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Non chiamatelo editing

Con il permesso di Silvia Algerino, la quale s’è premurata di sottoscrivere una polizza Killer at home nel caso la fiducia riposta nei miei confronti dovesse venire delusa, mi sono azzardato a prelevare un racconto dal suo blog per manipolarlo a mio piacimento. Lo scopo di questo post è mostrare cosa significa scrivere per sottrazione, cioè come prendere un racconto poco riuscito – sento già dei passi sospetti nel pianerottolo – e trasformarlo in un racconto quasi vendibile. Il racconto originale, postato da Silvia un paio di settimane fa, lo potete trovare qui. A seguire, invece, il racconto revisionato.

Prima di lasciarvi alla sua lettura ritengo sia utile spiegare cosa significa sottrazione e cosa ha riguarato il mio intervento sul testo. Dunque, quello che ho fatto non è stato altro che eliminare il superfluo, cioè togliere tutti quegli elementi di disturbo che non servono ai fini della narrazione. Tranne alcune modifiche o aggiunte necessarie per ristabilire la concordanza semantica di genere o numero, di mie parole in questo racconto quasi non ce ne sono. Se avessi potuto, avrei riscritto completamente anche i dialoghi. La regola principe dello scrivere dialoghi interessanti è di non scrivere mai la cosa più ovvia. Purtroppo, in questo caso, diversamente da altri racconti, i dialoghi di Silvia sono un po’ banali. Sono banali perché sono logici. Rappresentano esattamente la risposta che ognuno di noi, nelle condizioni della protagonista, avrebbe dato. E per questo motivo non vanno bene: appiattiscono il testo.

Avrei voluto anche inserire degli elementi che approfondissero la psicologica della protagonista ma, nonostante questa non si possa definire un’operazione di editing, non me la sono sentita di fare aggiunte a un testo non mio. Dicevo che questa operazione non può essere considerata un editing. L’editing è uno scambio di punti di vista tra un lettore esperto (molto spesso a sua volta scrittore) e l’autore. L’editor non mette mai le mani sul testo da revisionare; si limita piuttosto a discuterne con l’autore il senso, la riuscita, alcune scelte; si limita a sottolineargli i refusi e i passaggi meno riusciti; la sostituzione di qualche vocabolo suggerendone al suo posto qualcun altro. E via dicendo. Questa cosa, per esigenze di tempo da ambo le parti, non c’è stata. Mi sono limitato a eliminare alcune frasi o parole da un racconto che nell’insieme è rimasto invariato. Sottrazione significa questo: eliminare il superfluo.

Il mio consiglio, prima di proseguire, è di fare un salto nel blog di Silvia per leggere il racconto originale. In questo modo potrete confrontare direttamente le due versioni. Prima di lasciarvi, vorrei porgere i miei complimenti a Silvia sia per il racconto sia per il coraggio.

_________________________

La sveglia

Il suono della sveglia perfora il mio sonno, un guscio fragile. Chiara dorme. Il suo respiro increspa il lenzuolo. Tiene la mano sul cuscino; lo stropiccia appena. Gliela bacerei.

Resto nel letto ancora un po’. La stanza è un quadro. La luce entra sghemba attraverso le stecche della veneziana. Non inonda l’ambiente: lo scava. Il rumore del traffico rimane in sottofondo, anonimo come le mie giornate piatte.

Mi tiro a sedere sul bordo del letto. Le spalle curve. I capezzoli dolenti. In bocca ho il sapore dolciastro del miele. Mi gira la testa. Un po’ di zucchero, grazie. L’aroma di miele si mischia a quello di latte materno. Diventa conosciuto e sgradevole. Forse è solo la mia immaginazione. Non l’avevo immaginata così la maternità.

Avevo guardato la striscia colorarsi. Maddai! Mi ero recata in ufficio a passo veloce. Il mio capo aveva una notizia per me. La vita girava rapida. Avevamo chiuso un contratto importante. Le mie proposte erano piaciute. Campagna milionaria.

«Se tutto va bene, tra nove mesi voleremo a Parigi».

Avevo spalancato gli occhi come punta da un’ape.

 «Che c’è, qualcosa non va?», si era informato il mio capo.

«Scusa, ho dimenticato a casa il cellulare», mentii io.

Dopo qualche mese la gravidanza era diventata evidente, le nausee inequivocabili. Il capo mi aveva consigliato di prendermi una pausa. In fondo ero una free-lance.

Una sostituta, lui, l’ha trovata in fretta. Giovane, carina, brillante. Sono volati a Parigi insieme l’altro mese, mentre io cambiavo i miei primi pannolini.

Invidiosa, sì. Nonostante le rassicurazioni del capo – Sei tu la numero uno, brinderemo alla tua bambina! –, mentre loro festeggiavano al Jazz Club Etoile, io guardavo uno stupido talk-show alla tv. Sperando che Chiara si addormentasse. Consolandomi con la tenerezza dei suoi vagiti.

Da allora è passato un tempo indefinibile; una manciata di settimane che sembrano anni.

Mi alzo dal letto; le gambe indolenzite. Che ore sono? La luce non ha la solita angolazione. In casa non ho orologi. Prendo in mano il cellulare. C’è una chiamata a cui non ho risposto, quella che mi ha svegliata. C’è un nome sul display: Marco. Non so chi sia. Accidenti alla mia dannata abitudine di non registrare i cognomi. Mi sforzo di ricordare. Allungo la lista dei parenti, amici, conoscenti. La srotolo. Inclino la testa a destra e a sinistra, faccio scrocchiare le vertebre, massaggio i pensieri. Poi, come se avessi infilato la chiave nella serratura giusta, sento uno scatto in qualche zona ombrosa del mio cervello: Marco Milani.

Milani è un cliente dell’azienda. Tutti gli anni, in questo periodo, viene dalla sede centrale di Torino in visita alla filiale, che è proprio a due passi dal mio ufficio. Ci prendiamo un caffè assieme e buttiamo giù qualche idea per la campagna della nuova stagione. Ho sempre avuto il sospetto che avesse un debole per me. Immagino che il capo gli abbia detto che ho partorito da poco, ma lui ha sempre preferito me.

Marco ha una pessima abitudine. Non avverte prima. Telefona dalla macchina mentre è già in viaggio. Guardo l’ora, sono passati venticinque minuti. Tra meno di un’ora sarà qui. Chiara dorme. Dovrei svegliarla, cambiarla, vestirla e allattarla. Prendere l’automobile, correre in centro. Non se ne parla. Ha pure cominciato a piovere. Ho bisogno di una doccia.

La casa è un disastro, anche se volessi non potrei invitare Marco qui. I piatti sono ancora nell’acquaio, sporchi. Ieri sera Giorgio ha detto: «Lascia stare, faccio io». Poi è crollato in poltrona. Le ultime parole che ci siamo scambiati. Sotto casa hanno aperto una nuova caffetteria. È elegante, pulita: fa un po’ bistrot francese. Potrei portarlo là, Marco.

Dall’autostrada non è troppo fuori rotta e il tempo risparmiato mi concede di prepararmi e svegliare Chiara. Ho voglia di uscire. Di parlare di lavoro. Di bermi un buon caffè.

Mi metto a sedere comoda, raccolgo i capelli, dritta come se dovessi suonare Chopin al pianoforte. Due bei sospiri. Compongo il numero. Marco risponde subito, forse aveva il telefono in mano.

«Ciao Giulia, come stai?»

«Una meraviglia. Solo un po’ indaffarata, tra bambina e lavoro», mento.

«Ho saputo che sei diventata mamma, congratulazioni!».

«Grazie. È una bellissima esperienza, sono felice».

«Spero di non averti disturbata così di prima mattina».

«Non ti preoccupare, ero sveglia. Di che cosa avevi bisogno?».

«Oh, niente. È che ho sbagliato numero. Cercavo un’altra Giulia. Accidenti a me e alla mia abitudine di non registrare il cognome».

Chiudo la chiamata. Una riga di delusione mi attraversa il viso. Non ho tempo di pensarci: Chiara si è svegliata. Non piange; mi guarda sorridendo. Le sorrido anch’io mentre la prendo tra le braccia.

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Note

Intervenendo di più sul testo si potrebbe ottenere un risultato ancora migliore. Soprattutto i dialoghi… Tuttavia, già così non è male. Il racconto ha del potenziale. Associa a una problematica tautologica un effetto di vaghezza, in grado di marcarne la poetica.

Oltre a eliminare il superfluo, come dicevo, mi sono permesso di declinare correttamente le desinenze per ricreare la concordanza semantica che, tagliando dei pezzi, a volte può venire a mancare. Ho anche cambiato il titolo, per facilitare il lettore nel distinguere i due racconti. E ho cambiato di posizione rispetto al soggetto qualche aggettivo, per rendere la frase più orecchiabile. Chi è molto attento noterà che ho sostituito o aggiunto qualche parola: sono poche.

Se volete, dite pure nei commenti cosa ne pensate. Nel frattempo vado a vedere chi è alla porta, mi pare di aver sentito bussare…

80 Comments on “Scrivere per sottrazione

  1. Peccato aver letto l’ultimo post dellAnfuso 😀
    Scherzi a parte in molti punti probabilmente avrei proposto gli stessi tagli, anzi, avrei eliminato anche qualche parolina in più, ad esempio “mentre io cambiavo i miei primi pannolini£ il miei sì può tranquillamente togliere, probabilmente anche il mentre. Anche la spiegazione di chi sia il Milani è, secondo me, superflua, quando si è detto che è un cliente importante serve precisare che viene da Torino ecc. ecc.?
    Tuttavia ciò che ho notato è che con questi tagli ne risente il ritmo, viene a mancare quella musicalità da intimità familiare che Silvia aveva reso, soprattutto all’inizio. Diventa così più freddo, più secco, mentre prima aveva un andamento più morbido, più melodico.
    Ciò mi fa dire che un editin di sola sottazione non è sufficiente, anzi potrebbe essere rischioso, ma è necessario anche un intervento sul testo per ripristinare e rimodellare lo stile originale.

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    • Sì, condivido le tue impressioni. Naturalmente mi ero imposto, come metodo di lavoro, di non cambiare nulla (o quasi) ma di togliere solamente. Non a caso ho parlato di sottrazione. Se si potesse fare un restailing completo, riscrivendo i dialoghi e inserendo dei nuovi elementi psicologici, la resa finale del racconto sarebbe ancora diversa. Rimane il fatto che questo racconto è quasi vendibile.

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      • Io infatti provavo a valutare i risultati dell’esperimento non il protocollo di sperimentazione 😉 L’esperimento è ottimo, e l’aver praticato solo la sottrazione aiuta a valutare bene i risultati. I risultati dicono che il metodo funziona, ma non basta.
        Gli interventi sul testo però, secondo me, dovrebbe farli Silvia, dopo averle fatto notare dove intervenire. Questo sia per mantenere la stessa “mano” (non è facile distaccarsi dal proprio stile e un intervento fatto da un altro autore rischierebbe di stonare) sia perchè l’intervento in proprio aiuta a migliorarsi, e chi non ne ha bisogno?

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        • Vedremo se Silvia ne avrà voglia. Facevo notare a Michele, più sotto nei commenti, che se è vero che si viene a perdere quella maternità del racconto originale, con questi tagli si guadagna una donna più complessa e il racconto diventa quasi erotico. Tuttavia questa non è una cosa voluta da me, io mi sono limitato a cancellare delle frasi. E’ una cosa già presente nel racconto, solo che è nascosta dal superfluo. Credo che ogni autore dovrebbe fare un’operazione del genere, per portare in superficie quello che è nascosto in profondità nel testo. Solo che farlo su se stessi non è così facile, perché l’idea che ti ha portato a scrivere una certa cosa in un certo modo e inalienabile e offusca la vista. Lo può fare qualcuno dall’esterno, qualcuno che non è coinvolto nella stesura: limitandosi a scoprire cosa in realtà si muove nell’animo dell’autore. La mia ipotesi è che nell’animo di Silvia, quando ha scritto questo racconto, non ci fosse quella nota materna che si può leggere nella versione originale e che è causata da una sovrabbondanza di elementi puperflui, di giustificazioni; ma ci fosse invece un erotismo molto forte e deciso.

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          • per puperflui intendi superflui legati al pupo? 😀
            Sì, è verissimo, per questo serve un occhio esterno, che vede oltre la superficie. è un po’, se vogliamo, un esercizio di psicoanalisi del racconto.
            Comunque l’elemento materno, a mio avviso, non dovrebbe andare perso, perchè sottolinerebbe, per contrasto, l’altro elemento.

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            • Be’, il bambino c’è ancora… 😛

              Bisognerebbe però intendersi su cosa sia superfluo e cosa no. Cominciamo col dire che ci sono racconti/romanzi che fanno del superfluo una cifra stilistica necessaria: Moby Dick, ad esempio.

              Come si fa allora a capire cosa è superfluo? Diciamo, ma va un po’ preso con le pinze, che è superfluo tutto quello che l’autore aggiunge in un testo per autocensura, cioè per nascondere a se stesso ciò che si muove nei meandri più profondi del proprio io. Come si vede non è un terreno facile su cui muoversi anche per chi osserva dall’esterno.

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          • Uhm però su questo sarei curioso di sentire la controparte, ovvero le donne. Perché tu ed io da uomini, possiamo sentire facilmente l’erotismo di una donna che si sveglia e notare poco il pargoletto accanto. Ma una donna? Avvertirebbe pure l’erotismo, o propenderebbe per la maternità?
            Urge fra i commenti consulto femminile. 😀

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            • Aspettiamo il commento delle donne. Però, e lo sottolineo di nuovo, non è una cosa voluta dal mio esperimento. Io mi sono limitato a potare. Quindi se tu, leggendo, avverti una nota erotica significa che l’erotismo c’è. 🙂

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                • Un uomo, nelle opportuni condizioni, sarebbe capace di sentire una nota erotica nel rumore delle unghie sulla lavagna.
                  Anche una donna, sia chiaro, nelle opportune condizioni.
                  Come dicono i matematici, però, l’insieme intersezione delle condizioni è un epsilon piccolo a piacere 😛

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                  • Nelle opportune condizioni, noi, siamo dei maiali: è questa la verità! XD

                    Per fortuna che esistono le donne: se non le avessero inventate noi maschietti che faremmo tutto il giorno? 😛

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                    • @ Sulle fantasie delle donne non andrei così sicuro, che siano santarelline rispetto agli uomini. Per carità, nessuna maldicenza. Nel mio primo romanzo concluso, ma non pubblicato per evidenti difetti rilevati dall’editor, intersecavo la trama con alcuni racconti di donne narrati in prima. Ecco, credo che alcuni di questi racconti al femminile siano molto ispirati e validi. (Giuro che non ti faccio concorrenza con Confidenze :P)
                      Ammetto che ai tempi ho fatto parecchia ricerca cercando di penetrare alcune logiche femminili. Ho studiato posta del cuore, forum e chiacchierato con alcune amiche. Ecco… credo di conoscerle un po’ meglio le donne. Ad esempio, nella protagonista femminile, si potrebbe leggere un certo senso di erotismo (sottesa fantasia) per il collega Marco? Non necessariamente voglia diretta, ma quell’inconscio che ti vuole far sfuggire alla routine quotidiana di capelli spettinati al risveglio e neonato da allattare. Ecco sono curioso del parere di Silvia.
                      E fra l’altro, nella versione di Silvia (molto femminile) si intravede una porzione di depressione post partum che con la tua versione si è diluita.

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                    • Condivido la tua stessa impressione riguardo l’atteggiamento della protagonista nei confronti di Marco. La depressione post-parto poteva essere una nota superficiale. Se fosse stata il cuore del racconto non sarebbe evaporata eliminando solo alcune frasi.

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            • Credo che non si possa trovare una regola che valga per ogni donna, anche se a occhio la maggior parte delle madri ti direbbe che, almeno nelle prime settimane dopo il parto, l’erotismo è l’ultimo dei pensieri…
              Poi, visto che non può valere universalmente per ogni donna, ci potrebbe anche stare che il racconto fosse incentrato su questo, probabilmente lo renderebbe più accattivante e meno banale.
              Però non era questo il mio intento, almeno consciamente.. 😛

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  2. Concordo con Grilloz: questa versione ha un ritmo tachicardico che si sposa male con la scena e che fa tanto hard boiled, imho. La versione originale era molto più materna e, sempre imho, si percepisce bene che la mano femminile che ha prodotto questa scrittura è nascosta sotto un buon strato di intonaco, spalmato da un nerboruto maschietto che di maternità non ne nessuna esperienza. Esperienza diretta e fisica, intendo, perché l’Anfuso potrebbe avere un pargolo per ogni città e porto che attraversa. E alla porta, magari, c’è il padre o il fratello di una delle spose abbandonate. 😛
    Diversamente da Grilloz, invece, penso che ci siano dei punti in cui si è tagliato troppo. Per quanto io sia un sostenitore della scrittura per sottrazione (ne parlai da Helgaldo), non basta togliere parole per raggiungere il risultato ma serve togliere “situazioni”. Alla Salinger, per dire. E anche alla Carver, forse (qui, però, mi muovo su un terreno meno sicuro). D’altronde, per dimostrare ciò che dico (ché non è mica detto che sia capace di farlo, anzi, è detto piuttosto il contrario) bisognerebbe trasformare il racconto della incolpevole Silvia in un nuovo thriller paratattico. E non mi sembra proprio il caso.
    Anche l’idea che questo sia più vendibile andrebbe dimostrata: più vendibile a chi? Immagino che tu abbia come parametro di riferimento i tuoi interlocutori standard di “Confidenze”, ma è ovvio che non siano gli unici.
    E comunque, Salvatore, stai sereno: alla porta c’è il postino. Avrà portato delle bollette… XD

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    • Ma avrà suonato due volte? 😀
      Interessante il “toliere situazioni” ma non è in fondo un po’ quel che intendo io quando dico di togliere la spiegazione sul Milani? Tu cosa avresti tolto e cosa invece lasciato?

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      • Questo però non sarebbe stato l’esercizio di Salvatore. Avrebbe più il senso dell’editing (credo), perché avrebbe costretto Silvia a scendere di più nella mente della sua protagonista.

        Per esempio, si poteva togliere la spiegazione di chi sia Milani, spostando all’inizio la telefonata: in quel modo, il lettore ha tutto il tempo del brano per gustarsi il gusto dolce della maternità inquinato da tutti i dubbi che la sua mente saprà proporgli: lavoro, una fuga extra-coniugale, ecc. Così come la protagonista, che avrebbe potuto elencare tutte le occasioni “perse”.
        Si sarebbe potuto chiudere con Milani che fa capire chi sia. Oppure anche no, solo con l’amarezza di un’altra occasione persa. Infine, un’ulteriore soluzione avrebbe potuto essere la scrollata di spalle e il sorriso di chi sceglie comunque la figlia.

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        • Esatto, serviva un intervento sul testo di tipo diverso. Cioè un vero e proprio ripensamento. Anche il meccanismo che sta alla base del racconto, cioè un equivoco, è deboluccia.

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    • Sì, condivido anche con il tuo parere. Ovviamente il mio metro di misura è quello delle riviste per signore, l’unico che possiedo al momento. E concordo soprattutto sull’idea che, capeggiata da pochi in realtà, i gusti sui racconti non possono essere discussi. Voglio dire, anche un racconto poco riuscito potrebbe trovare dei lettori che l’apprezzano. Tuttavia c’è, esiste, una bellezza assoluta. Ho impiegato un po’ di tempo a capirlo. E questa bellezza assoluta non è altro che un “corrispondere a un canone”. Questo racconto rivisitato (in realtà non pienamente, perché come ho detto avrebbe bisogno di un lavoro di modellamento diverso, non limitato alla sola sottrazione) rientra appunto in un canone.

      Invece non concordo sul tachicardico. Se leggi con calma, cioè con lentezza, i primi due paragravi l’impressione che dovresti ottenerne è molto più attinente all’idea che stava alla base del racconto di Silvia, secondo me, con in più una resa poetica superiore, grazie a una maggiore vaghezza dell’espressione.

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      • Nei primi quattro paragrafi c’è una maggioranza di frasi composte in buona sostanza da due elementi:
        “Chiara dorme. Gliela bacerei. Resto nel letto. La stanza è un quadro. Non inonda l’ambiente: lo scava. Le spalle curve. I capezzoli dolenti. Mi gira la testa. Un po’ di zucchero, grazie.”
        Questo uso della punteggiatura mi fa correre e spezza il respiro. Però forse sono io e leggerlo al lavoro, in mezzo ai telefoni che squillano, non aiuta 🙂

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        • Vero, è inevitabile senza modificarne la sintassi. Tuttavia prova a leggere ogni frase staccandola completamente dalle altre, come se l’intero avanzare fosse un lento risveglio: prima contrai e rilassi le dita delle mani e dei piedi; poi sbatti gli occhi, che faticano ad aprirsi; i capelli sono scompigliati; la stanza ha quell’odore tipido di aria viziata del mattino; la luce, passando sghemba attraverso i varchi della veneziana, l’attraversa scolpendo sulle pareti i profili dei mobili; poi un lungo respiro, quasi una presa di coscenza; una contrazione di membra rilassate e, piano piano, il mondo torna reale.

          La nota materna del racconto originale si perde (non è detto che fosse utile), ma si guadagna una donna più complessa, quasi insoddisfatta, e soprattutto erotica con quei capezzoli che le dolgono, quel sapore di miele in bocca, quel Milani che chiama al momento opportuno: quando lei ha voglia di tornare alla vita, di bere un caffè, di parlare di lavoro, di venire corteggiata. Davanti non hai più una mamma che dice: “Be’, la mia occasione l’ho avuto, adesso faccio la mamma”. Davanti hai una Donna Moderna… 😛

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        • Sì, ho notato la stessa cosa, Silvia tende a usare frasi un po’ più lunghe, il tagliare ha portato a frasi brevi, un secondo intervento dovrebbe riprendere queste frasi e risaldarle tra loro. Non era lo scopo dell’esperimento, ma l’esperimento ha mostrato che serve un intervento sulla sintassi, dopo aver effettuato la sottrazione.

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  3. Io credo che lavorare all’editing con un editor o con uno scrittore già esperto, sia una esperienza di crescita davvero interessante.
    In questo caso io mi trovo a dire grazie sia a Silvia e a Salvatore, perché purtroppo, nonostante in giro si parli molto di scrittura e di editing, mancano spesso esempi pratici (di rilievo).
    Credo che la sottrazione applicata da Salvatore sia parecchio efficace. Rende il racconto più minimalista, ma soprattutto sgrossa alcune parti che nella versione originale, col senno di poi erano di troppo.
    E’ anche vero il ragionamento di Grilloz e Michele. Così operando si perde ritmo e parte dell’intimità. Però è anche vero che in un editing compiuto il testo sarebbe tornato allo scrittore per essere rimodulato.
    Grazie per l’opportunità.
    E a questo punto direi: tutti a casa di Salvo. Se non lo uccidiamo, almeno una birra ce la offre. 😛

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    • Una birra la offro sempre volentieri agli amici. 😉

      Diciamo che per entrambi, Silvia e me, esporsi in questo modo è un grande atto di coraggio di cui bisogna prendere atto. Secondo me Silvia ha fatto grandissimi passi in avanti. Questi esercizi con lei li abbiamo già fatti diverse volte, in passato, via mail. E diversamente da quasi tutti, Silvia non si scompone mai; non si indispettisce: impara. Secondo me è una grande. 🙂

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      • Confermo la tua impressione su Silvia. 😉
        E poi anch’io sarei disposto a farmi editare da te, e da altri che reputo sul serio in gamba. Perché da questi confronti si può solo crescere. Lo scrittore che si arrocca pensando d’essere Salinger (e anche Salinger aveva bisogno di editing) non fa altro che sprecare inchiostro e opportunità. 😉

        P.s. Certo, se nel farmi l’editing vai giù pesante una scazzottata ce la facciamo, basta che per quando abbiamo finito la birra è sempre in fresco. 😀

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  4. Ovviamente ho letto prima il tuo. Dell’originale solo le prime righe. Però è molto meglio quello, come scrivono tutti quelli che l’hanno apprezzato lì.
    La sveglia è un elemento inutile, La telefonata è il senso del racconto. Quindi già sbagli da subito. Non ho colto da te chi è Chiara, chi è il personaggio (pensavo che Chiara fosse la fidanzata e lui un uomo). Solo più avanti comprendo che parla una giovane mamma. Hai tolto troppo.
    Siamo sicuri che sottrazione vuol dire banalmente tagliare? Ora tu sottrai perché hai una gabbia grafica in cui stare. Ma rischi di inaridire il racconto togliendo le sfumature. Due cose che non mi piacciono: la luce scava (non riesco a immaginare che la luce scava, magari striscia), anonimo come le mie giornate piatte. Togliere piatte.
    In generale è fredda la tua versione, non so l’altra perché non sono andato oltre la decima riga, ma gira meglio quel motore. Bocciato perché non lo migliori, forse lo peggiori. Anzi, l’hai editato all’Anfuso, e non alla Silvia. Sembra che l’hai scritto tu, come lo scriveresti tu. Il che non vuol dire che lo scriveresti male, ma con il tuo gusto.

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    • Come dicevo non è stata un’operazione di editing, ma solo di taglio. Non ho aggiunto parole; ho tolto parole. E’ chiaro che nel farlo ho seguito il mio gusto, e questo purtroppo è inevitabile. Se si potesse far fare questa operazione a un computer asettico sarei curioso del risultato. Dici che è stato tagliato troppo? E tu cosa avresti tagliato, invece?

      Sottrazione non vuol dire banalmente tagliare, ma è il metodo – l’unico – che ho deciso di seguire. L’unico che mi sarei permesso di seguire. Se l’avessi davvero riscritto, come rilevi nella tua impressione, allora potresti giudicare, confrontando le due versioni, la resa. In questo caso, però, non c’è stata riscrittura. Solo uso del cancelletto. Quello che c’era è rimasto, ma forse è emerso qualcos’altro…

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  5. Esperimento interessante. Il fatto che cancellando hai fatto emergere un lato di personalità rimasto nascosto è perché quella femminile è una personalità splendidamente multipla, siamo noi maschi a essere monomentali. Se fai lo stesso esperimento su un racconto (sempre “psicologico”) scritto da un uomo cosa rimane? Esperimento da tentare.

    Mitico Helgaldo che ha letto prima il tuo, e ha ragione: leggendo le prime righe si immaginano addirittura
    due donne nello stesso letto, dubbio che nel racconto di Silvia non sorgeva poiché nominava subito un “lettino” facendo subito capire che Chiara è una neonata.

    Il ritmo frenetico delle tue prime frasi poteva essere ammorbidito da una virgola al posto del punto e una congiunzione, non puoi suggerire al lettore un ritmo di lettura, devi imporlo:
    “Il suono della sveglia perfora il mio sonno, un guscio fragile. Chiara dorme, il suo respiro increspa il lenzuolo. Tiene la mano sul cuscino e lo stropiccia appena. Gliela bacerei.”

    Mi è piaciuta l’immagine della luce filtrata che estrae dal buio le forme della stanza, come farebbe uno scultore dalla pietra, brava Silvia. Ma, se questa è l’interpretazione corretta, al posto di “scava” si può usare “scolpisce” che rende ancora di più l’ordine delle forme.

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    • Vero, ma significava intervenire con ancora maggiore decisione sul testo. Mentre il metro che mi ero posto di adoperare, lì dove non si rendesse neccessario un intervento inteso ad assestare la sintassi, era quello di usare solo il cancelletto.

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      • P.S. l’immagine della luce che scava nella stanza le forme dei mobili è piaciuta molto anche a me, e in una versione più manipolata credo di aver sostituito a scavare proprio il termine scolpire. Vado a memoria eh.

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  6. Eccomi!! Prima di tutto grazie di cuore a Salvatore per aver utilizzato il mio racconto per il suo ottimo esperimento. Al di là di tutto, lo ritengo comunque un onore.
    Poi grazie a tutti per i commenti e i suggerimenti, di cui farò tesoro.
    Con Salvatore abbiamo avuto alcuni scambi già in passato e so di aver imparato di più da questi che da tanti anni di letture personali.
    Per cui, credetemi, l’accettare la sua proposta non è sintomo di coraggio (io in realtà sono una fifona), semmai è il cogliere una grossa opportunità di crescita. Del resto, cosa stiamo a fare qui se non imparare?
    Penso che sia molto più costruttivo scavare alla ricerca dei propri limiti ammettendoli anche pubblicamente piuttosto che lustrarsi gli occhi di fronte a presunti meriti. Gli unici meriti che mi riconosco sono la costanza e la voglia di imparare.

    Quanto alla versione di Salvatore, è inevitabile che esca una voce diversa, proprio perché questo esperimento è condotto attraverso l’uso di tagli: in parte perché viene resa più evidente una vena più profonda e di cui io non avevo del tutto coscienza, in parte perché mediata dal suo gusto e dal suo modo di scrivere. Ed è altrettanto inevitabile che di perda qualcosa di quello che, bene o male, è il mio stile. D’altronde, un conto è il sottrarre, altro è il riscrivere, che dovrebbe essere a carico dell’autore. Tanto che sono anch’io dell’idea che ora andrebbe fatta una riscrittura da parte mia. E, anzi, penso proprio che ci lavorerò su.

    Per quanto riguarda il presunto erotismo, sinceramente è un aspetto a cui non avevo proprio pensato. Anzi, il mio intento era molto più banale: quello di mostrare la frustrazione che sovente coglie una donna dopo il parto, che non è depressione post-partum, ma è la consapevolezza che da quel momento la propria vita si è trasformata in modo irreversibile con la conseguente difficoltà di adeguarvisi.

    Infine, vorrei porre un po’ a tutti una domanda. Ritenete che andrebbero fatti gli stessi tagli anche se si trattasse di un romanzo?

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    • Grazie a te Silvia, è stato un esperimento interessante. Naturalmente anch’io ho imparato molto da questa esperienza: è sempre uno scambio. La vena erotica c’è, e il fatto che sia inconscia potrebbe significare qualcosa. O forse sono andato a cesellarla io con i miei tagli, ma non credo.

      Invece, riguardo alla domanda che poni, non credo di avere bene capito cosa intendi. Mi pare di capire che immagini una certa differenza di atteggiamento tra un racconto e un romanzo. Allora forse vale la pena fare un passo indietro, e chiarire che l’esperimento che ho tentato non ha nulla a che vedere con un normale editing. Quindi la questione non si pone. I racconti e i romanzi sono due mezzi differenti, come lo è la poesia. Di conseguenza l’atteggiamento, nell’affrontarne la riscrittura, sarà diverso.

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    • PRima di una riscrittura, se posso, ti proporrei questo altro esperimento. Alla luce dei tagli di Salvatore, e soprattutto della motivazione degli stessi, perchè non provi ad effettuare tu i tagli che adesso riterresti utili? Sarebbe interessante, magari anche solo di un pezzo, poter confrontare la tua nuova versione con quella di salvatore.

      Sulla domanda, beh, un racconto, per la sua brevità, permette una cura sicuramente maggiore, tuttavia il “superfluo” a mio avviso merita di essere tagliato in ogni caso.

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      • Sì pensavo anch’io di usare i tagli di Salvatore come punto di partenza ma di lavorare su tagli miei.

        La difficoltà sta sempre nel capire quanto si tratta di superfluo per questione di gusto personale e quanto lo sia oggettivamente. E’ lì che mi perdo… 😦

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  7. Poi ci sono i gusti dei lettori, immagino!
    Io, per esempio, ho preferito la versione di Silvia, questa è troppo asciutta, non saprei come definirla meglio! L’altra, “più spiegata”, accompagna di più dentro quella situazione, qui sembra che tutto porti velocemente al malinteso in chiusura, perde un po’ di musicalità. È come percepire troppo l’eco del tuo stile.
    È una mia impressione. Certo, se avessi scritto io questo testo e ricevessi la tua versione, metti, da editor, entrerei fortemente in crisi.
    Chiederei a Silvia: cambieresti la tua versione con questa?

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    • Lungi da me mettere in crisi Silvia. Di scambi ne abbiamo avuti altri e non mi pare che il suo stile sia cambiato, se non per una maggiore maturità. E, certo, esistono i gusti dei lettori. Tuttavia, se parliamo di gusti, ogni opera, anche quella che ci appare la più scadente o la più riuscita, sono ingiudicabili se non nei termini di: mi piace, non mi piace.

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      • Lo stile, poi, appare inevitabilmente più asciutto, visto che si è trattato di una sottrazione e non di un’aggiunta. Sarebbe stato strano, dopo aver tagliato delle cose, ritrovarselo più corposo. 🙂

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      • Il fatto è che non afferro bene il concetto di superfluo. Mi sono accorta che in fondo la struttura del racconto di Silvia è rimasta grosso modo quella, ma non ho capito il perché del tuo intervento volto ad asciugare la storia. Perché è meglio dire, o dovrebbe essere meglio dire:

        “Il suono della sveglia perfora il mio sonno, un guscio fragile. Chiara dorme. Il suo respiro increspa il lenzuolo. Tiene la mano sul cuscino; lo stropiccia appena. Gliela bacerei.

        invece di un più discorsivo ma, sempre a mio avviso, non disturbante:

        Il suono della sveglia perfora il mio sonno, diventato da qualche tempo un guscio fragile. Che giorno è? Lunedì, forse martedì. Un giorno di lavoro, per gli altri. Lo capisco dal fatto che a fianco a me il letto è vuoto. Giorgio è già andato a lavorare. Chiara dorme nel lettino. Il suo respiro increspa il lenzuolo. Lei tiene la mano sul cuscino, lo stropiccia appena. Gliela bacerei.”

        Nella tua revisione c’è una scansione diversa, un ritmo “meno morbido”, io preferisco immaginare una donna che perde la cognizione del tempo (che giorno è? lunedì, forse martedì), che sa il marito a lavoro e la figlia accanto a dormire nel suo lettino (il termine “lettino”, tra l’altro, fa subito pensare a un neonato).

        Dico solo che entrambe possono essere due versioni valide a seconda dei gusti del lettore.
        Il brutto è brutto a prescindere dalle preferenze per uno stile o un altro e la scrittura scadente mette d’accordo anche chi ha gusti molto differenti.

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        • Questa è una bella domanda, Marina. Provo a rispondere. Al di là dello stile dell’autore (e chiaro che la mia versione non può essere la versione di Silvia né quella definitiva), è superfluo tutto ciò che l’autore/trice inserisce per censura interna, cioè per non parlare di quello di cui vuole davvero parlare. Ora, non essendo possibile paragonare le due versioni, non ha senso neanche confrontare i rispettivi paragrafi. Tuttavia, visto che io non ho modificato nulla ma solo tolto, tutto ciò che nella versione potata svanisce o appare più fievole non era probabilmente così importante; tutto quello che invece viene fuori esaltato è possibile che abbia un certo eco nel sentimento dell’autore. Partirei da una versione così asciugata per pormi delle domande su cosa volesse davvero raccontare l’autrice. Non è detto, infatti, che il tema scelto – la mamma con la crisi post-parto che si trova senza lavoro e deve gestire una vita diversa da prima – per l’autrice fosse davvero fondamentale. E’ possibile che abbia scelto quell’argomento più o meno a caso, ma che dentro di sé maturasse invece un sentimento diverso, perfino agli antipodi. Tagliando dei pezzi non può emergere quello che nel racconto non c’è, ma può emergere ciò che è nascosto. Da qui si può partire con un’analisi più strutturale sul contenuto e magari stravolgere persino totalmente l’argomento. Questo nell’ipotesi che l’autrice abbia scelto un argomento più o meno a caso. Ma se così non fosse, se la scelta fosse stata più viscerale, non sarebbe bastato un semplice gioco di sottrazione a modificare tanto radicalmente le cose.

          Poi c’è tutta una spiegazione che mi riservo di non approfondire in questo contesto legata alla vaghezza, ma che si può desumere da alcuni guest post di Montagner pubblicati in questo blog. Una versione più vaga è inevitabilmente più poetica (bisogna sempre fare lo sforzo di non limitarsi a valutare la versione asciugata per ciò che è, ma fare uno sforzo più lungimirante immaginando cosa potrebbe essere) e quindi più attinente a un certo canone estetico. Tuttavia anche espandere e dilatare sono attinenti a un certo canone (Moby Dick, ad esempio), solo che allora andrebbe fatto diversamente, dilatando il più possibile. Ma sebbene in un romanzo abbia un certo senso, in un racconto (che è una versione breve) ne ha meno.

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  8. Innanzi tutto complimenti a entrambi. È un esercizio utilissimo da leggere e difficilissimo da fare e da subire. Oggi sono un po’ sballottata e anche i miei commenti sballottano oltre i limiti della coerenza. Sono d’accordo con Hel sul fatto che si perda troppo nella versione di Anfuso e che il titolo “La sveglia” non sia il più azzeccato, tuttavia preferisco la versione corta. Fossi l’autrice contratterei per un taglio meno incisivo, lascerei qualche parola in più qua e là, ma apprezzerei lo spirito della revisione. I dialoghi devo dire che mi piacciono. In un racconto così non penso debbano essere fuochi d’artificio, vanno bene naturalistici.
    In generale penso che al momento Salvatore sia troppo autore per essere un buon editor, e tende a sovrapporre il suo gusto a quello dell’autrice, tuttavia ha buone intuizioni, quindi in futuro lo vedo come un superbo editor.

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    • Troppo buona, Antonella. Sicuramente hai ragione nel dire che sono troppo autore. E’ inevitabile che nel potare mi sia basato sul mio gusto. Non è sempre così però? Anche gli editor, con molta più professionalità di me, seguono il proprio gusto.

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      • Per quello che ho capito io no. Tu dici che un buon editor spesso è anche uno scrittore, ma gli editor di case editrici con cui ho parlato quando ho fatto il corso (gente che edita premi nobel, almeno in un caso) no, hanno detto che sono proprio due talenti diversi. L’editor fiuta le potenzialità stilistiche di un autore, anche reprimendo il proprio gusto personale, e le mettono in luce. Chiaro è che un editor che apprezza lo stile di un autore è meglio, ma ho anche sentito dire “a mio gusto preferisco un’altra prosa, ma capisco che quella funziona meglio in quel contesto e lavoro di conseguenza”. Quando abbiamo provato a editare, i miei risultati sono stati più o meno come i tuoi, cioè tendo troppo a sovrapporre il mio gusto. Per chiudere il cerchio, io stimo molto Franco Forte, che è editor e scrittore, ma trovo che gli autori (se non altro quelli che ho letto) che si affidano a lui poi finiscono per assomigliargli troppo, non so se perché lo stimano e quindi loro stessi finiscono per imitarlo o perché lui li indirizza verso il proprio stile. Credo che quando un editor è anche scrittore il rischio appiattimento sul suo stile esista sempre e per questo io non mi azzarderei mai a fare un editing professionale, non riesco ad annullare la mia cifra stilistica a favore di quella di chi ha scritto il testo.

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    • Grazie, Antonella. Soprattutto per aver salvato i miei dialoghi! 😛
      Come ben dici tu, lo spirito delle revisioni di Salvatore mi è stato fondamentale (e non solo da oggi) per migliorarmi, per cui i suoi tagli non mi fanno paura, semmai mi inducono a osservare il mio testo sotto varie angolazioni nel tentativo di avvicinarmi il più possibile a ciò che può essere considerato oggettivamente pregevole. 🙂

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  9. Grazie, Marina, per l’apprezzamento. Non sono entrata in crisi, anche perché, rispetto ad altri miei racconti che Salvatore ha letto e commentato, questo si è salvato alla grande. 😛
    Ma per rispondere alla tua domanda, ti dirò che in effetti alla prima lettura della versione di Salvatore sono rimasta perplessa perché non mi era molto chiaro se ciò che ne usciva era ciò che avevo scritto io. Tuttavia, subito dopo mi sono resa conto che l’arrivare, attraverso questa operazione, allo scheletro del mio racconto (così credo vadano interpretate le sottrazioni di Salvatore) mi può permettere di lavorare in modo più proficuo.
    Come dice Salvatore, i gusti sono gusti, tuttavia ci sono canoni di bellezza a cui più si aderisce, più si ottiene un opera oggettivamente pregevole.
    La mia versione non è paragonabile a quella di Salvatore così com’è, perché la sua è, per il momento, un tramite per arrivare ad una nuova (mia) versione più aderente ai canoni di cui sopra rispetto alla mia versione originale.
    Ci sarebbe poi anche da dire che Salvatore,per esagerata correttezza nei miei confronti, ha postato una versione senza riscritture, cosa che inevitabilmente rende il testo più freddo. in realtà in un primo momento aveva riscritto il dialogo finale, poi, non l’ha utilizzato. Con quel dialogo, a mio parere, la sua versione prendeva un nuovo senso. Forse non era il mio, ma aveva una sua coerenza.
    Tutto ciò non è molto diverso da ciò che accade quando giochiamo con il thriller paratattico, se non fosse che nel thriller ognuno propone la sua versione, qui Salvatore ha lavorato sulla mia.

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  10. Ma com’è che gli uomini amano tanto tagliare i testi?!
    Salvatore non mi odiare, ma io preferisco la versione più “calda” di Silvia. Ho l’impressione che più che di editing si tratti di un cambiamento di stile, da femminile a maschile. E’ una questione di gusti, ovviamente. C’è chi preferisce una scrittura asciutta, chi più morbida. Comunque l’esperimento è interessante e conferma la mia idea che voi uomini siete sintesi e noi donne analitiche, o prolisse se preferite 😉

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    • Perché dovrei odiarti? Se posto qualcosa è per aprire un confronto, altrimenti lo tenevo riservato tra me e Silvia e la storia finiva lì. Tuttavia devi valutare la versione esposta da me come qualcosa di ibrido. In fase di riscrittura, Silvia la potrebbe rendere nuovamente tonda e calda. Solo che partirebbe da un approccio diverso sul contenuto e sulla forma.

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  11. Però, se posso spezzare una lancia, anzi vista la frase fatta, due lance a favore di Salvatore, io credo che nell’asciugare un racconto in questo modo, il rischio sia di appiattire troppo le sfumature. Però un lavoro del genere lo ritengo importante, soprattutto per chi come alcuni di noi, hanno ancora tutto da dimostrare per raggiungere uno stile maturo.
    Quanti aggettivi sono il frutto dell’insicurezza? Quante subordinate hanno una reale funzione? Quanti spiegoni spesso si infilano come tarli?
    Anche gli scrittori professionisti ci cascano.
    Tempo fa, lessi da una editor un consiglio eccezionale. Quell’editor scagliava mazzate agli “Indifferenti” di Moravia. Quindi prendeva di mira la roba alta della nostra letteratura. Eppure gli “Indifferenti” è la prova d’esordio di Moravia e secondo l’editor e io convenivo con lei, il romanzo mostra segni di insicurezza.
    In pratica il consiglio semplice e pacato della editor a noi apprendisti scrittori è: fidati del lettore.
    Non devi spiegargli tutto, non devi eccedere per paura che non capisca.

    Quindi un lavoro come questo di Salvatore, dell’asciugare, come se il testo fosse costretto a una dieta dimagrante, spesso toglie quel soverchio che appesantisce la storia. Occorre trovare il giusto equilibrio, e magari reinserire se la sforbiciata è stata eccessiva. Però è una strada che io ritengo importante se si vuole imprimere un solco alla propria scrittura.

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    • Concordo, Marco. Io so che un mio grosso limite è proprio quello che indichi tu: la paura che il lettore non capisca. Invece il lettore capisce di più quando si spiega di meno, anche perché così viene lasciato maggiore spazio alla sua interpretazione e la prospettiva si amplia invece che chiudersi sul punto di vista che impone chi scrive.

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    • La lancia l’avrei spezzata io ma ero fuori a bere una birra 😀
      I tagli qui proposti non vanno visti come tolgo questo aggettivo e questo avverbio per accorciare la frase, ma proprio come tolgo quessto pezzo perchè non aggiunge nulla di interessante al lettore.
      Secondo me va un po’ visto così: penna rossa sul testo scritto, tagli qui tagli lì, questo non serve. Poi dal testo sforbiciato si tira fuori la nuova versione.
      Insomma asciugare non vuol diere accorciare le frasi.

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  12. Ho già commentato su fb e quindi non mi ripeto, ma visto che tagliare e snellire il racconto è il senso che anche Silvia cerca per capire meglio i suoi punti di forza e di debolezza, mi soffermo solo sull’aspetto paragone dei due testi.
    I gusti personali lasciano scegliere la formula più completa o più stringata, ma il solo fatto di leggerli entrambi li mette in paragone. Se questo non avvenisse anche la tua versione parrebbe completa, è nel confronto che si nota quanto accorci quelle morbidezze da donne, che forse solo noi donne cerchiamo e ci fanno tanto sentire di parte. Infatti è anche per questo che continuo a preferire la versione di Silvia.
    Mi torna in mente la trilogia di Millennium in versione ridotta, quando l’ho vista ho anche scoperto che i libri vengono corretti con il sistema del taglio per velocizzare la lettura. Moda perfetta per movimentare il mercato. Solo chi ha letto la versione integrale potrà dire la sua, se meglio o peggio il bignami, solo chi anche attraverso la versione ridotta avrà percepito il senso della storia voluto dallo scrittore avrà comunque ricevuto la soddisfazione della lettura.
    Io resto per scelta tra quelli che si leggono il malloppo integrale, trovando spesso i libri troppo corti asciutti ed impersonali, ma stilisticamente se mi appassiono ad un autore non vorrei si modificasse per andare incontro al mercato svogliato ed annoiato.
    Non oso pensare come taglieresti i miei di racconti…altro che Edward mani di forbice!

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    • Ciao Nadia, benvenuta nel blog e grazie per il tuo commento.

      Le due versioni, come dicevo negli altri commenti, non sono confrontabili alla pari. Quella che propongo io è solo un esercizio di sottrazione che, per essere fruita pienamente dal lettore, andrebbe poi rimodellata dall’autore. Quello che è interessante notare, attraverso questo esercizio, il quale, ci tengo a ricordarlo, non modifica nulla: toglie e basta, sono gli elementi che dal testo originale si assottigliano e quelli che invece emergono. E sono questi quelli che Silvia cerca per confrontarsi con la propria scrittura e maturare.

      Quelle rotondità di cui parli hanno un senso solo se sopravvivono alla sfoltitura, la quale certamente passa attraverso il mio gusto personale ma al quale altrettanto certamente non si può porre rimedio (tra l’altro anche gli editor veri, pur molto più professionalmente di quanto potrei fare io, agiscono sulla base dei propri gusti e dei propri canoni di riferimento).

      Questo non significa che il racconto di Silvia è migliore sfoltito in questo modo, ma che questo è un punto di partenza per ragionare e riscriverlo. Quello che noto, soprattutto dai commenti, è una grande insofferenza da parte degli aspiranti scrittori (ma forse vale anche per gli scrittori già maturi) verso tutto ciò che interviene a modificare ciò che hanno scritto, come se fosse oro colato di cui essere gelosi. Ma se così fosse, com’è che non ancora non hanno pubblicato con le Major? Se l’obbiettivo è crescere, allora tutto ciò che serve a questo scopo va coltivato, comprese le riscritture e le correzioni. Se poi qualcuno è un genio in erba, e come tale ingiudicabile, il tempo lo dimostrerà.

      Sulle versioni contratte dei libri già pubblicati, che quindi rappresentano di suo già un prodotto finito, cioè passato al vaglio dai professionisti dell’editing, invece non sono tenero come te: per quanto mi riguarda è una bieca e insensata manovra commerciale che poco ha a che spartire con la letteratura. Io, potendo, non lo permetterei. Ma deve essere chiaro che stiamo parlando di testi già maturi che, come tutto ciò che passa attraverso il lavoro di una casa editrice, ha già subito il suo bel processo di maturazione e modificazione.

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      • concordo in pieno con il discorso dell’editing che, ripeto, non conosco e presto mi toccherà in prima persona e scoprirò sulla pelle quanto vorrà sfoltire dei miei scritti. Forse è proprio il verbo tagliare che fa male all’autore, perché mentre scrive pensa già di aver sottratto l’inutile, i fronzoli inopportuni, ma poi si ritrova a dover tagliare ed ancora tagliare…conosco scrittori che scrivono per Major con lo stesso solito problema. Staccarsi da pensieri che si pensava brillanti è dura, ma è dura soprattutto perché non si è ancora creato il distacco emotivo necessario per vedere il proprio lavoro, solo, come un lavoro. Io Silvia ho imparato a conoscerla abbastanza a fondo e so che in questo momento ha più bisogno dei tuoi consigli che dei miei, dettati solo dall’amicizia, ma per nulla critici da farla crescere. E’ che è più forte di me, non ci vedo difetti in quel racconto, mi piace e mi avvince com’è.
        Quindi sperando di non essere stata fraintesa riconosco che i tuoi tagli hanno insegnato a lei quello che le verrà più utile per il suo romanzo in fase di editing.

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  13. Buon salve: è il mio primo commento in questo Blog, spero di non far danni.
    I due racconti, o meglio: due versioni, hanno ritmi e stili diversi: quello di Silvia dolce e sonnolente, quello di Salvatore, come già detto, cardiopatico e cadenzato, so’ gusti.

    Bisogna apprezzare Salvatore per l’azione “antipatica” – notare virgolette – e cioè quella di amputare un’opera altrui, in modo egregio però, attirandosi le ire – notare le non virgolette – delle lettrici e lettori della collega: bravo.

    Unico appunto.
    Sui siti preposti alle recensioni di libri e altre cosucce ricorre sempre questa frase: “uno stile diretto/asciutto e senza fronzoli” che boh, mi verrebbe da chiedere come siano questi fronzoli: ormai, vuoi per il dominio anglosassone sul mercato ( e anche per i media audiovisivi), la paratassi e la scrittura “Show e non Tell” spadroneggia e, non per dire, appiattisce il piacere di leggere. E per questo dico che invece di asciugare e asciugarci bagniamoci un po’.

    Un saluto.

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    • Ciao Rewind, benvenuto/a nel mio blog e grazie per il tuo commento. Che dire?, lo condivido dall’inizio alla fine, con una sola precisazione al tuo appunto: è condivisibile il sentimento di nostalgia per uno stile se non propriamente barocco, quantomeno più ricercato della media. Quello che non capisco dei commenti precedenti, ad esempio, è che mi si accusa di aver fatto prevalere il mio gusto (e questo e senz’altro verso) ma anche di aver contribuito a ridurre il racconto di Silvia al mio stile. Ora, ti pare che il mio stile sia asciutto? Lo è, certo, quando serve che lo sia (domani ad esempio pubblicherò un racconto che piacerà a pochi), non lo è quanto l’effetto voluto dev’essere un altro. Io sono più pragmatico rispetto alla media, o forse riesco a districarmi fra cifre diverse.

      Ti ringrazio, per altro, per aver reso giustizia al mio intendo riguardo ai commenti, anche se in realtà qui si è tutti più o meno amici ed è comprensibile il sentimento di antipatia che si suscita quando si azzarda un’operazione del genere. Tuttavia c’è affetto, è lo dimostra il modo in cui la stessa Silvia è intervenuta a difendere le mie scelte: qualcosa di veramente anomalo rispetto a quanto succedere, forse, nel resto del mondo.

      P.S. conosci il termine “paratassi” che, e sfiderei la maggior parte dei miei lettori, senza l’intervento di Google, a dire altrettanto, mi fa supporre un uso accorto della nostra lingua: se vorrai in futuro soffermarti ancora su queste pagine, a me non potrà che fare un immenso piacere.

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  14. Grazie del benvenuto.
    Mi sono spiegato male: sono per la varietà di stili e, invidio assai, chi riesce a usare una prosa barocca, grassoccia o “piena” (alla Gadda) senza risultare artificioso o manierista.

    Sullo stile asciutto:
    “Mi alzo dal letto; le gambe indolenzite. Che ore sono? La luce non ha la solita angolazione. In casa non ho orologi. Prendo in mano il cellulare. C’è una chiamata a cui non ho risposto, quella che mi ha svegliata. C’è un nome sul display: Marco. Non so chi sia. Accidenti alla mia dannata abitudine di non registrare i cognomi. Mi sforzo di ricordare”

    I punti danno un effetto telegrafico e anche musicale, e il taglio dei pensieri – forse la critica maggiore che hai ricevuto – danno alla protagonista un tocco da donna in carriera che corre in ufficio con il caffè in mano e le pratiche sottobraccio, una multitasking vivente.

    Questo, abbinato ai dialoghi botta e risposta, ai cambi di scenario/salti temporali e allo spazio tra le battute, danno una velocità che è perfetta per la lettura non cartacea: infatti mi è capitato spesso di non terminare la lettura di racconti in forum e blog proprio perché erano muri di descrizioni ambientali e flussi astratti di pippe mentali, che su un libro si possono anche leggere, ma davanti a un monitor no, sia per un fattore fisico che estetico.

    Spero di non aver detto troppe fregnacce.

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  15. Pingback: Dubbio n. 18: Quanto e quando tagliare? – LETTORE CREATIVO

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