La modulazione dell’amore


La modulazione dell’amore

Guest-Post

… ovvero di come gli avverbi ci fregano

sulle questioni di cuore

Chiara è una linguista molto preparata, dotata di tanta ironia e intelligenza. Le ho proposto di scrivere un guest post che parlasse di grammatica e di amore. Una sfida, la mia, tesa a mostrare il lato ironico e meno conosciuto della linguistica. Il risultato lo potete leggere da voi.

____________________

Una coppia:

«Ti amo… un po’», sussurra lei con uno sguardo tra il perplesso e il malizioso.

«Io oggi ti amo così così, ci sono stati giorni migliori», replica lui.

Un’altra coppia:

«Ti amo troppo adesso», esclama lui con pathos.

«Oh… io proprio oggi non ti posso amare, scusami, ma non mi riesce», non può far altro che rispondere lei, con l’aria contrita di chi si dispiace di provocare un dolore.

Lui ne è deluso, visibilmente, ma abbastanza fiducioso: in ventiquattro o quarantott’ore lei si pronuncerà di nuovo dicendo: «Ti amo tanto stamattina».

Sarebbe bellissimo, vero?

Eppure questo non succede (quasi) mai.

Per quale ragione non si dicono mai frasi tipo «ti amo un po’» oppure «oggi ti amo così così»?

Si direbbe che l’amore abiti soltanto il terreno del bianco o quello del nero: o ti amo (tanto, da impazzire, da morire, da starci male, a mille, all’infinito…) oppure non ti amo (proprio, affatto, per niente, manco morto, neanche sotto minaccia…). L’oggi ti amo e il domani meno, oppure oggi ti amo appena appena e domani un po’ di più, non esistono. Quasi tutti gli avverbi di modo e tempo sono esclusi, sono ammessi solo quelli di quantità quando la quantità è molta e quelli di tempo quando il tempo è infinito (o meglio… finito ma corrispondente a tutta una vita umana).

Curioso, no?

E cosa ne è allora di tutti quegli stati d’ansia e insicurezza che si attraversano sempre e ciclicamente quando si è preda dell’infatuazione amorosa? Quei momenti di dubbio che precedono l’innamoramento e quelli in cui non si sa più esattamente se si ama ancora oppure no?

Sembra proprio che l’uso linguistico li ignori volutamente.

In quegli istanti invece sarebbe pertinente ricorrere a una modulazione che con prudenza non ci facesse sbilanciare subito da un lato o dall’altro bensì ci consentisse di procedere tranquillamente per gradi, sia nel movimento verso l’altro che in quello per allontanarci da lui. Eppure niente. Non si fa, quasi fosse rigorosamente vietato.

Ma andiamo con ordine: cominciamo dalla lingua.

Per modulare, vale a dire dare una gradazione che prevede vari livelli, colorando i significati che si vogliono comunicare delle più svariate sfumature, si usano solitamente gli avverbi. In questo senso, essi fanno parte dei cosiddetti “circostanziali”, che accompagnano il predicato per informare ulteriormente sulle circostanze dell’azione, evento o stato che esso rappresenta.

Ma gli avverbi hanno anche un’altra funzione importante, soprattutto se si tratta degli avverbi di modo: vale a dire quella di caratterizzare la natura della relazione che si stabilisce tra il parlante e il suo interlocutore attraverso il grado di coinvolgimento del primo nei confronti delle proprie affermazioni, asserite in presenza del secondo.

Per dirlo con parole più semplici, se alla domanda: «Che ore sono?» rispondo «Forse sono le 7», non sto prendendo un grande rischio riguardo alla verità della mia affermazione, quindi mi dichiaro implicitamente poco sicuro di quel che dico. Se invece rispondo «Sono esattamente le 7» o «Sono senz’altro le 7», allora sto affermando con una certa forza la verità del mio enunciato. Se invece dico «Sono già le 7» probabilmente il significato che voglio comunicare va al di là dell’informazione sull’orario e implica qualcosa d’altro a seconda del contesto: «Sbrighiamoci che è tardi», «Devo andare», «Era previsto che finissimo più in fretta e invece…» o qualunque altra cosa facesse parte della situazione in cui le parole vengono pronunciate già prima della loro enunciazione.

Anche nel caso dell’amore alcune di queste strategie comunicative sono utilizzabili: «Forse mi sto innamorando» (ma non prendo ancora la responsabilità di esserne sicuro); «Inspiegabilmente non sono più attratto da te» (ma non ci capisco niente); «Improvvisamente ho smesso di amarti» (come una calamità imprevista); «Io ti amo da impazzire!» (e tu invece…).

Eppure le fatidiche due parole che compongono la dichiarazione più esplicita dell’amore, sentimento sempre piuttosto esigente, richiedono in maniera quasi intransigente l’impegno sulla verità assoluta dell’affermazione da parte di chi le pronuncia. Solo così infatti egli potrà esser considerato degno di fiducia dall’amato: la responsabilità dell’affermazione deve essere presa completamente e senza condizioni perché il partner si lasci andare e prenda a sua volta una analoga responsabilità. Tutto ruota insomma intorno alla rassicurazione dell’interlocutore sulla natura dell’impegno preso dal parlante al momento in cui egli pronuncia le due parole di rito.

Linguisticamente parlando, gli avverbi usati nelle dichiarazioni d’amore sembrano servire piuttosto a stabilire una relazione di fiducia con l’interlocutore che a modulare davvero l’azione di amarlo, graduando la quantità, la qualità e i tempi del sentimento. In poche parole non sono le circostanze dell’amore che vengono comunicate, ma piuttosto il valore del proprio coinvolgimento personale rispetto all’asserzione che si sta enunciando.

In conclusione, se dire che nei fatti dell’amore spesso mentiamo linguisticamente rispetto ai nostri veri sentimenti sarebbe francamente esagerato, certo affermare che gli avverbi sono in parte complici delle nostre mezze verità – e a volte anche delle verità integre e complete, per carità – non sembra essere poi questa terribile esagerazione. Certo, sempre e semplicemente di teoria linguistica trattasi…

Umanamente invece – e non è certo la prima volta che i fatti della lingua non riescono proprio a stare completamente al passo di tutta la (il)logica dei fatti umani – non si tratta affatto di menzogna o verità, bensì forse soltanto di complessità delle relazioni e di comunicazione efficace. Ma questa, certo, è tutta un’altra storia…

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Chiara Mazza,

classe 82, un dottorato in linguistica, una laurea in traduzione, una passione viscerale per le parole e i viaggi, una lunga collezione di testi scritti, lingue parlate, città abitate e mete visitate, attualmente lavoro come linguista a Rennes, in Bretagna, mi formo alla Gestalt terapia e sogno di usare le parole per curare e creare, invece di analizzarle; di restare finalmente, invece di partire. In attesa che il sogno si liberi del suo cassetto, nel tempo che rimane, scrivo di parole e di viaggi, di sessualità e femminile, di idee balzane e morali ormai in disuso.

Il suo blog: Scaglie

34 Comments on “La modulazione dell’amore

    • Beh… senz’altro! Ma è proprio questo il punto e la ragione per cui “quantificare” è troppo duro e si lascia perdere… 😉
      Al tempo stesso – mi chiedo io – se uno ti ama al 42%, che lo dica o meno così, forse la cosa si sente comunque. Non dico con questo di tagliare la testa al toro ed esser onesti, anzi, lo eviterei, ma già la riflessione mi pare interessante.

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      • Certo, perché poi si possono esplorare risvolti inattesi, scendere nelle profondità del linguaggio e delle lingue. Tra l’altro, da certe caratteristiche di una lingua si può intuire qualcosa anche di chi la parla. Per esempio, tornando al tema centrale, sarebbe interessante scoprire se esista una lingua che ammette senza difficoltà l’uso di avverbi per noi così poco intonati all’amore…

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        • Be’… già in francese se dici “Je t’aime beaucoup” stranamente è meno forte di “Je t’aime” perché nel primo caso lo si intende come “Ti voglio un sacco bene” e nel secondo proprio come “Ti amo”. Ma per i quantificatori forse bisognerebbe cercare in lingue e culture più lontane dalla nostra. Per esempio non mi stupirebbe affatto di trovarli nella lingue indiane la cui cultura sostiene che l’amore si crea costruendolo pian piano.

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  1. Interessante! In certi casi, forse, l’espressione “ti amo” è così, senza sfumature espresse da avverbi, perché il “ti amo” di certi amanti è perfettamente equivalente (e quindi sostituibile) con un “ti adoro”, o un “tu per me sei tutto”. E l’espressione “ti adoro un po’” (“tu per me sei tutto UN PO'”) non sarebbe contraddittoria, a livello di significato?

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    • Sì, ma in quel caso “ti amo” corrisponde esattamente al sentimento che si prova, dunque perché dirlo altrimenti? 😉
      In ogni modo non sono partitaria di cambiare le nostre abitudini linguistiche in fatto d’amore, ma secondo me aiuta molto, quando si è persi nel sapere se si ama o no, chiedersi in tutta onestà come lo si direbbe se ci fosse la possibilità di dirlo altrimenti. Lo trovo un buon modo di chiarirsi le idee 🙂

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  2. Un piacevole viaggio nel mondo dell’amore. Verissimo gli aggettivi non si dicono a voce alta, ma si pensano legati a quel Ti amo a volte un po’ lasciato in sospeso. Concordo, sarebbe più onesto, ma anche pericoloso…quel ti amo si potrebbe trasformare in un’arma a doppio taglio, spesso sincerità ed amore non collaborano da buoni amici come invece dovrebbero.
    Complimenti bellissimo post.

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  3. “La modulazione dell’amore” potrebbe essere un bellissimo titolo per un romanzo d’amore, un romanzo in cui lui la ama solo un po’ ma dopo capisce di amarla tantissimo, mentre lei nel frattempo che lo amava da morire non lo ama più. La verità è che l’amore assoluto è da romanzo, dopo quando finisce la fase “assoluta” non è più tanto interessante raccontare l’amore tiepido della quotidianità, anche se nella realtà può essere altrettanto bello e gratificante.

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    • In genere lascio che a rispondere sia l’autore del guest, in questo caso però sento di dover dissentire: anche la “tiepidezza” dell’amore quotidiano può celare una grande storia d’amore, forse più grande di quella un po’ banalotta e certamente logorata storia di passione dei primi cinque secondi di innamoramento. Pensaci. 😉

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      • Sì, anche io sono piuttosto d’accordo. Tra l’altro mi pare che nella tiepidezza dell’amore quotidiano, se questa è ben vissuta e accettata, allora si può cominciare a modulare di più l’amore. Mi pare ci sia più margine per dire a che livello di affetto ci si trova. Se c’è fiducia, se si è riusciti a costruire qualcosa, allora un maggior margine di tolleranza è consentito: insomma, se oggi lo/la amo meno non vuol dire che me la darò a gambe, perché ormai so perché, comunque, sul lungo periodo ha senso stare con lui/lei.

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      • Ma io sono d’accordo con te! Però la maggior parte dei romanzi descrive soprattutto la fase iniziale dell’amore, quello che “ti fa strappare i capelli” per dirla come De Andrè. 😍

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  4. Pingback: La modulazione dell’amore | scaglie

  5. Che bel post, me lo mangerei! Davvero interessante, ben scritto e originale. Grazie Chiara e grazie Salvatore che me l’hai fatta conoscere 🙂

    Modulare le frequenze per poterle trasmettere, conoscere le regole per infrangerle quando diventano troppo strette. Amare gradualmente. A piccoli passi.

    “Aiuta molto, quando si è persi nel sapere se si ama o no, chiedersi in tutta onestà come lo si direbbe se ci fosse la possibilità di dirlo altrimenti. Lo trovo un buon modo di chiarirsi le idee”.
    Concordo e aggiungo che forse questo metodo, giustamente suggerito da Chiara, potrebbe essere applicato a molti campi dell’agire umano.

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  6. “O sei innamorato, o non lo sei. E’ come la morte. O sei morto, o non lo sei: non è che uno è troppo morto! Non c’è troppo amore, l’amore è lì, non si può andare oltre un certo limite e quando ci arrivi, a questo limite, è per l’eternità.”

    Il tuo bel post mi ha fatto venire in mente questo aforisma di Roberto Benigni, illuminante per la descrizione dell’amore nelle mie storie. Il terrore di banalizzare porta a scegliere termini sempre nuovi, meno semplicistici, più totalizzanti, anche se impegnativi.

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    • Be’… linguisticamente parlando Benigni non ha ragione però! Perché esser morto è una condizione definitiva e irreversibile, mentre esser innamorato no. È invece vero che c’è un limite (nel senso di grado massimo). Forse in questo senso si tende a usare sempre le parole che sono giuste per quando si è arrivati a questo limite, ignorando le tappe precedenti.
      Grazie della riflessione, Chiara!

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  7. Uh, che bel post! Dà molto da riflettere.
    Personalmente mi sono fatta l’idea che noi comunemente immaginiamo l’amore come uno stato che deve essere costante. Invece è proprio vero l’inverso: così come cambiamo ogni giorno, ogni giorno i sentimenti si modificano. Tuttavia, proprio perché inconsciamente ne siamo consapevoli, cerchiamo costantemente conferme, tanto da arrivare a ciò che raccontava quell’ironica pubblicità della Telecom di qualche anno fa con il tormentone: mi ami? ma quanto mi ami?
    Io per esempio amo Salvatore solo quando pubblica post interessanti, suoi o di persone altrettanto interessanti, come questo. 😛
    Grazie a tutti e due. :)

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  8. Il problema è che l’amore è fatto a scale.
    C’è chi scende e c’è chi sale… No, non volevo dire questo. Il punto è che quando si fa una dichiarazione totalizzante, perchè si è giunti ad una vetta che non s’era mai toccata prima, magari ci crediamo anche, non abbiamo ancora l’idea di quanto sia lunga la scala, e che quella che oggi è vetta, domani è solo uno scalino in più.
    E va tutto bene finchè si avanza, con la stessa persona. L’inghippo è quando si retrocede, di molto e per un periodo che sentiamo lungo, o quando si avanza di un altro paio di scalini, di un altro paio di vette…ma con un’altra persona. Eh, lì, son dolori!! Altro che vertigini!!
    Grazie, bel post!

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  9. Forse fu Ungaretti a dire che certe parole col tempo perdono forza, con conseguente ricerca di sinonimi per sostituirle; forse siamo noi ad accelerare il loro logoramento; forse dovremmo usare lo show don’t tell anche nella vita (non dire, ma mostrare amore); forse dovremmo chiederci se siamo veramente degni di amare; forse fanno bene quelli/e che si vantano di essersi “scopati” quella/o, riducendo quella/o ad un oggetto con un nome umano (“tanto l’ho conosciuta/o in discoteca, due minuti e via, nei bagni…”) e tanto piacere, in fondo con quella/o hai solo vissuto l’attimo più intimo e sacro dell’esistenza, perdinci, non sia mai che provi dell’affetto per quella/o… ah, già, forse, dimenticavo: per voler bene a qualcuno lo devi conoscere.
    Forse.

    Scusate il pistolnove.

    Trovo che gli avverbi in amore siano meravigliosi: un “ti amo” è bello, ma può diventare ancor più meraviglioso in un certo contesto: più personale.

    Pina: Ugo, posso dirti una cosa?
    Ugo: Certo!
    Pina: Io ti stimo moltissimo! Sono contenta di invecchiare a fianco ad un uomo come te!
    Ugo: Amore no eh…

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    • “Io ti stimo moltissimo” credo sia la frase peggiore che si possa dire a chi spera in un: “Ti amo moltissimo”. Guarda quando fanno le parole: descrivono il nostro universo e sono anche in grado di cambiarlo. 🙂

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      • Certo, le parole sono atti linguistici, come dicevano il buon Searle e il buon Austin… 🙂
        Qui il “Io ti stimo moltissimo” equivale praticamente a dire “Non ti ho mai amato e mai ti amerò!”. Non ci sarebbe da meravigliarsi se il mondo ne fosse cambiato con la partenza dell’altro sbattendo la porta per sempre 😉

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      • Concordo, carissimo.
        L’emblema di ciò che hai detto è racchiuso in due parole: sì, no.
        Due parole (due lettere) che possono cambiarti l’umore di un momento, di un giorno, di una vita: a pensarci bene tutto questo è davvero… “tragico?”
        In un forum lessi queste due dialoghi:

        – Amanda io ti desidero!
        – Complimenti!

        Lui ama lei, l’ha invita fuori e lei accetta. Il giorno dell’appuntamento lei arriva (in ritardo), lo vede. Dice: – Ah sei QUEL Paolo!

        Che dire? Molte persone sognerebbero essere, almeno, stimate.

        E volevo chiedere a Chiara se il “ti voglio bene” è così differente dal “ti amo”: nel secondo c’è un sentimento, si spera, ricambiato… nel primo? Un amore disinteressato?

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        • Aspetto anch’io la risposta di Chiara, ma mi sento già di anticipare che nel “ti voglio bene” si esprime “affetto”. L’affetto è un sentimento che puoi concedere a molte persone e cose contemporaneamente: al tuo cane, ai tuoi genitori, a un amico, perfino alla tua automobile. Non però al tuo compagno/a, il quale pretende o si aspetta di più. Il “ti amo” è qualcosa di univoco, lo puoi concedere solo a una persona alla volta: quella che “ami”, appunto, veramente. Almeno nell’italiano, in inglese “I love you” lo si dice al proprio marito, alla propria figlia, al cane, al gatto, alla specie degli ippopotami nel suo complesso…

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        • Dipende da che punto di vista me lo chiedi… 😉
          Linguisticamente direi che “ti voglio bene” è come “ti amo”, in teoria ci si possono mettere tutti gli avverbi di quantità e qualità che si vuole. In pragmatica, cioè nell’uso della lingua, secondo me non ci si comporta molto diversamente che con il “ti amo” perché anche in questo caso si negozia comunque intorno a una relazione umana.
          Nella vita è senz’altro meno forte e utilizzabile in più contesti, quindi meno connotato, magari in questo senso lascia un po’ più libertà di manovra sulle modulazioni intermedie e – ma questa è soltanto una mia speculazione del momento – si apre meno a quelle totalizzanti. Per esempio non so se si direbbe facilmente “ti voglio bene da morire”, ma magari si può dire “ti voglio un po’ bene” più facilmente di “ti amo un po’”.
          Probabilmente, come dice Salvatore, l’affetto è accettabile anche se è presente soltanto un po’, mentre l’amore se c’è deve esserci completamente.

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