Aisha Salam e il deserto del Khalim


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Le tre e ventisette. Fosforescenti, dalla radiosveglia sul mio comodino le cifre si proiettano direttamente nell’oscuro pozzo delle mie pupille. Ho un gran sonno ma non riesco a tenere gli occhi chiusi. Ci provo naturalmente. Sono giorni che mi costringo a dormire. Ogni volta mi ritrovo da qualche parte su una spiaggia del Mozambico. La risacca dovrebbe rilassarmi, e invece mi sento agitato. Una guardia che parla solo portoghese mi tiene in riga con un fucile, costringendomi a scrivere pessima narrativa commerciale. Nel sogno, almeno, so scrivere e procedo spedito.

L’ultima volta che sono riuscito ad addormentarmi per più di qualche minuto, Aaron Mayer era stato pestato a sangue e chiuso in una cella. Shona, la ragazzina di colore che il tedesco voleva corteggiare, era stata trovata sulla spiaggia: nuda e priva di vita. In tutta sincerità non credo sia stato Mayer, ma non si può mai dire… Per fortuna è solo un sogno. Maledettamente reale, certo, ma comunque un sogno.

Non è per questo che non riesco a dormire. Paula mi ha lasciato ormai da un mese. Credo non sopportasse più il ticchettio della macchina da scrivere nel cuore della notte. Da allora è andato tutto storto.

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«Sei ancora in piedi?». Se ne stava appoggiata allo stipite della porta. Gli occhi enfi di sonno. I capelli scompigliati. Indosso, solo la veste da notte di seta bianca e una vestaglia infilata alla bell’e meglio sulle spalle. Piedi nudi sulle piastrelle, uno piegato col dorso all’in giù contro il pavimento.

«Finisco questo capitolo e arrivo». La degnai appena di uno sguardo.

«Amore, sono quasi le tre e mezza…». Mi raggiunse. Una mano sulla mia nuca, ad accarezzarmi i capelli. «Il romanzo può attendere l’alba. Su, vieni».

Svogliatamente mi lasciai trascinare. Ero teso e contrariato. Non avevo voglia di starmene a letto. Ogni mio pensiero si proiettava su quel maledetto romanzo. Lei mi sfilò la camicia. Da solo mi tolsi i pantaloni. Rimasi con addosso i soli boxer. Rotolai sul materasso e nel buio della notte presi a fissare il soffitto. Lei mi si strinse contro. Una guancia sul mio petto. I suoi capelli nella mia bocca. Dal soffitto passai a osservarle la nuca. Il suo respiro si fece più lento e pesante. E per la prima volta mi ritrovai a odiarla.

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Non c’è nulla di peggio della tua compagna che ti dorme accanto mentre tu te ne stai lì, completamente sveglio, in attesa che qualcosa accada. Lo chiamano rancore. Per me è solo risentimento fortemente dopato dalla noia. In quei momenti di solito cominci a pensare. E quando cominci, non puoi mai sapere quali strade i tuoi pensieri imboccheranno. Alla mente ti ritorna l’immagine di quella volta che, a cena dai suoi, lei si è lamentata di te. Certo, rideva mentre raccontava. Certo, ridevano tutti mentre la stavano a sentire. E tu, cosa potevi fare?  Davanti ai suoi sbottare: «Queste sono solo stronzate. È solo la tua versione, cazzo. Adesso ascoltate la mia!»? Certo che no. Quindi te ne resti lì, e fai buon viso a quella ipocrisia di merda.

Passi la serata a ruminare silenziosamente il cibo che ti mettono davanti. E guardi di traverso chiunque ti chieda: «Come mai sei così silenzioso?». Gli altri non capiscono mai quando è il momento di lasciarti stare. Fingono di preoccuparsi ma intanto ridevano di gusto, prima. La loro bambina… Come sono orgogliosi della loro bambina. Se solo sapessero certe notti come la faccio ululare, la bimba, lo sarebbero un po’ meno.

In macchina guidi osservando con attenzione le immagini violente che il tuo cervello fabbrica con lena. Lei ha intuito che qualcosa non va e se ne sta finalmente zitta al suo posto. Finge di guardare la strada, ma nell’intimo del suo cuoricino cova rancore. Risentimento e rancore si pompano a vicenda ingigantendosi, come se le nostre reciproche rabbie discutessero fra loro mentre ce ne stiamo in religioso silenzio a fingere che tutto sia normale. E montano, montano come palloncini colorati gonfi d’elio.

«Era il caso?», chiede lei. Ha deciso che sfogarsi subito è la cosa migliore. Mai andare a letto pieni di rancore.

«Non so di cosa tu stia parlando».

«Ah no…? Si può sapere che ti è preso stasera?».

«Non mi è preso niente, sono solo stanco». Ingoi il rospo e guardi avanti. Tu non vuoi litigare, perché il tuo modo di litigare è diverso dal suo. Le donne piangono, urlano, qualcuna arriva a sbattere i pugni contro il muro… Ma sono inermi contro il mostro che serbi nel petto. Oh, non hai difficoltà a controllarlo. Perfino quando lei ti batte in testa, ignara di quanto vicino al pericolo stia piroettando, riesci a tenerlo a bada. Il mostro è lì che scalcia, ringhia, ulula… ma tu lo tieni a cuccia. Lo nutri con la tua pazienza e fingi che tutto fili liscio come sempre. Ma il tuo modo di litigare è diverso dal suo. È più primitivo. È più fisico. E se lasci andare la bestia…

«Lo sai che ci veniamo solo una volta al mese, potresti almeno fingere che ti vada?».

Piroetta, baby, piroetta pure. Ma sta’ attenta. «Paula, cos’è che vuoi da me?».

«Cos’è che voglio?!». Eccola che comincia a urlare. Puoi benissimo immaginare la scena che seguirà, perché tanto l’hai già vista. «Voglio… voglio… voglio che ti piaccia stare con me, cazzo, che non debba ogni volta compensare la tua assenza. Voglio un uomo, ecco cosa, che sia fiero di stare al mio fianco». Perché la buttano sempre sulla virilità? Non sanno che l’unica cosa che non vorrebbero davvero vedere è la tua virilità prendere il sopravvento?

«Sono solo stanco…».

«Stanco? Ma se te ne stai tutto il giorno chiuso in casa a battere su quella dannata macchina! Come puoi essere stanco?! Sei stanco di me, forse? È così?!». Adesso diventa cattiva. Diventano sempre cattive quando rimbalzano sul tuo muro di gomma.

E tu, che fai tu? Te ne stai lì, zitto e contrito, accarezzando la bestia perché non morda.

Giunti a destinazione lei apre la portiera quasi un attimo prima che l’automobile sia completamente ferma. Esce dall’abitacolo come se dovesse correre a salvare un micetto imprigionato in un incendio. Sbatte la portiera con tutta la forza che ha, sperando che la cosa ti faccia incazzare: e ha dannatamente ragione.

Tu te ne resti ancora un po’ seduto, aspirando ed espirando. Cercando di conservare quel poco di pazienza che t’è rimasta, senza doverti giocare proprio tutta la tua dignità di uomo. Nel frattempo lei ha già aperto il portone di casa, s’è infilata dentro e s’è guardata bene dall’aspettarti. Mentre scendi dall’automobile il portone si richiude. Le chiavi ce le ha solo lei, perché è inutile portasele dietro in due… Così devi perfino umiliarti a suonare il campanello. E lei, che ha premeditato tutto, ti fa attendere.

Infine sali le scale come Jack Torrance armato di accetta. Al pianerottolo la porta dell’appartamento è appena scostata. Ti infili dentro guardandoti attorno come un marine nel pieno della dannata giungla dei Viet Cong. Lei è già in canottiera e mutande. Ti corre incontro, e tu pieghi le ginocchia per assorbire la carica, pronto a sferrare il colpo finale, rimpiangendo di non averla davvero un’accetta con te. Ma lei ti lancia le braccia al collo e infila il suo muso sulla conca dei tuoi pettorali. Singhiozza mentre sussurra: «Non voglio che litighiamo…». La bestia s’è assopita. Tu l’abbracci e la trascini sul letto: «Adesso ti faccio piroettare io, baby».

.

Il ricordo premette turgido sui miei boxer. Allungai una mano sulla polpa soda del suo sedere. Forse lo strinsi con troppa forza.

«Ma riesci a farmi dormire questa notte?», sbottò lei. «Io mi alzo domani, cazzo, per andare al lavoro». Le tenerezze di un attimo prima erano già storia antica. Sembrava di avere accanto la figlia dell’esorcista.

«Scusa…».

Lei sbuffò girandosi dall’altro lato, il più lontano possibile da me. Così mi tirai su a sedere. Scesi dal letto e tornai in cucina. La luce probabilmente filtrava fino alla camera da letto. Il ticchettio dei tasti doveva essere tremendo.

«La vuoi finire?!», urlò Paula.

«Sai che c’è?», le dissi tornando in camera, osservando la sua gobba informe nel centro del letto. «C’è che mi sono rotto i coglioni di te!». Fu la fine…

.

Da allora è andato tutto storto. È un mese che non dormo. Quando soffri d’insonnia il mondo assume un aspetto diverso. Tutto sembra rallentare e allungarsi. Ma il tempo che guadagni non riesci a sfruttarlo. Il romanzo è ancora lì. Non ho aggiunto una sola parola. L’unica cosa che mi faceva scrivere era la sua presenza. Risacca della mia anima.

… continua.

_________________________

Note

Il prossimo venerdì non perdetevi l’appuntamento con il capitolo 4.

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58 Comments on “Aisha Salam e il deserto del Khalim

  1. Pingback: Aisha Salam e il deserto del Khalim – Salvatore Anfuso ● il blog

  2. Ok, lo scrivo qui così poi lo sai, questo è il genere che preferisco, introspettivo e cupo, con quei cenni di storia buttati lì, a cui ti appigli cercando di oglierne il nesso.
    Comunque ok, fin qui stai incapsulando le storie una dentro l’altra modello matrioska 😉

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    • Davvero è il genere che ti piace di più finora? Sono curioso di conoscere i gusti anche degli altri… 🙂

      P.S. Non posso assicurare nulla sul resto della storia, ma posso assicurare che c’è un perché per tutto. 😉

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          • Su dai Salvatore, almeno un abat jour proveniente dal XXIV° secolo puoi metterla. Tipo una webcam ultratemporale spiona che prova a capire perché l’uomo e la donna del futuro sono diventati tutti gay e lesbiche e non si parlano più. Scoprire le liti del passato fra i due sessi può essere la chiave per far tornare l’inaudito di una coppia etero.
            Oh caspita, l’ho sparata così, ma lo sai che come trama per un raccontino non è per niente male… Vabbè, regaliamo trame che fra un poco è Natale… 😛

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    • Il modello matrioska l’avevo profetizzato io nel commento precedente, diamo a Marco quel che è di Marco. 😛 E al quarto non ci sarà più la matrioska, adesso deve traslare senza farsi accorgere verso il paradigma finale. XD
      Siamo cavie allo specchio. E chi ha orecchie per intendere intenda. 😉

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  3. Ecco, qui, nel confronto di coppia hai sfoderato una ironia che mi piace parecchio.
    Noi uomini abbiamo capito perfettamente… e sarebbe curioso capire cosa ne traggono le donne…

    Alla battuta: “Sembrava di avere accanto la figlia dell’esorcista.”
    Sono scoppiato in una risata… Ecco, e non dico di più che poi le donne menano prima a te e di riflesso a me. 😉

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    • Ahahah, be’ se vuoi leggere il resto del romanzo come minimo ti dovresti offrire di farmi da scudo umano. XD

      Comunque anch’io sono curioso di leggere cosa ne diranno le “donne”. Davvero curioso. Perché in questo brano ho messo in maniera piuttosto limpida quello che c’è da sapere sugli uomini. Se avessi dovuto fare la stessa operazione con le donne, non sarebbe bastato un romanzo russo… 😛

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      • Ah se c’è da fare scudo umano per Salvatore volentieri.
        Comunque del maschio non hai messo proprio tutto. Hai saltato la parte quando lui dice: stavolta non ci casco, la faccio parlare, sfogare, e io non mi arrabbio. E poi lei come un vortice marino che risucchia negli abissi primitivi… eccome se ci caschi… 😀
        Ecco, ma meglio stare zitti, prima che arrivano sul serio le donne. 😛

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      • Oh, sono la prima donna che commenta, ma non ho capito cosa volete sapere…
        Devo dire che questa qui la soffocherei pure io, eh. Però anche lui, con sta cavolo di macchina da scrivere….ma comprati un tablet con la tastiera in silicone a parte no?!
        Alla battuta: “Sembrava di avere accanto la figlia dell’esorcista.” ho riso pure io. Ma se voi c’avete la bestia che scalcia e ringhia (per quanto non credo sia prerogativa maschile, posso assicurare che anch’io vedo rosso e conto mentalmente i morti prima della strage), per le donne è una questione ormonale. La figlia dell’esorcista mi ricorda più di qualche amica in terapia, costretta a iniezioni di bombe ormonali quotidiane…

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  4. Ecco, l’avevo detto o no? Vedesi mio commento alla puntata precedente: “Adesso speriamo solo che alla prossima non si scopra che è la storia di uno che sta leggendo un romanzo che tratta di questo ostaggio costretto a scrivere…”
    Infatti non lo sta leggendo, lo sta sognando, forse scrivendo o sta scrivendo altro.
    Lo sai vero che alla prossima ti giochi tutto? 😛
    Scopriremo che in realtà sta raccontando le sue agonie steso sul lettino dello psicologo?
    “Ecco vede, è così che mi trattava…”

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  5. Per riassumere: una misteriosa storia di predoni nel deserto si rivela un brano di narrativa scritto da un prigioniero di una tribù del Mozambico per divertire il capo e non morire – tipo Sherazade – ma poi scopriamo che lo scrittore-per-forza è uno scrittore davvero, che stava sognando, ed è in crisi per essere appena stato lasciato…
    Continui a stupirmi, complimenti. Ora sono curioso di sapere se lo scrittore supererà il blocco, o scopriamo che è il protagonista di un film, o che altro… Alla prossima, allora!

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      • O a farmi gridare al capolavoro, può accadere di tutto. Finché c’è spazio per proseguire la dinamica del racconto nel racconto, il lettore è invogliato a proseguire; poi magari il capitolo dopo non segue quello schema, ma allora sarà una nuova sorpresa che spezza la ripetizione evitando la monotonia. Aspetto con ansia.

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  6. Wow!
    Se sapesse scrivere come te, questa parte l’avrebbe pensata il mio compagno! Hai colto perfettamente lo spirito maschile solitamente molto ben celato sotto la spessa coltre del “mi comporto bene così non capiscono”, ma la donna troppo poco caratterizzata per renderla altrettanto verosimile. Certo non è la storia di loro due e le poche battute chiariscono comunque a sufficienza. Mi piace, molto attuale, molto piena di “è capitato anche a me” che in pochi ammetteranno. Mi piace “la bestia si è assopita” racconta in una sola frase cosa ci voglia ad un uomo a far scattare il tasto esplodo o mi contengo….e riflettere.
    Però bravo bell’esercizio per tenere in forse i lettori.

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      • certo, è il punto di vista maschile. Ma tu chiedevi noi donne cosa ne pensiamo e qui … non vi diremo mai come siete prevedibili…
        Per quanto riguarda il protagonista, depresso e in preda agli incubi…povero…ha scambiato la sua passione per l’amore, e non sa che senza equilibrio la sua vena creativa si è ingarbugliata. Tornerà chiedendo scusa alla bella? Scriverà solo più pieno di rabbia…e le belle beduine che fine hanno fatto? Ed il prigioniero verrà trucidato? Prometti di svelare almeno qualche finale prima o poi…

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  7. Eccomi a commentare il terzo cap. Voglio essere crudelissimo…

    Tutto vero, ad un certo punto sono persino io con mia moglie quando litighiamo. Hai descritto gli atteggiamenti di lui e di lei da maestro, non te n’è sfuggito uno! Per questo mi sono annoiato leggendo. In questo testo è tutto talmente realistico da risultarmi monotono, se poi ci metti di mezzo parole come “turgido” tiè mi hai ammazzato! E poi dai, a meno che la storia non sia ambientata negli anni ottanta (o precedenti) scrivere a macchina nel cuore della notte…mi fai dubitare che un computer avrebbe salvato la loro relazione! Perché nella realtà lui si sarebbe alzato, avrebbe acceso il pc, il pc avrebbe emesso il suono d’accensione perché lui spegnendolo l’ultima volta s’è dimenticato di abbassare il volume, come sempre, e lei avrebbe urlato “CAZZO ANCORA?!” ma poi si sarebbe addormentata e lui avrebbe scritto altre due ore fin quando il cervello non sarebbe diventato pappa. Sarebbe tornato a letto girato senza degnarla di uno sguardo e l’indomani il ciclo sarebbe ripreso alla grande fin quando una mattina lei con un termometro in mano non l’avrebbe guardato negli occhi per dirgli: diventerai papà! E poi nuovi problemi ma sempre simili perché siamo uomini e loro donne. Da un certo verso, cazzo, temo non ci sia nulla da ridere. Tutto vero, e noioso.

    Altra cosa: la struttura della storia mi ricorda molto un libro che ho appena letto. Si chiama Uomo nel buio, di Paul Auster. C’è questo tipo che insonne inventa storie di guerra. Un cliché insomma…che sia voluto?

    Ultima sullo stile: ho l’impressione che te ne vada sul sicuro quando scrivi. Sai farlo molto bene e preferisci osare poco. Aspetterò impaziente il quarto cap. 😉

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    • Grazie, Eugenio. In genere i lettori amano le storie in cui riescono a immedesimarsi, però riesco perfettamente a capire la noia di cui parli. 🙂

      La macchina da scrivere l’ho inserita volutamente perché è un cliché con cui ancora oggi viene identificata la figura dello scrittore. Facci caso, persino nei film hollywoodiani sono rare le scene in cui uno scrittore viene mostrato alle prese con un portatile, quasi sempre gli mettono davanti una macchina da scrivere. E io avevo proprio bisogno di quel cliché, senza il quale, tra l’altro, non ci sarebbe stata questa storia ma un’altra (come hai dimostrato tu). 🙂

      Paul Auster non l’ho mai letto, rimedierò. Sulle stile: in che modo potrei osare di più? Mi pare di osare già tanto con la struttura…

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      • Aspetto la quarta parte perché credo che ancora la vera storia debba presentarsi, e in una fase preparatoria il sentimento di “noia” può anche andar bene, d’altronde lo scopo di creare empatia con il protagonista è soddisfatto. Ci vuole un bel colpo di scena, come lettore ecco cosa mi aspetto. Se non ci sarà nella prossima puntata beh, difficilmente leggerò la quinta! Il trucco di storia dentro storia può funzionare una due o tre volte, ma poi? Quindi mi aspetto tantissimo la prossima settimana. (poi come amico letterario continuerò a leggere la storia a prescindere!)

        Sull’osare invece.
        Il tuo stile è molto classico e perfetto. Nessun errore, nessuna pecca. Si legge che è un piacere senza intoppi. E’ un successo e un bel complimento. Ciò che piace, ciò che soddisfa il “palato” del pubblico, va bene. Io credo di far parte di un genere di lettore amante di linee sporche, frasi nosense inserite in contesti atipici. Frasi brevi se necessario. Assenza di punteggiatura anche. Non so, non dico che non va bene, tutto il contrario. Dico però che in un contesto simile, se ci metti dentro un personaggio assolutamente scollegato impazzito burroughsiano altre che fuochi d’artificio!

        Non so come delinerare i tratti di una rivoluzione stilistica, ma a volte leggendo i bravi autori italiani, sento ce ne sia bisogno. Una ventata d’aria fresca di stile, non di struttura. Le storie sono sempre quelle.

        Ultima osservazione e poi vado a pranzo: i cliché.
        Te l’ho detto, se serve per un motivo ok, ci sta, ma spero venga distrutto totalmente, annientato, superato, umiliato! 😀

        Un caro saluto

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          • Beh lanci una pietrolina. Bukowski avrebbe fatto finire la relazione tra i due non per il rumore dei tasti di una macchina da scrivere ma perché lei sarebbe stata sempre all’erta convinta che lui si facesse le seghe sotto la doccia. Lui dopo l’ennesimo assalto dietro la tendina stanco di quest’ossessione sarebbe arrivato a dirle comunque: basta, mi hai rotto le palle. Qui c’è molta meno verità, le donne di solito non pensano cose simili e anche se le pensassero non lo direbbero di certo per vergogna. Bukowski apriva la realtà con contrasti inimmaginabili, che secondo me è quanto la letteratura deve fare. C’è da dire che Bukowski viene da tempi molto distanti, è buono soltanto per ricordare, non può essere un esempio da emulare.

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            • Ti stavo giusto per rispondere che io non sono Bukowski e non ho nemmeno intenzione di emularlo, ma l’hai detto tu. Secondo me è tutto ancora più semplice: uno scritto (ma anche un quadro, una statua, una cattedrale, ecc.) posso piacere oppure no. Il vecchio e il mare, ad esempio, a me non piace, eppure l’ha scritto Hemingway. Cent’anni di solitudine non sono mai riuscito a finire di leggerlo, eppure l’ha scritto Marquez. Secondo me alla fine ha ragione Zuckerberg: tutto si riduce a un “mi piace” oppure no. 🙂

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              • Verissimo! Anche se alla fine il mi piace o no con tanto di stellina o pollice all’insu non stimola alcuno scambio quando a me invece lo scambio interessa parecchio, anche su ciò che non mi piace (e per chiarirci non è il caso del tuo testo). 😉

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                • Anche questo è vero, ma parlavo in termini più generici. Ogni giorno ricevo decine di mail di gente che mi chiede di valutare i loro scritti. Tutte le volte mi pongo la stessa domanda: «Io, di uno scritto, cos’è che posso giudicare?». La risposta che spesso mi do è questa:

                  1. Se l’uso della grammatica è corretto;
                  2. Se il testo sviluppa fino in fondo quelle che erano, almeno all’apparenza, le intenzioni comunicative dell’autore;
                  3. Se a pelle mi piace oppure no.

                  Tutto il resto è ingiudicabile.

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  8. Eccomi, finalmente, a unirmi alla batteria di cavie! Ad andare in ferie fuori stagione mi perdo il mondo che continua a girare senza aspettarmi e i blog che vanno avanti.
    Ho recuperato leggendo tutti i capitoli di fila, ma mi pento di aver letto anche i commenti perché la tua prima risposta a Tenar sotto il capitolo uno mi ha sgonfiato la sorpresa. Oltre che di libri, sono una gran lettrice di fumetti e ho l’impressione di rivedere questi capitoli in vignette di dimensioni diverse nelle sceneggiature di certi autori che mi sono piaciuti molto proprio perché tecnicamente capaci di sorprendere rivelando una logica che all’inizio sfugge al lettore.
    Fin qui mi piace, a parte quegli avverbi da telefilm americano (dannatamente e maledettamente) che mi buttano fuori dalla storia, dal romanzo studiato e dalla piacevole sensazione di fumetto d’autore, per mettermi in testa personaggi di serie tv scadenti degli anni Novanta. Questo è il capitolo migliore, il più scorrevole e, per mio gusto, incisivo finora.
    Continua e stupisci fino alla fine.

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  9. Mi piace. Ho letto con gusto,ti sei riallineato alle mie aspettative su questo racconto. Vedremo il seguito. A quanto pare il contenuto della pentola bolle ancora! 🙂

    Ah, per quanto riguarda la mia opinione da donna, di solito siamo così: intuiamo sempre (perché abbiamo una soglia di profondità di solito meno inconsistente della vostra) e poi “prendiamo d’in capo”, mi puoi capire, no? È quello che accade ai tuoi protagonisti.
    Tuttavia sul mostro che vi ribolle dentro che ringhia e ulula, sarà un fatto soggettivo, ma avrei da ridire: non ne avete l’esclusiva, voi maschietti! Non conosci la iena ridens che si agita in me quando il rancore mi monta dentro.
    E un ultima cosa: sul muro di gomma hai ragione. Avete quell’aria da schiaffi di sufficienza che nutre alla grande la iena di cui sopra! 🙂
    Alla prossima! 😀

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    • Grande Marina, ho riso di gusto. Soprattutto sulla voce: iena ridens. 🙂 Incredibile che vi piaccia di più questo stile. C’è da chiedersi se è così perché ormai lo associate al sottoscritto, o se sono io che mi esprimo più efficacemente in prima persona o se proprio vi piace in generale di più questo tipo di narrativa. Vedremo col prossimo capitolo… 🙂

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      • Per ora è il tipo di narrativa che incontra i miei gusti, ma che tu sai vestire bene (quindi un po’ del fatto che sia opera tua mi condiziona).
        Okay, nel prossimo capitolo mi aspetto una sorpresa!

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