Visioni al Salone del libro 2016


quisquisfarfalle

Primo giorno

C’è qualcosa, sempre, che ti spinge a insinuare le tue membra tra una serpaia di volti tumefatti: dall’attesa estenuante sotto nembi minacciosi, dai palpeggiamenti indiscreti di fantaccini in divisa, dal glabro sorriso di musi tirati; la visione di tonnellate di carta che, lo sai, sarà da macero prima o poi ti attira come i nugoli di mosche dai fiumi di miele; ed è una visione, superato lo sbarramento dell’accredito professionale, a spalancarsi ai miei occhi: viluppi di carta contenute tra materne mucose di copertine colorate; chincaglieria bellettata confusamente disposta a divagare lo sguardo; corpi voluttuosi, rattratti nelle stoffe, di giovani stagiste sottopagate; un drago, che steso annoiato, lumeggia speranzoso i passanti… Una fantasmagoria di visioni balbe capaci d’indurre ansia nel consumatore più assuefatto. Ma il Salone internazionale del libro di Torino quest’anno è molto più di questo: è speranza, soprattutto.

Speranza che la crisi sia passata, che i visitatori accorrano più numerosi, che le polemiche per i buchi finanziari lascino spazio a vuoti di memoria, che frotte di bambini e ragazzini, come nugoli suddetti, bercino zigzagando fra lettori infastiditi: perché «il bambino che oggi legge è un adulto che domani spende»; infine che i libri si vendano più del pane poiché l’editoria ha fame e qualcuno la deve nutrire. Mi muovo, intimorito, fra gli stand, percorrendo viali colorati e solcando traverse numerate; intimidito dagli sguardi carichi di una nervosa attesa e dai sorrisi accesi da una passione inconfessabile. Si organizzano convegni, presentazioni, dibattiti: ma le cose da dire sono sempre le stesse: le casi editrici a pagamento sono cattive (se ne sono accorti perfino gli editori); il self è un grande bluff che osserviamo con vivo interesse (atteggiamento evidentemente pencolante); gli autori, soprattutto esordienti, devono fare passettini discreti accumulando crediti; gli editori raschiano il fondo in una perenne perdita di denari; il marketing è una cosa brutta cui tutti prima o poi tocca sporcarsi; infine, tu, se per caso sei un aspirante autore di belle speranze, perché non vieni a dirci la tua visione del domani? Noi le idee chiare non le abbiamo.

Ed è quest’ultima affermazione che mi blocca il passo; che ghiaccia sulla sedia il mio rigido deretano; che m’impone di smetterla di slumare le terga di quella tizia seduta lì – con i pantaloni attillati e la camicetta stazzonata, tanto da lasciare esposta impavidamente una boffice mezzaluna di carne abbondante – e di concentrare la mia attenzione su quanto, sviato dalle visioni, non avevo ancora notato. C’è qualcosa di diverso in questo Salone. Non so ancora dire cosa, ma c’è. Allora indago: l’età media è verticalmente scesa; i libri che hanno smesso di raccontare storie, che alternando immagini e altri materiali ai contenuti narrativi si sono fatti più numerosi; c’è perfino una casa editrice che cerca autori di quei generi non generi che prima proprio non si vendevano. Ed è lì che mi presento: tre giovani donne romane, un gorilla sullo sfondo, copertine d’autore, colori caustici di accese e acide tonalità, idee chiarissime, soldi pochi: ma ci siamo abituati. In un angolo del padiglione uno scrittore polacco racconta in un quasi perfetto italiano la storia del suo libro, nel quale una biblioteca parla come fosse umana! … e questo mi fa venire in mente un certo posacenere.

Tutto mi appare così postmoderno… Forse è in atto una rivoluzione; forse sono io a caccia di visioni.

58 Comments on “Visioni al Salone del libro 2016

  1. Che ci sia parecchia confusione nelle idee degli editori è chiaro come il sole (per usare una metafora banale). Lo dico da sempre, prima di cominciare la rivoluzione editoriale e culturale bisogna capire perché ci sono pochi lettori. Perché tuo zio, amico, collega, sorella, incontro fortuito in metropolitana, compagno di sventure, non ha mai aperto un libro in vita sua? Poi possiamo parlare di idee… è così che bisogna studiare un mercato. Non mi pare che qualcuno l’abbia ancora capito. Quindi: ma quale postmodernismo! Sei tu ad essere a caccia di visioni. 😉

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    • Beh, l’altissima percentuale di analfabeti funzionali in Italia non aiuta, poi capire se si diventa analfabeti funzionali perchè si legge poco o se si legge poco perchè si è analfabeti funzionali è un’altra questione 😉

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    • Forse la rivoluzione deve cominciare da noi: sia come lettori, scegliendo determinati testi e non altri; sia come scrittori, scegliendo determinate case editrici e non altre. Poi si sa che chi va a caccia di farfalle di norma è solo un sognatore, ma non lo sono forse tutti gli scrittori? E poi mi sono stufato di sentire ripetere la stessa tiritera: si legge poco. Leggono 25 milioni di italiani, stando all’ultimo censimento. Se tutti e 25 i milioni comprassero il mio libro – quello che non ho ancora scritto – ne sarei dannatamente felice. 😛

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      • Si, esatto tutto quello che dici. 25 milioni sono tanti e come scrittore non puoi che pensarla così, ovvero: se anche solo un dieci per cento dei lettori forti acquistasse il mio libro ancora non scritto sarebbero 2 milioni e mezzo di copie. Come editore invece il ragionamento è diverso, perché diventa imprenditore, e dovrebbe capire non tanto quei 25 milioni, bensi i rimanenti 40…come conquistarli? E prima ancora, perché non leggono?

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        • Secondo me i lettori che non leggono neanche un libro all’anno non puoi conquistarli in nessun modo. O, al massimo, puoi tentarli di tanto in tanto con il libro del VIP famoso. Ma quella è un’editoria che a me, sia come lettore sia come scrittore, non interessa. Più che altro, da imprenditore, il discorso che dovrebbe fare l’editore a se stesso è come cercare di spingere quei 25 milioni di lettori a comprare più di un libro all’anno. Perché il punto non è che leggono poche persone; il punto è che chi legge, legge poco.

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          • E’ quello che fanno già. Guardano dentro la loro pentola. La pasta è sempre quella! Io ho un’idea molto diversa e credo che il lavoro di un editore, che oltre ad essere un imprenditore, non dimentichiamolo, è anche un uomo di cultura, o almeno dovrebbe esserlo, è lottare contro un sistema che sicuramente reputa il libro un passatempo noioso e antiquato. Perché? Perché ci si è fermati ad un’idea del classico di 500 pagine? Perché siamo stimolati da sistemi visivi molto più immediati? Perché non abbiamo abbastanza tempo libero da dedicare alla lettura? Perché non abbiamo soldi? Io credo che il problema principale di oggi non risieda nel mercato dei lettori. Il problema è la proposta editoriale.

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        • In realtà non è compito dell’editore capire perché i non lettori sono la maggioranza.
          L’editore è un imprenditore, non deve porsi e risolvere i problemi della società.
          L’editore se vuol fare bene il suo mestiere deve parlare e rivolgersi direttamente ai lettori, che detta in maniera brutta (ma è così) sono i suoi consumatori.
          Questa è l’imprenditoria.
          Chi produce articoli da Trekking deve intercettare solo ed esclusivamente il segmento di consumatori a cui piace la montagna.
          Non deve porsi il problema del perché alla maggioranza piace il mare o ad altri la campagna. Né deve sforzarsi a convertire al credo della montagna chi non è minimamente interessato.

          Anch’io, come Salvatore, penso che i lettori sono parecchi. Il problema è che i lettori sono atomizzati dalla eccessiva offerta.

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          • Fai un esempio che secondo me non c’entra nulla. Il trekking è il genere, come può essere il fantasy, nel mondo molto più esteso dello sport che a questo punto è il mondo del libro (se ho ben compreso la tua analogia). Da questo punto di vista (limitato ad un segmento) hai ragione. Ma se l’editore è un imprenditore, beh, allora deve guardare i numeri sia di ciò che conosce (il trekking, ok) sia di ciò che può fare, ovvero conquistare nuovi mercati. Si inventerà qualcosa, come chessò la scarpa da trekking ultraleggera adatta all’uso quotidiano. La prima domanda che si porrà è: come faccio a convincere un avvocato ad indossare una mia scarpa per andare a lavoro?

            Poi parli di eccessiva offerta. Ma di cosa scusa? Libriccini? Porcherie autopubblicate? Domenica scorsa sono entrato alla feltrinelli e ho trovato solo un libro interessante (che tra l’altro acquisterò al 100%).

            Di cosa stiamo parlando?

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            • Su dai, l’offertta c’è, come farei altrimenti a leggere 40/50 libri l’anno? (e a me paiono anche pochi, ne vorrei leggere di più 😛 )

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            • Lo dico mordendomi la lingua, ma non tutto il self è robaccia. E di robaccia, temo, ce ne sia molta anche fra la narrativa pubblicata dalle case editrici. Tuttavia, credo, il punto non sia: cosa deve o non deve fare l’editore; ma cosa possiamo fare noi. Ognuno scelga, ragionandoci, una strada e la segua. Ad esempio, io ho scelto di percorrere una strada classica: vendo racconti a un grosso gruppo editoriale che li pubblica sui suoi settimanali, e quando avrò scritto un libro proverò a proporlo a una casa editrice. Marco ha scelto, invece, la strada dell’auto-pubblicazione. In questo mondo così dinamico è impossibile dire a priori cosa funzionerà meglio. Forse dipende molto anche dal caso… Senza nulla togliere alle abilità individuali. Di certo se avrò più successo io, tirerò in barca anche quegli amici-autori che reputo talentuosi. 🙂

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            • L’esempio è calzante, ma non pretendo d’avere ragione.
              I libri sono un prodotto di mercato. Hanno un prezzo, le persone li acquistano, sono un prodotto. Che poi siano un prodotto speciale è un altro discorso.

              C’è un principio base dell’economia che recita: per qualsiasi tipo di impresa le risorse sono sempre scarse.
              Cosa significa?
              Significa che tutto ciò che viene compiuto all’interno di un’azienda ha un costo. E la possibilità di influire sul mercato limitata.
              Se un editore nella promozione di un libro punta ai lettori, il costo promozionale sarà più basso e avrà un margine di profitto. Perché va a mirare un pubblico congruo col suo prodotto.
              Se un editore deve andare a convincere a livello promozionale i non lettori, ecco che il costo di cui dovrà farsi carico sarà più alto e non più redditizio.

              La pubblicità compiuta dalle imprese, tutte e ovunque, risponde a criteri di target.
              Durante una partita di calcio in tv non vedrai mai spot di pubblicità femminile.
              Mentre durante una puntata di uomini e donne di Maria De Filippi non vedrai mai pubblicità maschile.
              Questi sono esempi.

              Ad esempio una delle forme facili di promozione dell’editore è ottenere recensioni sui giornali nelle pagine dedicate ai libri. E’ evidente che quelle pagine saranno lette esclusivamente da chi legge libri.
              I non lettori, salteranno le pagine culturali e proseguiranno oltre con la lettura. Come fai a dire al non lettore che non ha il minimo interesse di leggere le recensioni?

              L’editore dice ah sì? Lo convinco io il non lettore. Metto la pubblicità del libro grande mezza pagina. Il non lettore giunto alla pagina col libro bello grande in vista in una frazione di secondo si accorge che non c’è nulla di interessante e svolta il foglio. Quando una persona non ha interesse per qualcosa, lo sforzo per farla interessare è così grande, che quei pochi che decidono di convincersi ad acquistare il prodotto, non ripagheranno lo sforzo compiuto.

              Riguardo all’eccessiva offerta, il dato dello scorso anno recita 60 mila nuove uscite di libri. Io non do un giudizio di cosa sia valido o no.

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            • In Italia escono in media 150 libri al giorno, comprese le ristampe dei classici va bene, ma sono tantissimi. In Feltrinelli forse trovi titoli poco interessanti, ma nelle librerie non di catene che sostengono una bibliodiversità di qualità sì, per non parlare di Amazon sempre lui, lo spauracchio dell’editoria 1.0.

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        • Beh, infatti ci pensano, a chi credi siano rivolti i famosi libri delle veline o dei calciatori? Sicuro alla CE non interessa che quel libro venga anche letto 😉
          Però questo discorso vale per i grossi gruppi editoriali, le piccole case editrici serie puntano sulle nicchie.

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          • Stavo riflettendo proprio su questo: io scrivo un libro – che reputo bello – e poi lo do in mano a una piccola CE… ne vale la pena? Voglio dire: io so essere realista, se ritengo il libro mediocre non lo do neanche da leggere a una CE. Ma se lo ritengo buono? Non vale forse la pena tentare con una casa editrice scelta tra le major?

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            • Secondo me tentare si deve, considerando però i rischi del mestiere. In una major sarai un numero, in una piccola e seria andrai a cena col tuo editore. Ci sono case editrici piccole che mi piacciono molto, seguono molto i loro autori, fanno molta promozione (poi ovviamente i numeri saranno altri) una di queste è la NEO, tieni conto che l’anno scorso ha piazzato un libro nella dozzina dello Strega, magari dagli un’occhiata, potrebbe piacerti 😉
              Se vuoi andare coi grossi, secondo me, conviene avere un buon agente.

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            • Io convengo. Esistono case editrici piccole ma di qualità. Di recente ho comprato il libro: Il paese dei segreti addii di Mimmo Sammartino. Lo scrittore è molto bravo, il libro valido. L’editore non lo conoscevo. Si chiama: HACCA
              Però già solo l’oggetto libro è un gioiellino. Carta di altissima qualità, copertina meravigliosa, cura nei dettagli. Per uno scrittore pubblicare un libro con questa dedizione è un piacere.
              L’unico limite di questi piccoli editori, è la promozione e la distribuzione. Sulla promozione, se l’editore si impegna sul serio allora, nel suo piccolo, è encomiabile. Il problema sono i piccoli editori che delegano tutta la promozione all’autore.

              Leggi cosa confessa un piccolo editore in una intervista che ho trovato in rete:

              “Proviamo a interrogarci sulle modalità economiche dell’oggetto-libro. Un editore, trovato un libro che giudica necessario portare all’attenzione del pubblico italiano, fa un investimento economico sul libro stesso e, per rimanere dentro a una cifra accettabile di spesa, deve pubblicare di questo libro almeno 1000 copie. L’autore fa qualche presentazione, manda il libro a concorsi, fa un po’ di pubblicità in rete (parliamo di piccola e micro editoria, i soldi per la comunicazione scarseggiano, quindi si spera soprattutto nel passaparola e nella capacità dell’autore di sfiancare amici e parenti), …, prova a interessare qualche giornalista, “intasa” i social network (che sono più o meno gratuiti e dunque ambitissimi) con mirabolanti descrizioni dello stesso: il totale dei venduti, dopo 6 mesi, quando va molto bene è 300 copie. Rimangono in giacenza all’editore, dunque, 700 copie di un libro che ben dopo 6 mesi dalla sua pubblicazione purtroppo è già morto.”

              Cioè se la speranza di alcuni piccoli editori è che la promozione la faccia l’autore intasando sui social network amici e parenti, e dopo sei mesi il libro è morto, tanto vale pubblicare in self.

              Quindi l’unica soluzione valida per chi sceglie i piccoli editori, è fare attenzione che siano di qualità e disposti a seguire la promozione. Devono credere e investire nell’autore.

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              • La differenza è che il self si accolla tutte le spese (editing, copertina, impaginazione) anche se ad essere onesti molti piccoli editori (quelli non buoni) l’editing non lo fanno e la copertina e l’impaginazione la fanno fare al cugino.
                Io consiglierei a chi vuole seguire la strada dell’editoria tradizionale di studiarsi gli editori (possibilmente leggere qualche loro libro) e non limitarsi a cercare una lista su qualche forum e spedire indiscriminatamente a tutti.
                Il problema è (se di problema si può parlare) che gli editori buoni pubblicano pochi libri l’anno, meno di 10 in genere (anche meno) e quindi è difficile entrare 😉 (per un lettore però è un bel vantaggio 😀 )

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                • Sì esatto. Se l’editore non fa editing e correzione di bozze e con una pacca sulle spalle ti illude che il tuo libro è già perfetto (e tutti gli scrittori vorrebbero sentirsi dire il tuo libro è perfetto) e poi non fa promozione, la pubblicazione è inutile.

                  Viceversa se il piccolo editore si impegna a fondo si possono ottenere grandi risultati.
                  Ad esempio non so se stai seguendo Tunué. Poche pubblicazioni, altissima qualità dei libri selezionati e un prestigio e un’attenzione crescente. Sembra di scorgere una nuova Minimum Fax.

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                  • Tunué sì, un’altra di quelle buone. Minimum fax resta una delle ottime, certo che è un po’ una casta chiusa, però pubblica belle cose (e mi sbancano sempre quando fanno le offerte sugli ebook 😀 )

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                    • Tu stai facendo un ragionamento molto sensato. La maggior parte di chi vuol pubblicare spedisce a tutti. Il primo che dice sì è fatta.

                      Il self publishing non va bene per i libri di alta qualità. Ovunque il self publishing si afferma sui generi e soffre nel mainstream.
                      Ad esempio un’amica mi aveva detto che c’era un tizio che voleva promuovere il suo libro e cercava qualcuno di bravo che lo facesse a pagamento. Voleva darmi questo lavoro. Non avrei accettato a prescindere, ma il libro del tizio era di poesia. Beh un libro di poesia in self publishing non ha bisogno di un esperto ma di un viaggio a Lourdes con miracolo annesso.

                      Nel tuo caso, secondo me, se il libro è di qualità, alta qualità, un editore prima o poi lo trovi. E per prima o poi intendo anche qualche annetto. I tempi dell’editoria son questi.
                      I grossi editori, se non hai un nome è difficile che te lo pubblichino. Per dire Mondadori aveva Moresco, che adesso è andato da Giunti seguendo il top editor Franchini.
                      Moresco il grosso editore lo tiene in catalogo per il prestigio. Quando ti accusano: tu pubblichi Volo e Moccia, l’editore risponde, sì, ma anche Moresco.

                      Purtroppo però, ma anche per fortuna, molti editori di qualità (vedi proprio minimum fax) non accettano manoscritti. Loro selezionano i libri tramite gli agenti, o per segnalazione di altri scrittori, critici. Alcuni direbbero il clientelismo. Attenzione, non è detto che questo sia clientelismo. L’editore imprenditore di qualità vuole il meglio. Se per clientela gli segnalano schifezze lui declina.

                      Secondo me il percorso che stai compiendo è giusto. Pubblichi per una rivista Mondadori e questo fa curriculum che conta per gli editori. Però secondo me ti serviranno più conoscenze. Di agenti, ma anche di editor ed editori che inizino a comprendere il tuo potenziale. Non è roba facile, ed illudersi è semplice.
                      Però io credo che intanto bisogna fare quel che si deve, con ogni mezzo. Bisogna tentarci. Il fallimento non è contemplato nemmeno quando si palesa. Le opportunità ci sono sempre.
                      Senza considerare il fattore preponderante che ha avuto il suo merito in ogni cosa: una gran bella botta di culo. XD

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                  • Bisogna anche mettere in conto la qualità del libro. Se giudico il mio libro di portata modesta, non lo vado a proporre a editori importanti (importanti non significa grossi), e se proprio lo voglio pubblicare a tutti i costi, allora va bene il piccolo editore “menefreghista” o il self, senza neanche fare promozione (io non la farei). Se invece il libro è importante, oggettivamente importante, allora vale la pena scegliere bene l’editore e scartare, secondo me, il self. Perché un editore importante può fare per un libro importante molto di più di quanto un autore possa fare da solo in self. Però qui il problema si complica: come scegliere la casa editrice? Ora, stavo scrivendo una raccolta di racconti da proporre a Gorilla Sapiens, perché loro mi piacciono. Solo che man mano che scrivo – ed è ancora presto per dirlo, certo – mi rendo conto che la qualità è alta (secondo me). Sarebbe allora un peccato proporlo a loro. Però il mio è un libro postmoderno: una raccolta di racconti che non è una raccolta di racconti e non è neanche un romanzo: è costrutto. Ha un mercato limitato. Ma è limitato solo perché l’autore, cioè io, non è conosciuto; altrimenti chiunque pubblichi DFW o Frazen o Pynchon potrebbe essere interessato. La domanda dunque è: abbasso la qualità e lo propongo a una piccola casa editrice, o tengo la qualità alta e tento la strada delle medie ma importanti case editrici? Scarto a priori le major?

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                    • A parte che di scrittori che considerano di scarso valore la propria opera ne conosco pochi 😀
                      Per la domanda successiva, anche vendendo la biografia di altri autori, un editore piccolo ma buono per la prima opera è comunque una porta che si apre sul mondo dell’editoria, guarda quanti autori sono passati dal piccolo al grande, la qualità deve secondo me sempre essere la massima, perchè poi qualciuno ti legge e si fa una sua impressione 😉
                      Un lavoro che si potrebbe fare è il “reverse engineering” della bio degli autori, guardare da dove sono partiti e segnarsi quelle case editrici 😉

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                    • È normale ritenere “buono” il proprio libro, altrimenti cosa lo scrivi a fare. Però io ormai di letteratura ne ho letta tanta e mi considero, se non un esperto, almeno un intenditore oggettivo. Essere oggettivi con se stessi non è facile, ma non rientra nel mio interesse giudicare un mio scritto di livello più alto di quello che è (un errore che il dilettante fa spesso). Non giova a se stessi per primi. Quindi se lo reputo di serie B: è di serie B. Se lo reputo di seria A, pur tenendo conto che si può fare sempre di meglio, è di serie A. Ed è con la serie A, secondo me, che sorgono i problemi. Altrimenti per un libro di serie B le pubblicazioni si trovano anche facilmente.

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                    • Signor Anfuso guardi che da lei ci aspettiamo solo la serie A, poi potremo discutere se accontarci della salvezza o puntare alla zona champio. Non faccia il furbo 😛

                      Comunque ho più o meno lo stesso problema (solo che sono meno bravo) ho letto troppa roba bella e tutto quello che scrivo mi fa schifo 😛

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                    • Tu devi ancora sfornare un romanzo frattale, se non ricordo male. E visto che sono lunghi da scrivere ti conviene cominciare subito. Magari potresti iniziare con un bel guest-manifesto. XD

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                  • Marco (ciao Marcoooo!) tu fai nomi di qualità. Ad Hacca edizioni, credo di non ricordare male, erano loro sì, lo scorso anno al Salone rubarono l’incasso, pazzesco, Tunuè è valido, non so se si siano aggiornati facendo il formato digitale, fino a qualche tempo fa non c’era, minimum Fax ormai è una certezza.

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                    • Sandra! Beh io Hacca non lo conoscevo come editore. Ho preso il libro di Mimmo Sammartino suggerito di recente da Chiara Beretta Mazzotta e me ne sono innamorato.
                      Però anche Hacca, così come Tunué ancora non producono la versione digitale. Come sai per me questo è un peccato mortale.
                      Intanto strategicamente sbagliato. L’ebook non è una lotta di religione, ma semplicemente un altro canale di vendita. Non averlo può comportare una perdita di vendite. E dato che i piccoli editori faticano da matti per entrare in libreria. Lamentano sempre i nodi della distribuzione dei libri, dove i grandi distributori sono controllati dai grandi editori, è un’occasione persa per creare delle vie preferenziali con i lettori.
                      Come dicevi bene nell’altro commento, Amazon anziché essere un nemico per questi piccoli, è un alleato prezioso. Qui nelle librerie di Catania questi piccoli non arrivano. Senza il megastore online non darebbero possibilità d’essere raggiunti.

                      Per Tunué di recente ho letto una bella intervista di Vanni Santoni dove raccontava il metodo di selezione dei testi e la cura di editing che adottano sul testo. Tanto di cappello ad un editore che lavora così.
                      Infine, Santoni nell’intervista dice a chiare lettere che loro cercano gli scrittori attivi anche sul piano promozionale. Qualcosa di cui parlo spesso anch’io che sono scomunicato. 😀

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  2. Raccontato così sembra quasi un girone dell’ingerno 😀 mancava solo Virgilio a guidarti 😉
    Mi sa che farò un salto anch’io a trovare i Gorilla che si sa, anche se a rischio estinzione, hanno sempre il loro fascino.

    P.S. mi ha chiamato il post che avrebbe dovuto uscire oggi, lamentandosi dello slittamento a data da destinarsi, gli hosuggerito di rivolgersi al sindacato dei post 😛

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    • Si sa che sono sociopatico: mettimi in mezzo a tonnellate di carne umana e do di testa. Ieri sera mi sentivo letteralmente esausto… E nonostante questo ho scritto il suddetto post, al volo. A proposito di post: di’ all’articolo slittato che la colpa è tua.

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  3. Che dire, mi sa che hai sbirciato troppo Bufalino e la prosa barocca ti è partita.
    Però devo dire che non hai scritto un post sul Salone del Libro, bensì una poesia a forma di post che riecheggia il Salone. Eri particolarmente ispirato.

    Quanto nella tua visione hai intravisto tutti quei libri destinati al macero, mi hai ricordato Erodoto quando nelle Storie fa dire a Serse: “Ho provato un senso di pietà a pensare quanto sia breve la vita di un uomo, se nessuno di tutti costoro, che sono così numerosi, vivrà ancora fra cento anni”.

    Nella mia visione romantica il salone del libro mi manderebbe in estasi come Guglielmo da Baskerville nella biblioteca. Tutti quei libri, quegli scrittori, quelle storie. Anche se immagino gli editori al vedermi passare per i corridoi, tirerebbero fuori i fucili da sotto i banconi e si diletterebbero con me al tiro al piccione. XD

    P.s Se è vero quel che dici, io allora sto preparando una buona mano di poker. E come diceva quel tizio famoso: chi ha orecchie per intendere intenda XD

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    • Ero troppo stanco, e quindi il post non è riuscito come avrei voluto, perché nel caso contrario lo avrei firmato: Gesualdo Bufalino. Ad ogni modo, ti auguro che la tua mano di poker sia vincente. Incrocio le dita per te. Nel frattempo non accantonare l’idea di andarci assieme, il prossimo anno. 😉

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      • A proposito, come al solito sono tornato a casa trascinandomi una carrettata di libri… A un certo punto ho dovuto obbligarmi a smettere di acquistare. Fa decisamente male al mio portafoglio andare in certi luoghi. 😛

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      • Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
        fossimo presi per incantamento,
        e messi in un vasel ch’ad ogni vento
        per mare andasse al voler vostro e mio

        Credo che quel marpione di Dante abbia scritto la più bella poesia sull’amicizia.
        Quindi ehm…
        Salvatore, i’ vorrei che tu Davide ed io
        l’anno prossimo fossimo presi per l’incantamento del salone.

        Sì mi piacerebbe moltissimo. Penso che tra quei corridoi colmi di libri e cultura ci divertiremmo un sacco.
        Proveremo ad organizzarci. 😉

        Grazie per l’incrocio di dita, ma la strada è ancora lunga.

        E poi fai il resoconto sui nuovi pargoletti.
        Dicevi: Diceria dell’Untore (anche se io preferisco Le menzogne della notte) Purity, Città in fiamme e…

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        • Allora:

          Dicerie dell’untore, Gesualdo Bufalino;

          Città in fiamme, Garth Hallberg;

          Purity, Jonathan Frazen;

          L’interpretazione dei sogni di Freud Astaire, di Angelo Zabaglio;

          Comincia adesso – fughe ed evasioni quotidiane, a cura di Simone Scaffidi;

          Melamorfosi, a cura di Cantiere di letteratura notturna;

          Per tutti i gusti – la cultura nell’età dei consumi, di Zygmunt Bauman;

          La lingua batte dove il dente duole, di Andrea Camilleri e Tullio De Mauro;

          Silenzi d’autore, di Bice Mortara Garavelli;

          La mente modulare, di Jerry A. Fodor;

          L’arte di riassumere, di Ugo Cardinale;

          Parola, di Luca Serianni…

          … poi ho dovuto fuggir via. 😛

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  4. Io il primo anno ho detto a mio marito: “oh smettiamola che non ci rimangono manco i soldi per tirare fuori l’auto dal parcheggio!” E’ un luna park punto. Vado domenica! E speriamo che Marco l’anno prossimo si prenda un volo e ci vediamo là.

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    • Il prossimo anno, se vuoi, ci organizziamo per fare una spedizione punitiva al Salone. Andiamo a visitare gli editori d’interesse, e se non ci pubblicano: esproprio proletario à gogo sulle loro bancarelle! XD

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    • Sandra l’anno prossimo mi sa che faccio il passo, così vado al salone e incontro un po’ di voi che abitate fra le lande fredde del nord(e) 😀
      Mi piacerebbe parecchio.
      Poi giusto l’altro ieri, persona insospettabile, a me molto vicina a livello familiare, ma le cui cose non sono andate bene (magari puoi immaginare chi), mi ha detto che ha sognato che come scrittore venivo invitato al Salone del Libro. Ecco sui sogni non vorrei scomodare il Giuseppe biblico o la dormiente interpretazione di Freud, ma uno nella mia posizione, e con le mie idee, al salone dubito che ce lo invitino. Detto questo, occorre confidare anche nella provvidenza di Manzoniana memoria. 😀

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        • Eh lo so. Solo che non so scegliere, mi hanno invitato anche 3/4 top editori, 7 medi e 18 piccoli. Solo che la setta segreta degli illuminati del self publishing di cui sono scribacchino di 4° livello, 3° ordine (ma sto facendo carriera, fra 81 anni posso diventare presidente) mi impedisce di agire per vie ufficiali e ufficiose. 😛

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        • Però riflettevo su di un paradosso.
          In gioventù avevo letto il Pendolo di Foucault di Eco. Un gruppo di buontemponi si inventa un complotto millenario dei templari e qualche imbecille credendoci sul serio è disposto a uccidere pur di avere la rivelazione.

          Adesso che siamo nell’era dei complotti, dove esiste un complotto per ogni gusto e occasione, accennare a una setta segreta degli illuminati del self publishing, che magari ordisce in segreto con lo scopo di dominare l’editoria… ecco, vuoi vedere che qualcuno ci crede sul serio?
          In tal caso, a scanso di equivoci metto le mani avanti, Salvatore Anfuso è il gran maestro occulto e Grilloz il suo braccio destro. E io? Io sono solo un povero soldato mandato al martirio. Ecco… XD

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  5. Ah però dodici libri, io sono attratta da Città in fiamme, ho letto una bellissima recensione su una rivista Mondadori. Buona lettura e buon week end 🙂

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  6. Pingback: 25 indiscrete domande letterarie | Salvatore Anfuso – il blog

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