Aisha Salam e il deserto del Khalim

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Glabra e nuda, Aisha Salam se ne stava supina sulla serpaia di tappeti, cuscini, veli e stuoie che componeva la propria lussuosa alcova nell’ampio padiglione padronale – ricco nido di indolente oziosa lussuria –, circondata da ori, gemme, sete, incensi e dalle più belle schiave dell’intero agglomerato di tende. Essa passava d’abitudine una buona porzione delle calde giornate estive nel deserto del Khalim all’ombra della tenda, nel pigro consumo dei piaceri; accumulando per inerzia potere, ricchezza e altri schiavi.

L’accampamento si estendeva per almeno un chilometro in tutte le direzioni attorno all’Oasi di Shuldoon: l’unica riserva d’acqua e frescura per molte miglia sulla carovaniera del Khalimshan. I mercanti, che viaggiavano dall’arroccata città di Amanhur a nord alla potente metropoli di Khalimport a sud, o dal sacro Monastero di Radhan a ovest alla lugubre necropoli di Shamalat a est, attraverso migliaia di chilometri quadrati di sabbia rovente spazzata dall’infuocato shourhùq del sud-est, tra dune mobili e antiche rovine, se volevano far abbeverare i propri cammelli e riposare le stanche terga erano costretti a fermarsi lì, presso la corte della wālīkka.

Nel deserto del Khalim, ampia distesa del nulla più totale, cuore arido dell’Impero Shoon, erano sette le oasi presso le quali era possibile sostare, ognuna faceva capo a un pascià reietto; l’Oasi di Shuldoon, ampia e lussureggiante, era fra esse la principale. Quindi ogni giorno vi giungevano numerose carovane di mercanti; più raramente di viandanti. I viandanti, studiosi imam avventurieri o reietti, pagavano in oro o con la vita il proprio pedaggio. I mercanti, più fortunati, per saldare il dazio potevano barattare parte della loro mercanzia: caffè, tè, tabacco, spezie, sete, monili, incensi e aromi, vini e liquori, profumi, gemme, oggetti d’arte e tappeti, vestiti e stoffe, gioielli, avori, carni di manzo di maiale di montone affumicate, pesce salato, crostacei, perle, armi, cereali, ceramiche o – più rari – libri e papiri; che speravano di vendere nei grandi mercati della costa, se ci fossero arrivati vivi.

Gli schiavi, invece, erano merce comune. La vita umana valeva poco nel sultanato del Khalimshan. Carovane schiaviste percorrevano in continuazione il bollente suolo del deserto giungendo da ogni angolo del continente: dalle isole pirata di Maenshae a ovest o dalla savana di Nigghurut a sud o dal Fiume dei Vapori a est; essendo l’Impero Shoon davvero molto ghiotto di membra umane. Solo le terre a nord, oltre i picchi alamirici, i cui regni da sempre follemente si ritenevano più civilizzati del sud, aborrivano la schiavitù. Ma non è di loro che parleremo…

***

Un lembo setoso di tenda, presso l’apertura, si scostò di un palmo, lasciando penetrare nell’ombra quieta del padiglione una calda lama di luce solare. Essa fendette l’aria puntando le ricche decorazioni, gli ori, i monili che affollavano con gusto l’interno, e su di essi rimbalzò molte volte fino a formare una ragnatela di scaglie scintillanti. Molte paia di occhi assonnati proiettarono il proprio sguardo verso l’apertura: una mano guantata di nero tratteneva nel pugno il lembo. Un volto arso dal sole fece capolino tra lo spiraglio.

«Padrona», disse con voce roca la guardia, «un mercante da Khalimbey chiede di essere ricevuto, padrona».

Dall’esterno, immerso nella luce accecante dello zenit, lo sguardo dell’uomo non poteva sperare di penetrare la penombra del padiglione, che proteggeva con discrezione il tendersi pigro di arti nudi.

«Che merce trasporta?» chiese, frusciante, una voce di donna.

«Sete, tessuti e tappeti, padrona».

«Mhm… decapitalo», rispose annoiata la stessa voce.

«Padrona?».

«Siamo circondati da sete, tessuti, tappeti, arazzi e da ogni altra diavoleria tessuta e filata caro Ihsan, cosa pensi me ne possa importare di altra seta e altro tessuto?». Più squillante, la voce della wālīkka serbava adesso una nota di leziosa malizia.

Di contro, la pausa silenziosa della guardia comunicava la sua incertezza riguardo il proprio agire. Poi dovette decidersi, perché rispose: «Sì, padrona». La mano lasciò andare il lembo, e lo spiraglio di luce tornò a richiudersi.

«Aspetta, sciocco», berciò con pazienza la wālīkka, «fallo entrare».

Qualche istante dopo, trattenuti da mani guantate, entrambi i lembi dell’apertura vennero scostati. Un uomo in abiti ampi, con il capo avvolto in una kefiah giallo-ocra, attendeva sul ciglio della tenda. Accanto a lui una guardia carovaniera ratteneva in catene una giovane schiava. La ragazza aveva un’età indefinita ma all’apparenza inferiore alla maggiore – sedici anni –, e indossava pochi panni cenciosi. La pelle rosso-mattone e i corti capelli nero-pece ne indicavano l’appartenenza al popolo khalishita. Un robusto anello di ferro le cingeva il collo; uno più piccolo la caviglia. Ad essi erano fissate due pesanti catene.

Benché non potesse mettere a fuoco con chiarezza l’interno del padiglione, e quindi la propria ospite, il mercante accennò un inchino in direzione della penombra. Poi si voltò verso la guardia carovaniera facendole segno di seguirlo. La guardia gli andò dietro strattonando con decisione le catene. La ragazza incespicò al suo seguito.

Una volta dentro, il mercante strizzò un paio di volte gli occhi per abituare lo sguardo al passaggio di luce. Non riusciva a dare un senso preciso al miscuglio di forme che i suoi stanchi occhi bruciati dal sole individuavano nella penombra della tenda. Alle narici però gli giunse un chiaro odore d’incenso; troppo intenso per i suoi gusti.

L’uomo si guardò attorno, poi si voltò titubante verso la guardia carovaniera. Dietro di loro i lembi dell’entrata tornarono a richiudersi. Avvolti dall’oscurità forzata e da un silenzio d’attesa, i due uomini spostarono incerti il proprio peso da un piede all’altro. Infine il mercante si decise: schiarì la voce, assunse una postura che nelle intenzioni voleva essere di umile reverenza e balbettando principiò col dire: «Nobile e riverita signora di Shuldoon, pace e prosperità a te e ai tuoi beni. Quale onore concedete a un povero vecchio mercante di…».

Un sonoro schiocco lo interruppe. L’interno del padiglione avvampò di un’accecante luminosità. Miriadi di fiammelle presero a danzare su altrettante lucerne, la cui luminescenza si moltiplicò all’infinito riflettendosi su ogni superficie dorata del padiglione. Il mercante dovette strizzare con forza le palpebre per proteggere i propri occhi. Quando tornò a riaprirli, l’aggraziata figura nuda della wālīkka sostava supina su uno stuolo di tappeti e cuscini pochi passi più avanti; la quale, bianca come il latte e glabra come un bimbo, con una capigliatura rosso-fuoco che l’accomunava a tutti i pascià della dinastia Shoon, indifferente alle reazioni dell’uomo si allungava voluttuosamente in uno stiramento di arti intorpiditi dal troppo poltrire. Accanto a lei, una gatta dal pelo biondo se ne stava comodamente adagiata su un cuscino frangiato. Lo sguardo infuocato del felino lumeggiava con annoiata curiosità la schiava in catene.

Attorno alla sua alcova, come un crocchio protettivo, sostavano seminude numerose donne. Due di esse, carnagione color dell’ebano, sventolavano senza sosta lunghi ventagli piumati. Un’altra, bionda come il miele, reggeva tra le mani un capiente, e all’apparenza pesante, bacile dorato. Al suo fianco, bruna ma dalla pelle chiara, una giovane schiava custodiva una brocca dello stesso lucente metallo. Più scostata, una ragazza dai capelli ramati rimestava in una teiera. Altre, inginocchiate ai margini del talamo, attendevano prive di mansioni. Accanto all’entrata e ai piedi dell’alcova robuste guardie sostavano armate di scimitarra.

«Avanti, parla», l’invitò a proseguire la wālīkka, ruotando su un fianco e tirandosi su a sedere.

Intorbidito dalla visione, ma temendone le conseguenze, il mercante distolse lo sguardo. «Ti ringrazio per avermi ricevuto, nobile wālīkka. La tua ospitalità è degna dei racconti che se ne fanno».

La bruna versò nel bacile l’acqua della brocca. La bionda vacillò sotto il suo peso. La wālīkka vi immerse entrambe le mani tirandone su a coppa un’abbondante porzione d’acqua, con la quale si sciacquò il viso e il collo sottile. «Qual è il tuo nome?», chiese la wālīkka, mentre ripeteva l’operazione allargando il raggio alle spalle e alle ascelle.

«Zaahid Zawiya, mia signora».

Terminata l’operazione una sesta schiava le porse un bianco panno di lino, col quale la wālīkka si deterse la pelle. Quindi tornò a stendersi su un fianco, puntellando la testa con un braccio e piegando pigramente una gamba. «Mi auguro che il viaggio non ti abbia serbato sorprese», disse.

«Le strade in questa stagione sembrano libere da predoni, mia signora». 

Dopo aver versato il contenuto della teiera in tre piccole coppe dorate, col vassoio in mano la rossa si avvicinò alla sua padrona. «Ne sono lieta», disse la wālīkka, prelevandone una e facendo cenno alla schiava di proseguire, «quali notizie porti da Khalimbey?».

Il mercante lanciò un’occhiata d’avvertimento alla guardia carovaniera, poi entrambi presero le coppe loro destinate. «Gli affari fioriscono, mia signora. Lo sceicco di Khalimbey ti porge i suoi omaggi e ti manda in dono questa schiava». Il vecchio mercante protese un palmo aperto verso la ragazza incatenata. La guardia carovaniera la spinse in avanti. La giovane incespicò sulle catene ma recuperò in fretta la stazione eretta.

«E per quale motivo lo sceicco di Khalimbey ha deciso di donarmi questa ragazzina cenciosa?», chiese la wālīkka, sorseggiando il suo tè. «Perché manda te, un mercante, a comunicarlo? E perché mai una khalishita è stata incatenata?».

«Per quanto riguarda la mia presenza qui, mia signora», disse con calma il mercante, trattenendo tra le mani la coppa dorata, «si può facilmente spiegare con il semplice e ovvio opportunismo. Sono in viaggio verso il porto di Amanhur, per imbarcare la mia mercanzia sulle navi che a giorni dovrebbero salpare verso i regni del nord. Dovendo passare presso la vostra magnifica oasi, mia padrona, lo sceicco ha pensato bene di approfittarne. Sono stato lieto di essermi potuto rendere utile. Per tutto il resto, credo che ogni sua domanda trovi risposta in questo papiro». Il mercate porse il calice ancora pieno alla guardia carovaniera e dall’ampia manica trasse un rotolo. «Naturalmente mi sono guardato bene dal leggerlo».

La wālīkka fece un cenno. Una delle schiave inginocchiate al suo fianco, pelle rosso-mattone e cascata di neri capelli riccioluti, khalishita pure lei, presa da piccola al mercato delle schiave e cresciuta bene alla corte della wālīkka, scattò in piedi e si diresse a passo veloce verso il mercante. Questo le porse il rotolo, facendo attenzione a distogliere lo sguardo dai boffici seni, dalle lunghe cosce sode, dai nudi piedi. Si soffermò invece a osservare lo spesso braccialetto dorato, a foggia di un lungo serpente, che cingeva la caviglia destra della schiava, e quando si fu voltata per tornare dalla propria padrona, facendo attenzione a non insistere troppo sui tondi glutei, il simbolo tatuato sulla scapola sinistra, semi nascosto dalla capigliatura, riportante l’emblema araldico della wālīkka: due esse stilizzate a foggia di serpenti, avvinghiati fra loro.

Tornando a inginocchiarsi, la schiava porse il papiro alla wālīkka. Questa le cedette la coppa vuota e prese il rotolo. Un sigillo di ceralacca ne custodiva il contenuto. Esso riportava l’emblema di uno scorpione con il pungiglione flesso nell’atto di colpire. La wālīkka ruppe il sigillo e srotolò il papiro.

Amata e riverita cugina,

pace e prosperità al tuo accampamento e ai tuoi beni. Spero che il dono giunto assieme a questa missiva ti sia gradito. La giovane khalishita è una arcomante. Non è stata iniziata alla via occulta di Atomrhat. È intonsa nella sua vergine ignoranza. La sua aura però è potente, come sono sicuro avrai già notato – le labbra della wālīkka si tesero in una smorfia di stizza –, e potrà donarti per molti anni a venire una grande quantità di Ka fresco a cui poterti abbeverare. Il motivo che mi spinge è lo stesso per cui ti scrivo queste parole: da soli a stento sopravviviamo, assieme potremmo distruggere il tiranno.

Ho inviato la stessa richiesta anche agli altri cugini: all’equinozio d’autunno incontriamoci lungo il cammino dei nostri pensieri, nel luogo che chiamiamo la Porta dorata di Adh n Salaf; avremo molto da discutere, ma sono sicuro che ogni diffidenza sarà presto vinta. Dobbiamo imparare a fidarci…

Aarif Eid Qurbani

La wālīkka alzò lo sguardo sull’esile schiava. Questa se ne stava a capo chino, le mani congiunte all’altezza del ventre, un piede sull’altro, cercando di farsi notare il meno possibile. I capelli, probabilmente rasati alcune settimane prima, già ricrescevano in una folta sfera di spilli. Come tutte le khalishite aveva labbra piene e mento affilato; gote sporgenti e naso aquilino. La wālīkka arrotolò la pergamena e la porse alla stessa schiava che l’aveva recuperata. Poi con grazia si levò dall’alcova e a passo lento, pieni nudi sui tappeti, raggiunse la ragazza. Con una mano, senza esercitare troppa forza, le tirò su il mento. Ne osservò i grandi e sfuggenti occhi neri.

«Qual è il tuo nome?», chiese.

Istintivamente la giovane abbassò il proprio sguardo. «Suha, padrona», rispose con un filo di voce.

«Un nome quanto mai propizio», disse la wālīkka, «E poi?».

Dopo un breve silenzio la giovane ripeté: «E poi?».

«Non ricordi il tuo patronimico, o non ne hai uno?».

«Non che io sappia…».

«Da dove provieni? Questo lo sai?».

«Dal ghetto degli orfani di Khalimport, padrona».

«Un’orfana quindi… e una ladruncola, scommetto».

La giovane non rispose.

La wālīkka tornò a premere sul mento della giovane. «Guardami negli occhi».

Con grande fatica, combattendo il retaggio l’abitudine e la paura, la giovane alzò il proprio sguardo fissandolo negli occhi della nuova padrona. Questi, di norma verdi come smeraldi, s’incendiarono di una viva luminescenza brunastra. Il cuore della ragazzina prese a battere più forte.

«Il caro cugino Aarif ha ragione, la tua aura è potente. Nessuno te ne ha mai parlato?».

La giovane scosse la testa.

«Non ti è mai capitato di far accadere eventi bizzarri senza che tu lo volessi? Un vaso che si sposta quel tanto che basta per finire in testa a un tuo inseguitore? Un acquazzone improvviso quando la tua gola riarsa chiede refrigerio? Un mastino ringhiante che fugge via con la coda fra le gambe? No? Niente di tutto questo?».

La giovane scosse ancora la testa.

«È una fortuna allora che tu sia giunta alla tua età. Tanto Ka accumulato senza controllo potrebbe farti esplodere in mille schegge d’osso».

La giovane, allarmata, spalancò gli occhi.

«Tranquilla, tesorino, adesso ci penso io a te. Baciami!».

La giovane corrugò la fronte. Poi, per l’abitudine a obbedire tipica delle classi inferiori, protese tremante le labbra. Quando quelle della wālīkka si unirono alle sue, un forte lampo parve esplodere tra loro. Il bacio durò a lungo; alla fine del quale la ragazzina si sentì così debole da finire, priva di sensi, stesa al suolo.

«Tiratela su e spostatela nella tenda delle schiave», ordinò la wālīkka. Due guardie afferrarono la ragazzina per le braccia. «Quando si sarà riavuta, levatele quei cenci e le catene. Lavatela con cura. Passerò più tardi a inciderle il sigillo».

Le guardie trascinarono il corpo fuori dalla tenda. Altre due schiave le seguirono d’appresso.

«Bene, Zaahid, mi hai reso un ottimo servigio» disse la wālīkka tornando all’alcova.

L’uomo accennò un inchino. «È stato un piacere, mia signora». Il volto gli si allargò in un sorriso.

«Adesso parliamo del dazio…».

Il sorriso si spense.

***

Qualche ora più tardi il mercante e la guardia carovaniera percorrevano i mille ambagi dell’accampamento, fra tende polverose e recinti di capre di cammelli di schiavi, osservando con affascinato stupore quell’umanità promiscua.

«Adesso che farà Suha?», chiese la guardia, fermando il passo e osservando con attenzione il volto ramato del mercante.

«Non preoccuparti per lei, sa il fatto suo», rispose con calma l’anziano, senza fermarsi né lasciare trapelare alcuna emozione.

«Sì, ma che farà?».

Due passi più avanti anche il mercante si voltò verso la guardia. «Attenderà il momento propizio, caro amico. Il momento propizio».

La guardia fece un cenno d’assenso col capo. Poi, riflessivo, lasciò lo sguardo vagare sul terreno. «Secondo te cosa c’era nelle coppe?».

Il vecchio scrollò le spalle. «Nulla di buono».

Ripresero a camminare, ignorando che all’ombra di una palma, acquattata in un anfratto del terreno, una gatta dal pelo biondo con concentrata attenzione insisteva nell’osservarli.

… continua.

_________________________

 Note

Il prossimo venerdì non perdetevi l’appuntamento con il capitolo 2.

 

Capitolo 2 →

70 Comments on “Aisha Salam e il deserto del Khalim

  1. Come era successo con il a puntate fantasy di Tenar, sulle prime è un po’ difficile comprendere le logiche del mondo rappresentato, quindi penso che il pezzo richiederà una seconda lettura. Sono sicura però che con il procedere delle puntate riuscirò a inserirmi nel flusso. 🙂

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  2. Ho letto curiosa e trovato facile entrare nel mondo arabeggiante dove le donne sono libere e disinibite in un contesto solitamente maschile. Mi piace il restare in sospeso sperando che la schiava riservi i poteri molto forti citati. Mi piace la magia. La magia della seduzione la lasci intendere, altre le menzioni come i sottili accordi tra cugini per distruggere il tiranno, altre arriveranno.
    Credo ci siano le basi per una saga interessante. Sono lieta di leggere la seconda parte, e speriamo anche una terza, personaggi inusuali e non scontati, mi piace. Ma non avevo dubbi.

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  3. Sono un po’ spiazzata, non mi sembra il tuo stile (o forse sì): secondo me hai voluto creare un effetto distorsivo volutamente per sorprenderci più avanti. Ho notato le stesse cose di Marco: i nomi sono impronunciabili e distraggono molto e hai fatto un uso si direbbe smodato di aggettivi che danno quel nonsoché di barocco tanto da risultare qualche volta fastidioso.
    Sono sincera, non leggerei mai una storia del genere perché non mi attira, però, visto che è scritta da te e so che da te posso aspettarmi di tutto, andrò avanti fino a scoprire cosa, questa volta, tirerai fuori dal cappello.
    In pratica, il mio è un atto di fiducia. 😀

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    • Ti sorprenderà sapere che esistono lettori a cui la scrittura barocca piace ancora molto, io non sono certamente fra quelli. Forse adesso comprenderai un po’ meglio il mio amore per il minimalismo: ridurre la storia all’ossatura. Tuttavia, uno scrittore che si rispetti deve saper adoperare ogni stile possibile. E se guardi a questo capitolo con occhi un po’ più obbiettivi, quindi non da lettrice, noterai che i nomi non sono veramente impronunciabili ma scelti con cura fonetica, e che gli aggettivi, sì abbondanti, sono gestiti con sapienza e millimetrica perfezione sintattica. Non mi sto vantando, sia inteso, sto illustrando lo stile. Come te, io non leggerei volentieri un pezzo scritto in questo modo, lo troverei decisamente troppo pesante e noioso. Ed è proprio per questo che ho scelto di scrivere così questo primo capitolo; consapevole del mezzo e dei probabili gusti dei miei lettori, ho scommesso tutto sul fatto che la maggior parte di voi avrebbe storto il naso. 😛

      P.S. ti sorprenderà anche sapere che a una seconda o a una terza rilettura, quello stile che in un primo momento hai trovato antiquato, pedante e noioso ti risulterebbe quasi affascinante. Ma questo non c’entra niente con le mie intenzioni, e pertanto ti sconsiglio di rileggerlo. 🙂

      P.P.S. ringrazio per l’atto di fiducia. Sono davvero curioso di leggere il tuo commento al prossimo capitolo. 🙂

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      • Sei coraggioso e capace di scrivere “altro” rispetto a ciò che più ti rappresenta. Io non ci riuscirei e per questo ti ammiro.
        Lo ammetto, non ho notato la sonorità dei nomi perché tolti i primi cinque, sugli altri ho sorvolato. All’inizio è stata un autentico salto agli ostacoli!
        Ora, però, mi hai fornito degli strumenti per valutare con più cura il testo, dunque lo rileggo facendo più attenzione a ogni millimetrica perfezione sintattica. 🙂

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        • È uno sforzo inutile secondo me, che potresti tranquillamente evitare. Questo capitolo fa parte di un progetto che in fondo mi rappresenta. Solo che per attuarlo sono costretto a scrivere anche cose che non scriverei. 😛

          P.S. Grazie, Marina. 🙂

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  4. La scrittura barocca piace molto anche a me. L’ambientazione anche, è più o meno la stessa del mio famoso romanzo K.
    Riguardo al genere, anche per me è fantasy, in fondo non ho trovato riscontri nelle parole arcomante, wālīkka, Shuldoon e khalishita. Hai inventato tutto, immagino. Dunque è fantasy 😀
    Se invece alla fine si scopre che è tutto un sogno, povero te…

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  5. Pingback: Aisha Salam e il deserto del Khalim – Salvatore Anfuso ● il blog

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