20131019_marenostrum

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L’ultima sigaretta. Era quella che Gregory McGuffin teneva ancora spenta tra le dita. Aveva appena consegnato l’ultimo plico al soldato di guardia, il quale era subito corso via, e ora se ne stava chiuso nel proprio bungalow a osservare le onde venire e ritrarsi sulla battigia. Non la poteva vedere, ma si diceva che una nave da guerra americana fosse stata piazzata oltre l’orizzonte. Gregory non sapeva se era vero. Ma se lo fosse stato, non credeva che gli americani avrebbero preso a bombardare il villaggio. Agli occhi del mondo non sarebbe stata una scelta apprezzabile. Si augurava piuttosto che i Marines tentassero una sortita. I combattenti del FLAM non erano molto numerosi. Un gruppetto cazzuto dei reparti speciali avrebbe potuto penetrare e liberare i prigionieri.

La notizia era trapelata quasi per caso. La vita al villaggio era proseguita come se nulla fosse, ma la sottile agitazione dei soldati gli aveva confermato le voci. Le sue giornate erano quindi passate in un dissolversi di albe e tramonti, nell’attesa che gli americani si decidessero. Non se, ma quando: era quella la domanda da porsi. Il tempismo in guerra è tutto. Lui, che di storie di guerra ne aveva scritte alcune, lo sapeva bene. La sua speranza era che l’attacco potesse avere luogo prima di consumare l’ultima sigaretta. Decise quindi di conservarla ancora per un po’.

Poche ore più tardi le sirene presero a urlare. Il sole si era già quasi tuffato alle spalle del promontorio. Forse qualcuno aveva avvistato la nave e dato l’allarme. Da dove si trovava, Gregory poteva osservare i soldati correre disordinatamente in giro per il campo. Sulla spiaggia, nei giorni scorsi, erano state allestite delle postazioni con sacchi di sabbia piazzati uno sull’altro, in un semicerchio che riparava dal mare. Dietro i sacchi erano state posizionate delle mitragliatrici pesanti. Adesso i soldati vi si affollavano.

Chissà se in quel momento Bogu era pentito di aver imprigionato Aaron Mayer? Qualche arma in più gli avrebbe fatto comodo, rifletté ironicamente Gregory. Prima che potesse accendere la sigaretta, un soldato aprì la portafinestra e si precipitò all’interno del suo bungalow.

«Tu vieni con me», gli disse, puntandogli contro il kalashnikov.

Gregory rinfilò la sigaretta nel pacchetto, si alzò con calma dalla sedia e diede un’ultima occhiata a quella che per mesi era stata la sua gabbia dorata. Era andato tutto per il verso sbagliato.

Il soldato, tesissimo, imbracciò il fucile reggendolo con una sola mano. Con l’altra afferrò Gregory per il bavero, spingendolo di peso verso l’uscita.

«Muoviti, cane».

Senza farsi intimidire, Gregory recuperò l’equilibrio e uscì dalla stanza. Il cielo aveva il colore del piombo. Il campo sembrava un formicaio impazzito. Adesso la nave la si poteva intravedere a occhio nudo. Presto sarebbe calata la notte.

Il soldato lo spinse bruscamente in avanti. Gregory si voltò a osservarlo. Questo col fucile gli fece segno di avanzare.

«Alla reception», indicò.

La reception era un grosso edificio squadrato, in cemento e calce bianca. Si trovava al centro del campo. Quando quello era ancora un villaggio turistico, la reception aveva ospitato l’accoglienza, due ristoranti e diversi uffici. Bogu l’aveva trasformata nel suo quartier generale.

I due presero a percorrere per lungo il campo, passando dietro e davanti a diversi altri bungalow che come tanti funghi punteggiavano il villaggio. Le palme sembravano piegarsi su se stesse, come se temessero quello che da lì a poco sarebbe avvenuto. Le vie pavimentate in legno e paglia, affiancate da aiuole innaturalmente verdi, li conducevano proprio in bocca al generale. I lampioncini a forma di paletti bassi, ad altezza delle ginocchia, si accesero uno dopo l’altro indicando loro la direzione come in una pista d’atterraggio. Di tanto in tanto una squadra armata passava loro davanti, tagliandogli la strada.

Quando furono in prossimità della destinazione, Gregory vide sul tetto piatto dell’edificio due fari molto grossi illuminare la porzione di oceano difronte. Davanti alla reception, in quella che una volta era stata una piscina a forma di enorme fagiolo e che adesso era completamente svuotata dell’acqua, erano stati piazzati tutti i prigionieri del campo. Tra loro vide Aaron.

Il soldato lo spinse giù di peso, facendolo precipitare sul fondo duro della vasca. Aaron lo raggiunse con calma e lo aiutò a rialzarsi.

«Chi non muore si rivede», lo salutò il tedesco, nel suo solito modo gioviale.

«Sei ancora vivo…», notò Gregory, invidiando la presenza di spirito dell’ingegnere. Sembrava che nulla potesse scalfirlo.

«Secondo te chi li ha costruiti quei due cosi lassù?».

Entrambi alzarono gli occhi. Diversi soldati se ne stavano allineati tra le due colonne di luce. In braccio reggevano fucili mitragliatori che tenevano puntati verso il basso. Verso di loro.

«Il comitato di accoglienza?», ironizzò Gregory.

«Presumo che il comitato siamo noi, loro servono solo a non farci scappare prima che la tempesta si abbatta».

«Ci usano come ostaggi…».

«Non come ostaggi, come muro umano», precisò Aaron. «Quando gli americani arriveranno dal mare, la prima cosa che si troveranno difronte, a parte le mitragliatrici, saremo noi. E sai qual è la cosa buffa?».

«Ce n’è anche una seria?».

«Arrivando dalla spiaggia non credo che i Marines potranno notarci prima di essere giunti a ridosso della piscina».

«Ci troveremo sotto il fuoco incrociato…». Gregory si guardò attorno. Da dove si trovavano si poteva osservare benissimo l’edificio squadrato che spiccava sopra di loro, e poco altro. Il loro orizzonte era il bordo piscina.

«A nessuno è mai venuto in mente di definire Bogu un genio, dico bene?». Aaron gli diede una pacca. Con sforzo si abbassò, mettendosi a sedere sul cemento bianco del fondo.

«Qual è il piano?», gli chiese Gregory, piegandosi pure lui sulle ginocchia.

«Piano? Quale piano? Non c’è nessun piano. Siamo arrivati al capolinea, mein Freund».

«Ti arrendi così facilmente?».

«Non mi sto arrendendo. Mi limito a constatare che le nostre opzioni sono al momento alquanto limitate».

In quel momento udirono le pale di alcuni elicotteri fendere l’aria in avvicinamento. Il loro rumore era inconfondibile. Le mitragliatrici pesanti piazzate sulla spiaggia presero a urlare proiettili. Colpi di arma da fuoco giunsero anche da dietro, alle spalle della reception. I soldati del generale ribelle risposero al fuoco. Gregory scivolò sul fondo, riparandosi la testa con le braccia.

«Oh, non ti preoccupare», lo rassicurò Aaron, «è improbabile che un proiettile ti raggiunga fin qua sotto. Sono ancora troppo distanti».

Con lentezza Gregory alzò lo sguardo. Ai colpi si erano aggiunte anche alcune esplosioni. Solo che non arrivavano dal mare, come si sarebbe aspettato, ma dalla parte opposta. Si voltò verso Aaron. Questo si strinse nelle spalle.

«Presumo sia una tattica di accerchiamento. Gli americani devono aver finto di voler attaccare dal mare, facendo trapelare l’informazione fino alle orecchie di Bogu, mentre una loro squadra aggirava il villaggio dalla boscaglia». Aaron aveva sempre una spiegazione per tutto.

«Non hai paura?», gli chiese.

«La paura non serve».

«E cos’è che serve allora?».

Aaron ci rifletté su un attimo. «Serve dignità», disse. «Ecco cosa serve. Morire, dobbiamo morire. È come farlo che conta. Secondo me eh. Magari è una terribile tragedia invece».

Per quanto folli potessero sembrare le sue parole, Gregory si sentì sollevato. «Quindi, cosa intendi fare?».

«Mi stai chiedendo se intendo issarmi fin lassù, oltre il bordo della piscina, e fare la mia parte da bravo Marine?». Aaron scosse la testa. «Io non sono un Marine. Me ne starò qui fingendo di trovarmi ancora tra le braccia di Shona».

Il nome richiamò alla mente di Gregory le immagini di quella sera, quando aveva lasciato l’amico e la ragazza soli sulla spiaggia.

«Sei stato tu?», gli chiese a bruciapelo.

«Ma certo che sono stato io!», rispose platealmente il tedesco. La sua espressione era esterrefatta. Poi scoppiò a ridere. «Mi dovresti conoscere, non sono il tipo per cose del genere. Ci hanno beccati, tutto qua. L’ultima cosa che ricordo di aver visto, prima che mi trascinassero via a forza, è la fila di soldati in attesa del proprio turno».

«Era una di loro…».

«Già. Come vedi non hai una buona immaginazione, scrittore».

Scombussolato, Gregory lo fissò senza capire.

«Avevi detto che se la sarebbero presa con me, ricordi?». Aaron scosse le spalle. «Se la sono presa con lei invece».

Se non avesse conosciuto il cinismo dell’amico, avrebbe quasi potuto giurare d’aver udito nella sua voce una nota di dispiacere. Nel frattempo i colpi d’arma da fuoco e le esplosioni si erano fatte più vicine. Gli elicotteri smuovevano l’aria così forte, attorno a loro, che per parlare dovettero alzare la voce.

«Quali sono le tue ultime parole, scrittore?» gli urlò Aaron.

In quell’esatto istante capitò una cosa che fino a quel momento Gregory aveva solo ipotizzato. Il tempo sembrò fermarsi. Il rumore appiattirsi. Il cuore, anziché battere all’impazzata, prese a rallentare. Gregory estrasse l’ultima sigaretta dal pacchetto ormai vuoto. Se la infilò in bocca e l’accese.

«È stato un piacere, Aaron», disse.

Poi il mondo sembrò deflagrare…

… continua.

_________________________

Note

Il prossimo venerdì non perdetevi l’appuntamento con il capitolo 6.

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56 Comments on “Aisha Salam e il deserto del Khalim

  1. Pingback: Aisha Salam e il deserto del Khalim – Salvatore Anfuso ● il blog

  2. Capitolo intenzionalmente scritto male perché lo scrittore qui non sei tu e l’avevi già rivelato. Ci troviamo di nuovo dentro la bambolina centrale della matrioska che hai costruito. Aspetto che rimonti tutto prima di dare il giudizio finale. 🙂

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        • Dipende da cosa intendi per stonature, ripetizioni ed espressioni scontate. Il racconto si rifà a un preciso genere, quindi è normale che ci ritrovi alcune di quelle espressioni che possono effettivamente apparire scontate (altrimenti come lo riconosci un genere?). Sulle ripetizioni, ok. Sulle stonature, magari dipende dal tuo gusto. Però, secondo me, e sai che non sono refrattario alle critiche, dovresti imparare a dosare un po’ di più le tue di espressioni. Perché, e magari ti leggo io in questo modo, ma da come scrivi sembra che tu sia Stephen King. E non lo sei, mi spiego?

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          • No, no, per nulla. Mi spiace di esserti parsa cattiva, ma non era quello il tono dei miei commenti.
            Comunque hai capito cosa intendo, cioè che hai sparso difetti di proposito. Non sono però d’accordo sul fatto che un genere sia caratterizzato da certe espressioni e che per rifarsi a un genere si debba essere scontati. Ci sta la forzatura se intenzionale, altrimenti non è una regola usare espressioni abusate solo per attenersi a un genere.

            Dove stai andando a parare secondo me? Hai presente la frase di Einstein “Dio non gioca a dadi con l’universo?”, gli scrittori sì. 🙂

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            • Sì, questa è una riflessione puntuale. Credo si capirà meglio, spero, nel finale; ma la mia necessità di fare la smorfia ai generi ha un movente. Se volessi scrivere un thriller anni ’80, pur piegandomi al genere, non adopererei delle storpiature o delle espressioni abusate. Scriverei al meglio delle mie possibilità, seguendo le caratteristiche strutturali di quel genere. Tuttavia, in questo caso, il romanzo non ha l’intenzione d’essere un fantasy, un thriller o un “introspettivo”; è qualcosa di diverso. Quindi gli è necessario scimmiottare i vari generi.

              Per quanto riguarda i difetti, ahimè, non tutti sono intenzionali. Ho sempre pensato che uno scrittore di mestiere debba essere in grado di scrivere la qualunque, ma hai fatti non credo sia così. In questo preciso genere, devo ammettere, quello che hai letto è il mio massimo. Ho tentato di limare, come suggerivi prima, i difetti. Ma se un genere è troppo lontano dal tuo istinto, un po’ per la poca voglia, un po’ per la poca dimestichezza, un po’ per tante altre ragioni, alla fine quel che viene fuori può non essere un livello accettabile. Si fa quel che si può. 🙂

              (Magari un bravo editor lo rimetterebbe in sesto, intendiamoci. Ma in fondo questo è solo un romanzo da blog).

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  3. Uhm…quanto ti sei divertito a scriverti da solo: “Come vedi non hai una buona immaginazione, scrittore”? 😀
    Dunque, se questo è il MacGuffin (o McGuffin) non va considerato. E il prodotto del McGuffin (Aisha il salame e il deserto) nemmeno. Quindi l’unica vera storia da seguire è il capitolo 3, lo scrittore insonne, in blocco dopo il litigio con l’ex. O no?! 🙂

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  4. Rileggerò tutto insieme quando il racconto sarà completo. E sai perché? Perché ho una memoria che fa schifo e dopo una settimana la tensione della storia mi è sfumata in testa e faccio un po’ fatica a riallacciarmi al contesto. Se l’idea dei vari piani narrativi è quella giusta, l’effetto finale mi piacerà.

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    • Non hai tutti i torti, è difficile da una settimana all’altra tenere assieme tutto. A questo punto, però, ti sconsiglio di leggere il finale quando uscirà. Se proprio vuoi sbatterti a rileggerti tutto, il mio consiglio è di aspettare che la serie sia completa (mancano circa tre settimane) e solo allora riprenderla dall’inizio per leggerla tutta di fila. Se sapessi come fare mi piacerebbe elencarle nel menù in alto dalla prima all’ultima puntata, in ordine crescente. Adesso invece sono elencati per “novità “, cioè il post nuovo si sovrappone a quello più vecchio. Solo che non so farlo. 😛

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  5. Mi sono persa nei meandri della tua storia, ma dopo la deflagrazione (se ci sarà davvero) il protagonista finirà in un’altra dimensione? Ormai mi aspetto di tutto…

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