Finzione: uno dei tanti nomi della verità


Guest-Post

Un guest post di Lucius Etruscus 

Un cortometraggio degli anni Novanta – di cui purtroppo non sono in grado di risalire al titolo – metteva in scena la finzione per eccellenza: il provino di un aspirante attore. Un momento cioè in cui una persona vera finge di essere qualcuno davanti a persone che sanno benissimo che sta fingendo: se riuscirà a convincerle, avrà la parte e potrà convincere molte più persone su un palcoscenico. Potrà, cioè, partecipare a un grande gioco: fingere una verità davanti a persone che fingono di credere in quella verità.

Nel cortometraggio in questione il regista chiede alla giovane aspirante attrice di mettere via il copione: non vuole sentire i soliti testi teatrali, vuole che la donna gli parli di sé, vuole la verità da lei. L’attrice è spaesata e chiede spiegazioni, così il regista le propone un curioso provino: prenda la sua borsa e racconti qualcosa legato ad ognuno degli oggetti in essa presenti. La donna, un po’ confusa, accetta: prende la borsa, comincia a tirarne fuori il contenuto e, con un po’ di imbarazzo, racconta al regista la propria vita attraverso gli oggetti personali che porta con sé.

Il provino finisce e l’uomo è molto soddisfatto. I due si salutano e la donna va via… senza la borsa. Perché il regista è stato preso in giro fin dall’inizio: quella non era la borsa dell’attrice ma di un’altra donna, momentaneamente assente, e ogni storia legata agli oggetti è stata inventata sul momento dall’aspirante attrice. Il regista voleva la verità, invece ha ottenuto una finzione ancora più finta di un testo teatrale.

Il cortometraggio si chiude ma ciò che rimane allo spettatore, oltre al divertimento per l’ispirato “colpo di scena”, non è la sensazione di aver assistito ad una finzione, bensì ad un modo diverso di raccontare la verità. Che la borsa appartenga o meno all’attrice, non ha alcuna importanza: la borsa è vera così come è vero il suo contenuto, e tutto ciò che l’attrice ha raccontato non è finto, appartiene sul serio al mondo di una donna – le sue insicurezze, le sue vergogne, la sua vanità – anche se non proprio alla donna che ci sta parlando.

“L’attrice, insomma, fingendo non fa altro che raccontare allo spettatore la verità. Anche se non la sua verità, comunque una verità.”

La situazione si ripete, con le dovute proporzioni, nel soggetto di uno dei più grandi e misconosciuti film del nuovo millennio: il capolavoro Daisy Diamond (2007) del danese Simon Staho. Qui una spaventosamente brava Noomi Rapace – che due anni dopo conoscerà il successo internazionale con la trilogia di Uomini che odiano le donne – interpreta un’attrice che partecipa a continui provini alla ricerca di un posto che le consenta di mantenersi in una città straniera ed ostile. (Lei è svedese ma lavora in Danimarca: se Lars Von Trier ci ha insegnato qualcosa, è che i danesi odiano gli svedesi!) Assistiamo ad un continuo e lancinante distacco dalla realtà, perché ad ogni provino l’attrice deve immedesimarsi in qualcuno… e ogni volta questo qualcuno è così terribilmente simile a lei che ne esce sconvolta. Visto che il regista gioca con lo spettatore e non fa mai capire quando la donna sta recitando in un provino e quando invece sta vivendo la sua vita, l’operazione colpisce profondamente, perché nel momento in cui noi “giochiamo”, cioè crediamo a quanto l’attrice sta recitando, scopriamo con orrore che invece quella è la sua vita. Ma un personaggio di un film non ha vita, è solo un ruolo ricoperto da un’attrice… esattamente come la protagonista del film, che non ha vita se non quella mostrata nei suoi provini.

Il film è un profondo omaggio al cinema del maestro Ingmar Bergman, in particolare a Persona (1966), dove un’attrice si blocca sul palco come se non riuscisse più a capire la differenza tra la sua vita e il suo ruolo, decidendo così di chiudersi in un mutismo disperato: se ogni parola che pronunci è falsa, come il testo teatrale scritto da qualcun altro, a che vale parlare? Le verrà affiancata un’infermiera chiacchierona per aiutarla, ma la potente personalità dell’attrice avrà la meglio: sarà l’infermiera a perdere il contatto con la realtà e a fingere una vita non sua, in uno dei più potenti e violenti atti di vampirismo dello schermo.

Ma questa è finzione, tutto ciò che vi ho raccontato finora è cinema, e Bergman stesso – fingendo un errore – mostra la troupe cinematografica nell’inquadratura di una scena di Persona, perché si capisca che è solo una finta. Una finta che però, come ogni finta, è l’unico modo per dire la verità.

Come il giovane protagonista di Come in uno specchio (1961) sempre di Bergman, che non ha il coraggio di parlare apertamente al padre, austero e distaccato, e così mette in scena una finzione, una recita quasi per gioco dove lui e i suoi parenti interpretano personaggi medievali: tramite quella recita scalcinata ma simbolo perfetto dell’inestricabile rapporto tra realtà e finzione («La mia vita è la mia opera, e la dedico a voi»), il giovane riesce a comunicare con il padre spettatore.

È il trucco di Amleto, che non trova mai il coraggio di porre il patrigno di fronte al suo crimine, e così si rivolge alla finzione: organizza una recita dove un re buono viene ucciso dal fratello cattivo, che ne sposa la moglie e ne usurpa il trono. È una finzione, è una recita… ma è esattamente la verità, è esattamente ciò che è successo ed è il modo di Amleto per comunicarlo al mondo. Lo stesso modo che ha Shakespeare di raccontare questa verità, perché nell’XI secolo lo storico Saxo Grammaticus ci racconta del principe Amleth, che si finse pazzo per organizzare una vendetta ai danni del patrigno, che aveva ucciso il fratello per usurparne il trono.

Questa è la verità… ma a chi interessa? Chissà quante famiglie hanno subìto un destino simile senza che nessuno se ne sia occupato. Poi arriva un drammaturgo, sostituisce una “acca” (da Amleth diventa Hamlet) e crea una delle opere più famose del mondo: ora che tutti quelli che hanno vissuto una tragedia familiare sono ben rappresentati; ora che una triste realtà ha avuto l’onore dell’attenzione; ora sì che la verità è diventata reale… ed ha potuto farlo solo tramite una finzione.

I sadici e i masochisti esistevano molto prima che il Marchese de Sade e Leopold von Sacher-Masoch ne scrivessero, così come Stendhal non è certo stato il primo a soffrire della sindrome omonima: però solo dopo che questi fenomeni sono stati descritti in un’opera di finzione… sono diventati reali.

Perché la realtà ci lascia indifferenti e invece la finzione ci fa innamorare? Non sarò certo io a dare la risposta ad una domanda vasta come il genere umano: magari ha ragione Ariosto quando, nell’Orlando Furioso, scrive «Se il vero annoja e il falso sì mi piace, / Non oda o vegga mai più vero in terra! / Se il dormir mi dà gaudio e il vegghiar guai; / Possa io dormir senza destarmi mai» (Canto XXXI, 63). È forse questo il compito dell’autore? Destare un lettore-spettatore che vuole solo dormire?

Forse magari la spiegazione si annida tra i due celebri versi di Nazim Hikmet – «Il più bello dei mari / è quello che non navigammo» –, forse è la passione umana per considerare sempre più affascinante ciò che è “altro” da ciò che si conosce a spingere il lettore ad appassionarsi per una vicenda che magari è identica a quanto accade al proprio vicino di casa, che però ignora. Una finzione rende innegabilmente più affascinante qualsiasi realtà, così come una poesia è più della somma delle parole utilizzata per comporla: c’è una qualità in più che la realtà acquista quando viene raccontata attraverso la menzogna. Addirittura diventa più vera.

È l’autore che, come Bergman, si maschera – persona era il termine latino per indicare il personaggio di un dramma – o si impegna in una recita all’apparenza balzana per cercare di comunicare con chi non vuol sentire; è l’autore che si limita a prendere il reale e a spostare un’acca, come Shakespeare, così che l’ignorato Amleth diventi l’amato Hamlet e tutti i figli incompresi del mondo abbiano finalmente una voce; è l’autore che sconvolge la vita dei propri personaggi e li fa soffrire in modo plateale e verboso ciò che nella realtà molti patiscono in silenzio.

Per spiegare tutto questo, Eduardo De Filippo scrisse il testo teatrale L’arte della commedia, dove di fronte all’altezzoso rifiuto di un burocrate di aiutare una compagnia teatrale, perché ci sono cose più serie e concrete a cui pensare, attua un curioso gioco: a mo’ di “vendetta”, il protagonista avverte il burocrate che manderà i propri attori ad impersonare gli abitanti del paese e a lamentare torti subiti e richieste varie, così da intasare l’ufficio con false richieste. Il burocrate, che è nuovo in paese e non conosce gli abitanti, dovrà trovare mille modi per capire se i personaggi che man mano gli si pongono davanti sono “veri” o sono “falsi”, ma la storia finirà senza risposta: non sapremo mai se quelle persone sono un gioco o parlano sul serio… perché non importa. Le loro storie sono vere, il dolore e l’ingiustizia che raccontano non sono meno vere solo perché chi ne parla è un attore; la piccole storie di violenza quotidiana e di squallore e di soprusi… il fatto che non sia vero chi le racconta, non vuol dire che accadano regolarmente senza che nessuno dica nulla. Di nuovo, serve una finzione per renderle vere.

Chiudo ricordando una storia di cui ho recentemente parlato in un post – e che ho raccontato brevemente anche nel mio romanzo Le mani di Madian, recentemente ristampato in digitale – la storia della coppia aggredita nel bosco da un brigante. Ognuno di loro racconterà una storia diversa dell’accaduto, tacendo elementi che potrebbero imbarazzarlo: proprio come l’autore Ryûnosuke Akutagawa ha taciuto eventuali collegamenti con Pirandello, che cinque anni prima aveva scritto una storia incredibilmente simile, proprio come sia l’autore giapponese che quello siciliano hanno taciuto gli evidenti collegamenti con un racconto di Ambrose Bierce: dov’è la verità? È impossibile stabilirla, sia dentro che fuori la finzione.

Se nel mondo reale non possiamo conoscere la verità, la chiediamo allora alla finzione: quando Akira Kurosawa prende la storia di Akutagawa e la trasforma in film, aggiunge un personaggio, un ulteriore testimone che racconta come realmente si sono svolti i fatti. Perché dovremmo credere a lui e non agli altri? Perché ci fa comodo, visto che si prefigge di raccontarci quella verità che la storia originale ci nega.

“La vita ci nega ogni giorno la verità, così noi andiamo a cercarla dove ci viene sempre fornita: nella finzione.”

___________________

Lucius Etruscus è vice-curatore di ThrillerMagazine e redattore di SherlockMagazine, gestore del database “Gli Archivi di Uruk” e di vari altri blog, come “Fumetti Etruschi” (recensioni di fumetti di ogni genere), “Il Zinefilo” (dedicato al cinema di serie Z), il “CitaScacchi” (citazioni scacchistiche da ogni forma di comunicazione) ed altri ancora. Scrive saggi su riviste on line, ha partecipato (sia come giuria che come autore) al romanzo corale “Chi ha ucciso Carlo Lucarelli?” (Bacchilega Editore) e su ThrillerMagazine ha raccontato le indagini del detective bibliofilo Marlowe… non “quel” Marlowe, i cui retroscena (ed altro ancora) sono narrati nel blog “NonQuelMarlowe”.

49 Comments on “Finzione: uno dei tanti nomi della verità

  1. Pingback: Guest Post su finzione e realtà | nonquelmarlowe

  2. In questo articolo hai proposto così tanti spunti che se fossi uno scrittore… forse dovrei prendere il vizio anch’io 😀
    Però forse sai, sull’ultima frase, forse cerchiamo la finzione perchè siamo stufi della verità (sempre che esista la verità) e se qualcuno ce la racconta bene, prendiamo per buona, ovvero per finta, anche una storia vera.

    Liked by 2 people

    • Ecco perché la finzione narrativa intriga sempre più, perché gli spunti non finiscono mai e c’è sempre da “abbellire” una verità che non si riesce (o non si vuole) vedere. Di sicuro scrivere è un vizio… ma un gran bel vizio 😉

      Liked by 1 persona

      • Una domanda che mi sorge, così, al volo, ma perchè da giovani (almeno parlo per me) siamo alla ricerca maggiore di finzione che appaia finta (per me è stato il fantasy soprattutto, ma non solo) e poi crescendo cerchiamo più finzione che sembri vera? Eppure da giovano dovremmo essere meno stufi della realtà, no?

        Liked by 2 people

        • Non ho mai tollerato il fantasy ma da giovane ero un divoratore di fantascienza: in fondo siamo lì. Non so se sia un discorso generale, ma nel mio caso crescendo cercavo qualcosa che mi aiutasse a interpretare la realtà, che mi desse le chiavi per i suoi enigmi: non necessariamente un’opera “vera”, ma che con la finzione mi aiutasse a capire quella sequenza di assurdità sconclusionate e fuori tema che altri chiamano “realtà” 😉

          Liked by 1 persona

        • Condivido la domanda di Grilloz, anch’io da ragazzo ho letto un sacco di fantasy. Adesso non riuscirei più, m’è venuta a noia, e leggo invece molta narrativa classica (cosa che prima, da ragazzo, mi faceva vomitare).

          Liked by 2 people

          • Nel Fantasy purtroppo, ma è un mio limite, temo, non sono mai riuscito a trovare un significato che vada al di la della lotta fra il bene e il male. La fantascienza ha saputo comunicare di più. Forse al fantasy mancano gli autori bravi, o forse non li ho saputi trovare.

            Liked by 2 people

            • No, non sbagli. Lo penso anch’io, che pur non sono stato un gran lettore di fantascienza. Tuttavia da ragazzi leggere qualcosa che metta ben in chiaro la differenza tra bene e male, non è un male (scusa il gioco di parole). Poi, però, crescendo si scoprono le sfumature. Il male non è sempre così nero e il bene non è sempre così bianco; soprattutto, ci sono nel mezzo un sacco di altri colori molto più interesasnti. 😉

              P.S. comunque il fantasy un grande autore, almeno uno, c’è l’ha avuto: J. K. Rowling. Senza dimenticare: J. R. R. Tolkien. 🙂

              Mi piace

  3. Avendo vissuto in Svezia, conosco il film Daisy Diamond e ne ho tuttora una copia nel pc. A leggere questo interessantissimo post (e quello di rimando nel link) mi hai fatto venire una voglia matta di rivederlo.
    Riguardo al fatto che i danesi odino gli svedesi, si può dire – tra il serio e il faceto – che valga per tutti gli altri scandinavi. Una volta, a Stoccolma, mi capitò di parlare con un norvegese che mi chiese da quanto tempo ero in Svezia. Io risposi. “Dieci mesi” e lui replicò: “Allora è troppo tardi. Sei già rovinato”.

    Liked by 2 people

    • Ah però, basta una manciata di mesi per essere vittima di razzismo? 😀
      “Daisy Diamond” mi ha sconvolto ed estasiato, personalmente lo considero tra i migliori film del Duemila, un uso puro (e quindi crudele) del mezzo cinematografico e va lodata la bravissima Noomi, che si distrugge per il regista. Consiglio sicuramente un’ulteriore visione, magari dopo aver rivisto “Persona” di Bergman: il rischio è che la realtà poi ci sfugga totalmente di mano…

      Liked by 1 persona

        • Basta che butti un occhio al cinema di qualsiasi altra nazionalità per trovare schemi diversi e quindi “freschi”, nel senso di “non inlazionati” per noi, spettatori cresciuti a pane e american style.
          Se ti piace il noir, ti consiglio l’israeliano “Big Bad Wolves”, uscito recentemente in DVD italiano: un nero durissimo che sfugge ai dettami a cui siamo abituati 😉

          Liked by 1 persona

            • Mitico, fanno davvero dei gran bei prodottini, e che lavorino bene lo si capisce quando gli americani cominciano a copiarli 😛
              La Thailandia sforna meravigliosi film d’azione, che hanno di grab lunga superato il cinema di Hong Kong, ormai troppo “schematico” e senza più i guizzi creativi che l’hanno reso grande.
              Ultimamente mi sono capitati film della Cina continentale, fatti con molti soldi: sono però inguardabili prodotti di bieca propaganda neanche mascherata…
              I paesi del Nord Europa continuano a sfornare ottimi prodotti che diventano pessimi remake americani, mentre nel campo della fantascienza la Russia è ancora imbattibile.

              Liked by 2 people

              • Abituati però agli effetti speciali di Hollywood, i film prodotti da Corea, Russia e via dicendo non vi paiono un tantino obsoleti? Lo dico senza critica, di cinema me ne intendo poco…

                Liked by 1 persona

                    • Questo perché la distratta distribuzione italiana ha fatto scomparire fette intere di mondi cinematografici, che non hanno nulla da invidiare ad Hollywood: considera che gli USA non hanno più un soldo mentre la Cina è ricca, e quindi i soldi per gli effetti speciali ce li hanno di più loro 😀
                      Comunque non parlo di effetti visivi ma di creatività e freschezza narrativa, cose ormai totalmente sconosciute agli studios che sono troppo schiavi di luoghi comuni e schemi ferrei. Ti basterebbe vedere gli originali asiatici dei vari film americani per capire la grande differenza di stile. (Proprio domani sul Zinefilo presenterò un confronto tra originale e remake 😛 )

                      Liked by 1 persona

  4. Mi piace la storia dell’attrice che simula la sua finzione-verità attraverso una borsa che non le appartiene.
    Racconta comunque la sua verità perché è il suo modo di vedere quegli oggetti dal suo punto di vista.
    Un po’ come il gioco delle associazioni mentali…

    Liked by 2 people

    • In fondo è quello che facciamo tutti: raccontiamo la nostra verità. E’ il paradosso di Rashomon, esistono tante verità quante persone la raccontano: dov’è dunque la verità “vera”? Esiste? E se esiste, come facciamo a percepirla, se non vediamo altro che la “nostra” verità? Forse a questo serve la finzione: astrarre dalle verità delle “persone” (intese sia come persone che personaggi) per tendere ad una verità più universale, o comunque più universalmente condivisa. Ecco il potere e la responsabilità grave di uno scrittore…

      Liked by 1 persona

  5. Pingback: [Pseudobiblia] Le parole degli altri | nonquelmarlowe

  6. Complimenti per questo guest Lucius. Non ti conoscevo, adesso ho imparato ad apprezzarti.
    Nel rapporto realtà e finzione gioca un ruolo primario anche Pirandello.

    Però ad essere onesto, la dicotomia realtà/finzione non mi appassiona più. A 40 anni ne ho viste parecchie della razza umana. Di vita vera colma di menzogne, di vite prive di verità, di tentativi maldestri di verità assoluta, di finzioni letterarie e cinematografiche, che ho tanto somatizzato l’argomento da non pormi più il problema.

    La vita è un flusso continuo dove verità/finzione/apparenza/percezione sono un tutt’uno inestricabile. Perché perdere tempo a domandarselo, a sminuzzare e centellinare tutte le possibile sfaccettature?

    Sì, sono argomenti che appassionano e che fanno parte dell’arte e fanno discutere dai tempi di Omero e del Cavallo di Troia. Ma le storie possono essere create e cesellate senza arzigogolarsi troppo nell’evidenziare quali sono i tratti di finzione e di verità.

    Forse, sono così “apatico” sull’argomento, perché nel mio passato la verità sulle cose del tutto l’ho cercata con ogni atomo del mio corpo. Ormai so.

    Io sono ben lungi dal credere alle favolette religiose, però, nella mia ricerca della verità, la risposta definitiva l’ho trovata proprio nella mia sfera più lontana: Gesù Cristo.

    Quando Pilato interroga Gesù per chiedere se quel che dicono i Farisei sul suo conto è la verità, Cristo risponde secco: cos’è verità?
    Illuminante, spiazzante. Alla richiesta di verità, l’unica risposta è la contro domanda. Tu che chiedi, sai di cosa stai chiedendo? La verità umana è impossibile, quindi perché domandare.

    E spesso, quando con amici che vorrebbero applicare l’intelletto alle sommità del cielo parlando di questi argomenti, quando arrivano al mio interpello io sono solito uscirmene con una mia classica battuta: Nella vita diffidate sempre dei fisici teorici e degli scrittori. I primi comprendono appieno la teoria della relativa di Einstein, i secondi sparano balle per professione.

    Ecco, una risata finale e ci siamo messi d’accordo su verità e finzione.

    Liked by 2 people

    • Caro coetaneo Marco, grazie dei complimenti ^_^
      Proprio nel tuo volerti (all’apparenza) allontanare dalla questione hai messo il dito nella piaga. Negli anni Cinquanta, proprio mentre Kurosawa portava in scena Akutagawa che scopiazzata Pirandello – che a sua volta probabilmente aveva letto un vecchio racconto di Ambrose BIerce, come racconto in una mia ricerca su Rashomon – il mondo scientifico era scosso da spasmi: Kurt Gödel aveva appena distrutto secoli di sicurezze dimostrando che c’erano tesi impossibili da dimostrare, così come Schrödinger (e il suo gatto) dimostravano che nel momento stesso in cui decidi di stabilire la “verità”… la contamini e quindi rimani con un gatto morto tra le mani.
      La condanna della razionalità umana è di rimanere in eterno sospesa tra realtà e finzione, e più si studia la questione più aumenta l’incertezza: forse è proprio per questo che amiamo la finzione letteraria, è come se riuscissimo in qualche modo a gestire, a dominare l’irrealtà che tanto ci spaventa.

      Liked by 2 people

    • E chi ci dice che la teoria dellla relatività non sia una balla pazzesca? 😉
      Da ingegnere ho un’approcio più pragmatico: funziona? Poi il fatto che non abbiamo ancora capito come si sviluppi fisicamente un vortice attorno a un profilo alare (sì, matematicamente funziona, ma…) ci importa poco, gli aerei volano, tanto basta 😛
      Lo stesso con la finzione o la realtà: è convincente? Per me basta 😉

      Liked by 2 people

      • Che la teoria della relatività non sia una balla pazzesca ce lo dimostrano le evidenze scientifiche. Che poi tali evidenze io non le possa determinare e debba fidarmi è un dato di fatto. Così come è evidente (a mio giudizio e di parecchi illustri scienziati) che la teoria della relatività sia incompleta e vada rivoluzionata, così come Einstein a suo tempo ha ribaltato Newton.
        Materia oscura ed energia oscura è probabile che siano le prossime chiavi. Spero solo che il prossimo genio la elabori prima che io muoia, altrimenti me ne vado senza aver acquisito un’altro passo essenziale verso la verità.
        Che poi io dalla teoria della relatività, da materia ed energia oscura ne tragga un mio prossimo romanzo che mi eccita e penso che sia una gran figata, beh, questa sì, è pura finzione. 😉

        Liked by 2 people

        • Ma io credo ciecamente nella fisica (in realtà ai tempi la relatività ristretta l’avevo anche capita, quella generale neanche ci ho provato :P)

          Liked by 3 people

          • ahah e sì è ostica. Io provo a impararla a strati, un pochetto ogni anno. Quando finalmente ho compreso cos’è la gravità come distorsione dello spazio/tempo mi son fatto un bicchierino da astemio XD

            Liked by 1 persona

  7. Grande, Lucius, che bel post! Si può dire che la realtà, come la bellezza, stia negli occhi di chi guarda. Reale e fantastico sono mondi da esplorare senza pregiudizi o si rischia di perdersi qualcosa. Non sempre voglio indagare su quale sia il confine, a volte mi godo ciò che vedo… o immagino 🙂

    Liked by 2 people

      • Vero, e io adoro indagare. Solo ogni tanto mi piace stupirmi per la magia, senza cercare di svelare il trucco del prestigiatore 😉 Soprattutto mentre leggo o guardo un film mi lascio trasportare e non mi faccio domande finché non mi passa la bella sbronza di una buona finzione.

        Liked by 1 persona

        • Hai usato la parola giusta, “magia”. Una buona opera di narrativa (che sia un libro o un film o qualsiasi cosa racconti una storia) è magica finché regge il “patto” che stipuliamo con l’autore. Ci sarà tempo dopo per le “indagini” 😉

          Mi piace

  8. Pingback: Finzione: uno dei tanti nomi della realtà | nonquelmarlowe

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: