Aisha Salam e il deserto del Khalim


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Il mostro è sempre lì. Mi fissa dallo specchio, mi pulsa nelle vene, brontola nel mio stomaco. Il bastardo non mi molla un attimo. Da quando Paula se n’è andata, è sempre più inquieto. Fisso con odio chiunque incroci la mia strada, le poche volte che mi azzardo a lasciare l’appartamento. Questo avviene sempre più raramente. Ho smesso di tagliarmi la barba, di farmi la doccia, di gettare la spazzatura. I sacchetti dell’immondizia si accumulano nel corridoio, vicino alla porta. Ogni giorno rinnovo la promessa di scuotermi per scendere a gettarli, ma continuo a rinviare. Ho perfino smesso di rifare il letto e lavare i piatti. È da parecchio comunque che non dormo e non cucino. Mangio cibo crudo, senza gusto. E bevo acqua di rubinetto. Mi addormento per pochi istanti, sul divano, solo per risvegliarmi un minuto dopo ancora più stranito.

Dall’ufficio mi hanno cercato con ostinazione. Il display visualizzava il loro numero. Poi il silenzio. Presto o tardi riceverò la lettera di licenziamento. Forse è già arrivata e staziona inutilmente nella buca delle lettere. Un motivo in più per uscire di casa, almeno fino in strada. Ma la curiosità non mi smuove. Non avverto alcuna pulsione. Non so cosa comporti essere licenziato, a parte le conseguenze più ovvie. Non mi è mai capitato. Non me ne preoccupo. Il telefono ha smesso di squillare, e questo lo considero un progresso.

La macchina da scrivere mi osserva andare e venire dalla cucina. Il foglio è inserito nel rullo. Il carrello è in posizione. Ma non ho più impresso una sola sillaba. Non ricordo nemmeno cosa volevo scrivere. Scrivere… ha ancora senso? Forse dovrei raccontare la storia di Gregory, ma perfino i sogni hanno smesso di bussare alla mia porta. Cosa darei per un po’ di silenzio. Per una sana dormita ristoratrice. Svegliarmi presto al mattino e fare le flessioni. Ma non ci riesco. La stanchezza di notte dovrebbe abbattermi, invece mi rende più vigile. E quando spunta l’alba, più indolente. Ogni giorno un po’ di più.

Carboidrati: un video su YouTube raccomanda di mangiarne la sera, per prendere sonno più facilmente. La digestione crea letargia. Ma i carboidrati devono essere cucinati e il lavabo è già colmo di piatti e pentole. Forse dovrei ordinare una pizza. Potrei provarci. Almeno mangerei qualcosa di caldo. L’idea di parlare con altre persone però non mi stimola. Alzare il telefono, comporre il numero, aspettare che una voce annoiata risponda… Al di fuori di queste mura il mondo ha smesso di capirmi, e io non comprendo più lui. No, non credo che lo farò.

Dovrei uscire di casa invece, ecco cosa dovrei fare. Potrei colmare il frigorifero di cibo. Ormai è quasi vuoto. Fare un giro al supermercato. Riempire la testa di immagini e rumori diversi dai soliti. Alleggerirebbe la mia anima e renderebbe i pensieri più sottili. Il movimento crea stanchezza, e la sera potrei finalmente crollare. Ma l’idea di camminare in mezzo alla gente, di essere da loro osservato mi inquieta. Non voglio essere guardato. Cos’hanno tutti da fissare? La gente dovrebbe farsi gli affari propri. Smetterla di osservarmi, e di parlarmi anche. Le loro domande mi ossessionano. Io non voglio parlare con loro. Non voglio parlare con nessuno. Non voglio leggere nei loro occhi il riflesso della mia immagine. Voglio solo che mi lascino in pace.

Ecco. Lo sapevo. Doveva succedere prima o poi. In un certo senso me lo aspettavo. Doveva capitare, tutto qui. Adesso, calma. Lo spioncino non lascia dubbi. È proprio lei. Se trattengo il fiato e resto in silenzio forse se ne andrà. Insiste invece. Batte contro la mia porta. Preme il campanello. Mi martella le meningi. Adesso la caccio. Se la tratto male, se ne andrà di sicuro. Forse desiste da sola…

«Signor Danieli, è in casa?».

Come fa a sapere che ci sono? Potrei essere ovunque. Sono settimane che nessuno mi vede. Potrei essere morto e nessuno se ne accorgerebbe. Forse… forse è proprio questo che la spinge a insistere. Se non le apro potrebbe fare l’idiozia di chiamare i pompieri. Non voglio gente in giro per casa. Non voglio rispondere alle loro domande. Cosa fa, come sta, perché non rispondeva…

«Oh…». Le sue labbra formano un cerchio perfetto. Ha trattenuto l’aria due respiri fa e mi osserva con occhi sbarrati. Si deciderà prima o poi a dire qualcosa, no? Mi fa rabbia. Perché tanta ostinazione per poi starsene lì a osservarmi stupita? Cosa vuole da me?

«Posso fare qualcosa per lei, signora Fusco?». Rido fra me. Il contrasto l’ha scossa ancora di più. Sono un bravo attore quando mi ci metto. Adesso sembra scuotersi. Arriccia il naso, ma si trattiene. Ha ancora un attimo di esitazione ma le sue labbra si sono richiuse, e un impercettibile movimento dei muscoli sotto gli occhi mi suggerisce che si appresta a parlare.

«Pensavo non ci fosse…».

«Come vede, stavo dormendo».

«Mi… mi dispiace averla svegliata. Io… ero solo in pensiero. È da un po’ che non la vedo, ma sentivo dei passi sopra il mio soffitto. Ho anche pensato potessero essere dei ladri. Stavo per chiamare la polizia, sa? Ma non se ne andavano più, così ho pensato che non potessero essere dei ladri…». Smette di tergiversare e mi osserva meglio. «Si sente bene?».

«No, ultimamente non mi sono sentito troppo bene in effetti. Sono in mutua, dal lavoro. Ecco perché mi trova così…». Abbassa gli occhi sulla mia vestaglia. L’immagine che devo dare di me non dev’essere confortante. Meglio. La convincerà ad andarsene più in fretta.

«In effetti sembra dimagrito», dice lei. Ha proprio voglia di parlare, eh? «E molto anche».

«Come le dicevo, non mi sono sentito troppo bene».

«Posso fare qualcosa per lei?», mi chiede, premurosa. «Se ha bisogno che vada in farmacia al suo post…». Lo sguardo si sposta sui sacchetti dell’immondizia.

«Oh, sì», mi scuso, «non ho avuto la forza di scendere a gettarli. Così si sono accumulati». Sicuramente ho un sorriso da ebete stampato in faccia. La gente mi fa sempre questo effetto. Dovrei smetterla di rendermi ridicolo solo per sembrare innocuo. Non sono innocuo.

«Quella, è immondizia?». Si tappa le narici con due dita. «Puzza da morire». Ma lo fa con eleganza, per non farmi pesare la cosa. «Ne ha accumulata un bel po’… Ha delle patate marce là dentro?».

«Sono, in mutua da un bel po’».

«Avanti, me li dia». Ecco che esce la mammina premurosa. Donne…

«Non si disturbi, davvero».

«Non dica sciocchezze. Non può stare in mezzo all’immondizia». Mi sento imbarazzato mentre le passo due sacchetti. – di più non potrebbe –, e provo rabbia per questo. Mentre ruota verso gli scalini si blocca e si volta ancora un momento. «Ah, a proposito, ci sarebbe la questione dell’affitto. È in ritardo questo mese». I sacchetti pencolano dalle sue mani. Attorno ai cappi in cui ho annodato l’estremità dei sacchetti la sua pelle è tirata e comincia a sbiancare per il peso. Spero non si strappino o non goccioli alcuna sostanza sulle scale.

«Sì, l’affitto», dico, quasi catatonico, non riesco a togliermi dalla testa l’immagine della sua espressione mentre osserva schifata della roba gocciolare giù. «Non ho potuto andare al bancomat. Se mi dà il suo iban posso farle un bonifico online».

«Bene», dice lei, e prende a scendere le scale. Il rumore dei suoi tacchi mi martella l’anima. Resto ancora un po’ sulla soglia. Non smetto di fissare lo spazio che occupava prima. Non riesco nemmeno a sbattere le palpebre. Un singola macchia bruna risalta per contrasto sul marmo bianco.

Poi le sue urla mi tramortiscono. Hanno il merito di scuotermi. Ci metterà poco a riprendersi e chiamare la polizia. E mi faranno domande. Tante, tante domande. Io odio parlare con la gente. Odio le loro domande. Cos’è che hanno sempre da chiedere? da preoccuparsi? da struggersi?

Mentre precipito verso l’asfalto il mondo assume una prospettiva più interessante. Poi tutto sembra implodere…

… continua

_________________________

Note

Fra due venerdì non perdetevi l’appuntamento con l’ultimo capitolo.

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67 Comments on “Aisha Salam e il deserto del Khalim

  1. Come sarebbe fra due venerdì? ma puoi lasciarci con una scena macabra in testa per così tanto tempo? Sti scrittori della domeenica, anzi, del venerdì! 😛

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  2. Pingback: Aisha Salam e il deserto del Khalim – Salvatore Anfuso ● il blog

  3. E vai. Invece io non vedo l’ora che finisce e poi inizio a leggerlo. Sto diventando ritardataria e pensare che prima arrivavo minimo quindici minuti prima.

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  4. So aspettare. Più che altro non so partire, sono diesel ultimamente. Mi ci vuole il tempo. Salvatore scrive di brutto. Io sono tre giorni che non riesco a rispettare una scadenza ( mia). Come “cribbio” fa?
    Forse è l’abitudine di avere delle scadenze. Ognuno ha le sue.

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    • Pensa che lavoro pure dieci ore al giorno (tranne quando sono in trasferta, che le ore diventano 24, al giorno). Più due ore per andare e venire dall’ufficio. Quattro ore di sana dormita per notte. Le mezzore ritagliate per i pasti… E nonostante questo riesco a: scrivere tre articoli alla settimana per il blog, studiare grammatica, leggere narrativa, scrivere racconti che vendo in giro, rispondere alle migliaia di mail o messaggi social che mi arrivano (ultimamente pure da whatsapp…). 😛

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      • Io pure corro come una pazza, il brutto è che non brucio un grammo. Va beh, questa è altra storia.
        Lavorare e studiare lo facciamo entrambi. (E scrivere )
        Sul dormire non posso fare come te, perché la seconda notte che dormo quattro ore, mozzico o muoio.
        Ma chi che disturba pure da whatsapp. Bloccato. 😛😛
        P.s.= ma quando li leggi i messaggi da whatsapp? Finito i tre articoli alla settimana? C’era un invito a scrivere a 6 mani.
        Ora ti blocco io. 😜😜😜😛😛😛

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  5. Anfusoooooooooooooooo!!!!!
    Come due venerdì?! e no!
    Uffa….
    Mi è piaciuto questo lento e graduale cadere nell’atonia, nella depressione, nell’annullamento cerebrale del protagonista (ben gli sta per avere mollato l’amore) ma ora sto in pena, si è cacciato dalla finestra?Sei cattivo a far passare due settimane! Uffa

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  6. Le leggerò, te l’ho detto che sono diventata una ritardataria.
    Ieri ho aspettato due ore in ospedale, se ci fosse stata un minimo di connessione wi-fi, li avrei già letti tutti i capitoli. Mi urta non poter riempire i tempi morti. Aspettare così lo è.
    In compenso abbiamo contato con mio figlio i numeri che ci mancavano per pagare al cup, chiacchierare noi due, smontato un Nintendo, commentato su un libro di Adam Blade che lo stiamo leggendo insieme, lui una partita al Nintendo ed io a scrivere quattro righe su un quadernone dove ci ha scarabbocchiato chiunque. Caffè.
    Ah, poi aiutare una signora sulla sedie a rotelle ad aprire una porta, per passare , nessuno si degnava di spoggiare il fondoschiena dalla sedia.
    Direi che abbiamo riempito bene il tempo.
    Però connessione zero.

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  7. Ma…ma…ma??
    Non posso spoilerare Tiziana ma…ha anche ammazzato la vicina? O solo tramortita?
    A va bene, aspettiamo due venerdì, giusto giusto per Halloween insomma.

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    • Giusto giusto per Halloween, esatto. 🙂

      No, la vicina è incolume: «Bene», dice lei, e prende a scendere le scale. Il rumore dei suoi tacchi mi martella l’anima. Resto ancora un po’ sulla soglia. Non smetto di fissare lo spazio che occupava prima. Non riesco nemmeno a sbattere le palpebre. Un singola macchia bruna risalta per contrasto sul marmo bianco.

      La sua è paura di dover essere costretto a rispondere alle domande degli inquirenti.

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  8. Cioè, si butta di sotto?
    Ah, bene… tre situazioni senza via d’uscita, o così sembra, nei tre filoni narrativi. A questo punto, però, mi chiedo quale possa essere in definitiva la lunghezza della storia: a seconda delle soluzioni adottate, potrebbe finire in 1, 3 o n capitoli – quest’ultima ipotesi si basa sulla capacità di ritardare lo scioglimento finale. Insomma, sono curioso. A presto!

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  9. Appunto, lo usiamo al centro-Italia. Ho varie influenze qui. L’influenza maggiore me la dà mia madre. È contagiosa, solo con lei mi capita. Quando vado da lei o al telefono, mi parte un po’ il dialetto. Credo sia normale e pure tenero.

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  10. Pingback: Aisha Salam e il deserto del Khalim – Salvatore Anfuso ● il blog

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