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Il meccanismo alla base di una struttura

Quasi ogni storia che sia stata messa per iscritto nella forma del romanzo può essere riassunta con una frase. Un uomo buono decide che il fine giustifica il mezzo, così prende un’ascia e spacca la testa a un’anziana usuraia: Delitto e castigo, Fëdor Dostoevskij. L’ammirazione che una figlia pre-adolescente nutre verso il proprio padre non ha limiti, soprattutto quando questo si batte per la dignità della comunità in cui vive contro l’ottusità della comunità stessa: Il buio oltre la siepe, Harper Lee. L’adolescenza può essere un buco nero che ti risucchia, soprattutto se non sei in grado di vedere i colori del mondo che sono dentro di te: L’incolore, Haruki Murakami. Gente più esperta di me potrebbe farlo meglio. Tuttavia queste frasi non possono esservi utili se tentate il procedimento inverso: quello di partire da una di esse per creare una storia. Ciò che manca loro è il meccanismo che innesca il dispositivo drammatico.

Ogni storia ha in sé un nucleo funzionale su cui si regge tutto l’apparato: la ragione stessa per cui una storia viene raccontata. Questo nucleo non deve per forza essere qualcosa di complesso. Anzi, in genere, più è semplice più la storia funziona bene. Non bisogna nemmeno fare l’errore di confonderlo con la storia stessa. Il dispositivo drammatico non è il motivo per cui cominciamo a raccontare una storia. È il congegno che innesca un meccanismo. Se stessimo parlando di un edificio, esso non ne rappresenta le fondamenta né il progetto su carta; nemmeno la destinazione d’uso e la scusa per cui verrà costruito. Rappresenta piuttosto il motivo per cui disporremo le colonne portanti in un certo modo.

Per facilitarci le cose proviamo a immaginare di voler scalare l’Everest. Ci sarà un progetto iniziale che dispone e organizza tutto il necessario: la raccolta dei finanziamenti, l’acquisto del materiale e dell’equipaggiamento, l’organizzazione logistica per trasportare il necessario ai piedi della montagna, eccetera. Poi avremo l’azione vera e propria, rappresentata dalla scalata, con tutte le sue tappe, difficoltà e drammi. Prima ancora di tutto questo avremo anche un’obbiettivo (essere il primo a scalare l’Everest da quel particolare versante) e una motivazione (ad esempio dimostrare a se stessi o al mondo di potercela fare). Ora, se volessimo raccontare propria questa storia, al di là di tutto quello che abbiamo detto su di essa, ci serve un dispositivo drammatico, cioè: A vuole dimostrare a B di poter fare ciò che B prima di lui non ha fatto; ma C cerca di impedirglielo. Ecco, questo è un dispositivo drammatico.

Come si può notare, il dispositivo drammatico non è nulla di specifico. Il nostro non parla di Everest, non dice nulla a proposito di una scalata, non è un progetto e nemmeno una scaletta. È solo un meccanismo che predispone una struttura. Ogni storia, va da sé, ha una struttura specifica. Questo dipende fondamentalmente da due cose: il genere narrativo; il tipo di storia. Scalare una montagna, ad esempio, rientra nel genere “avventura”. I motivi per cui si vuole scalare una montagna possono essere diversi: per cercare qualcosa che essa custodisce; per vincere le proprie paure; per conquistare il cuore di una donna; per vincere un premio in denaro o per diventare famosi. Oppure, come nel nostro caso, per dimostrare a qualcuno che siamo cresciuti, che siamo migliori di lui. Ognuna di queste storie rientra in una particolare tipologia. L’ultima, quella che ci interessa, rientra nelle storie di avventura che hanno come tema il “riscatto”. Quindi: Il figlio (A) vuole dimostrare a suo padre (B) di poter fare ciò che lui, pur tentando, non è mai riuscito a fare; ma sua moglie (C), preoccupata per l’incolumità del proprio marito, cerca di impedirglielo.

Come vedete, a questo livello della struttura non abbiamo ancora neanche iniziato a ipotizzare che il personaggio A scalerà l’Everest. Magari nella nostra mente questa informazione esiste già. Abbiamo deciso che volevamo scrivere un romanzo di avventura che avesse come tema il riscatto e l’abbiamo deciso perché volevamo parlare di una scalata epica. Tuttavia il dispositivo drammatico non ci dà questa informazione. Essa viene dopo, quando cominceremo a delineare i personaggi, le loro storie, i loro legami e da essi tireremo le fila. Quindi possiamo immaginare che B, ad esempio, è stato un alpinista; un alpinista anche famoso in gioventù, ma a cui è capitato qualcosa, nel lontano passato, che gli ha impedito di portare a termine l’impresa della vita. Possiamo immaginare che questo qualcosa sia legato alla morte di qualcuno: un amico prezioso, o un familiare. E che sia avvenuta in concomitanza con l’impresa stessa. Ma se vogliamo aumentare la drammaticità della storia, visto che racconteremo la storia di A e non di B, possiamo immaginare che l’incidente supposto sia avvenuto ancora prima.

I due fratelli, B e D, entrambi esperti alpinisti, grazie alle loro imprese hanno accumulato sufficiente credito presso la comunità di alpinisti da attirare l’interesse dei finanziatori. Decidono quindi di preparare l’impresa della loro vita: quella che li renderà famosi e renderà famoso anche il team che li finanzierà: scalare l’Everest da un particolare versante (o in una particolare stagione, eccetera). L’organizzazione si mette in moto. Fra le tante cose da fare, per predisporre un impresa come questa, c’è anche la parte che riguarda la preparazione atletica: non si affronta l’Everest stravaccati sulla poltrona, giusto? Durante una sessione d’allenamento – qualcosa che sia abbondantemente alla portata dei due fratelli, come ad esempio scalare il Monte Bianco – qualcosa va storto e D perde la vita. B ne esce distrutto, sia emotivamente sia finanziariamente: il team che avrebbe dovuto finanziare l’impresa dei due fratelli si ritira. E via dicendo.

Individuare e predisporre il dispositivo drammatico più adatto alla propria storia rende la preparazione stessa della storia più semplice, e allo stesso tempo ne rende più efficiente la struttura. Poiché mi sono già dilungato parecchio, adesso faremo una cosa: io vi do un paio di dispositivi drammatici, e voi provate in poche righe a delineare su di essi delle storie. Vi va?

Dispositivo 1

A è innamorato di B e la/lo vuole sposare, ma B è innamorata/o di C. Nulla di male se non fosse che C è a sua volta innamorata/o di A…

Dispositivo 2

A viene assoldato da B per uccidere C, ma A se ne innamora.

Dispositivo 3

A e B non si sopportano più e vogliono separarsi, ma C cerca di impedirglielo.

In un’altra occasione approfondiremo meglio il discorso su come creare un dispositivo drammatico. Ciò che mi preme in questo post è che sia chiara la sua funzione; e come, da uno stesso dispositivo drammatico, si possano ricamare molte storie radicalmente diverse fra loro. Provare, per credere.

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Note

Il dispositivo drammatico, come meccanismo, funziona meglio con i romanzi di “genere”, meno bene con gli altri. Tuttavia, anche in un romanzo postmoderno c’è una sorta di dispositivo drammatico, solo che la cosa è molto più complessa…

98 Comments on “Il dispositivo drammatico

  1. Questo post era un po’ che l’aspettavo 😛
    “Rappresenta piuttosto il motivo per cui disporremo le colonne portanti in un certo modo.” quindi si tratta di ingegneria della storia? Ha l’aria di essere qualcosa di molto matematico, tecnico, mi fa venire in mente l’ossatura di un aereo (lo so, sono fissato) quella che tu non vedi, ma senza la quale le parti non starebbero insieme, però, a quanto ho capito, il dispositivo viene ancor prima della struttura, oserei dire che è l’idea di struttura.
    Poi per i compiti a casa ci penso, ma ho paura del voto 😀

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  2. Ciao
    Inizio ad approcciarmi alla materia, per cui scusa la domanda banale: è lecito pensare che uno stesso dispositivo drammatico possa essere comune a più storie differenti? Cosa penseresti se uno scrittore basasse due romanzi (ancorchè notevolmente diversi) sullo stesso dispositivo drammatico? Suonerebbero un po’ di già sentito oppure gli conferirebbero una riconoscibilità come un “sound tipico”, come brani di uno stesso autore (es. ligabue)?

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    • Ciao Monia, benvenuta nel mio blog. Come dicevo verso la fine del post: «Ciò che mi preme in questo post è che sia chiara la sua funzione; e come, da uno stesso dispositivo drammatico, si possano ricamare molte storie radicalmente diverse fra loro. Provare, per credere». Per cui sì, assolutamente uno stesso dispositivo può stare alla base di storie anche molto diverse fra loro. Ti faccio un esempio al volo: prendiamo il dispositivo numero 2, tra quelli che vi ho fornito, e ricamiamoci sopra due storie diverse.

      A viene assoldato da B per uccidere C, ma A se ne innamora.

      Storia 1: A è un killer di professione; B un imprenditore senza scrupoli; C la moglie dell’imprenditore. B ha legami con la mafia. La moglie lo vuole lasciare e lui ha paura che, per riuscire a fuggire, lei possa rivelare alla polizia informazioni su di lui che invece andrebbero ben custodite. Quindi decide di farla uccidere. Ha legami con la mafia, quindi non ha problemi ad assoldare un killer. È ricco e può permetterselo. La morte deve sembrare un incidente, così che nessun sospetto possa posarsi su di lui. Ma A, il killer, si innamora della donna… (o la donna, per salvarsi, lo fa innamorare di sé).

      Storia 2: A è un giovane medico. B è un amorevole padre di famiglia. C è la figlia malata e sofferente di B. Per C non ci sono cure possibili, ma la sofferenza potrebbe protrarsi per molto tempo. B, prostrato per le condizioni della figlia, arriva a fare quello che nessun padre vorrebbe: chiede ad A di porre fine alle sofferenze di C. Se la sentirà A di mettere da parte il suo giuramento di medico, la propria coscienza di essere umano e aiutare l’uomo, e la figlia, a ritrovare la pace?

      Questi sono solo due esempi tirati giù alla veloce, si può fare di meglio. 🙂

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      • Sì, è quello che intendevo. Ma se fosse lo stesso autore non suonerebbe ripetitivo, come se avesse solo un messaggio da dire? Ovviamente ho avuto un dubbio sul mio caso specifico, e non è escluso che io avessi in effetti un’unica cosa da dire, o un’unica struttura in mente.

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        • Molti scrittori scrivono romanzi fotocopia. Se l’autore è bravo non è un problema, o magari lo diventa ma alla lunga. Nel caso del dispositivo drammatico, se si generano due storie diverse fra loro come nei miei esempi, il rischio che il lettore lo prenda come una ripetizione è minimo. Ma le storie devono appunto essere diverse. Comunque il dubbio che hai espresso è quello che sta alla base di tutta la narrativa di genere. Non è solo un problema di struttura; è soprattutto un problema di storie: la letteratura che basa la propria ragione d’essere sul raccontare una storia è per sua definizione ripetitiva e, a lungo andare, noiosa. Tuttavia ci saranno sempre lettori disposti a leggere l’ennesimo giallo, l’ennesimo romanzo rosa, l’ennesimo fantasy e via dicendo. 🙂

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      • La domanda di Daniele rispecchia un po’ i miei stessi dubbi: nel post parti lasciando intendere che il “dispositivo drammatico” sia la premessa narrativa, poi (considerati anche gli esempi) ti focalizzi sulla complicazione.

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        • Non mi pare di aver parlato di premessa narrativa, la quale prevedrebbe già anche un chiaro obbiettivo. Il dispositivo è “premessa” alla narrazione in quanto deve, o dovrebbe essere concepito prima della pianificazione. Il punto è che un dispositivo drammatico non è la storia, non ha rapporti preliminari con la storia; un dispositivo drammatico è un meccanismo che può essere concepito al di là della storia e che da esso si possono generare infinite storie, anche molto diverse fra loro. Il dispositivo prevede, nella sua costruzione, un abbozzo di conflittualità e i principali agenti interpellati a intervenire. Si potrebbe, per essere più chiari, generare un dispositivo drammatico (o più di uno) e da esso creare di netto la storia. Non viene dopo l’idea, ma prima dell’idea. Anche se in realtà nessuno scrittore, ad esclusione di quelli che sfornano romanzi di genere uno via l’altro, nella realtà agisce così. Quasi tutti partono da un’idea. Per tornare all’esempio: io sono partito dall’idea di voler scrivere un romanzo su una scalata epica e poi ho adeguato a questo spunto il dispositivo drammatico che mi sembrava più congeniale alla tipologia del romanzo. Ma se avessi la voglia e la possibilità di cimentarmi nel ruolo del romanziere di genere vecchio stile, la prima cosa che farei sarebbe di ideare tre (o anche cinque, ma non di più) dispositivi drammatici diversi fra loro su cui costruirei, a rotazione, migliaia di storie. Così facevano, ad esempio, i giallisti i cui libri negli anni settanta-ottanta acquistavamo in edicola. È un po’ più chiaro? 🙂

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  3. Non diventerò mai uno scrittore, scrivo di getto e non programmo. Lascio ai personaggi la libertà di muoversi come meglio credono, io aggiusto solo le dinamiche in fase di revisione. Ho ancora molto da imparare.

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    • Be’ un libro mi pare tu l’abbia scritto, e che una casa editrice te l’abbia pubblicato. A proposito, che tu sappia, le Edizioni Cinquearzo, saranno presenti al salone del libro? Domani entro come bloggher e se ci sono mi fiondo a comprare il tuo romanzo. 🙂

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      • Mi farebbe piacere Salvatore. Non ho idea se saranno presenti o no, spero di sì. La promozione del libro, ad oggi, l’ho fatta da solo con i miei pochi mezzi, Sono molto grato, felicissimo per la possibilità che mi hanno dato, ma di fatto da quando il romanzo è uscito (7 mesi fa), nemmeno un post sul sito o sulla bacheca dei loro social. peccato, perché secondo me il potenziale c’è per una più larga diffusione.

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        • Il rischio del rivolgersi alle piccole case editrici è proprio questo: alcune sono molto agguerrite e seguono i loro autori fino in fondo (avendone pochi, possono dedicarsi); altre, invece, no. Magari ci sarà un colpo di coda al salone. 🙂

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  4. Compiti

    Dispositivo 1:
    Giulia, figlia di una famiglia molto conservatrice, vive in modo conflittuale la sua attrayione fisica e sentimentale per la sua migliore amica Carla, dichiaratamente omosessuale e soffre enormemente quando lei iniyia una relayione con Floriana, ma non sa che in realtä Floriana è innamorata di lei e che si è messa con Carla solo per poterla avvicinare, non avendo mai avuto il coraggio di dichiararsi credendola eterosessuale convinta. Un triangolo sentimentale che non potrà mai chiudersi senza far soffrire tutti i protagonisti.

    Dispositivo 2:
    Nicola, allevatore di animali di razza, porta a Tommaso, veterinario squattrinato, Birillo, un piccolo gattino di pochi mesi nato deforme, Chiedendogli di sopprimerlo. Ma Tommaso, dopo aver preso i soldi e congedato Nicola, si intenerisce per il piccolo Birillo e decide di salvarlo. Anni dopo Nicola riconoscerà il gattino deforme e…

    Dispositivo 3:
    Marco e Luca sono il chitarrista e il bassista di una band rock apprezzata in tutto il nord Italia, ma a causa di sempre più frequenti diverbi decidono di dividersi. ma Vittoria, fidanzata di Marco e segretamente amante di Luca cerca in tutti i modi di farli desistere tramando alle loro spalle. Ma poco a poco gli intrighi di Giorgio, ricco imprenditore e loro produttore, che li ha manipolati tutti con la sua parlantina verranno alla luce fino all’esito drammatico.

    Confido almeno nel 6 politico prof 😛

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    • Il dispositivo 1 funziona, secondo me, meglio se Floriana non fosse per nulla a conoscenza delle curiosità omosessuali di Giulia. La crede etero e per questo si mette con la dichiarata Carla. Sarebbe andata diversamente se l’atteggiamento di Giulia verso i propri interessi sessuali fosse stato più spontaneo. Fin qui tutto bene, comunque. Manca però il conflitto. Il conflitto, in questo caso, è qualcosa che scopre le carte, che fa palesare le curiosità di Giulia: come, ad esempio, il fatto che a una festa Giulia, magari un po’ brilla, ci provi in modo palese con Carla. Carla la rifiuta, ma il pasticcio provoca l’interesse di Floriana che è sia attratta sia indispettita nei confronti di Giulia.

      Il dispositivo 2 è piuttosto originale, ma riusciresti a tirarci fuori un romanzo?

      Il dispositivo 3, nella tua formulazione, secondo me funziona meglio se a non volere la separazione non sia la fidanzata ma, ad esempio, direttamente il manager o la casa discografica.

      Non do voti, non sono un professore. Tuttavia mi sembra che tu abbia compreso molto bene il meccanismo. La domanda però è: di ognuno di questi dispositivi riusciresti a tirare giù venti tracce di storie diverse? Io, a lezione da Mozzi, l’ho dovuto fare. 😛

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      • venti tracce? :O :O :O
        ok, ok, con un po’ di impegno, qualcosina son riuscito a tirar fuori in pausa pranzo, come vedi 😛
        (comunque il problema poi resterebbe scrivere tutto il resto :D)
        Dispositivo 1: ma dovevo metterci il conflitto? XD comunque l’idea non è originalissima, ma secondo me lavorandoci un po’ ci si potrebbe tirar fuori qualcosa.
        Dispositivo 2: no, un romanzo no, più un racconto, il problema è che non so cosa succede dopo.
        Dispositivo 3: l’idea che mi frullava in testa era che al produttore stessero bene queste diatribe, magari facendo uscire qualche articolo di gossip per metterci un po’ di zizzania, questo perchè l’attenzione verso la band stava andando a scemare e lui voleva sfruttarla ancora un po’ grazie a un rinnovato interesse mediatico, però non potevo dirti tutto, sennò poi mica lo leggevi tutto il libro 😀
        Comunque in tutti e tre i casi ci sarebbe ancora da lavorarci parecchio 😉

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  5. Ho sempre usato il dispositivo drammatico, senza però sapere che si chiamasse così: sul manuale che avevo letto ai tempi, e anche in altri blog, veniva definito: “il cuore della storia”. “L’anima della storia”, invece, è la domanda che regge la premessa. 🙂

    Le mie storie, così di getto:

    Dispositivo 1
    Andrea e Barbara si sposeranno fra pochi giorni; i parenti e gli amici arrivano da ogni parte d’Italia per presenziare all’evento. Fra loro, anche Carlo, migliore amico nonché testimone di Andrea.
    I due ragazzi, ai tempi del Liceo, ebbero una relazione, poi archiviata come “errore di gioventù”.
    Da allora, il promesso sposo ha mantenuto un’irreprensibile condotta eterosessuale, mentre Carlo, di origini pugliesi, ha una relazione segreta con lo sposatissimo Davide, perché la sua famiglia non capirebbe le sue tendenze: di giorno allena giovani pugili e la sera balla le canzoni della Carrà al Plastic.
    Quest’ultimo, tuttavia, non si è mai rassegnato alla perdita dell’amato, e ha accettato di fargli da testimone solo per affetto. Per escogitare un piano che gli consenta di mandare a monte le nozze, si mette a studiare molto da vicino la propria rivale che, convinta di aver di fronte un atletico maschio alfa col naso storto per i troppi incontri sul ring, inizia a sentirsi molto attratta da lui…

    Ipotizzate finali… io ora devo fare un lavoro: tornerò dopo con le altre due storie. 😀

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    • Lo sviluppo del dispositivo 1 mi pare buono. Una sola correzione: il dispositivo drammatico non è la domanda che regge la premessa, perché se c’è una premessa c’è anche un abbozzo di storia. Il dispositivo drammatico sta al di qua della barricata. Poi lo si può anche ideare a posteriori, cioè quando si ha in mente un’idea, ma funziona addirittura meglio se non si hanno idee per niente.

      Aspetto le altre. 🙂

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      • Fra poco arrivo anche con gli altri due. Oggi è un caos e non riesco a scrivere più di tre parole per volta. Contenta che la mia storiella ti piaccia. 😀
        Guarda che io non ho mai scritto che il dispositivo drammatico è la domanda che regge la premessa: 😀
        Il d.d. è quello che molti definiscono “cuore della storia” (nonostante la denominazione sia diversa, il concetto non cambia) mentre la domanda è definita “anima della storia”: sono due concetti differenti, l’ho specificato nel mio commento. 🙂

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  6. Anche io, come Davide, aspettavo da un po’ questo post. 🙂
    Dunque, distillando ancora un po’, l’essenza che ne esce è: “A” vuole fare qualcosa in cui è coinvolto “B”, ma “C” si mette in mezzo.
    Quel “ma”, ho visto, lo metti sempre, dunque il dispositivo drammatico si basa quasi sempre su un piano che viene intralciato. Sembra un po’ la vita di molti di noi… 🙂
    “A”, “B” e “C” devono per forza essere tutte “persone”? Ad esempio l’intoppo “C” può essere una rivoluzione, un naufragio, un cataclisma? E “B” può essere un desiderio, un progetto? O in questi casi il dispositivo che ne esce è troppo debole?

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    Dispositivo 1

    A è innamorato di B e la/lo vuole sposare, ma B è innamorata/o di C. Nulla di male se non fosse che C è a sua volta innamorata/o di A
    (questa è difficile, qui i sessi non si incastrano bene…)

    “A” sta insieme a “B” dai tempi della scuola, quando “A” era il muscoloso bullo incontrastato e dominante. “B” per convenienza lo asseconda per anni fino a rassegnarsi ad un matrimonio che in fondo non desidera, essendo invece da sempre innamorata del vecchio compagno di banco “C”, dai modi più gentili e delicati, perenne vittima di “A” e nel frattempo diventato un celebre ballerino classico. “A” scopre alcune e-mail che “B” ha scritto a “C” in seguito a una serie di spettacoli di successo, nelle quali gli confessa il suo vecchio amore. “A”, che da sempre sospettava un’attrazione di “B” per “C”, decide allora di affrontare “C” per liquidarlo definitivamente, ma in una memorabile scena fuori da un teatro il ballerino lo tranquillizza confessandogli di essere da sempre innamorato di lui e dei suoi modi rudi. “A” e “B” si sposano e il famoso ballerino “C” assume “A” come bodyguard nella speranza, un giorno, di sedurlo.

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    Dispositivo 2

    A viene assoldato da B per uccidere C, ma A se ne innamora.

    Indonesia. “A” è un imprenditore senza scrupoli che vuole accaparrarsi un lembo di foresta per impiantare palme da olio, ma il governo nega i permessi per i siti abitati da oranghi, e lì ne rimane uno, molto anziano: “C”. “A” assolda il vecchio e spietato bracconiere “B” per uccidere in maniera insospettabile “C”. Dopo vari appostamenti, durante i quali il bracconiere, ammorbidito dalla vecchiaia sua e della vittima, ci si affeziona, l’orango salva il bracconiere dal serpente velenoso che “B” aveva preparato per ucciderlo. Nel finale, dopo l’ennesimo scontro fra “A” e “B” per la mancata uccisione dell’orango, “A” toglie l’incarico a “B” umiliandolo per la sua vecchiaia, e “B” adagia di nascosto il serpente letale nell’auto di “A”, prima che “A” vi si chiuda dentro e se na vada sgommando.

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    Dispositivo 3

    A e B non si sopportano più e vogliono separarsi, ma C cerca di impedirglielo.

    “A” e “B”, dopo vent’anni di matrimonio e un’adorata figlia adolescente, per motivi imponderabili cominciano a non sopportare più la vita insieme. La figlia “C”, per l’estate del suo diciottesimo compleanno, chiede di poter organizzare un lungo viaggio a sorpresa per la famiglia, forse l’ultimo tutti insieme, nel segreto tentativo di farli riavvicinare. Il viaggio ripercorre i luoghi della loro vita, in un susseguirsi di coinvolgenti racconti e flashback che non fanno riavvicinare “A” e “B” ma fanno intuire a “C” il vero motivo dell’allontanamento fra i genitori, che alla fine accetta.

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    • Utilizzo “ma” perché in quanto congiunzione avversativa rende bene l’effetto di qualcosa che “contrasta”. Si possono trovare, forse, anche altre formule. A, B e C devono essere degli agenti. Se provi a sostituire un agente con un evento ti accorgi che non funziona. Ai tuoi dispositivi manca qualcosa, oppure c’è ma molto blando: il conflitto. Il conflitto è essenziale alla narrazione di genere.

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      • Per precisare quello che intendo, in 22/11/’63 Stephen king non sostituisce un aggende con un “evento”, ne inserisce uno in più. Infatti abbiamo: Jake Epping (A) che torna in dietro nel tempo per salvare Kennedy (B) da Oswald (C), ma il “passato” (D) cerca di impedirglielo. Mi spiego?

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  7. Dispositivo tre.
    Un cagnone molto pigro vive vezzeggiato dai suoi due umani. Ogni tanto questi si abbaiano contro, ma lui non si preoccupata troppo: ciotola piena e coccole sono sempre garantite. Le cose cambiano quando i suoi padroni si separano. Carla, la sua amatissima e affettuosissima umana deve tornare dai propri genitori e non ha spazio per lui, che finisce con Marco e la sua sua nuova fiamma, una donna fissata con dieta, che lo costringe a estenuanti corse e a crocchette vegetariane. L’unica speranza per il nostro cagnone, quindi, è far rimettere insieme Marco e Carla!

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  8. Caso mai Michele passasse di qui: ecco, questa sarebbe la base per il romanzo frattale 😉

    (Salvatore, tranquillo, non è un messaggio ai minatori :P)

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  9. Eccomi come promesso al tuo invito. O era che mi hai minacciato con una calibro 38 che se non commentavo mi dedicavi un post diffamatorio. Ormai pare si usi così nei miei riguardi 😀

    Dai che sgranchisco le dita, ma tu siediti bene in seggiola.

    DISPOSITIVO 1
    A è innamorato di B e la/lo vuole sposare, ma B è innamorata/o di C. Nulla di male se non fosse che C è a sua volta innamorata/o di A…

    Genere Fantascienza
    Mortimer(A) è sposato con Mortisia (C) da due secoli e mezzo ormai. L’invenzione dell’immortalità pare rendere sul serio l’amore eterno, sennonché (ma) Mortimer trasmutato dal suo passatempo preferito, la realtà virtuale catatonica, a poco a poco si trasforma in un narciso narcisista. Convinto dal volantino della inventalcazzstrunzat decide di creare un suo clone(B).
    Mortimer(A) senza spiegazione apparente cambia partito, diventa omosessuale e si innamora del suo clone. Se lo vorrebbe proprio scopare. Cioè scopare se stesso senza autoerotismo.
    Il clone Mortimer Junior estraneo al cambio gender del dna madre (pardon padre) invece trova in Mortisia(sempre la C) la vera congiuntura amorosa della sua nuova vita. Ma Mortisia non ci sta. A lei non piacciono le imitazioni. Ama e desidera soltanto il suo Mortimer orginale distillato doc. Il trio si inseguirà in quell’amore circolare per altri mille anni senza nemmeno un vissero per sempre felici e contenti.

    DISPOSITIVO 2
    A viene assoldato da B per uccidere C, ma A se ne innamora.

    Genere Thriller de noialtri.
    Rocco lo Scragnone(B) ha un unico desiderio. Uccidere la suocera (C) per entrare in possesso della sua preziosa collezione di centrini da tavolo in merletto di Burano. La suocera tracagnotta corpulenta cicciona, invita figlia e genero ogni domenica a pranzo senza sospettare le attenzioni di lui (il B) verso i suoi preziosi centrini.
    Rocco lo Scragnone (sembre il B) decide di dare linfa plasmatica al suo piano sanguinario. Assolda Turi Loscannamaiali (ecco l’A), il più abile maneggiatore di coltelli del mattatoio cittadino, per far fuori la suocera.
    Turi con la scusa d’essere un venditore porta a porta di pesci sottovuoto surgelati, penetra in casa dell’ignara donna. Adocchia i lussuosi centrini di merletto di Burano sparsi sotto ogni vaso, brocca e inutile chincaglia. Con uno stratagemma studiato 998 volte al mattatoio, fa cadere a terra un pesce surgelato.
    La donna si china.
    Turi estrae il coltellaggio dalla giubba.
    Sta per sferrare il colpo micidiale quando dalla sottoveste della donna emerge un voluttuoso polpaccio e una coscia densa e polposa. Oh che spettacolo: le carni lasse a buccia d’arancia, gli interstizi a bolla del troppo grasso, le vene varicose che si inerpicano sublimi sul retrocoscia come steli di rose. L’eccitazione sessual amorosa di Turi diventa l’epifania di un visibilio. Mai aveva visto beltà più grande. Turi ripone il coltellaccio. Cade ai piedi della donna e implora d’amarla, così, ora e per sempre con tutti i centrini in dote.

    E dopo due burlate ecco la storia seria e tristissima. 😀

    DISPOSITIVO 3
    A e B non si sopportano più e vogliono separarsi, ma C cerca di impedirglielo.

    Genere Guerra.
    Durante il secondo conflitto mondiale, Rodolfo Moncalieri(A) è un dirigente dell’Ovra, la polizia segreta del fascismo. Da tempo Rodolfo è in rotta con il fratello Aldo (B), da sempre antifascista. L’ultimo rapporto dei servizi è inequivocabile. Il foglio nelle mani di Rodolfo trema per le convulsioni di rabbia. Il fratello lo ha fatto. L’ha tradito. Aldo è entrato a far parte di una milizia partigiana.
    Rodolfo sente di non poter far altro che scovare il fratello e condannarlo alla stessa sorte dei traditori: la fucilazione.
    Rodolfo, dilaniato dal suo senso del dovere, dalla necessità di onorare il suo credo, si dedica in prima persona alla caccia del fratello. Lo trova. Aldo nella sua ingenuità si era rifugiato nella vecchia casa dei genitori.
    I due fratelli si ritrovano faccia a faccia, nella stessa camera che li aveva visti crescere da bambini. Rodolfo con la pistola in mano punta Aldo.
    Aldo con lo sprezzante coraggio della verità attizza il fratello a sparagli. Se così vuole, così faccia.
    Il punto di rottura è giunto.
    La fine prossima.
    Ma un rumore distoglie i due fratelli. Mirano la porta. Entra Marianna (C), la sorella maggiore.
    Marianna col viso supplicante e dignitoso di chi ha accudito con l’amore di una madre i suoi fratellini, si avvicina a Rodolfo. Se vuole sparare ad Aldo, deve uccidere anche lei. Rodolfo minaccia di farlo. Non può fare altrimenti, è il suo dovere.
    Le fronti sudate, i respiri frettolosi, i tre fratelli in cerchio senza una risposta.
    Rodolfo al colmo della sua ira inizia a tremare. Il braccio con la pistola crolla. Non può. Il richiamo del sangue vince sul dovere. Marianna stringe a sé i fratelli nell’abbraccio eterno, lo stesso quando da bambini li cullava col sapore delle fiabe in bocca.
    Ma non c’è tempo da perdere. In strada echeggia il rimbombo dei passi di una truppa. E’ un rastrellamento della polizia militare. Rodolfo con gli occhi accesi dal fuoco dell’amore rincuora Aldo e Marianna. Non devono temere. Adesso c’è lui. A costo di rinnegare se stesso. Troverà un modo per portarli in salvo.

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    • Non è nello stile di questo blog scriverne. 🙂

      I tuoi sono senza dubbio i tre dispositivi drammatici sviluppati nel modo più originale che abbia mai letto. Il secondo è da sballo. Credo però che lei, caro onorevole, tragga molto dalla commedia all’italiana anni ’70. 😀

      E perché Rodolfo non li ammazza tutti e due invece? E poi il romanzo finisce così: con un BANG! Come se fosse improvvisamente interrotto dal gesto estremo del fratello fascista. Sarebbe dannatamente innovativo. 😉

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  10. Dici originali? Boh, non ne ho mai letto di dispositivi, però far palestra aiuta a sviluppare fantasia e mettere in moto conflitti e relazioni tra personaggi. Magari quando non ho nulla da fare mi esercito. La trovo carina la cosa. E inventarne 20 di seguito oltre che essere una bella pressione è anche una bella sfida.

    Su Rodolfo e il bang finale non sarebbe male. La stavo chiudendo con i tre fratelli che si abbracciavano e piangevano. Ma mi son detto ti prego il melodramma no. Così ho fatto arrivare il rastrellamento.

    Però per quel che scorgo io, inventarsi una storia valida, così è difficile. Perché manca il dettaglio narrante che infiamma la storia. L’anima incendiaria che valga la pena per scriverci un romanzo.

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    • Non fraintendermi, decidere di inserire il rastrellamento è quel tipo di trovata che distingue un professionista da un dilettante. Far interrompere tutto con lo sparo, proprio come se neanche la frase terminasse con un punto è ciò che distingue il professionista dal postmoderno pazzoide fuso. 😀

      Non c’è perché, in questo contesto, è stato preso un po’ come un gioco. Ma se lo fai seriamente, come lo stavo sviluppando io a proposito dello pseudo-romanzo sulla scalata, allora è ben altra storia.

      Venti per dispositivo è una sfida da panico. Credo di essere stato l’unico del corso a esserci riuscito (anche se facevano pena e pietà). 😛

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      • Venti sfida da panico. Ammettilo che ti sei divertito da Mozzi ed eri il secchione della classe. 😀

        Io non sono al momento affascinato dal post moderno. Per me un finale aperto deve sempre essere conclusivo. A volte quando leggo i commenti dei lettori su Amazon, i libri con un finale troppo aperto (o incerto) lasciano sempre un po’ delusi. Dicono bellissimo, peccato per il finale.
        Però ti confesso che mi piacerebbe capire meglio come tu intendi il romanzo post moderno. Perché non stendi un bel post manifesto. Magari mi converto. 😛
        E comunque a me piace molto variare e sperimentare.

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        • Il manifesto lo avevo scritto, lo trovi sotto: Chi sono? E poi, prima o poi, ti toccherà leggerlo… XD

          Al corso non ero il più secchione, molti lo erano più di me. Qualcuno ha abbandonato prima del tempo. Qualcuno s’è convertito all’ultimo. Ma io ho imparato molto, non posso dire il contrario. L’unica cosa che non perdono a Giulio è che ho imparato non da quello che lui ha detto a me, ma da quello che lui ha detto su di me. Una differenza mica sottile, ti pare?

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          • E io che prima o poi mi aspettavo un post. Il manifesto è una pagina nascosta nel blog… mettila in evidenza.
            Domani lo leggo con attenzione.

            Sul corso di Mozzi non so. Però da quando lo hai terminato, hai compiuto un evidente balzo in avanti.
            Sei molto più maturo come scrittore. Non c’è dubbio.

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  11. Ciao, allora ci provo anch’io. Sto sul classico, che per me sarebbe già un successone…

    A.
    andrea (A) è innamorato di miriam (B) e vuole sposarla. I due vanno a convivere e tutto sembra procedere bene finchè non fanno la conoscenza di Carlo (C) il loro vicino (una scusa qualsiasi, tipo si rompe un tubo e ci sono infiltrazioni all’appartamento di sotto). Il vicino diventa un amico e sarà presente sempre più spesso nella loro casa e nella loro vita. Un giorno miriam e carlo sono soli e lei ci prova. Lui rifiuta, lei si scusa e tutto rimane sospeso in un rapporto ambiguo. Carlo ha rifiutato perchè ha un interesse per Andrea, e cerca di trovare il modo di fargli aprire gli occhi, senza volergli confessare cosa è successo. Andrea è il tipico maschio alfa base, ci metterà un po’ a capire, e nel frattempo miriam potrebbe riempirsi di sensi di colpa e paranoie.
    Nel finale vedo tre tassisti che fumano insieme e se ne vanno man mano che arrivano i passeggeri. Carlo è il primo, uno zainetto e va all’aeroporto. Poi esce miriam. Mi verrebbe da dire “segua quel taxi” e invece dico che torna a casa dai suoi genitori. Poi siamo su Andrea, che passa tutte le stanze come per salutare i mobili. Prende le ultime cose, passa le dita sui muri, roba così. Insomma ci mette 10 pagine a prendere quel taxi. Quello che manca è il momento del confronto prima del finale. Potrebbe essere un flashback? Potrebbe essere una discussione andrea e carlo che degenera, magari carlo dice una cosa di troppo e andrea finalmente capisce tutto e miriam arriva all’improvviso. Ma si può fare di meglio…

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    • Magari potresti aprire il libro con l’ultima scena, quella dei tre taxi che si allontanano, e poi da lì ripercorrere a ritroso le tappe che hanno portato alla separazione. Tuttavia il conflitto mi pare un po’ debole: capita a tutti di flirtare: basta per scriverci un romanzo?

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      • Il conflitto può stare tra i due uomini quando uno cerca di convincerlo a riflettere sul suo fidanzamento e l’altro lo mette a tacere, mettendo a tacere anche eventuali dubbi che nascono dentro di sè. Poi c’è il senso di colpa di lei ogni volta che il suo fidanzato cerca contatto (conflitto interiore o anche esternalizzato in diverbi). Magari lei e carlo potrebbero pure litigare perchè lui tenta di convincere lei a essere onesta e lasciare il fidanzato, ma lei è confusa e non lo farebbe.

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        • Con conflitto, in narrativa, s’intende il problema che fa scaturire la storia. E un flirt, o una litigata ho paura non sia un “problema” così rilevante da scriverci un romanzo. Andrea è davvero innamorato della sua fidanzata? Magari è un gay inconsapevole e fa di tutto per schiacciare sotto di sé questa verità. Ecco, questo potrebbe dar luogo a un conflitto degno d’essere narrato.

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  12. C.
    Alberto (A) e Maria (B) hanno 60 anni e sono arrivati alla conclusione che il matrimonio sia finito da tempo, vogliono separarsi. Il figlio Roberto (C), è convinto che una volta soli si seccheranno come fiori recisi. Dopo un tentativo di dialogo, mette in campo una serie di strategie, sempre più invadenti e scorrette, nel tentativo di farli riconoscere l’interesse uno dell’altra, che però hanno solo l’effetto di peggiorare le cose. Alla fine, i genitori si separano odiandosi reciprocamente e pieni di rancore per il figlio (la posta in gioco potrebbe essere anche maggiore, tipo che hanno distrutto la casa/macchina a causa dell’ultimo tentativo andati a male di Roberto). Roberto allora rinuncia, e il suo scopo ora è quello di recuperare almeno il rapporto con il padre. Cerca di parlargli, e lì impara ad ascoltare, capisce che la separazione non era un gesto contro di lui, entra in empatia col padre.
    E’ banalissimo ma… magari portano insieme una torta alla madre??

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  13. Pingback: Scrivere una sinossi – Salvatore Anfuso ● il blog

  14. Proviamo un po’. Non non so se siano idee originali, ma magari…
    Dispositivo 1: direi che, più che stabilire l’identità di A, B e C, non ci sia da fare, essendo lo spazio di manovra piuttosto limitato; il problema è che non mi vengono neanche molte idee su questo, quindi passo.
    Dispositivo 2: A è un ignoto viandante che giunge da una terra lontana e viene assoldato dal conte B per uccidere la contessa C in modo che B sia libero e possa sposare la ricca duchessa confinante, rimasta vedova quando il duca era partito per l’ultima crociata un anno prima. Il viandante è in realtà un cavaliere fedele al defunto duca, che si innamora della contessa C appena la vede e, scoperti i piani del meschino conte A, lo sfida a duello – posta in gioco è la contea stessa – vince nonostante i tentativi d’imbroglio di A e sposa infine C, salvando contestualmente la duchessa da nozze non volute.
    Dispositivo 3: A e B, fratelli, hanno ereditato l’azienda del defunto padre, ma sono in disaccordo su tutto; alla fine, dopo anni di lotte sul lavoro, la ditta rischia il fallimento e ciascuno è intenzionato a mettersi in proprio. Il ragioniere, devoto alla memoria del vecchio principale, escogita un sotterfugio per costringere i due fratelli a salvare almeno l’azienda, prima di dividersi. Costretti a collaborare sul serio, finiscono per capire che avrebbero potuto sopportarsi tranquillamente e non solo salvano l’azienda ma tornano a gestirla insieme.

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