Aisha Salam e il deserto del Khalim


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[…] Ripresero a camminare, ignorando che all’ombra di una palma, acquattata in un anfratto del terreno, una gatta dal pelo biondo con concentrata attenzione insisteva nell’osservarli.

Le ultime parole si stamparono sul foglio con dolente riserva. Gregory McGuffin, alias Calogero Serratore, mai avrebbe pensato di poter scrivere nella propria vita tanta narrativa dozzinale. Oltre l’ampia vetrata del bungalow il sole si stava già tuffando nel pacifico Oceano Indiano, alle spalle di un promontorio. Il soldato di guardia, vedendolo inattivo e spinto probabilmente dalla speranza di potersi a sua volta ritirare, gli si avvicinò titubante.

«Ter terminado a sua tarefa?». A tracolla tratteneva un vecchio kalashnikov eroso dalla salsedine.

«Oh sì, certo, finito». Gregory sfilò il foglio dalla Remington, recuperata chissà dove, e lo depose sul mucchietto che si era andato accumulando lì a fianco.

Il soldato allungò le mani sul prezioso bottino. «Você tem sido bom», disse, «tu oggi vivi ancora».

Quando se ne fu andato, Gregory poté concedersi il lusso di un lungo sospiro liberatorio. Dal taschino della camicia prese il prezioso pacchetto di Marlboro rosse. Controllò quante sigarette gli restavano – dodici –, ne estrasse una che accese con il fedele Zippo. A fine giornata quella era diventata un’abitudine che intendeva conservare il più a lungo possibile, sigarette permettendo. Non farlo significava morire.

Il complesso di bungalow era stato costruito direttamente sulla spiaggia, quasi tutti fronte mare. Il tavolo su cui aveva sistemato la Remington era orientato verso l’ampia porta vetrata, in modo da avere davanti agli occhi l’oceano. La risacca gli trasmetteva sempre una pacifica sensazione di quiete.

Quando aveva accettato il lavoro alla Eni Divisione Energia, Gregory sapeva che sarebbe stato rischioso. I giacimenti petroliferi di questi tempi lo sono sempre. Tuttavia neanche un romanziere professionista avrebbe potuto immaginarsi una situazione simile a quella. Si sentiva come in un romanzo americano: un romanzo folle, scritto da uno scrittore ancora più folle.

Il pancione tedesco di Aaron Meyer spuntò a lato della vetrata, annunciando l’arrivo dell’ingegnere responsabile delle operazioni sulle piattaforme. L’uomo scrutò l’interno. Quando vide Gregory solo e intento a spegnere il mozzicone di sigaretta, un ampio sorriso gli illuminò il volto porcino.

«Kaloggero, mein Freund, ti ho portato un pensiero», disse spingendo la porta in modo che questa scorresse a lato. Avanzò nella stanza barcollando sotto il proprio peso. Dietro la schiena nascondeva un braccio. Si piazzò al centro del locale ciondolando sui piedi. I piccoli occhietti cerulei brillavano di astuta malvagità. Gregory lo ignorò. Dopo qualche secondo di attesa, impaziente come un bimbo birichino, il tedesco disse: «Su avanti, indovina».

«Hai rubato una conchiglia dal mare, Aaron?».

«Decisamente non sei uno scrittore realista», ribatté questo. Tirò indietro una sedia che occupò con tutta la propria stazza, facendola cigolare di dispiacere, poi piazzò una bottiglia di rum accanto alla Remington. «Li hai due bicchieri?».

«E questa dove l’hai recuperata?».

Aaron si scrutò con indifferenza un’unghia. «Oh, è solo il frutto di un piccolo accordo con il capo gamella».

Gregory si tirò in piedi, avviandosi verso la scansia che arredava una parete dell’alloggio, in cui custodiva le poche vettovaglie che gli erano state concesse. «Se ti beccano, questa volta ti tagliano le mani».

«Le mie mani sono preziose quanto le tue. Di più forse, visto che le tue storie, se non le avessi, potresti sempre dettarle a un soldato».

«Può darsi», rispose Gregory, prelevando due bicchieri, «può darsi».

Aaron Meyer era un genio. Quando erano stati catturati dai soldati del Fronte di Liberazione Armato del Mozambico, FLAM, Meyer s’era inventato un sistema unico per restare in vita: rendersi indispensabile: riparava o costruiva armi semi-automatiche con pezzi di recupero. Era dannatamente bravo a tirare fuori da pochi scarti arrugginiti delle vere e proprie armi da fuoco. La cosa impressionante è che funzionavano davvero.

Gregory poggiò i due bicchieri sul tavolo, accanto alla bottiglia di rum, poi tornò a sedersi. Aaron prese la bottiglia, svitò il tappo e versò in entrambi i bicchieri una porzione abbondante di nettare caraibico. I bicchieri tintinnarono in un silenzioso brindisi.

«Mhm… forte questa roba», disse Gregory rattrappendo il muso. «Sembra quasi fabbricata in casa».

«Lo è. Solo che al posto della canna da zucchero, il capo gamella fa fermentare i frutti maturi del tamarindo. Questo rende la bevanda leggermente più aspra dell’originale».

Gregory diede un altro sorso. Strinse con forza le mascelle, mentre il potente liquido calava lungo l’esofago, quindi sbuffò soddisfatto. «A cosa devo l’onore?».

«Serve qualche motivo?».

«Aaron…».

«Non si può più bere con un amico adesso, senza essere sospettati di chissà quali pretese?».

«Aaron…».

Il tedesco si arrese. «D’accordo: non mi andava di bere da solo».

«E…».

Il tedesco ciondolò la testa. «… e ho bisogno di chiederti un favore».

«Che favore?».

«Hai presente quello splendido fiore ndau, con la pelle come l’ebano e le tettine sode e dritte che potresti pungerti la mano se solo le sfiorassi?».

«Shona? La figlia del pescatore?».

«Proprio lei. Ecco, vorrei che mi dessi una mano a conquistarla. Tu sei bravo con le parole…».

«Tu non hai bisogno delle mie parole, Aaron. A te serve un miracolo».

«Sei ingiusto, lo sai?».

«Il miracolo ti serve per restare in vita».

Il tedesco ci pensò su un attimo. «Sì, hai ragione. Servirebbe un miracolo per conservare la pellaccia in questo posto. Ma non credi che il rischio valga la pena?».

«È una di loro, Aaron. Non ti permetteranno mai di portare avanti una relazione».

«E chi ha parlato di relazione?».

«Se la metti incinta, come minimo ti costringono a sposarla. Dopo averti castrato, è ovvio».

«Non so se te ne sei reso conto, ma siamo nel mezzo del nulla nel buco più schifoso dell’Africa meridionale. I mozambicani sono meridionali perfino per i loro cugini africani. E siamo circondati da gente armata, ispirati da ideali politici che potrebbero essere stati formulati da un gruppo di babbuini per quanto valgono».

«Babbuini pericolosi però».

«Esatto, pericolosi. Diciamocelo, non usciremo mai vivi da questa situazione. Ci tengono in vita solo perché gli facciamo comodo. Tanto vale approfittarne».

«Parla per te, appena Bogu si stuferà delle mie storie non avrà alcuna remora a farmi saltare il cervello. Dovresti sentirti in colpa, sai? Per farlo probabilmente userà una delle tue armi».

«Tanto vale approfittarne quindi», ribadì Aaron, picchiando con il proprio il bordo del bicchiere di Gregory.

«Sei senza speranze…».

«Mi darai una mano allora?».

«Ti taglieranno l’uccello e te lo serviranno assieme allo stufato».

«Qui non servono lo stufato».

«Aspetta a dirlo».

Aaron spalancò la bocca in un sorriso osceno.

«D’accordo, d’accordo ti darò una mano. Ma ricorda che ti ho avvertito».

… continua.

_________________________

Note

Il prossimo venerdì non perdetevi l’appuntamento con il capitolo 3.

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70 Comments on “Aisha Salam e il deserto del Khalim

  1. Dove ci porterà l’Anfuso col prossimo capitolo? A quale altro gioco narrativo ci sottoporrà? Quali altri espedienti inventeranno i suoi personaggi per ingarbugliarci le trame? Lo saprete solo la prossima puntata!

    Ok, sto al gioco, mi aspetto una struttura geometrica ciclica, l’ultimo capitolo si richiuderà sul primo, e ogni capitolo vedrà un cambio di genere e di personaggi e poi chissà…
    Beh, a sto punto l’interesse l’hai scatenato anche nei più scettici, credo, quindi cerca di mantenere le promesse, e ricordati che a Natale passo a Torino 😛

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  2. Questa mossa mi coglie completamente di sorpresa. In effetti concordo con il primo commento, dà l’impressione di continuare ogni capitolo in modo imprevisto. Mi aspetto che nel prossimo capitolo si scopra che quanto scritto nel secondo è parte di un soggetto cinematografico che verrà prontamente scartato da un tronfio produttore hollywoodiano…

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  3. Pingback: Aisha Salam e il deserto del Khalim – Salvatore Anfuso ● il blog

  4. La storia prese un’altra piega, una brutta piega. 😀
    Ecco io anziché le storie in ciclo, azzardo le matrioske. Almeno l’idea iniziale dell’Anfuso era questa. Ma alla terza storia il gioco delle matrioske lo comprende anche il più tardo dei lettori, e allora l’Anfuso perderebbe l’effetto sorpresa alle cavie commentanti. Così quando non te lo aspetti, la matrioska muterà forma.
    E poi entrerà in gioco un altro elemento a questo punto fondamentale. L’annuncio è papale papale come il sole di Ferragosto in Sicilia. Ma non posso dirlo.

    In genere vedere un film con me al cinema è stressante.
    Alla mia vicina dico: adesso accadrà questo.
    E lei domanda: l’hai già visto?
    No, cara, è lo storytelling che mi frega. XD

    Ecco, io penso d’aver intuito, ma no dico nulla, perché poi tolgono l’effetto sorpresa ai lettori e se contemplano la possibilità dell’ipotesi, poi non si sorprendono e l’Anfuso ci resta male che la cavia già sapeva di che puntura era costretta a morire. XD XD

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  5. non avevo dubbi.
    Sai cosa mi è venuto in mente? Quell’esperimento che fecero con Topolino di storie al bivio, dove potevi trovare sviluppi e finali diversi se non ti piaceva la storia mano a mano che la leggevi. E’ bello esser dalla parte della barricata dove decidi cosa far provare al lettore.
    E molto curiosa la seconda parte dove la realtà è peggiore della fantasia. Chissà, chissà cosa sveli nella terza parte? Sicuramente merita di venire letta.

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  6. Giuro che quando ho letto il primo ho pensato: “Uhm, l’Anfuso non scrive di queste cose…o si? Ma non sarà mica una di quelle storie che parlano di scrittori?? Lo dicono tutti che on bisogna scrivere storie di scrittori!!”
    Adesso speriamo solo che alla prossima non si scopra che è la storia di uno che sta leggendo un romanzo che tratta di questo ostaggio costretto a scrivere…
    O siamo in presenza di una deriva onirica come il film Inception, che ancora oggi faccio casino a guardarlo?? 😛

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    • Ahahah commento molto carino Barbara, grazie. Chi dice che non bisogna scrivere romanzi su scrittori non s’è letto Stephen King, Chuck Palahniuk e… be’ in pratica i maggiori autori mondiali, i quali non fanno altro, tranne rare eccezioni, che parlare di scrittori. E poi ognuno parla un po’ di quello che gli pare. Non ce l’ho con te, eh. Ma credo di conoscere la fonte principale di quella affermazione e, credimi, è poco autorevole. Comunque, il mio non-romanzo non parla di scrittori. Non direttamente almeno. 🙂

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  7. Qui trovo un tocco anfusiano al quale sono più abituata e, ovviamente, il tipo di narrazione mi piace di più rispetto alla “cassata siciliana” dello scorso capitolo! 🙂
    Alla prossima!

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  8. Pingback: Aisha Salam e il deserto del Khalim – Salvatore Anfuso ● il blog

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