L'Amica geniale

Una scrittura emotiva?

Su Facebook, parlando a proposito dell’Amica geniale, ho scritto:

“Un autore intelligente. Una scrittura poco emotiva ma garbatamente seducente. Le ultime venti pagine di una noia mortale non sono riuscite ad adombrare un romanzo altrimenti bello. Il personaggio di Lila è raggiante: impossibile non innamorarsene.”

Ora, non mi capita quasi mai di usare parole a sproposito. Quindi se ho usato questa espressione un motivo ci sarà… Tuttavia nei commenti qualcuno non ha compreso il mio punto di vista – non che sia una prerogativa indispensabile – e, anzi, ha ribadito un giudizio addirittura opposto, arrivando a definire lo stile in cui l’Amica geniale è scritto: «Iper-emotiva, sgarbatissima e al limite dello strappo». Qualcun altro è arrivato addirittura a commentare: «In quanto scrittura, vivaddio, è più “ragionata” di un peto che scappa. Questo non significa che inviti al ragionamento. C’è una differenza. N’est pas? Poi il fatto che non susciti, in te, alcuna emozione, non so cosa risponderti. Come su tante altre cose, d’altronde». Naturalmente non condivido queste opinioni, le quali però mi offrono l’occasione di approfondire l’argomento e abbozzare un possibile metodo di lettura.

*** Spoiler ***

Prima di cominciare, visto che me ne scordo sempre, conviene vi avvisi che continuando la lettura di questo post potreste venire invogliati a leggere pure il libro (ma anche il contrario); quindi regolatevi di conseguenza.

La prima considerazione da fare, quando ci si approccia a una lettura ragionata – e non (in questo caso sì) emotiva o superficiale – di un romanzo, è chiedersi di cosa parla. Prima, però, mi piacerebbe osservare quali argomenti (alcuni almeno) vengono invece esclusi a priori. Il romanzo:

  1. Non parla di amore (se non lateralmente, ma il discorso sarebbe lungo), quindi non è un romanzo sentimentale;
  2. Non parla di omicidi su cui investigare (c’è un omicidio, ma non è il cardine del romanzo), quindi non è un romanzo giallo.
  3. Parla di un’amica scomparsa, è vero, ma fin dalle prime pagine l’autrice (autore) conforta il lettore facendogli intuire che la scomparsa è voluta, cioè che si tratti di un allontanamento volontario: quindi non è un thriller;
  4. Parla di emozioni. Le emozioni ci sono, vivaddio, come spero in ogni altro romanzo degno di questo nome, ma non è un romanzo emotivo, cioè l’emotività non è il cardine del romanzo.

Di cosa parla allora l’Amica geniale?

Innanzitutto di amicizia e d’intelligenza, non a caso il romanzo s’intitola: L’amica geniale. Questo è il motivo per cui ho definito l’autore: intelligente. L’Amica geniale dalla prima all’ultima pagina pone come cardine il confronto continuo tra le due amiche protagoniste della storia: Elena Greco (Lenù), che è anche la narratrice; Raffaella Cerullo (Lila), che ho definito “raggiante”.

Dicevo, parla di amicizia…

“La volta che Lila e io decidemmo di salire per le scale buie che portavano, gradino dietro gradino, rampa dietro rampa, fino alla porta dell’appartamento di Don Achille, cominciò la nostra amicizia.” [p. 23]

… e d’intelligenza:

“La più brava in classe ero io, sapevo riconoscere tutte le lettere, sapevo dire uno due tre quattro eccetera, ero di continuo lodata per la calligrafia, vincevo le coccarde tricolore che cuciva la maestra. Tuttavia la Oliviero, a sorpresa, sebbene Lila l’avesse fatta cadere mandandola all’ospedale, disse che la migliore tra noi era lei. […] Secondo Rino, il fratello più grande di Lila, la bambina aveva imparato a leggere intorno ai tre anni guardando le lettere e le figure del suo sillabario. […] Decisi che dovevo regolarmi su quella bambina, non perderla mai di vista, anche se si fosse infastidita e mi avesse scacciata. È probabile che questa sia stata la mia maniera di reagire all’invidia, all’odio, e soffocarli. O, forse, travestii a questo modo il senso di subalternità, la fascinazione che subivo. Certo mi addestrai ad accettare di buon grado la superiorità di Lila in tutto, e anche le sue angherie.” [p. 37-42]

Definisco però la scrittura di Elena Ferrante poco emotiva. Questo sia perché a me in tutta la narrazione non ha suscitato alcuna emozione (se si esclude l’ammirazione per l’autrice/autore), sia perché le emozioni nella penna di Elena Ferrante sono sempre trattenute, almeno in questo romanzo, di proposito. Lo dice la narratrice stessa: “È probabile che questa sia stata la mia maniera di reagire all’invidia, all’odio, e soffocarli.” E infatti le emozioni sono soffocate, la narrazione è fredda, quasi glaciale. Leggendola, Elena Ferrante mi trasmette l’immagine di un medico forense che tagliuzza, analizza, espianta organi per poterli osservare meglio.

Poiché il confronto tra le due protagoniste è evidente e continuamente rammentato, un confronto soprattutto d’intelligenza, sarebbe naturale immaginare che sentimenti come invidia, rancore, frustrazione campeggino primeggiando su tutti gli altri. Non è così. Non solo vengono soffocati fin da subito, per spirito di sopravvivenza ma soprattutto per spirito di emulazione, e continuano a venire soffocati anche durante il continuo alternarsi di successi e sconfitte delle due; ma poco alla volta si trasformano rafforzando l’amicizia e trasformandola in una sorta di dipendenza.

La storia è ambientata in un rione povero di Napoli. Miseria, violenza, la perpetua presenza della morte in ogni sua forma, il degrado culturale ne sono gli elementi indiscussi e inequivocabili. Lila è geniale. Ha qualcosa dentro che la pone non uno, ma mille gradini sopra ogni altro abitante del rione. Impara a leggere da sola a tre anni. Non studia, ma fa meglio di tutti i suoi compagni, tanto da essere considerata inarrivabile. Inventa storie, scrive fiabe, disegna scarpe bellissime che diventeranno dei veri e propri modelli; osserva, ragiona, intuisce. Impara il latino e il greco da sola, studiandone le grammatiche prese in prestito dalla biblioteca. Insomma: un picco genio. Tuttavia, a causa della situazione familiare, non può studiare, non può progredire oltre la quinta elementare. Quindi resta indietro; non le viene data quella chance per dimostrare quanto può o potrebbe essere geniale.

Lenù, invece, è quella brava, diligente, anche intelligente certo, ma di un intelligenza più umana, più comune. Mai inarrivabile. Si impegna molto e grazie al sostegno della maestra Oliviero e di volta in volta degli altri insegnanti, nonostante le condizioni familiari simili a quelle di Lila, riesce ad arrivare fino e oltre il ginnasio. Prende sempre volti altissimi e viene considerata benevolmente da tutti. Tanto che la stessa Lila a un certo punto la definisce:

“[…] tu sei la mia amica geniale, devi diventare più brava di tutti, maschi e femmine.” [p. 309]

Lenù si sforza molto per arrivare a quel risultato. Lei non è geniale come la sua amica Lila; i traguardi non li raggiunge solo perché c’è nata così: studia fino a tardi, si sveglia presto al mattino per ripassare. Se davanti a Lila il mondo si svela al suo semplice strizzare gli occhi, Lenù deve impegnarsi sul serio. … e questa è una metafora che dovrebbe far ragionare il lettore.

Prendiamo un’altro passo:

“Le era sembrato di vederlo per la prima volta come realmente era: una forma animale tozza, tarchiata, la più urlante, la più feroce, la più avida, la più meschina. Il tumulto del cuore l’aveva sopraffatta, si era sentita soffocare. Troppo fumo, troppo malodore, troppo lampeggiare di fuochi nel gelo.” [p. 86]

Notate, ad esempio, come l’autrice (autore) infili ogni aggettivo uno dietro l’altro: tozza, tarchiata, urlante, feroce, avida, meschina. E tuttavia questo paragrafo invece che suscitare le presunte emozioni che descrive, appare quasi come un chirurgo che dica: «… ed ecco il pancreas, la milza, il fegato, il cuore, i polmoni». Questa è la scena in cui Lila inizia ad accorgersi del cambiamento “emotivo”, questo sì, che la sua genialità, che il suo spirito d’iniziativa hanno provocato nel fratello, il quale intravede nei sogni e nei disegni di Lila un mezzo per uscire dalla miseria e, prima ancora d’esserci riuscito, già si comporta come se fosse arrivato. Io non scorgo alcuna traccia di emotività, in tutto questo. Ma un continuo vivisezionare intelligente. La scrittura di Elena Ferrante è di un gelo incredibile; è di una intelligenza profonda. Ogni vocabolo è scelto con una meticolosità da brivido:

“Quando Lila, splendida nel nimbo di abbagliante candore del suo abito e del velo vaporoso, avanzò per la chiesa della Sacra Famiglia al braccio dello scarparo e andò a raggiungere Stefano, bellissimo, sull’altare pieno di fiori – beato il fioraio che li aveva forniti in abbondanza –, mia madre, anche se il suo occhio ballerino pareva rivolto altrove, mi guardò per farmi pensare che io ero lì, occhialuta, lontana dal centro della scena, mentre la mia amica cattiva s’era conquistata un marito agiato […]”. [p. 311]

Anche in questo caso, e non inserisco tutta la scena perché eccessivamente lunga, l’invidia è della madre, un personaggio marginale, non di Lenù. Lila è una sposa «splendida nel nimbo di abbagliante candore», grazie alla cui descrizione l’ho definita: raggiante. Ma non è solo raggiante, Lila, è anche seducente:

“Non l’avevo mai vista nuda, mi vergognai. […] sicché ti obblighi a restare, a lasciarle lo sguardo sulle spalle di ragazzo, sui seni coi capezzoli intirizziti, sui fianchi stretti e le natiche tese, sul sesso nerissimo, sulle gambe lunghe, sulle ginocchia tenere, sulle caviglie ondulate, sui piedi eleganti; e fai come nulla fosse, quando invece tutto è in atto, presente, lì nella stanza povera e un po’ buia…”. [p. 309]

In questa scena Lenù sta aiutando la futura sposa a prepararsi. Prima l’aiuta a lavarsi, poi a vestire l’abito bianco. Osservate come di nuovo, in un momento di grande pathos, la descrizione torni a essere chirurgica: fianchi stretti, natiche tese, sesso nerissimo, gambe lunghe, ginocchia tenere, caviglie ondulate, piedi eleganti… e come questa scena nasconda un elemento saffico però smorzato, trattenuto, nuovamente soffocato esattamente come è stato per l’invidia.

Lila è inizialmente una bambina sporca, con le gambe sempre rovinate dai graffi e dalle croste, magra… insomma: bruttina. Lila è geniale e bruttina, da piccola. Poi però soffoca la genialità dentro di sé, perché non le viene permesso dal contesto in cui vive di esercitarla, di farla sfociare e anche quando ci prova, le conseguenze sono nefaste: come la trasformazione del fratello; e quindi, questa genialità repressa, trova sfogo in una trasformazione da anatroccolo, persino brutto, a cigno bellissimo. E anche nella bellezza, Lila ha qualcosa di più rispetto a tutte le altre. Lila è un personaggio che seduce. Seduce perché è geniale e bellissima, inarrivabile per i comuni mortali. Il rapporto, la competizione (anch’essa soffocata) tra le due è seducente per il lettore: lo invoglia a seguitare con la lettura. E questo è il motivo per cui l’ho definito: seducente.

Ora, per quanto riguarda il garbo o, al suo opposto, la presunta sgarbatezza della scrittura di Elena Ferrante: come dicevo ci troviamo in un rione povero, malfamato, miserabile, culturalmente represso; la storia è narrata in prima persona da una delle due protagoniste; nonostante questo Elena Ferrante, pur senza l’eleganza di altre scritture certamente più “garbate”, fa delle scelte essenziali:

  1. Decide di non usare il dialetto, né per la narrazione né per i dialoghi. Ogni tanto, in qualche dialogo più forte, passa a un italiano regionale che però è lontano anni luce da un dialetto;
  2. In 327 pagine c’è una sola parolaccia – zoccola – ripetuta al massimo tre o quattro volte. Di volgarismi, io, non ne ricordo;
  3. La narrazione, nonostante il contesto, nonostante la prima persona, nonostante taluni fatti narrati, viaggia sempre su un livello altissimo, senza lasciarsi andare a crudezze come invece avremmo letto in altri romanzi, ad esempio Gomorra.
  4. Non sono rari i termini inusuali, che appaiono però sempre ben calibrati sia nel contesto geografico sia nel contesto storico.

… motivo per il quale ne ho definito la scrittura: garbata.

Infine: il romanzo è bello, del personaggio di Lila è impossibile non innamorarsi e le ultime venti pagine sono di una noia mortale perché descrivono, sembra quasi per dovere di cronaca a cui l’autrice (autore) è stata obbligata, il matrimonio tra Lila e… il suo sposo. Ora, i matrimoni sono già eventi noiosi da vivere come spettatori; figuriamoci il “gustarseli” attraverso un filmino, un album fotografico o una descrizione romanzata…

Per tutti questi motivi, la mia opinione sull’Amica geniale è:

“Un autore intelligente. Una scrittura poco emotiva ma garbatamente seducente. Le ultime venti pagine di una noia mortale non sono riuscite ad adombrare un romanzo altrimenti bello. Il personaggio di Lila è raggiante: impossibile non innamorarsene.”

Naturalmente le cose da dire sarebbero ancora tante, tra tutte l’invito a ragionare attorno al ruolo dello Spirito Santo… ma qui, mi fermo.

41 Comments on “L’amica geniale

  1. «Quando Lila, splendida nel nimbo di abbagliante candore del suo abito e del velo vaporoso, avanzò per la chiesa della Sacra Famiglia al braccio dello scarparo e andò a raggiungere Stefano…»

    A parte l’indelicatezza per la minuscola, nego decisamente di essere mai stato là, né di conoscere Lila o la Ferrante. 😛

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  2. Ne parlammo già via mail ai tempi della lettura. Un libro che ho letto con piacere nonostante l’argomento non mi interessasse, e questo è già un punto a favore.
    Secondo me sì, la Ferrante non ha una narrazione emotiva, definirla chirurgica mi pare azzeccato, anche la scelta delle parole dimostra distacco: usa sempre o quasi un italiano abbastanza elevato, anche se scorrevole (tra l’altro ne parla nel libro stesso, quasi a definire la sua stessa poetica). Non so se nei successivi c’è un cambio di registro (penso che li leggerò prima o poi, quando la lista sull’ebook si assottiglierà un po’ :D) che serva a mostrare un emotività maggiore man mano che i fatti diventano più recenti, ma non me l’aspetto.
    La Ferrante narra in prima persona ma come se fosse un osservatore esterno. Uno straniamento stilistico in qualche modo che si va a riagganciare allo straniamento della narratrice che inizia a venir fuori nella prima parte del romanzo. Il rione comincia a starle stretto, lei è l’unica che ha potuto studiare, comincia a sentirsi un’estranea, pur attaccata sentimentalmente a quei luoghi finirà con l’allontanarsene, trasferendosi a Torino (come si intuisce nelle primissime pagine).
    Ho l’impressione che, come chiunque abbia successo in Italia, la Ferrante si trascini dietro una crescente invidia, dalla quale si sviluppino giudizi poco lusinghieri, ma il più delle volte non argomentati.
    Resta la mia curiosità sul suo successo americano.

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    • In questi giorni sto leggendo l’Amore molesto, che è il primo libro di Elena Ferrante, e devo dire che il registro mi pare molto differente. In questo caso, pur mantenendo il discatto che si riscontra nell’Amica geniale, in effetti la scrittura pare più emotiva. Ma sono molti gli elementi di differenza: ad esempio la Napoli dell’Amica geniale è nell’Amore molesto resa meno concreta. Mi fermo qui, ma ciò che ho amato nell’Amica geniale non l’ho ritrovato nell’Amore molesto.

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  3. Le emozioni sono personali, se a te quella scrittura non ne genera, c’è poco da fare. Dai brani che hai messo neanche a me genera emozioni quello stile. Non è comunque un romanzo che leggerò, non è proprio il mio genere.
    Perché la definisce “autore” se è una donna? 🙂

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    • Al di là della percezione personale, uno stile o è volutamente emotivo, o non lo è. In questo caso lo stile della Ferrante è gelido, distaccato, chirurgico.

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  4. La domanda è d’obbligo: ti sei fermato al primo libro oppure hai letto anche gli altri tre?
    Hai fatto un’analisi molto attenta su questo romanzo e concordo con molte tue osservazioni, tuttavia credo che si riesca ad avere davvero una visione del complesso rapporto tra Lila e Lenù solo leggendo tutta la quadrilogia.
    A me piace la Ferrante perché dice le cose come stanno, senza fronzoli o buonismi. Il rapporto di amore-odio-ammirazione-dipendenza tra Lila e Lenù è complesso come di solito è nella amicizie vere tra donne.
    Io Lila l’ho ammirata, detestata e amata assieme alla protagonista Elena. Per entrambe ho provato apprensione e pena sui loro dolori e sulle loro cadute, mi sono esaltata sulle loro vittorie e rivincite.
    Il primo libro è solo la punta dell’iceberg, è quello da cui ovviamente la storia comincia, ma gli altri trasmettono molto di più: il disagio, il desiderio di emanciparsi e migliorarsi dalle proprie origini umili (oltre alle due donne emergono bene anche gli altri personaggi del romanzo ) senza scendere a compromessi e senza vendersi l’anima. Qualcuno di loro ci riuscirà, qualcun altro no, ma ognuno a suo modo sarà sconfitto.

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    • Sono al primo, ma mi aspetto che con la maturità delle protagoniste anche la profondità dei loro pensieri si accresca.
      “A me piace la Ferrante perché dice le cose come stanno, senza fronzoli o buonismi. Il rapporto di amore-odio-ammirazione-dipendenza tra Lila e Lenù è complesso come di solito è nella amicizie vere tra donne.”
      E’ la stessa cosa che ho pensato io, schietta, senza fronzoli, senza giri di parole, in questo senso la scrttura della Ferrante può essere definita sgarbata, nel senso che dice le cose così come stanno, senza addolcirle e senza nasconderle.

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    • Al momento mi sono fermato al primo libro. Sono tornato indietro leggendo anche l’Amore molesto, ma mi è parso molto diverso. Il secondo libro del ciclo dell’Amica geniale è già presente sulla mia scrivania e attende che abbia finito altre letture.

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  5. Grazie Dottor Anfuso per la puntuale disamina.
    Torno a commentare nel suo blog dopo incasinamenti vari. E’ un piacere, si sa.

    Il libro ce l’ho… il tempo lo devo trovare, la lettura dell’Amica Geniale si approssima.
    Ma mentre ci sono, senza saper né leggere e né scrivere (come dice il mio conterraneo Montalbano ?!?), sfogliando il libro a ventaglio, noto che i capitoli sono molto brevi.
    Ora è evidente che i capitoli brevi sono una scelta ritmica ben delineata.

    Se l’autore è bravo e furbo, la chiusura di un capitolo è l’aggancio per leggere il successivo. E di capitolo in capitolo porti il lettore a divorare il libro a prescindere dal volume del tomo.

    Pertanto, tu che hai letto il libro, mi domando come interpreti questa scelta stilistica strutturale della brevità. Inteso l’argomento del romanzo, lo stile dell’autore, se ti ritrovavi capitoli di 30 pagine, l’avresti trovato meno scorrevole?

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    • Grazie Marco per la domanda, è una questione che mi interessa molto. Non ho mai scritto un articolo in proposito perché volevo tenere per me l’informazione (sai, per non avvantaggiare la concorrenza… :P). Quindi grazie per avere rovinato tutto mettendo in piazza i trucchetti del mestiere… XD

      Elena Ferrante fa una scelta ben precisa, che da un ritmo sostenuto a un genere che solitamente rischia di impantanarsi sulla lentezza dei ricordi e delle disamine a posteriori. I capitoli brevi, anche brevissimi, aiutano il lettore a procedere nella lettura. Non mi pare che un capitolo agganci l’altro, benché siano sequenziali, ma l’Amica geniale non è un romanzo di genere: segue dinamiche diverse.

      Avevo già intenzione di fare la stessa cosa con il mio, di romanzo. Mi dà un po’ fastidio essere stato così tanto anticipato (non che sia una novità quest’uso dei capitoli), in un genere in cui probabilmente, con tutte le differenze del caso, vado a insinuarmi come autore.

      Capitoli più lunghi avrebbero probabilmente rallentato il ritmo, rendendo la lettura di un romanzo come questo inevitabilmente più pesante.

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      • Ecco, lo sapevo, guastafeste come al solito. 😉
        La prossima volta che devo commentare, ti giro prima il commento, così mi dici se è opportuno XD
        A dire il vero una volta per un commento da elargire a un guest da te ospitato, volevo chiederti se era il caso di commentare. Poi mi sono autocensurato. “che è meglio!” Come diceva il saggio Quattrocchi nel fantastico mondo dei Puffi.

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    • Immagino che la Ferrante abbia pensato a me come lettore prototipale, che la sera, quando arriva il sonno, arranca sulle pagine per giungere alla fine del capitolo 😛

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      • Vero. A occhio l’Amica Geniale non è il mio genere, sapere che i capitoli sono brevi mi incoraggia. 😀
        Ma mentre ci siamo brucio un’altra tecnica segreta di Salvatore.
        Ecco, uno scrittore che scrive capitoli brevi con agganci per tirare la lettura successiva, deve prevedere anche i capitoli di pausa. Per la serie, fai capire al lettore: metti il segnalibro qui e domani mi continui.
        Ok, giuro che non svelo più i segreti narrativi di Salvatore. 😛

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        • Guarda, non è neanche tanto il mio genere, anzi, ero molto titubante, ma poi ho sentito pareri molto favorevoli da amici che hanno i miei gusti (tipo che leggono vagonate di fantascienza) e ho voluto dargli una possibilità. Alla fine mi è piaciuto, tanto che penso leggerò anche gli altri tre, prima o poi.

          P.S. e fu così che l’Anfuso mise la moderazione dei commenti 😛

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  6. Ho letto di recente il romanzo, spinta dalle tante osanne che mi arrivavano da più parti. Di solito non leggo uno scrittore italiano neanche per sbaglio, ma un’eccezione ogni tanto ci sta! Ho pensato: l’autore è bravo. Punto. La storia non mi ha divertita, non mi ha commossa, non mi ha elevata, insomma non mi ha veramente toccata. Allora, però, mi dico: non è un difetto da poco. La compressione delle emozioni nei personaggi – in parte anche legata al contesto di degrado, dove l’animo umano è impastoiato dalla nascita alla morte – nel mio caso si riflette sul lettore, e non riesco a considerarlo un bene. Non credo che leggerò i romanzi successivi.

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    • Ciao Grazia. Essere bravi è un difetto mica da poco. 🙂

      Senti, non ho capito questo passaggio: «La compressione delle emozioni nei personaggi – in parte anche legata al contesto di degrado, dove l’animo umano è impastoiato dalla nascita alla morte – nel mio caso si riflette sul lettore, e non riesco a considerarlo un bene» – cosa intendevi?

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      • Ho l’impressione che i personaggi del romanzo vivano talmente schiacciati dalla realtà da non potersi permettere di far emergere pienamente le proprie emozioni. Solo che così non sento niente nemmeno io.

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        • Credo che lo straniamento sia dovuto più allo stile scelto dall’autore che all’immersione dei personaggi nella propria realtà, cosa che al contrario dovrebbe invece suscitare forti emozioni e un grado d’immedesimazione maggiore. In questo caso l’autore ha scelto uno stile freddo, analitico, concentrato più nel confronto fra i due personaggi, Lenù e Lila, che non dei due personaggi con il proprio ambiente. A me il libro è piaciuto proprio per questa scelta, non credo che avrei sopportato altrimenti una storia sulla Napoli popolina.

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          • Ciao Salvatore,
            scrivo per la prima volta sul tuo blog e mi dispiace farlo per dissentire dalla tua disamina. La Ferrante non è chirurgica. Lo è Flaubert o Celine. La Ferrante è fredda. Punto. Ma perché manca di sincerità.
            Ho trovato infatti L’amica geniale irritante per la falsità della scrittura, per il vorticoso guazzabuglio di cliché da letteratura nazional popolare. Sembra ad ogni rigo di leggere la sceneggiatura di un tipo di fiction che tanto furoreggia con i vari Garko e le varie Arcuri.
            L’unica frase dialettale che mette in bocca, e spesso, ai suoi personaggi è la quintessenza della “napoletanità” svenduta a quattro soldi: “chillu strunz”. Quasi puerile.
            Insomma… un prodotto ben confezionato per vendere. E che vende, soprattutto se in seconda battuta si sa orchestrare una geniale, quella sì, campagna pubblicitaria. Questo è l’unico merito che riconosco ad un libro mediocre. Mi è bastato il primo che ho letto arrancando. Non credo che comprerò gli altri.
            Ti chiedo scusa se sono sembrata maleducata, ma dovevo esprimermi con questo tono per sentirmi completamente espressa parlando di questo libro.
            un saluto.
            Stefania

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            • Ciao Stefania, benvenuta nel mio blog. Ti conforto subito: non sei stata sgarbata, tantomeno maleducata. In effetti non hai neanche dissentito dalla mia “disanima”, visto che lo scopo dell’articolo era dimostrare che L’amica geniale non è un romanzo sentimentale né che la scrittura della Ferrante possa essere definita “emotiva”. Nel tuo commento affermi che è fredda – questa è la sensazione che ti ha dato – per cui in un certo senso condividi il mio punto di vista. Poi io ho adoperato l’immagine del medico forense perché mi pare che meglio di altre illustri questa freddezza.

              Certo è che un romanzo può essere giudicato solo se confrontato con altri all’interno di un contesto. Tu citi Flaubert e Celine (ma perché non Proust allora?) e io ti do ragione. Ma non mi sembra il contesto giusto per il romanzo della Ferrante. Anche se credo che Céline sia proprio la cosa più diversa dalla “precisione”. Céline fa della vaghezza e dell’imprecisione (quantomeno linguistica) un mezzo per indagare il mondo, quello interno al protagonista. Quello che intendo dire è che affiancare L’amica geniale a Madame Bovary o a Viaggio al termine della notte mi pare azzardato, forse addirittura inopportuno. La Ferrante è però molto precisa se confrontiamo il suo romanzo ad altri suoi contemporanei (non farò nomi).

              Che sia un prodotto pop hai perfettamente ragione, lo scopo è quello di solcare quella linea lì. È un prodotto progettato per fare quello e secondo me lo fa anche bene (le vendite lo confermano). In definitiva, e diversamente da te, non ho trovato pesante leggerlo. Mi è sembrato un romanzo facile da bere e, nel suo contesto, anche molto ben scritto.

              Trona a trovarmi! 🙂

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