cinema

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Era un piacere osservare le reboanti palle di fuoco sfrecciare nel cielo, compiere un’iperbole quasi perfetta e schiantarsi con sfrigolante boato contro le esigue difese di Shuldoon. Appollaiati su terrazze di sabbia, scavate lungo i fianchi delle dune in un approssimativo cerchio attorno all’oasi, dalle prime luci dell’alba i trabucchi imperiali martellavano senza sosta la lignea palizzata della reietta, nei giorni precedenti eretta in fretta e furia dalle guardie della wālīkka.

«Ripetimelo, caro Umma, com’è riuscita mia nipote a intuire i nostri piani di battaglia?». Il giovane sultano, Faarooq Hassaan Kaymakam, con sguardo stretto, in cima al suo tappeto, osservava ammirato il proprio esercito stringersi piano piano attorno all’accampamento della nipote. Diecimila fanti, duemila cavalieri e altrettanti arcieri erano stati richiamati dalla capitale e dislocati lì, nel mezzo del nulla più totale, per cingere d’assedio una piccola oasi. Tantissimi, in effetti; quasi più una parata che un’operazione militare.

Il generale si mosse a disagio in groppa al proprio cammello. «Maestà, non ne siamo sicuri».

In cima alla palizzata, gli arcieri della wālīkka rispondevano al fuoco come meglio potevano. Il muro di tronchi era stato dotato di un camminamento, dal quale gli arcieri prendevano di mira gli uomini del sultano. Tozze torrette di legno si alternavano lungo la struttura difensiva, a distanze regolari, in cima alle quali erano state piazzate alcune baliste, i cui mortali dardi potevano figgere al suolo il cavaliere più ostinato. Lungo il periplo era stato scavato un fossato, allestito sul fondo con pali puntuti. Il lato esterno della palizzata era stato ricoperto di fango e argilla, per meglio resistere ai colpi e al fuoco.

«Allora avevo capito bene», disse il sultano, stendendosi annoiato sulla selva di cuscini lungo il tappeto. Esso galleggiava a mezz’aria, ammannito di ogni comodità. Attorno a loro, in formazione protettiva, c’erano i suoi ghizzerai: la guardia scelta. «Eppure spendo molto oro per foraggiare la mia rete di spie».

«Non è stata colpa della vostra rete, o magnifico, sublime figlio del sole e della luna», intervenne un secondo uomo, accanto al generale. Egli aveva la testa avvolta in una kefiah giallo-ocra, colore che nell’impero indica l’appartenenza alla casta dei mercanti, e sedeva a sua volta in groppa a un cammello. «Abbiamo piazzato la nostra migliore spia all’interno dell’accampamento».

«Quindi ha tradito?», chiese il sultano. In mano aveva già la sua šīša, dal cui cannello tirava ampie boccate di kīf.

Il mercante e il generale si scambiarono una rapida occhiata. «No, altissimo, non c’è stata alcuna fuga di notizie…», prese a dire con cautela l’uomo con la kefiah.

«E allora cosa?», lo interruppe il sultano, accendendosi d’ira o forse di kīf.

«Un assassinio, maestà», rispose il generale.

«Un assassinio?».

«Saeed Salaf, mio signore, il mio fedele assistente», precisò l’uomo con la kefiah. «Il suo cadavere è stato trovato alcuni giorni fa nella baracca della seta».

«Il cadavere è stato sottoposto a sevizie e torture», aggiunse il generale.

Il sultano si volse a guardarlo, le ciglia strette in un punto interrogativo. «Non capisco. Per quale motivo avrebbero seviziato un cadavere?».

Dopo alcuni istanti di interdetto silenzio, il generale rispose: «Crediamo, vostra magnificenza, che il cadavere sia stato seviziato prima di diventarlo, un cadavere».

«Ah, ecco. Adesso è più chiaro, in effetti». Il sultano volse lo sguardo al campo di battaglia. Dall’alto poteva osservare gli schiavi della wālīkka distendersi in una lunga serpentina di braccia tese, dalla sorgente alle mura, lungo la quale passavano di mano in mano molti secchi colmi d’acqua. Per contro, i suoi fanti, al riparo delle spalliere di vimini, cercavano di avvicinarsi alla fossa per gettarci dentro frasche e ramoscelli. «E ditemi, caro Zawiya, il vostro uomo era informato dei piani?».

«Sapeva quello che so io, vostra magnificenza».

«Certo certo, giusto. Sapeva quello che sapete voi», ripeté il sultano, vagando lo sguardo nel cielo terso. «E cos’è che sapete voi?». Si volse a osservarlo.

Mercante e generale si scambiarono un’altra occhiata. «I vostri piani di battaglia, mio signore», rispose Zawiya, «vi abbiamo aiutato a preparali, ricordate?».

«Oh sì, giusto, giusto… i piani di battaglia. Quindi… quindi mia nipote sa tutto!», esclamò preoccupato, quasi in preda a un’illuminazione improvvisa, il giovane sultano.

«Solo i piani di battaglia, mio signore: giorno di attacco, numero di truppe, equipaggiamenti, disposizione e via dicendo».

«Ah», disse il sultano, sospirando in un belare rincuorato, «meno male, mi stavo già preoccupando».

Mercante e generale sospirarono a loro volta.

«Comunque non dovete turbarvi, maestà», disse fiducioso il generale, «le vostre truppe pialleranno il campo nemico in men che non si dica. Entro il tramonto l’avremo conquistato…».

«E voi, vostra magnificenza, potrete cingere le vostre graziose mani attorno al collo di vostra nipote», concluse Zawiya.

Il giovane sultano era tornato a succhiare dalla cannula della šīša il prezioso kīf, e non ascoltava più nessuno. Il generale alzò il braccio e diede il segnale. Sotto di loro le trombe suonarono la carica. I cavalieri avanzarono al galoppo in una turma compatta. A ridosso delle mura deviarono su due lati, biforcandosi, e proseguendo la loro corsa presero a lanciare i giavellotti contro le guardie in cima ai camminamenti. Dietro di loro, in una marcia ordinata, giunse la fanteria. I soldati erano carichi di scale e lazzi. Sotto un fuoco protettivo di frecce, lanciarono gli arpioni e gettarono le scale.

«Osservate, maestà», disse pieno d’orgoglio il generale, «osservate con quanto coraggio i vostri uomini conquistano il campo». Vennero respinti rapidamente: dalle frecce, dalle pietre e dalle lunghe aste ad arpione con cui i difensori facevano scivolare le scale a lato, spingendole di peso. I lazzi vennero segati. I giavellotti dei cavalieri incontravano più spesso l’ostacolo della palizzata che un cuore nemico. Molti, tra gli attaccanti, caddero sotto il fuoco delle baliste e delle frecce: amiche e nemiche.

«Vedo vedo…», disse il sultano, lanciando un’occhiata distratta al chiassoso brulicare sottostante. «Speriamo non muoiano tutti al prossimo assalto, generale».

Questo si chiuse in un silenzio impettito e ostinato. Alzò il braccio e diede il segnale della ritirata. Le trombe squillarono. Fanti e cavalieri si affrettarono a colmare la distanza che li separava dalla soglia franca, oltre la quale il lancio delle baliste non arrivava. I trabucchi ripresero il martellamento, ma i loro tiri imprecisi raramente colpivano un bersaglio vitale.

«Ripetimelo, caro Umma, com’è riuscita mia nipote a intuire i nostri piani di battaglia?». Il giovane sultano si tirò a sedere, lasciò andare la cannula della šīša e volse lo sguardo al suo generale.

Questo lanciò una rapida occhiata al mercante, poi si schiarì la gola. «È stato trovato un cadavere, maestà».

«Un cadavere? E di chi era?».

«Saeed Salaf, mio signore, il mio fedele assistente», tornò a ripetere il mercante.

«E dov’è che è stato trovato?».

«Nella baracca della seta, mio signore».

«Nella capitale, quindi».

«Sì esatto, mio signore, nella capitale».

«E come c’è finito nella baracca della seta il vostro fedele assistente, caro Zawiya?».

«Non lo sappiamo con precisione, maestà. Presumiamo ci sia stato attirato…».

«Come in una trappola?».

«Come in una trappola, mio signore».

«Capisco…». Il sultano prese a lisciarsi l’esigua peluria del volto. «E non si ha alcuna idea di chi sia stato?».

Il mercante si mosse a disagio sulla sella. «Nessuna, mio signore. Pare che il cadavere, prima di diventare cadavere, non abbia opposto resistenza. Non si sono trovate tracce di lotta. La baracca era chiusa dall’interno, tramite un chiavistello. L’unica apertura che abbiamo trovato era troppo esigua per lasciare passare un uomo».

«Troppo esigua…? Esigua, quanto?».

«Mio signore?».

«Quanto? Un topo? Un gatto? Un cane? Esigua quanto?».

«Presumo che un gatto avrebbe potuto passarci, maestà».

«Un gatto…».

In quel momento un boato sordo si diffuse dal suolo. Come lo stomaco brontolante di un gigante, esso prese a tremare con impeto crescente. Il cammello del generale scartò di lato, tanto che egli dovette faticare non poco per restarvi in sella. Il mercante fu meno fortunato, venne disarcionato e finì col culo a terra. Il sultano, al sicuro sul suo tappeto galleggiante, volse lo sguardo attorno. «Cosa diamine sta succedendo?», disse.

Le dune attorno all’oasi presero a sfarinare sciogliendo l’abbraccio della sabbia in una rovinosa traslazione laterale. I trabucchi precipitarono trascinati dalla sabbia. Gli uomini che li manovravano morirono quasi tutti. Attorno all’oasi l’esercito del sultano arrestò le operazioni e si guardò attorno intimorito.

La barcana su cui era piazzato il comando, essendo più lontana delle altre e a forma di ferro di cavallo, resistette al terremoto.

Il sultano sorrise. «Dev’essere lo stomaco di mia nipote che brontola per infastidirmi», disse. Congiunse quindi le mani in una preghiera, e intonò un canto. Una folata anomala prese a spirare dalle sue mani, gonfiandosi mano a mano che si allontanava da esse. Giunta nei pressi della palizzata, trascinando con sé molta sabbia, cominciò a ruotare sempre più velocemente. Presto si trasformò in una tromba d’aria, che prese a tempestare le difese nemiche: trascinando i difensori via dai loro appigli, divellendo le travi delle torri, spianando i tronchi delle mura. Quando la tromba passò, dietro di sé vi era un ampio e lastricato cammino attraverso il quale un esercito avrebbe potuto comodamente infilarsi.

«Ecco, adesso potete suonare la vostra carica, generale», disse il sultano, tornando a impugnare la šīša.

***

Inginocchiata ai piedi del talamo, la wālīkka con preoccupazione crescente osservava nel bacile colmo d’acqua il campo di battaglia. «È la fine», disse, «sono penetrati». La placida superficie del bacile mostrava l’esercito imperiale infilarsi nell’apertura prodotta dalla tromba d’aria. La wālīkka volse lo sguardo al suo fedele Ihsan. «Raduna le mie schiave, mi servirà ogni goccia di potere per respingere il sultano».

La guardia si batté un pugno sullo sterno, fece un passo indietro e si allontanò rapidamente. La wālīkka tornò a concentrarsi sul bacile. Pochi minuti dopo, mentre le ultime guardie della reietta tentavano invano di respingere gli assalitori, le schiave della wālīkka vennero introdotte nel padiglione. Una a una furono costrette a inginocchiarsi. Fra loro c’era anche Suha.

La wālīkka si levò dal suolo e raggiunse la prima schiava. Le prese una manciata di capelli e torse il polso per costringerla ad alzare il volto. Le labbra si sfiorarono. Una luce intensa esplose fra loro. Gli occhi della wālīkka si illuminarono a giorno. Una a una le consumò tutte, lasciandole a terra prive di vita.

Quando giunse il turno di Suha, la wālīkka era così enfia di potere da traspirare energia dai pori della pelle. Si chinò su di lei. Con un rapido scatto la giovane allungò le mani ponendole sul volto della reietta.

«Ferma!», le ordinò. Gli occhi di Suha si illuminarono di potere.

Ma le loro labbra erano già molto vicine. Così vicine da innescare una reazione. Il mondo sembrò deflagrare…

… continua.

_________________________

 Note

Il prossimo venerdì non perdetevi l’appuntamento con il capitolo 5.

 

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45 Comments on “Aisha Salam e il deserto del Khalim

  1. Da quando in qua gli oggetti (palle di fuoco) sottoposti a un campo gravitazionale (nel cielo) compiono un’iperbole? Da Galileo giù fino a Newton e Einstein, ci sono generazioni di fisici che si rivoltano nella tomba!

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        • Ahahah sì, proprio per quello. Mi diverto, insomma. Come il giovane sultano che continua a ripetere le stesse identiche cose, interrogando i suoi sottoposti infinite volte sugli stessi argomenti (anche perché bisogna immaginarsi che quel dialogo fosse cominciato da ben prima di quando lo metto in scena io…), e loro, che sono vassalli, devono stare zitti e continuare a rispondere… XD

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      • sei oltre la metà bene, interessante! Ora ti dico come la penso io.
        La lettura è avvincente. Cambiando spesso scena, periodo storico e linguaggio non annoi mai. Se iperbole o parabola, boh? Non mi ci sono soffermata, ero curiosa di sapere se i cugini primeggiavano uno sull’altro o meno. Che dire..a me continua a piacere.

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        • Grazie, Nadia. Infatti i particolari spesso non interessano al lettore, il quale vuole conoscere semplicemente come va a finire la storia e si affezionano a un determinato personaggio. Tutto il resto è noia. 🙂

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          • Resta chiaro che, seppur non interessino a ogni lettore, i dettagli vanno curati. Io mi danno tantissimo quando mi fanno notare un’imperfezione che mi era sfuggita. Michele è un ottimo segugio per queste cose, infatti quando pubblicai sul blog il racconto sul killer dei cassonetti fu l’unico ad accorgersi che il detective indossava il cappotto in luglio e ancora mi brucia! 🙂

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            • Sì, certo, in un’ottica classica è così. Ma questo è tutt’altro che un romanzo classico, non ti pare? Io stesso l’ho definito l’antiromanzo. E forse, dietro all’apparenza, c’è di più. 😉

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              • Quindi se lo chiamo sperimentale o antiracconto va bene anche il cappotto d’estate? 😀
                Mi sa che se i tuoi dettagli fuori posto sono intenzionali ho capito dove vuoi andare a parare. Ti scrivo in privato appena posso.

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  2. Il sultano per adesso è il mio personaggio preferito. Agli occhi dei suoi servitori deve sembrare un cretino ma è evidente che vuole mostrarsi tale. Quando chiede il perché seviziare un cadavere raggiungi la genialità che cercavo. Il sultano continua a far l’ingenuotto fin quando non si rompe le palle di quegli inetti che lo circondano e tiè eccovi servito l’ingresso nel forte nemico. Insomma se è seduto su un tappeto fluttuante un motivo ci sarà! Non conta più nulla e infatti la storia s’interrompe tornando alla nipote maga che a quanto pare ha le sue carte da giocare. Questo lo sapremo tra qualche (due?) puntata.

    Stavolta, nonostante il mondo fantasy non mi sia particolarmente congeniale soprattutto se ambientato nel medioriente, ho letto con vivo interesse. Molto bene. Sono curioso di capire cosa c’entri questa storia con la vita reale dello scrittore insonne.

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    • Grazie, Eugenio. Ti dirò che quando l’ho progettato, l’idea che avevo del sultano era tutt’altra. Doveva essere un uomo anziano e laido. Viscido e mellifluo. Poi scrivendo è venuto fuori questo personaggio, e… boh è stato tutto spontaneo. Il fatto che ripeta in continuazione gli stessi argomenti, che fumi la šīša, che sembri un idiota assuefatto al kīf… per poi però dimostrare d’essere decisamente più in gamba chi quanti lo circondano. Questa è la magia della spontaneità.🙂

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  3. Pingback: Aisha Salam e il deserto del Khalim – Salvatore Anfuso ● il blog

  4. Torniamo al filone iniziale, allora. Ben scritto e in certi punti spassoso. Ho visto un paio di refusi, tipo *respinge invece di “respingere” nel sestultimo paragrafo…
    In ogni caso è molto bello.

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    • Grazie per avermelo fatto notare Irri, tirerò le orecchie al mio [i]beta[/i]… Ti prego, nota le sottigliezze: «Ripetimelo, caro Umma», comincia col dire il giovane sultano, come se quella non fosse la prima volta che faceva ripete a entrambi la stessa identica storia; ribadito poi ancora più avanti. E poi quel: «Vedo vedo…», disse il sultano, lanciando un’occhiata distratta al chiassoso brulicare sottostante. «Speriamo non muoiano tutti al prossimo assalto, generale». E ancora lo scambio sulle dimensioni dell’apertura trovata nella baracca della seta, che farebbe sottintendere tutta una storia che però io non racconto: lascio che sia il lettore a immaginarsela da solo. 😉

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  5. Il personaggio che mi piace di più è proprio il Sultano. Quella che sembra stupidità è invece una sottile tecnica di trattativa, utilizzata tra cliente-fornitore ma anche negli interrogatori, di chiedere sempre le stesse cose, ripetutamente, con calma esagerata, facendo spazientire l’interlocutore e cercando la minima differenza tra le versioni, per coglierlo in fallo. Se sta mentendo, prima o poi casca. Un mio ex cliente potrebbe interpretarlo a meraviglia, per l’età e la fisicità poi sarebbe un sultano perfetto!
    Se usato dalle donne, si chiama “metodo Marilyn” 😉

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  6. Mi hai ricordato Luca Rossi, lo conosci?
    Ho letto due romanzi di fantascienza negli ultimi anni (senza considerare qualche lettura classica, fatta in gioventù) e uno era di questo giovane scrittore: amore lesbo anche lui, però ambientato in un mondo fantascientifico.
    Non ho colto nessuna sfumatura delle cose segnalate, sarà che di fronte a queste narrazioni leggo in modo distratto perché mi prendono poco. Ho apprezzato l’ironia di qualche frase come “accendendosi d’ira o forse di kīf”, ho sorriso sullo scambio di battute relativo alla tortura su un cadavere, ma non ho seguito con trasporto tutto sto ambaradan di arcieri, tronchi, dardi, traiettorie iperboliche, paraboliche…
    Però mi dispiace non cogliere tutto lo studio che hai fatto dietro a ogni costruzione, davvero!

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    • E vabbè non prendertela, ogni narrazione ha il suo lettore ideale. E poi, diciamocelo: se fosse stampato su carta e con l’araldica di una casa editrice, magari una casa editrice importante, l’avresti letto con tutt’altra attenzione. Oppure no, eh. Non è che lo sto affermando. Però è l’idea che in fondo abbiamo un po’ tutti. Per essere presi sul serio, bisogna prendersi sul serio. A me va benissimo così. 😉

      P.S. No, non conosco Luca Rossi. È bravo?

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  7. Pingback: Aisha Salam e il deserto del Khalim – Salvatore Anfuso ● il blog

  8. Comunque la chiave sta nelle ultime parole, poi bisogna capire perchè i primi due filono deflagrano e qui implode, l’ultimo universo andrà all’inverso? Per saperlo dovrete aspettare la prossima… (mannaggia a Salvatore) altre due settimane…

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