Identità equivoche

Dubbi in fase di progettazione

Alcune volte è colpa della mancanza di lucidità. Altre, di un’abitudine protratta nel tempo che ci si è trascinati dietro inconsapevolmente. Altre ancora, di un punto di vista che adotta un angolo d’osservazione scorretto. Ad ogni modo, i problemi in cui si incorre quando si comincia a lavorare a un romanzo, possono arrivare a sorprenderti per la loro semplicità. Ma semplicità, in questo caso, non significa facilità nel risolverli. Alcuni di questi problemi non possono essere risolti da soli. In effetti, potrei avere bisogno del vostro aiuto…

È ufficiale: ho cominciato a lavorare al romanzo. Lavorare al romanzo, per quanto mi riguarda, significa soprattutto riflettere, raccogliere il materiale necessario, leggere, studiare, sondare, verificare… chiarirsi le idee fino a quando non si ritiene di avere finalmente centrato il punto, e poi scavare ancora un po’.

Mentre ero alle prese con una di queste riflessioni, il primo problema mi si è palesato con tutta la sua brutale, spietata semplicità. Un problema forse ingenuo, che risente di tutta la mia dilettantesca esperienza come autore, ma tale da riuscire a disorientarmi. Per potervi coinvolgere sono però costretto a procedere con cautela.

Forse la cosa può essere inquadrata in questi termini: quando scrivo uno dei miei racconti, quelli che poi vendo a Mondadori, il fatto che essi siano acquistati come storie vere mi mette in una certa predisposizione mentale. Se una storia è vera, ad esempio, non mi devo preoccupare di giustificare la sua esistenza: le storie “vere” accadono, semplicemente. Una storia vera (di quelle che si leggono sulle riviste) è narrata in prima persona, ed è lo stesso protagonista a narrarla: questa è un’altra di quelle cose che si auto-giustificano. Il discorso può diventare molto lungo; per il momento mi limiterei a queste due osservazioni. Ora, quando si passa dalla “storia vera” alla fiction: qualcosa cambia. Tutto dev’essere giustificato. Alcuni dei problemi possono, però, essere risolti passando alla terza persona narrante.

Sempre più spesso, tuttavia, mi sento ripetere di riuscire a sondare con insospettabile cura la psicologia femminile, tanto da palesarla in modo sorprendentemente realistico. Spesso sento anche dire che i miei racconti sembrano storie più vere della realtà, nonostante siano dichiaratamente inventati. C’è un motivo se la gente percepisce i miei racconti a questo modo. E non sto parlando di semplici lettori come voi o me, che potrebbero, pur in buona fede, esprimersi in questi termini per farmi piacere. Mi riferisco agli addetti ai lavori, a coloro che decidono se un testo viene pubblicato; se concedergli dello spazio; se pubblicizzarlo per promuoverlo oppure, nonostante la pubblicazione, lasciarlo sullo sfondo a cavarsela da solo. C’è un motivo, dicevo, se loro percepiscono questi potenziali nella mia scrittura. Lo potremmo definire un trucco, anche se il sostantivo “trucco” ha un suono piuttosto grossolano rispetto alla raffinatezza necessaria per realizzarlo.

Questo trucco ha molto a che fare con la prima persona narrante. È una tecnica questa che mi riesce istintiva, molto più della terza persona. La prima persona permette di stabilire una maggiore empatia fra lettore e personaggio; è più diretta e realistica; è più facilmente gestibile (per me). Vorrei quindi continuare a utilizzarla anche per il romanzo. Tuttavia, quando si passa dal genere “storia vera” alla fiction venduta come tale, la prima persona crea alcuni problemi che vanno affrontati e risolti se si vuole presentare al lettore un prodotto professionale.

Nel caso specifico il problema è il seguente: il fatto che la storia sia narrata in prima persona da una donna ma scritta in realtà da un autore maschio, con tanto di nome stampato in calce sulla copertina, può creare nel lettore/lettrice un problema di immedesimazione, di incoerenza narrativa? 

Se leggessi la storia di una donna che narra in prima persona le proprie vicende ma sapessi che a scriverla in realtà è un uomo, io stesso avvertirei dei problemi di coerenza. Quel meccanismo che permette la sospensione dell’incredulità a mio avviso ne verrebbe fortemente delegittimato. Tuttavia la mia opinione non è obbiettiva; mi rendo conto che al riguardo non conservo la giusta lucidità. Per dirlo in altri termini: potrebbe esse una mia fisima mentale. Certo, se passassi alla terza persona narrante il problema si risolverebbe da sé. Ma come ho detto, ho validi motivi per restarmene dove sto.

Questo dubbio mi sta letteralmente ossessionando e non mi vengono in mente esempi validi da opporre al mio ragionamento. I testi a cui faccio riferimento, vale a dire quelli di Elena Ferrante e di Harper Lee (in particolare), sono scritti da donne che narrano di protagoniste femminili… Ad aiutarmi c’è, tuttavia, il fatto che quando, da ragazzo, lessi Il buio oltre la siepe, credendo che Harper Lee fosse in realtà un nome maschile, questo non mi aveva creato alcun tipo di conflitto, di incoerenza. Semplicemente davo per scontato che l’autore narrasse con gli occhi di una bambina la storia che aveva palesemente inventato: e mi andava benissimo così, perché era una bella storia. Ma che affidamento posso fare a un ragionamento del genere?

Dunque, come ormai avrete capito, ho bisogno del vostro aiuto. Qualsiasi punto di vista, benché motivato, mi sarà utile per centrare meglio il problema, per osservarlo da angolazioni diverse da quelle che mi vengono naturali. Se avete anche degli esempi che volete sottopormi sarò ben felice di dargli un’occhiata.

Insomma: qual è il vostro punto di vista al riguardo? che ne pensate?

54 Comments on “Identità equivoche

  1. Ad un problema semplice serve una soluzione semplice: la risposta alla domanda dell’articolo è “no”.
    Per prima cosa voce narrante e autore non coincidono, non sono la stessa persona. La voce narrante è anche lei una creazione dell’autore, in qualche modo un personaggio, anzi, nel caso della prima persona diventa necessariamente un personaggio (ma vale anche se la storia è narrata in terza persona, pensa ai promessi sposi).
    La stessa cosa dovrebbe valere se tu raccontassi la storia dal punto di vista di un avvocato di New York, di un commissario di polizia, ecc. L’autore non può mai essere il suo personaggio (tranne forse nelle storie autobiografiche, ma anche qui ho qualche dubbio).
    Per finire il lettore sa che sta leggendo una storia inventata, si impressiona nella voce narrante, nel personaggio, non nell’autore.

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  2. A me viene in mente Anna Karenina e Madame Bovary. A mio parere stai pensando troppo, e questo fa male alla storia 🙂
    Avrai un mucchio di tempo per pensare, ma non è questo il momento. Da quello che tu stesso scrivi, non stai affermando di essere incapace a scrivere la storia, ma se il lettore non avrà problemi di immedesimazione. Be’, è affar tuo. Hai voluto la bicicletta, e adesso pedala! Sono i dubbi che arrivano sempre, ma che sono il sale del mestieraccio della scrittura. In bocca al lupo e… scrivi ‘sta storia 🙂

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    • Probabilmente hai ragione. Però, però, però… pensare troppo non è un male. In genere il mio problema è che penso troppo poco. Sono un impulsivo io… anche se può non sembrare. 🙂

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  3. È chiaro che, per te, il problema è solo uno: quello del nome in copertina. 🙂
    Io, però, non me ne preoccuperei: ci penserà il tuo editore, ma soprattutto il suo marketing, a decidere se farti pubblicare con uno pseudonimo femminile. E, se avrai successo, a farti diventare la Ferrante 2.0.
    I problemi, per chi romanza, sono altri: la scelta della prima o della terza si porta dietro conseguenze “logistiche” importanti. La stessa storia, raccontata nei due modi, è del tutto diversa (e ben lo so io, che lo stesso romanzo l’ho riscritto nei due modi). Ogni storia, ogni dispositivo drammatico, chiama il proprio pdv: lasciati portare. E lascia al marketing la decisione di cosa mettere in copertina.
    Buon viaggio 😉

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    • Hai capito al volo, Michele. Stavo proprio pensando, tra le migliaia di cose che sto pensando, alla questione dello pseudonimo. Ma forse hai ragione tu: non è un problema mio. Solo che… sai, da (futuro) esordiente, bisogna sempre porsi dalla parte della ragione e andare davanti all’editore con le idee chiare anche per ciò che riguarda il marketing.

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  4. Una storia vera non deve necessariamente essere narrata in prima persona.
    Riguardo alla tua domanda, secondo me non c’è nessuna incoerenza narrativa, anche se, a dire la verità, consultando l’elenco dei libri letti negli ultimi anni, quando era una storia narrata in prima persona, autore e protagonista narrante erano dello stesso sesso.
    Per quanto mi riguarda, non ho storie che farei narrare a una donna, forse perché, anche se ho letto storie narrate al femminile, scritte da autrici, io comunque non so come ragiona una donna, quindi non posso immedesimarmi così appieno in quel personaggio tanto da farlo narrare in prima persona.
    Dovresti, secondo me, leggere più autrici che scrivono in prima persona.

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    • Certo, esiste il romanzo verità alla Capote. La mia esperienza però è limitata al genere che vendo, nell’ambiente in cui pubblico.

      Leggo parecchie autrici che scrivono in prima persona, e mi piace leggerle.

      Sei quindi anche tu dell’opinione che voce narrante e autore siano due elementi ben distinti, e che questa distinzione sia chiara per i lettori?

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      • Sì, si tratta di narrativa e il lettore, quando legge, sa che l’autore usa qualsiasi tecnica o stile che ritiene necessari per raccontare al meglio al sua storia. Molte storie sono raccontate in prima persona, ma quasi nessuna è una storia autobiografica, per esempio.

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  5. Faccio la voce fuori dal coro e dico che invece secondo me fai bene a porti la domanda. Non perché in realtà la tua scelta possa costituire un problema, ma perché tu vieni da un’esperienza di scrittura di racconti presentati sotto la forma della storia vera e non puoi fare a meno di raffrontare le due esperienze.
    Però è anche vero che di fatto la differenza è solo formale.
    Cioè: tu scrivi storie inventate per Confidenze che vengono presentate come storie vere. Il fatto che siano raccontate da un uomo e scritte in prima persona viene giustificato con la dicitura “la storia di X Y raccolta da Salvatore Anfuso”.
    Nel tuo romanzo scriverai una storia inventata che verrà presentata come una storia inventata, presumo.
    A ben vedere, l’incoerenza semmai è quella di Confidenze che dice una bugia, anche se si salva formalmente dicendo che tu hai raccolto la storia che ti è stata raccontata da una certa persona inventata. Ovviamente è una scelta legata al marketing, come tutte le storie che passano in tv come vere mentre si sa benissimo che si tratta di attori. Ma le gente, che pesca nel torbido, vuole storie vere.
    Per quanto riguarda il tuo romanzo, che non dichiara nulla se non ciò che è, non vedo la differenza tra l’utilizzo della prima o della terza persona, soprattutto perché non utilizzato strumentalmente a far credere qualcosa che non è.
    Ti faccio l’esempio opposto: Margareth Mazzantini ha scritto Splendore in prima persona con un protagonista non solo di sesso maschile, ma pure omosessuale. Sebbene l’omosessualità possa far pensare ad una più semplice interpretazione perché avvicina alla sensibilità femminile, a mio giudizio al contrario complica le cose perché deve entrare in una doppia visione: ovvero quella di uomo di fronte all’accettazione della propria diversità.
    Beh, in tutto ciò non mi sono mai posta il problema dell’incoerenza dell’autrice, anzi mi sono trovata ad ammirare la sua capacità di staccarsi da sé stessa per entrare in un altro personaggio.
    Perché in fondo, se ci pensi, si tratta solo di questo. Non c’è differenza tra un adulto che narra di un bambino, di un giovane che narra di un vecchio, di un laico che narra di un prete o di un uomo che narra di una donna.
    Si tratta di entrare nel personaggio, come tu ci hai ben raccontato con il metodo Stanislavskij.

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    • Grazie Silvia, hai capito benissimo quello che intendevo dire con il post. E hai ragione a dire che nel romanzo non c’è lo stesso utilizzo strumentale della prima persona. Questo mi chiarisce parecchi dubbi. Nel riuscire a immedesimarmi nella psicologia femminile non credo di avere problemi. Anche se in realtà – ricorderai il racconto – la protagonista è una bambina. Cambia qualcosa?

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  6. Leggendo questo post, ho fatto un excursus mentale sui libri letti ultimamente che avevano una voce narrante in prima persona. Fra questi ce ne sono molti scritti da donne con voce narrante maschile, ma nessuno che ha fatto il contrario. Bene: penso sia ora di cominciare! Molti uomini vedono il narrare con voce femminile come un attentato alla loro virilità: questo secondo me è il vero problema, non tanto il rischio di far venir meno la sospensione dell’incredulità (su questo mi trovo d’accordo sia con grilloz sia con Daniele) perché questa società ritiene più naturale che una donna si trasformi momentaneamente in un uomo, per essere apprezzata, che non il contrario. 🙂

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    • Cito i primi due che mi vengono in mente:
      Non dirmi che hai paura di Giuseppe Catozzella e chi manda le onde di Fabio Genovesi. In entrambi c’è una voce narrante femminile in prima persona, in entrambi i casi si tratta di bambine. Il secondo non è tutto in prima persona, ci sono tre punti di vista con tre voci natanti differenti.
      Intanto penso se mi vengono altri esempi 😉

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      • “Chi manda le onde” l’ho letto e mi è piaciuto molto, ma penso che impersonare una bambina sia meno “svilente” per un maschio che impersonare una donna. Infatti se ci fai caso Genovesi con Serena usa addirittura un punto di vista in seconda persona. 😀
        Trovami un solo romanzo in cui un uomo scrive in prima persona impersonando una donna sua coetanea! 😉

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        • Catozzela è bella la storia, ma dal punto di vista narrativo non l’ho trovato particolarmente interessante, Genovesi invece fa una scelta secondo me interessante e mi è anche piaciuto di più 😉

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    • Be’ io ormai ho accumulato parecchia esperienza nella prima persona con personaggi femminili come protagonisti: non guardo al problema come un attacco alla mia virilità. Io ci sono nato uomo, non ho bisogno di dimostrarlo. Però capisco benissimo quello che intendi dire, e hai ragione quando sostieni che nella nostra società si immagina più facilmente una donna nel ruolo maschile (in qualsiasi ambito) che il suo opposto. Siamo certamente ancora una società maschilista. Se ti viene in mente un titolo di un autore maschio che narra in prima persona la storia di un personaggio femminile, fammelo sapere. Se non ce n’è… be’ potrei essere io il primo! Sarebbe un bel primato (ma dubito che non ce ne siano).

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  7. Beh dai ti consolo io subito.
    Donna Tartt –> il Cardellino: prima persona maschile.
    Si è portata a casa il Pulizer, libro dell’anno in gran parte del mondo e data la mappazza anche libro più abbandonato di sempre.

    E nessuno mi pare abbia alzato il dito dicendo: ma è una lei che parla come un lui.
    Certo, prendi qualche omofobo nostrano avrebbe da contestare la decisione della Tartt, oddio confondere i gender, ma si sa, gli imbecilli patentati leggono poco. XD

    Ha pienamente ragione Grilloz, sulla differenza tra voce narrante e autore. Ma questo lo sai pure tu, solo che quando si passa dalla teoria a dover affrontare con le dita sui tasti il solco del romanzo, paturnie e dubbi sono le principali compagnie.

    Fra l’altro, anche come dice Michele, tutto può ridursi a una decisione di marketing.
    Io non la vedo molto nel cambiarti in uno pseudonimo femminile, quanto invece essere un autore maschile e narrare al femminile.
    Le donne per quel che mi è dato di conoscere nel loro sublime mistero, apprezzano parecchio un uomo empatico, capace di comprenderle tanto bene da poter pure scrivere come se fosse.
    Per dirla breve, la stessa storia, se a scriverla fossero una donna o un uomo straordinariamente empatico, tu avresti molta più attenzione da parte delle lettrici.

    E per concludere in maniera casereccia: niente chiacchiere e scrivicelo questo benedetto romanzo! 😉

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  8. Non ti porre nemmeno il problema, Salvatore. In questa fase devi buttare giù tutto quello che ti passa per la testa senza fisime, di nessun tipo.
    Scrivi un paio di capitoli e vedi come viene, al massimo.
    Comunque io e molti altri lettori che conosco il nome, l’età, il genere, l’epoca dell’autore li dimenticano dopo mezza pagina, se il romanzo è ben scritto, anche se è in prima persona. Tu ce la puoi fare. Il marketing viene dopo e potrebbe anche essere un vantaggio essere un uomo che narra come una donna adulta, come hanno già commentato altri.

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  9. Sono d’accordo con il primo commento di Grilloz, il personaggio è invenzione e può essere maschile o femminile, però per fugare i tuoi dubbi uno dei libri di Fabio Volo che ho letto intitolato Le prime luci del mattino la protagonista è una donna ed è scritto in prima persona. Io l’ho trovato molto bello.

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  10. Puoi sempre scegliere l’immortale espediente di far pubblicare il tuo libro con solo l’iniziale del nome e il cognome. S. Anfuso. Che sia Sara o Salvatore, Sabrina o Saverio lascialo all’immaginazione del lettore.

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  11. Memorie di una gehisa di Arthur Golden è scritto in prima persona, autore maschile voce narrante femminile e adulta 😉

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