile. Oppure sventoliamo bandiera bianca, diciamo che non possiamo conoscere davvero nulla, e quindi non importa quel che ci diciamo.

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              • Più semplicemente si potrebbe fornire il proprio punto di vista su un argomento, al netto della propria ignoranza. Il punto è che, in Italia, l’intellettuale non ammette e non ammetterà mai di essere ignorante. Già gli antichi lo dicevano: “So di non sapere”. Non è una cosa nuova.

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  4. “L’intellettuale non è uno che ne sa più degli altri: infatti molto spesso ha un percorso di studi che non riguarda minimamente quel di cui si permette di parlare. È però uno che è riuscito a “farsi ascoltare”

    È possibile essere, o meglio: sembrare, un intellettuale nell’epoca della “cultura linkata”?
    È possibile “svettare” rispetto ad altre voci nella marasma opinionica della rete?
    È possibile diventarlo se, come dice LiveAliveMontagner, vi è una denigrazione dello stesso a favore di figure più simpatiche e Pop?

    Sì.
    Sì.
    Sì.

    E mai come oggi, il fattore comunicativo è, in buona parte alla base: Joseph – Benedetto – fu accusato di essere un Papa troppo teologo teutonico tirolese, colui che stava allontanando la chiesa dai fedeli; tac; ne scelgo uno che dice Buongiorno Buona domenica e Buon pranzo, che usa i mezzi dei giovani, che si prende in giro, che si percula.
    Quindi? Dobbiamo prenderci poco sul serio per dire cose serie?
    Boh.

    Avevo scritto altre cose, ma sono inutili.
    Scusate il disturbo – e le cavolate.

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    • Oggi commento tutto, scusate 🙂
      Sì comunque, era una cosa che scrivevo da qualche parte qualche settimana fa: dobbiamo proprio prenderci poco sul serio per dire cose serie.

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    • Benedetto aveva profondità di pensiero. Francesco è minimale: ma non credo che questo possa essere compreso al di fuori del suo essere gesuita. Ho visto scuole di diversi ordini, e ognuno ha un diverso gusto artistico, e quindi immagino che questo si rifletta anche nella comunicazione.
      Fusaro, o Zizak, sono filosofi pop: dicono cose semplici, dicono ciò che si vuole sentire, non creano sistemi da seguire libro per libro perché nell’epoca della serie tv non si può. Già diverso Ferraris: ma lui, per il suo stile rilassato, si è attirato le critiche della comunità. E perché Trump ha vinto? Certo perché è un dio della comunicazione: lo seguirebbe anche un bambino di 5 anni.
      A dirla tutta, la parte “popolare” trionfa quasi sempre, visto che ha l’esercito più vasto. In fondo, ha vinto Cesare, che era nei populares. E la storia della lingua ci insegna che quasi sempre la forma che si afferma è quella che viene dal basso, soprattutto se è connessa a emozioni neoteniche. è difficile che la sanzione proveniente dalla cattedra abbia successo davvero, anche se capita (per esempio, mi pare stia funzionando a proposito del “piuttosto che” disgiuntivo, usato a mo del vel latino).

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