La ragazza del treno

Struttura-romanzO

Lo sguardo distratto di un pendolare, spinto a vagare fuori dal finestrino di un treno, raramente si sofferma su un’immagine vitale; a Rachel succede: vede qualcosa che le cambia la vita, per sempre. 

Questo potrebbe essere l’incipit del romanzo di Paula Hawkins, che in breve tempo è diventato un vero best-sellers 2015. La storia, però, è molto più banale e ripete in modo seriale una trama trita e ritrita che più non si può. L’autrice questo lo sa benissimo. Infatti, per salvare la situazione, per evitare di sfornare l’ennesimo thriller fotocopia, decide di fare l’unica cosa sensata: agisce sulla struttura del romanzo.

Questa non è una recensione, quindi che la storia sia banale e che la scrittura non abbia uno stile particolarmente interessante non ci importa affatto. Quello di cui mi preme parlare, l’unico motivo per il quale ho deciso di leggere questo romanzo, è la sua struttura. Se perfino un’autrice come la Hawkins arriva a intuire che il futuro del romanzo è legato alla gestione della struttura, allora siamo sulla buona strada.

Un diario. Anzi: tre.

La forma è quella del diario. Anzi, di tre diari che si alternano fra loro. Tre donne narrano attraverso il proprio punto di vista una storia che si va componendo tassello dopo tassello. O, almeno, questo era l’intenzione nelle speranze dell’autrice. Purtroppo la forma del diario non è quella ideale per un thriller, perché rallenta l’azione e impone vincoli che impediscono l’esaltazione dell’unica caratteristica che dovrebbe accomunare i romanzi di questo genere: la tensione.

L’autrice sa anche questo e decide di puntare su una forma raccontata in prima persona ma al presente. La scelta del tempo verbale vuole in qualche modo trarre in inganno il lettore, facendogli credere di partecipare all’azione anche se raccontata tramite un diario, come se il racconto si svolgesse in una terza persona focalizzata con tempo verbale al passato remoto. Questo, in alcuni passaggi, crea un effetto bizzarro: quello di un racconto inciso su un diario che narra in presa diretta un’azione che, in teoria, si è svolta nel passato, ma in pratica si svolge davanti ai nostri occhi… Raggiungendo picchi surreali quando persino l’omicidio viene raccontato, nel proprio diario, in prima persona presente, dalla vittima.

Tuttavia l’editor conosce bene il proprio mestiere e, se si sorvola su alcuni passaggi, quasi si rischia di cadere nel tranello. È probabile che un lettore meno accorto – di chi studi grammatica, scrittura creativa e struttura narrativa per farne un mestiere – possa effettivamente venire beffato. Tuttavia l’autrice ha rotto la prima regola di ogni buon scrittore: l’onestà. Ma l’onestà non ha nulla a che fare con la struttura, quindi non rientra nel nostro interesse specifico.

Una struttura sfasata

B è alcolizzata, single e ha perso il lavoro. Ogni giorno finge di andarci ugualmente, facendo su e giù con il treno. A è una donna bella, sicura, disoccupata ma con un marito splendido e una bel villino che si affaccia sui binari. Naturalmente A è destinata a fare una brutta fine. Pian piano che la narrazione prosegue, pian piano che B si mette sulle tracce di A per cercare di scoprire cos’è realmente accaduto, le parti si invertono.

Quello che mi ha attratto di questo romanzo è la struttura sfasata, probabilmente essenziale, ma non così lampante, utilizzata per narrare attraverso tre diari una storia di tradimento coniugale con relativo omicidio. Infatti la narrazione nei tre diari, pur alternandosi con costanza, non si svolge contemporaneamente, ma in tempi diversi. La data riportata in calce nelle varie pagine non è cronologicamente consequenziale, ma sfasata anche di mesi. La vittima, che chiamo A, ad esempio racconta la sua parte di storia in un periodo precedente, anche se non di molto, quello narrato dalla protagonista B. Scelgo di non mettere i nomi per non rovinare la sorpresa a coloro che hanno il cuore di leggerlo, questo romanzo.

Questa sfasatura non è solo essenziale per la trama, di cui non ci importa un bel nulla (tanto la storia è banale), ma funzionale per l’evoluzione di un elemento secondario di cui probabilmente la stessa autrice non si è accorta: l’evoluzione psicologica dei personaggi. All’inizio è A a stare “bene” e B a stare “male”, molto male. Man mano che la storia prosegue, come dicevo, queste due parti s’invertono fino a riscattare completamente B.

Questa inversione però non avviene in contemporanea, ma segue la sfasatura cronologica scelta dall’autrice per la trama. Questo elemento non è così lampante. Si sarebbe portati a immaginare che nel momento in cui A scompare e B si mette sulle sue tracce, grazie a una ritrovata forza di volontà e spinta da un nuovo interesse che le riempie la vita al posto dell’alcol, la protagonista trovi la forza per riscattarsi: ma non è così, perché i due racconti sono cronologicamente sfasati! Quindi quando B si mette sulle tracce di A, quest’ultima è già morta, ma nel racconto del diario di A non è ancora avvenuto perché precede di qualche tempo quello di B…

Conclusioni

Che sia voluta o meno, la trovata è geniale. Tuttavia non basta a risollevare un romanzo noioso. Nelle prime due pagine l’autrice sceglie di mettere due pezzi essenziali del puzzle. Due estratti che vengono poi ripetuti nell’ordine cronologico corretto. Anche questa è una scelta; anche questa è una scelta geniale; anche questa scelta riguarda la struttura del romanzo. Quindi, se la storia è inconsistente e non c’è alcun modo che la trama, per quanto articolata, possa donarle originalità, una struttura ben ponderata può portare un senso di freschezza intellettiva lì dove non ci si aspetterebbe; tanto da essere spinti a chiedersi: ma la storia è volutamente banale?

84 Comments on “La ragazza del treno

  1. Non l’ho letto, anche se sono stata tentata di comprarlo. Per cui il mio giudizio è totalmente arbitrario. Tuttavia per rispondere alla tua domanda finale, penso che sia probabile che la storia sia volutamente banale. Una storia di spessore non avrebbe corso il rischio di nascondere la struttura?
    Comunque ho già capito: mi tocca aggiungere anche questo libro nel già ben nutrito elenco di libri da leggere nel 2016.
    Grazie per avercene parlato! 🙂

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    • Una storia di spessore non corre il rischio di nascondere la struttura – per questo, basta dare uno sguardo all’Arcobaleno della gravità, che parla appunto della seconda guerra mondiale (una storia di spessore, quindi) -, semmai una struttura geometrica potrebbe non avere senso con una storia di spessore. Dico: potrebbe; perché in realtà le storie sono state tutte raccontate ormai, e di originale, dopo Joyce, non c’è rimasto più neanche lo stile. L’ultima speranza rimane proprio la struttura…

      P.S. grazie per aver letto.

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      • Magari per te non c’è questo rischio, ma secondo me su lettori più sprovveduti come me (che sono la maggioranza), sì. Non dimentichiamo che è un libro che ha scalato le classifiche…

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        • Non credo esistano lettori sprovveduti. Credo che esistano lettori che preferiscono lasciarsi immergere nella storia, e lettori che hanno un approccio più “logico”, quasi analitico, alla lettura. Io ammiro di gran lunga più i primi, in fondo la lettura dovrebbe essere proprio questo: un’immersione. 🙂

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          • Bella questa tua distinzione, anche gentile nei miei confronti :P. Sprovveduti nel senso che non sono in grado di riconoscere queste dinamiche. Io, per esempio, pur essendo sempre stata una discreta (anche forte secondo certe statistiche) lettrice, solo negli ultimi anni ho imparato a notare la struttura, ma se la storia mi piace, mi ci perdo

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  2. Mmm, temevo lo spoiler e infatti 😛 tranquillo, ho letto con piacere i dolori del giovane Werter (nel periodo Sturm un Drang) pur sapendo come andava a finire 😀
    Stavo pensando se ho già letto romamzi con questa struttura sfalsata, forse in questo modo qui no, cioè con una delle due “storie” che inizia dove finisce l’altra, però con storie che succedono “parallelamente” in periodi diversi sì. Uno di questi è le vacche di Stalin di Sofi Oksanen che racconta la storia di tre donne, nonna madre e figlia, al confine tra Estonia e Fillandia ognuna nel suo tempo. Fra l’altro, visto che ormai hai questa cariera da scrittore di confidenze, te lo consiglio perchè io una lettura così schetta e disincantata del fenomeno dell’anoressia e della bulimia non l’avevo mai trovato.
    Sulla banalità della trama per far emergere la struttura ci credo poco, penso piuttosto che la trama sia banale per il tipo di lettore a cui si rivolge, e forse perchè l’autrice non era all’altezza di una trama più complessa. Poi non so, non avendolo letto non saprei che dire. Ci sarebbe un lungo discorso da fare su quanto deve davvero essere bella e originale la trama di un libro o di un racconto ma è un discorso un po’ troppo lungo 😀
    Resta invece la domandasu come un romanzo che non ha nulla di spettacolare diventi un best sellers mondiale.

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    • Condivido la tua opinione, sia per ciò che riguarda l’autirce (non credo che abbia deliberatamente scelto una storia banale per far risaltare la struttura, la struttura risalta molto più nel mio post di quanto non faccia nella realtà e l’ultima domanda è volutamente ironica), sia per ciò che riguarda il mondo dell’editoria: in fondo, se per leggere si hanno solo ritagli di tempo, forse è normale essere attratti da storie banali.

      Se hai tempo da spendere, e non potrei immaginare in che altro modo potresti spendere il tuo tempo su in Germania, potresti scrivere un guest sulla banalità che attrae le vendite: quanto banali bisogna essere per vendere un mucchio di libri? 😉

      Infine, grazie per il suggerimento. Vado a cercarmi il libro di Sofi Oksanen.

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  3. Io non l’ho letto il libro. Ho una pila troppo lunga da smaltire.

    Però e stavolta ti incastro io 😀 adesso ti occorre scrivere un post sul tuo concetto di storia banale.

    Perché se per banale intenti: storia semplice, significa che le storie non banali siano quelle articolate e complesse.

    Ma in questo caso penso che il tuo banale sia più riferito a: storia scontata, trita e ritrita. Però a quel punto occorrerebbe veramente identificare tra tutte le storie pubblicate ogni anno quali non siano trite e ritrite.

    Anche perché alcune storie che a livello di trama potremmo definire banali sono capolavori della letteratura come: La montagna incantata, Viaggio al termine della notte o l’immensa Recherche di Prust.

    Ultimamente un altro capolavoro la cui trama è pressoché banale, riemerso dal passato e diventato bestseller è Stoner.

    Se poi vogliamo trovare qualcuno le cui trame non sono banali basta chiedere allo zio Chuck (Palahniuk). Ma chiedere a Chuck è sempre pericoloso…

    Poi se entriamo nei generi dove i cliché abbondano tutte le storie d’amore, i gialli, la fantascienza, i thriller sono un po’ banali, triti e ritriti.

    Quindi io ho ipotizzato, ma si richiede post sulla definizione di storia banale:
    XD

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    • Hai centrato il bersaglio.

      Dunque, con storia banale intendo una storia già letta, vista, ascoltata, in certi casi “vissuta”, addirittura, migliaia di volte, tanto da non poterne più. A questo punto, giustamente, ti domandi: ma quali storie non sono banali? La risposta è semplice: nessuna. Se è vero che il numero di trame possibili è limitato, allora è anche vero che tutte le storie possibili sono già state lette, viste, ascoltate, eccetera eccetera.

      Per ovviare a questo problemuccio, s’è fatto ricorso allo stile. Lo stile serviva in un certo senso a “guardare” a una storia ormai frusta con uno sguardo diverso, diciamo: trasversale. Tuttavia, dopo Joyce, anche lo stile è tramontato. Ecco perché sto lavorando alla “struttura-romanzo”; credo, cioè, che solo la struttura possa dare freschezza a una narrativa ormai tediosa.

      Però… C’è sempre un però… Però, dicevo, c’è anche un altro tipo di letteratura. Una letteratura volutamente classica, alla Elena Ferrante, che se ne sbatte di raccontare storie già lette e che, invece, fa dello stile più classico, e in questo senso: più puro, quasi un vessillo. Attualmente sto cercando di capire come le due cose possano essere integrate. Il mio obbiettivo, cioè, è di frantumare la storia in tasselli, come quelli di un puzzle, e di ogni tassello usare uno stile che più classico non si può, per poi rimettere tutto insieme con una struttura “geometrica”. Sto ancora lavorando sulla definizione di “geometrica”. A febbraio inizierò a parlare di queste cose. Il primo post è già pronto; sto lavorando sui restanti.

      Ecco, quindi, perché l’esperienza con Confidenze per me è fondamentale. Lì, c’è il prototipo abbozzato della narrativa classica. Lì, sto facendo esperienza con questo tipo di letteratura.

      Ho risposto? 🙂

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      • Dimenticavo: Stoner è nella lista delle letture di quest’anno; l’ho già acquistato e mi aspetta sul comodino. Palahniuck è Palahniuck. Ho già letto diversi romanzi suoi (Fight Club, Survivor, Invisible Monsters, Soffocare) e quest’anno ne ho uno inserito nella lista: Beautiful you. 🙂

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        • Ti manca Rabbia, che oltre tutto ha anche una struttura (non sono sicuro che si possa parlare di struttura) interessante, poi sta a te dirmi se è post-moderna 😉
          Stoner devo metterlo in lista anch’io? Tanto la lista è ancora aperta 😛

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          • Rabbia: me lo segno. Stoner dovresti metterlo nella lista, sì. Ormai ne parlano tutti e come faresti nei cocktail bar a intrattenere i tuoi ospiti altrimenti? 😀

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              • L’ultima volta che sono stato in Germania, ho cercato di leggere un quotidiano… Sembravano geroglifici. Come fai con le indicazioni stradali? XD

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                • Quelle sono facili 😀 una vota che impari a leggere solo le prime tre lettere del nome (cinque al massimo) della via 😛
                  No, dai, geroglifici no, usano i caratteri latini, hai presente il russo invece?

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                  • Ti dirò: ero rimasto affascinato dall’inserto pubblicitario di un quotidiano. Riguardava un supermercato, e metteva in vendita le stesse nostre cose, che so: filetto, sapone, latte, ecc. Però li chiamava in modo diverso: sfrtaorgni!, oppure: fresfnisrthsklfn! Cose così… O.O

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        • Ops nel commento in risposta ho sbagliato l’indentazione. 😦

          La cosa strabiliante di Stoner è che Williams nella prima pagina ti dice subito chi è Stoner, dove è nato, come ha vissuto e che è morto senza troppi ricordi. Auto-spoiler totale. Potresti già chiudere il libro se ti aspetti la trama.
          E’ l’antitesi di ogni manuale di scrittura. Nessun mistero, sai che nella sua vita non ci saranno eventi mirabolanti.

          Eppure lo stile di Williams è eccezionale. Con una scrittura pulita e precisissima ti porta dentro il personaggio. Ne sei partecipe. In lui vedi la vita viva, quella vera e di tutti che si riflette e in cui ti ci riscontri.
          E’ uno dei miei libri preferiti senza dubbio.

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          • Se non ho interpretato male quello che mi hanno detto, e che tu sembri confermare, Stoner è un romanzo palesemente e banalmente classico. Motivo questo che non gli ha fruttato fortuna quando è stato scritto, ma che ora, che siamo in un periodo di forte ritorno al classico, l’ha fatto riscoprire. 😉

            Lo leggerò sicuramente.

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            • E comunque, quando ti affezioni a certi libri vuoi saperne di più sull’autore, Williams era insegnante di scrittura creativa. La sapeva lunga.
              E in fondo quale può essere la sfida più grande per uno scrittore, del prendere una storia i cui tratti sembrano assolutamente banali, e provare a farne un capolavoro?
              Credo che Williams abbia provato coscientemente a fare questo. Il libro all’uscita ebbe importanti consensi di critica, vinse anche premi, ma scarse vendite di pubblico e scivolò nell’oblio.
              Un po’ come il grande Yates di Revolutionary Road, amato dai critici, emulato e studiato da tutti gli scrittori americani, compreso King, ma che non è mai entrato nelle grazie del vasto pubblico. Misteri letterari.. Amen. 😀

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              • Può essere un possibile punto di vista. Mi affascina questa cosa che hai detto, sembra quasi: la sfida del secolo: non far anoiare le persone. 😀

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      • Perfettamente d’accordo. Come ti avevo già detto parlando, mi pare, di post-moderno e del racconto “Tre volte swing” penso che la struttura sia diventata ormai determinante. Appena mia moglie libera il primo libro della tetralogia della Ferrante devo leggerla anch’io, voglio capire infatti perché piace così tanto, vista appunto la trama “semplice” e la struttura lineare.
        Ricordo molti anni fa come mi colpì “Dieci piccoli indiani” di Agata Christie, dove la trama non è semplicissima ma neanche troppo complessa per un giallo, ma la struttura a “diari incrociati”, la lettera finale che spiega tutto… un capolavoro di struttura, almeno per un lettore giovane e inesperto qual ero ma che mi affascina ancora oggi. E si parla di un romanzo scritto nel 1939. Per me la struttura è così importante che sono disposto a sorbirmi una prosa noiosa se la struttura sottostante è potente. Ormai vedo come te l’aspetto “tecnico” di quello che leggo. Ma la cosa non mi dispiace.

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  4. ahah furbacchione, io ti chiedevo il post e te ne esci col commentone.
    Sì, hai risposto. 😉
    Io però credo che “il grado di originalità” di una storia sia data dal mix delle tre cose insieme. Trama, struttura e stile. Tutt’e tre gli elementi se fortemente connaturati con personalità devono servire al bene primo del romanzo: far voltare pagina al lettore.
    Nessun libro, per quanto letterario o commerciale oggi può permettersi il lusso di far ristagnare i lettori sulla pagina.

    Anche chi aspira a libri volutamente letterari deve ambire a questo. Perché rispetto al passato vi è una sovrapproduzione di libri. Se un tempo vi era la possibilità di soffermarsi sui libri colti, oggi non più. Troppe pubblicazioni, troppa fretta editoriale, l’oblio del libro è dietro l’angolo per tutti.

    E chi pensa che il far voltare pagina al lettore debba essere una prerogativa dei libri commerciali pensa male.
    Stoner ti porta pagina dopo pagina a seguire il protagonista come se fosse il tuo parente più stretto.

    Io credo che si possa, anzi si debba (ne abbiamo parlato altre volte noi due) scrivere libri profondi ma anche avvincenti. Scavare dentro la natura umana, nei misteri esistenziali coniugando trame che diano stimoli.
    Fattibilità di questo? Boh, è molto difficile.

    Anch’io sto studiando parecchio la struttura.

    Tu dici:
    Il mio obbiettivo, cioè, è di frantumare la storia in tasselli, come quelli di un puzzle, e di ogni tassello usare uno stile che più classico non si può, per poi rimettere tutto insieme con una struttura “geometrica”. Sto ancora lavorando sulla definizione di “geometrica”.

    Affascinato, non vedo l’ora di leggere questa serie di post. 😉

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    • John Gardner parla di sogno vivido e ininterrotto, ecco, se riesci a far rivivere quello puoi anche raccontare che sei andato a fare la spesa e funziona.

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    • Grazie Marco. Secondo me, se il libro è scritto bene e l’autore è stato onesto con se stesso, far voltare la pagina è naturale. Cioè, non è una cosa che dovrebbe richiedere uno sforzo o un’attenzione particolare da parte dell’autore.

      Inoltre, e in questo L’arcobaleno della gravità è un esempio palese, far ristagnare il lettore sulla pagina non è un male se il libro poi ha un valore. Da un mese sto cercando di digerire quel libro. Sono a pagina 170 e il libro è di 900 pagine… Eppure è un libro di valore.

      C’è un mix, dici bene, di cose: un grande tema, degli elementi ricorrenti, uno stile che fa della digressione ossessiva un’arma… e poi, be’ poi il sesso! Quello proprio più becero e malato che tu possa immaginare. Ho paura a finire quel libro; ecco perché ne sto leggendo altri. XD

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  5. Ti ringrazio per l’analisi ricca di spunti.
    Non ho letto il libro, ma la domanda finale me la pongo spesso. E la risposta che do è NO. La trama di solito non è volutamente banale. Il problema è che se struttura, stile e quant’altro è tecnica, la trama non è (solo) tecnica. È idea, è pensiero, è, insomma, altro. Una buona trama non è solo tecnica, è anche un dono del cielo. Quando questo non arriva si fa quel che si può con il resto.

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    • Calvino, ad esempio, è tra i tanti a chiedersi che origini abbiano le idee. Lui le chiama: “immagini mentali”. Parte da quelle, dalle immagini, per poi trasformarle in storie. Certamente, per quanta tecnica ci sia, ogni libro parte inevitabilmente da un’idea. Non sono mistico come te e quindi penso che l’idea sia un misto di sostrati originati da più cose: passioni; suggestioni; immagini o oggetti o situazioni che hanno attirato una volta la nostra attenzione e poi ce ne siamo dimenticati, ma sono rimasti lì, da qualche parte, pazientemente ad aspettare di tornare in superficie. Sinceramente non credo alle persone che dichiarano d’avere un blocco creativo. Le idee sorgono spontaenamente in continuazione, e vale per tutti. Le sole idee che non vengo mai, sono quelle che cerchiamo di proposito. 😉

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      • “Le sole idee che non vengo mai, sono quelle che cerchiamo di proposito.” Infatti consigliano tutti quando un’idea proprio non ti viene di staccare, pensare ad altro, fare due passi, andare a dormire…
        In genere funziona 😉

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    • Non sono così convinto, anche le idee arrivano con l’esercizio costante. In ogni caso dei circa 40 romanzi che ho letto l’anno scorso forse ce n’era uno con un’idea che ho trovato originale, eppure ho letto tanti buoni libri. La verità è che è già stato raccontato più o meno tutto, si possono al massimo incrociare storie già scritte, giocando sui particolari, sui dettagli, spostandole nel tempo magari o in un ambiente diverso.
      Poi se un romanzo dalla trama banale è arrivato a diventare un best seller mondiale probabilmente aveva qualcosa che magari noi non riusciamo a intuire, ma la casa editrice ha visto subito 😛

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      • E mica solo la casa editrice, anche tutti i lettori che, diversamente da noi, l’hanno letto e apprezzato moltissimo. La verità è che questo, come molti altri best-sellers, è un romanzo da ombrellone. Il prossimo anno ce ne sarà un altro. 😛

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        • I lettori in realtà l’hanno “subito”, mentre la casa editrice l’ha scelt proprio perchè era una perfetta lettura da ombrellone, se fosse stato un libro complesso non sarebbe andato bene, magari il libro complesso l’avrebbero pubblicato a settembre o meglio a gennaio quando la gente fa i buoni propositi per l’anno nuovo e dice, quest’anno leggerò romanzi più impegnativi 😛

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          • Be’ subito no, non credo. In fondo nessuno è obbligato a comprare o leggere niente. Non me lo vedo Arnoldo, buon anima, col winchester imbracciato, che ti punta da dietro la vetrina di una libreria… XD

            Non è però sbagliata l’idea di capire le dinamiche del mercato in base ai mesi (e alle festività)… Dici che i libri impegnati si vendono meglio a gennaio?

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            • Infatti subito l’ho messo tra virgolette, nel senso che hanno avuto una possibiltà di scelta limitata ai 10 libri esposti in autogril e fra i quali la raggazza spiccava.
              Però non è male questa immagine di Arnoldo 😀

              Io penso che le case editrici grosse certi ragionamenti li facciano, ad esempio millemondi estate esce appunto d’estate, quale sia il periodo più ndicato per un libro impegnato non saprei, sicuro non giugno luglio, quando siamo già tutti stanchi dal lavoro e desideriamo solo rilassarci, ma magari al rientro, a mente fresca, siamo più propensi a qualcosa di più impegnativo. Il periodo prenatalizio invece richiede le famose strenne, quindi libri che nessuno leggerà mai ma che sono adatti da esporre nella propria libreria, infatti è in questo periodo che vengono pubblicate le storie dei calciatori o le raccolte giornalistiche.
              Poi immagino che ci sia anche il periodo adatto a far uscire il libro da candidare allo Strega, non troppo presto ma neanche troppo vicino alla scadenza. Lo Strega offre anche l’opportunità di un doppio lancio, (anche triplo se il libro entra in dozzina), quindi uscire troppo vicini alla data di presentazione dei candidati è controproducente. Probabilmente lo si tien lì in caldo fino al momento opporutno.

              E io non ho studiato marketing, pensa cosa avrei potuto fare 😀

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                  • Ma in effetti io non ne penso così male, potremmo farne due di post uno più o meno pro e uno molto contro, ma quando ci sarà il tuo almeno in dozzina 😉

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                    • Io invece malissimo. Perché se Salvatore vorrà vincere il premio DOVRA’ pubblicare SOLO con un unico editore.
                      Negli ultimi dieci anni il premio Strega è stato vinto per 7 volte dal gruppo Mondadori (Mondadori/Einaudi, e 3 volte dal gruppo RCS (Rizzoli/Bombiani).
                      E tutti gli altri editori? E tutti gli altri scrittori al di fuori della consorteria non valgono?

                      Adesso che è nata Mondazzoli negli ultimi 10 anni hanno il 100% dei vincitori. Non male in una competizione. Nemmeno il Barcellona arriva a tanto. Anzi a dire il vero, quest’anno è nato lo Strega Giovani, cioè non per gli scrittori giovani, ma dove giovani sono i votanti e “CASUALMENTE” ha vinto un altro Mondadori.

                      Il premio è pilotato? Ognuno ne tragga le sue conclusioni. Se posso essere onesto e lo sono, a me questo non piace, mi indigna. Lo Strega fa vendere tanti libri, ma valore morale uguale a zero: Imho.

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                    • Ci colpa Salvatore, 😛 è lui che ha detto che vuole vincerlo, e lì mi è partito il ghiribizzo perché se sbaglia il gruppo editoriale come diceva Funari: Nun ‘gna fa. XD

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                    • Bene, quindi devo per forza pubblicare con Mondadori. Non sarà un grande sforzo, presumo. Non solo perché mi pubblicano già, ma perché fra poco, Antitrust permettendo, compreranno anche le restanti case editrici… XD

                      Pensaci, ci fosse una solo casa editrice, nella competizione dello Strega nessuno scrittore partirebbe avvantaggiato, o svantaggiato. 😛

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  6. Scrivo il commento senza aver letto quelli precedenti (li leggerò con calma più tardi) quindi potrei ripetermi 🙂
    Ho letto il romanzo in agosto e non so se era perché avevo più tempo ma l’ho letto in due giorni, completamente catturata dalla storia, qualche perplessità l’ho avuta anch’io. Probabilmente la storia è banale perché si parla sempre di corna e di un omicidio, però la struttura è in effetti interessante.
    Secondo me quello che cattura nella storia è il fatto che quando credi di aver capito chi è l’assassino (o comunque il cattivo della situazione che potrebbe anche essere l’assassino) la situazione si ribalta e sei di nuovo assalito dai dubbi. Secondo me questo è il motivo per cui sei spinto a continuare a leggere.
    I diversi punti di vista dei tre personaggi non sono una novità (Daria Bignardi ha usato la stessa struttura in due suoi libri che ho apprezzato parecchio)
    E poi alla fine c’è un colpo di scena (che non mi aspettavo)

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    • Giulia però il ribaltamento del finale e i dubbi sull’identità del vero assassino è proprio la base, di un giallo o di un thriller investigativo, se ci pensi. È, diciamo, il minimo che ti aspetteresti da un libro di questo tipo. Non ci fosse neppure quello… 🙂

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  7. La struttura mi sembra geniale, ma il punto di vista così come l’hai descritto un po’ inverosimile, o no?
    Se stai studiando la struttura, devi assolutamente leggere “Il tempo è un bastardo” di Jennifer Egan! 🙂

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  8. Leggerò la ragazza del treno se esce il tascabile o se lo trovo in biblio o se me lo prestano. Comprerò Stoner, ho idea di averlo trascurato già troppo a lungo. Il guest post scusate ma Marco se lo fa, lo fa da me 😀
    Sì, convengo che un po’ tutto sia già stato scritto ed essere originali nella trama sia difficile, forse meno difficile è esserlo nella struttura, nella voce, non so eh. In ogni caso chi, a parer mio, è in cerca di strutture almeno un po’ nuove, non può perdersi Il tempo è un bastardo, di Jennifer Egan, grandissima autrice pubblicata in Italia di mimum fax uno dei pochi editori indipendenti che ha le carte per uscire dai soliti giri Mondazzoli. I premi in Italia davvero sono sorprendenti, ahimè in negativo, a parte lo Strega giovani a Genovesi di quest’anno.

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