8 domande sul crowdfunding


Guest-Post

Le strade che portano alla pubblicazione sono molte. Alcune più ardue di altre. Io, la mia, l’ho scelta e mi pare stia dando dei frutti. Non è detto, però, che sia l’unica valida. Visto che Silvia ha maturato un’esperienza diretta con il crowdfunding, le ho chiesto se le andava di parlarvene…

Un guest post di Silvia Algerino

… quando Salvatore mi chiese di scrivere un guest post, subito tentennai.

In primo luogo perché si sarebbe trattato del mio primo guest post su di un blog piuttosto frequentato, e la cosa mi intimoriva un po’, in secondo luogo perché ero consapevole che l’argomento propostomi, il crowdfunding, non è così semplice da trattare all’interno di una comunità di aspiranti scrittori e di scrittori generalmente ostili a questa pratica.

Se i post sul self-publishing collezionano decide di commenti, a volte accesi, nello scontro tra detrattori e fan, del crowdfunding nemmeno si parla, un po’ perché sconosciuto un po’ perché nemmeno preso in considerazione.

Tuttavia mi piacciono le sfide e sono abbastanza abituata, anche nella vita vera, a trovarmi d’accordo con una minoranza di persone, per cui ho deciso di accettare l’invito di Salvatore e di dirvi la mia, senza la pretesa di cambiare la vostra.

Pochi mesi fa ho partecipato ad una campagna di crowdfunding con una piattaforma, di cui non faccio il nome per non farle pubblicità.  E’ terminata in modo positivo e ci sono buone probabilità che la mia avventura abbia un seguito.

In ogni caso, la mia opinione a riguardo non si fonda solo sulla mia esperienza, ma anche su quella di altre persone: alcune hanno lavorato con la stessa piattaforma con cui ho lavorato, altre no. Alcune hanno raggiunto il budget, altre ancora, purtroppo, no. Pertanto l’idea di crowdfunding che mi sono creata è totalmente svincolata dagli esiti delle campagne. E, spero, abbastanza oggettiva.

1. Che cosa vuol dire crowdfunding?

Non sono un’amante degli anglicismi. Anzi, ritengo che sovente si potrebbero utilizzare nel nostro lessico comune bellissime parole italiane perfettamente adatte al concetto che vogliamo esprimere, senza per questo scomodare termini inglesi che finiscono per impoverire la nostra lingua madre.

Tuttavia, in questo caso, utilizzare la parola “crowdfunding” al posto della nostra “raccolta fondi” ha un duplice significato.

In primo luogo per una mera ragione di marketing: “raccolta fondi” richiama nel nostro immaginario un concetto di beneficenza, di gratuità, persino di elemosina, cosa che ha ben poco a che vedere con il crowdfunding, almeno in quello applicato all’editoria.

In secondo luogo perché il termine inglese fa riferimento alla collettività, alla trasformazione di un progetto personale in un progetto comune. Questo è il primo obiettivo del crowdfunding: condividere il proprio progetto editoriale con i potenziali lettori e trasformarlo in un progetto condiviso.

2. Come funziona il crowdfunding nell’editoria?

Il funzionamento del crowdfunding è molto semplice. Chiunque può inviare il proprio progetto letterario ad una piattaforma di crowdfunding per l’editoria, secondo le modalità da esse indicate.

Se il progetto viene approvato, inizia la campagna. Ogni autore stabilisce “i premi” che i potenziali partecipanti possono scegliere e la cifra che deve essere versata per ogni premio.

Se si raggiunge nel tempo stabilito dal portale la cifra necessaria al completamento della campagna, con i soldi raccolti vengono realizzati i premi (ebook, cartacei etc etc) e distribuiti ai sostenitori, altrimenti le offerte vengono restituite.

Ma questo è solo il punto di partenza. Da questo momento in poi, le opere che hanno concluso la campagna positivamente vengono segnalate alle case editrici in vista di una possibile pubblicazione e solo in quel momento inizia davvero l’avventura.

Tuttavia le regole possono variare da portale a portale, influendo in modo significativo sul senso del crowdfunding stesso, come vedremo al punto 5.

3. Perché non si tratta di beneficenza?

La beneficenza in realtà non ha nulla a che vedere con questa pratica, almeno nell’editoria. Sebbene alle origini del crowdfunding, applicato ad altri tipi di progetto, ci sia come spirito fondante la gratuità nel sostenere una battaglia sociale condivisa.

Nel nostro campo, si tratta più che altro di un piccolo investimento.

Fino ad alcuni anni fa esisteva la figura del mecenate il quale investiva su un artista ritenendolo meritevole sponsorizzazione e aiutandolo, economicamente e non, a realizzare le proprie potenzialità. Oggi, per molti motivi che non è il caso di analizzare qui, questa figura non esiste più.

Tuttavia l’aspetto collettivo del crowdfunding supera questo scoglio, facendo sì che i lettori diventino tanti piccoli mecenati che investono tante piccole cifre, senza nessun rischio: se la campagna funziona, avranno in cambio il premio prescelto, altrimenti verranno restituiti loro i soldi.

4. Quale scrittore (o aspirante tale) si affida al crowdfunding?

Con mio grande stupore, gli esordienti che si affidano al crowdfunding non sono (o almeno non lo sono stati finora sulla piattaforma con cui ho lavorato io) la maggior parte.

Durante la mia campagna. il mio libro di esordiente assoluta era attorniato da quelli di scrittori di livello culturale ben superiore al mio: non solo giornalisti, ma anche professori universitari e simili fino ad arrivare ad un nome importante quale quello di Lidia Ravera. Questo dovrebbe fare molto riflettere sul mondo dell’editoria e sulla probabilità di essere pubblicati da una casa editrice.

  • A quali piattaforme affidarsi?

Senza dubbio la scelta della piattaforma con cui lavorare è uno dei punti più importanti. Sia per le modalità con cui viene condotta la campagna, sia per la credibilità che potrà avere il vostro percorso di fronte ad una casa editrice tradizionale.

Nell’ultimo anno le piattaforme di crowdfunding sono spuntate come i funghi velenosi nel mio giardino dopo una giornata di pioggia.

Una sola, di cui non farò il nome per non farle pubblicità a mio vantaggio, è nata esclusivamente come piattaforma per l’editoria. E questo ha un’importanza fondamentale.

Prima di tutto perché è stata fondata da persone che già facevano parte del mondo dell’editoria e quindi lo conoscono molto bene, in secondo luogo perché lavora esclusivamente con e per i libri, seguendo strategie adatte a questo tipo di prodotto, infine perché fa una seria selezione, basata su criteri analoghi a quelli delle case editrici, dei testi che potranno partecipare ad una campagna.

Ultimo ma non meno importante, perché restituisce i soldi se la campagna non va a buon fine.

6. Perché scegliere il crowdunfing anziché una casa editrice tradizionale?

Le due alternative in realtà non si escludono, anzi la pratica del crowdfunding è semplicemente un metodo per arrivare alla casa editrice tradizionale.

Il vero scopo non è raccogliere i soldi per far stampare le copie vendute con la campagna, ma, dopo essere stati scelti  per la campagna, il raggiungimento della cifra stabilita permette di essere segnalati alle case editrici. E qui comincia il bello.

7. Perché una casa editrice dovrebbe dare attenzione a chi proviene dal crowdfunding?

Se la piattaforma con cui si è scelto di lavorare è seria, non sceglie un’opera qualsiasi per la sua campagna, ma predispone una selezione preventiva. Per le piattaforme che lavorano con il crowdfunding esclusivamente applicato all’editoria è importante mantenere la propria credibilità presentando alle case editrici opere pubblicabili e di buon livello.

In tal modo le opere che verranno segnalate hanno già superato una duplice selezione: quella della piattaforma e quella della campagna. L’una improntata sulla qualità del prodotto, l’altra sulla commerciabilità del prodotto. Di fronte ad una casa editrice che riceve centinaia di testi ogni giorno e che si trova a dover fare selezioni molto dure, presentarsi con una segnalazione può essere un buon biglietto da visita.

Come dire, non vincola ma fa curriculum.

8. Solo vantaggi o anche limiti?

Ovviamente, a fronte dei pro che ho elencato, ci sono anche dei limiti, alcuni connessi allo strumento in sé, altri dovuti ad una possibile erronea applicazione.

Ne vorrei indicare almeno quattro:

  • L’equivoco con la beneficenza è sempre lo scoglio più grande. Chieder soldi non è facile, anche se – come detto – non si tratta né di elemosina né di investimento a fondo perduto. Il meccanismo è lo stesso che si utilizza quando si fa promozione: vendere il proprio prodotto. Farlo senza risultare insistenti non è facile e soprattutto non è per tutti.

In più c’è il rischio che ti apponga un’etichetta odiosa: hai fatto una campagna di crowdfunding = hai spillato soldi altrui per il tuo progetto. Un’immagine davvero terribile. Ecco perché, tra l’altro, vorrei contribuire a smitizzarla.

  • Il rischio che una campagna funzioni più per le capacità di marketing che per la validità del libro o, viceversa, che non funzioni, non tanto per la scarsa qualità dell’opera ma per limiti promozionali, è reale. Del resto lo stesso rischio si corre anche nell’editoria tradizionale. I best sellers sono tali per il loro valore intrinseco o perché godono di molta pubblicità?
  • Non tutte le piattaforme di crowdfunding sono ugualmente affidabili: ce ne sono di quelle che non fanno una vera selezione e accettano ogni progetto; ce ne sono altre che non restituiscono le offerte in caso di fallimento della campagna; ce ne sono infine altre ancora che non hanno gli strumenti per presentare le opere che hanno terminato positivamente la campagna alle case editrici.
    Questo, a mio giudizio, è la vera discriminante. Sbagliare piattaforma può voler dire cambiare completamente il senso del proprio lavoro.
  • Per il momento il crowdfunding sconta il limite di essere un sistema ancora poco conosciuto. Ho il presentimento che quando sarà più diffuso e si avrà meno diffidenza, diventerà inflazionato, come sta accadendo attualmente per il self-publishing. Nel momento un cui diventerà un business, ci saranno ancora più piattaforme sul mercato e orientarsi tra quelle serie e quelle un po’ meno serie diventerà ancora più difficile.

L’utilizzo errato di un mezzo di per sé positivo è il limite di noi esseri umani.

E voi che cosa pensate del crowdfunding?

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Mi presento: sono Silvia Algerino, ho 42 anni, abito in una casa ai confini del bosco nel ridente biellese con un marito, due figli e un gatto, e faccio la copywriter.

A dire il vero nella mia vita lavorativa ho fatto un po’ di tutto. Non sempre bene.

Laureata in Lettere Classiche all’Università di Torino, ho seguito corsi di canto corale, teatro, informatica e produzione pagine web.

Ho lavorato come impiegata comunale per quasi 5 anni (sì, poi mi sono licenziata dal tanto ambito posto fisso, non potevo fare quel lavoro tutta la vita), ho creato il circolo culturale “Il Circolo Vizioso” e l’ho gestito dal 2003 al 2009, periodo in cui ho cercato di unire la passione per le attività socio-culturali e quella per la cucina.

Ora, dopo una parentesi in cui ho fatto esclusivamente la mamma, ho ripreso da quasi due anni l’attività lavorativa e mi occupo di redazione di testi per pagine web, di stesura di post per alcuni blog di cucina e di gestione e creazione pagine FB professionali.

La scrittura è sempre stata al centro della mia vita.

Ho scritto due romanzi. Il primo, terminato nel 2005, si intitola “Sono Mariel Mairie e amo viaggiare” ed è un viaggio interiore di una trentenne in crisi di identità alla ricerca di sé stessa.

Il secondo, con cui ho partecipato ad una campagna di crowdfunding nel 2015, si intitola “Come se fossimo già madri” è la storia di in incontro in ospedale tra quattro donne al momento del parto. Un racconto lungo una sola notte, in cui le protagoniste si racconteranno e cercheranno di rispondere alla domanda “Che cosa vuol dire essere madri?”.

Attualmente sto scrivendo il terzo romanzo.

45 Comments on “8 domande sul crowdfunding

  1. Prima di tutto vorrei ringraziare Salvatore per avermi offerto la possibilità di scrivere sul suo blog.
    Poi, per dovere di completezza, vorrei segnalare una novità che si è concretizzata proprio in questi ultimi giorni, dopo che avevo già inviato il post a Salvatore.
    La piattaforma con cui ho lavorato si è trasformata in una casa editrice per cui il mio romanzo verrà pubblicato nel 2016. Ho appena firmato il contratto e sta partendo l’editing.
    Ho voluto precisare questo fatto, senza tuttavia modificare il mio post, perché il mio obiettivo non è tanto segnalare la mia, ormai certa, pubblicazione, ma informare in modo completo su che cos’è il crowdfunding.

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  2. Il crowdfunding mi interessa per un progetto che ho in testa da tempo (ancora troppo allo stato embrionale per parlarne) che ha a che fare con l’editoria, ma non si tratta di un libro da pubblicare, quindi sono più interessato ad una campagna di raccolta fondi tradizionale.
    Una domanda che mi resta è perchè raccogliere fondi per presentare un libro ad un editore tradizionale? Quali costi dovrebbero coprire? Perchè non passare da una più tradizionale agenzia?
    Mentre il crowdfunding mi sembra una buona opzione per coprire i costi di una autopubblicazione.

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    • A mio parere, la raccolta fondi permette di raggiungere due obiettivi diversi ma correlati l’uno con l’altro. In che senso? Ad un primo livello la raccolta fondi permette di stampare le copie per gli eventuali sostenitori e permette di incominciare a farsi leggere e conoscere da una cerchia più o meno ristretta di persone. Nel mio caso, alla fine della campagna, ho distribuito circa 75 cartacei, oltre a vari ebook, che, dai riscontri che ho avuto in seguito, sono stati letti e mi hanno portato critiche e commenti costruttivi.
      In pratica un po’ come accade con il self publishing, ma con un elemento in più: al pubblico piace l’aspetto agonistico. “Ce la farà in nostro eroe a raggiungere il budget?”, e da qui scatta la partecipazione.
      In seguito è partita la segnalazione alle case editrice e la stessa piattaforma con cui ho lavorato è diventata casa editrice. In pratica, nel momento in cui hanno deciso di pubblicarmi, avevo già superato due selezioni. La prima sulla base dell’esame del mio romanzo, la seconda sulla base del raggiungimento del budget richiesto nella campagna di raccolta fondi. A ben vedere, ai fini della reale pubblicazione, i soldi sono solo un pretesto, una sorta di prova sulla capacità di vendere di un testo, un criterio di selezione in più da parte della casa editrice in un mondo in cui, come si suol dire. c’è più gente che scrive di quella che legge.
      E’ un metodo meritocratico o è una scorciatoia? Sinceramente non lo so, si potrebbe aprire un dibattito sul tema. Magari in un altro post.. 🙂

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      • Conosco un’altra casa editrice che ha un approcio simile: mette il libro in crowdfunding (o prevendita se preferite) e se raggiunge le 300 copie vendute allora lo pubblica, in caso contrario restituisce i soldi ai sostenitori.

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        • Interessante, non lo sapevo. In effetti hai proprio usato il termine giusto. Se la chiamassero prevendita invece che crowdfunding probabilmente riscuoterebbe più successo anche tra gli scettici, senza che in realtà cambi la sostanza. 🙂

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  3. Ciao Silvia, innanzitutto complimenti per l’intraprendenza e per la pubblicazione.

    Io conosco bene il crowdfunding americano e in particolare Kickstarter. Ho finanziato parecchie campagne tecnologiche, fra cui la 3Doodler, di cui credo d’essere stato uno dei primi e pochi in Italia a ricevere in anteprima questo prodigioso gadget.

    Sto sentendo parlare parecchio del crowdfunding italiano relativo all’editoria. Non ne sono contrario, ben vengano tutti gli strumenti atti a pubblicare, editoria o self publishing, ma mi domando quali siano le finalità precise di questo tipo di crowdfunding. La raccolta fondi a cosa serve, a pagare un servizio di editing per il libro, la correzione di bozze e la copertina professionale? Che trasparenza c’è tra i contributori, che i fondi vengano realmente spesi per queste voci?

    I servizi editoriali sono gli unici elementi di spesa che mi vengono in mente. Però, se come dici tu, questo tipo di crowdfunding viene utilizzato poi per trovare un editore, per me i conti non tornano. L’editore deve fare l’editore e selezionare le opere e investirci dentro in tutti i servizi editoriali. Se l’editore si trova il libro pronto non fa l’editore, ma il distributore. Ha molto più senso quel che dice Grilloz, ovvero che il crowdfunding sia più adatto allo scrittore indipendente che pubblica in self publishing.

    Tra l’altro, il fatto che l’agenzia di crowdfunding sia diventata editore, non la trovo una cosa positiva. Cioè sono contento per te che pubblichi, ma posta in questo piano, l’agenzia che rintraccia i fondi e poi pubblica grazie ai fondi raccolti si appiattisce, se non sfocia, nell’EAP, l’editoria a pagamento.

    Ora non so in che termini pongano la differenza tra agenzia di crowdfunding e linea editoriale, magari sono bravi a gestire su binari separati le due cose, però, a naso, imprenditorialmente, l’agenzia che si trasforma sembra un po’ una via di fuga commerciale atta a sopravvivere.

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  4. Buongiorno Marco e grazie per il commento.
    In realtà la raccolta fondi e la pubblicazione sono due cose separate, l’una successiva all’altra.
    La raccolta fondi serve per stampare i testi, preparare gli ebook, preparare i gadget che i sostenitori hanno scelto. Ovviamente la piattaforma su questa parte ci deve guadagnare qualcosa, altrimenti non potrebbe tenere in piedi un portale e pagare le persone che lavorano alla selezione dei testi, al marketing e quant’altro.
    I conti definitivi della mia campagna non sono ancora stati fatti per cui non ti so dire se personalmente ho guadagnato qualcosa e quanto invece abbia guadagnato la piattaforma, ma tra costi di stampa, marketing e spese di spedizione. non ci si può arricchire granché. In pratica, tutto molto simile al self publishing.
    Il fatto che poi la piattaforma sia diventata casa editrice è un passo successivo che non era previsto nel mio contratto. Il contratto iniziale prevedeva che, nel caso di raggiungimento del budget, per un anno venissi segnalata alle case editrici, senza alcuna promessa di ottenere la pubblicazione.
    La scelta di diventare casa editrice, così mi hanno spiegato, è nata dalla constatazione che le strategie editoriali delle grandi case editrici tendono a escludere sempre di più gli esordienti, a meno che si tratti di narrativa estremamente commerciale.
    Ritenendo di avere tra le mani del materiale buono e pubblicabile (e non parlo di me in particolare), hanno scelto appunto di diventare a loro volta casa editrice senza costi aggiuntivi per gli autori, se non un piccolo balzello (chiamiamolo così) di 150€ per coprire in minima parte la spesa di editing, una cosa ben diversa dall’editoria a pagamento.
    Quando mi hanno proposto di fare un contratto con loro, mi sono chiesta se ci fosse da qualche parte l’inghippo. Ma a pensarci bene, da me hanno già guadagnato con la semplice campagna. Niente di diverso da ciò che fanno ilmiolibro.it o amazon con il self publishing.
    Forse, se hanno deciso di scommettere sul mio libro, come su quelli di altri che hanno fatto la stessa campagna, è perché ritengono che possa vendere.
    Dal mio punto di vista non ho individuato regole capestro, per cui spero di non essermi fatta turlupinare. Del resto è talmente tutto in evoluzione che è ancora difficile, anche da parte mia che ci sono dentro, dare dei giudizi definitivi.

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    • Uhm, sai Silvia che ci ho capito ancora meno? Forse se mettessi il link all’agenzia di crowdfunding, sarebbe utile. Non è pubblicità, è approfondimento.

      Perché se i fondi raccolti non servono per confezionare un buon editing, e quindi un romanzo professionale, per pagare una correzione di bozze impeccabile e quindi evitare gli insopportabili refusi amatoriali, a che serve la raccolta fondi?

      Per stampare le copie? Per il marketing?

      Questa cosa mi incuriosisce di più, perché sul serio nel 2016 occorre una raccolta fondi per stampare le copie di un libro? Tralascio ilmiolibro.it che per quanto valida a suo modo, è una realtà poco moderna.
      Ma se serve stampare un libro, oggi basta pubblicare con Amazon Create Space.

      Ogni qualvolta un lettore decide di acquistare il libro, Amazon nel suo centro create Space stampa la copia e la recapita. Finito. Perché stampare 100 copie, 3 copie, 1.000 copie?

      Tutta la fatica del crowdfunding non seve. Lo stesso per il marketing. Non credo che venga fatto marketing efficace, ovvero a pagamento spendendo in ads su Google o Facebook per raggiungere i veri lettori. Il marketing sarà generico, molto a carico dell’autore, con post su pagine facebook o blog.
      Il punto cruciale di un autore non è stampare. Perché se lo scrittore pubblica in self publishing esistono i servizi gratuiti del self, se va con editore ci pensa l’editore a stampare.

      Che senso ha stampare un libro cartaceo e poi cercare un editore che lo dovrebbe ristampare.

      Dici che hai dovuto pagare 150€ per coprire la spesa minima di editing, questa è già editoria a pagamento. E fra l’altro con 150€ di investimento, l’editing è pressoché zero. Una lettura da parte loro, un correggi quel punto, ok il romanzo è perfetto. L’editing professionale è qualcosa di lungo e costoso. Neanche Umberto Eco può permettersi di scrivere un romanzo e pubblicarlo senza un editing attento.

      Nessun editore vero deve essere pagato. Tu hai pubblicato un tuo sogno, mentre un editore (che è un imprenditore) lucra sui sogni. Il libro per lui è commercio. E lucra così tanto che all’autore concede un 10% di royalty (se va bene) a te non penso abbiano concesso più del 7/8%. Alcuni editori più disonesti danno solo il 5%.

      Su il mio libro non so, ma su Amazon è certo, non ci sono balzelli. Se ti hanno detto questo è falso.

      E il fatto che tu dica tanto loro ci hanno guadagnato con la raccolta fondi, non va bene. L’editoria a pagamento è un cancro (ammazza i sogni degli scrittori che sostanzialmente vengono truffati) proprio perché, gli editori a pagamento, avendo già guadagnato, non hanno il minimo interesse di sforzarsi di vendere il libro.

      Un editore che pubblica invece, ha il rischio dei costi vivi sostenuti, quindi deve per forza distribuire e vendere.

      Con ciò non voglio essere negativo verso la tua esperienza. Hai vissuto un momento magico nel crowdfunding, nell’interazione con i lettori, nella pubblicazione imminente. Goditi queste gioie senza alcun dubbio. Però, se queste sono le dinamiche del crowdfunding qui da noi. Insomma, non mi convincono molto.

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      • Tutto giusto e condivisibile, almeno per me che sono sempre con la mente rivolta all’editoria tradizionale, tranne un unico punto: le spese di editing, per quanto sconsigliabile, non configurano automaticamente una casa editrice come EAP. Siamo lì, sulla soglia, al limite direi, ma non con i piedi ancora dentro.
        Silvia: metti pure il link qui nella risposta, se vuoi. 🙂

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        • Io sul contributo sono molto più estremista. O l’editore fa l’imprenditore e coglie i suoi rischi, oppure non lo fa. Cedere i diritti di un’opera a un editore equivale a tutti gli effetti per lo scrittore, per la durata della cessione, di non essere più proprietario del proprio scritto. Certo un contratto editoriale può essere negoziato, ma resta comunque iniquo nei confronti dell’autore. E se in più l’autore deve pure pagare…. beh per me non ci siamo. 😉

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          • Non fraintendermi, sono estremista pure io. Anzi, ti dirò di più: io voglio anche essere pagato. Abbiamo definitivamente rinunciato alla storia dell’anticipo? Io non credo proprio… 😉

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      • Visto che Salvatore mi autorizza, dirò che il portale è Bookabook.it e lì forse troverai spiegazioni più comprensibili delle mie. 😛
        Io non ritengo che sia editoria a pagamento, prima di tutto perché – almeno sulla base della mia esperienza – l’editoria a pagamento non ha un filtro né una vera selezione per scegliere le opere, semplicemente fa pagare per pubblicare un libro. Poi perché i 150€ sono un contributo minimo per l’editing, che viene fatto da editor professionisti, non mi hanno chiesto 1000€, 2000€, 3000€, come fanno le EAP normalmente.
        Per questa cifra, dici tu, non faranno certamente un buon lavoro. Per ora non posso dirlo perché non è ancora stato fatto, quindi non ho dati su sui argomentare.
        Però mi chiedo: che interesse avrebbero a fare un pessimo lavoro? Si tratta di una casa editrice nuova e le voci corrono. Se si presentano come una casa editrice che lavora male, se pubblicano libri pieni di errori, sgrammaticature o quant’altro, come possono pensare di vendere? Vale la pena tutto ciò per i miei 150€? Allora perché hanno deciso di pubblicarmi, visto che i soldi del crowdfunding li hanno già presi?

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        • Sì, ho visto il sito.
          E’ peggio di quel che credevo. Evito di scrivere quel che penso perché non posso far ricevere al povero Salvatore una bella querela. (Tranquillo Salvo, la vinciamo sicuro).
          Ma, ho letto cose che non mi piacciono per niente.

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          • Come già ho risposto a Daniele non ho la pretesa né tanto meno l’intenzione di convincere nessuno. Ognuno fa le sue valutazione e a me fa comunque piacere raccogliere opinioni diverse dalla mia perché sono convinta che è dai dubbi più che dalle certezze che si trovano risposte. Il mio è un viaggio appena cominciato e non so se mi porterà in acque sicure o in mezzo alla tempesta. Magari tra un anno ti dirò che avevi ragione tu anche se ovviamente spero di no. 🙂

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            • Silvia io ti posso dire questo: non tenere conto della mia opinione. Io sono scettico riguardo tutti gli editori, da Mondazzoli al più piccolo riposto nello scantinato.

              Ne ho sentite tante e viste parecchie, a partire dalla fine, cioè dalla morte di Emilio Salgari per suicidio. E nel suicidio di Salgari il suo editore ha una parte molto rilevante. Una bella storia, per meglio dire brutta, che pochi vogliono ricordare.

              Io ti posso dire anche questo. Io sto dalla parte degli scrittori, sempre e comunque, quindi anche se sembro critico sono dalla tua.
              Il rapporto tra scrittore ed editore è sempre impari, esclusi i casi di autori best seller, sia chiaro.

              L’editoria tiene e spreme gli autori per suo tornaconto personale. Sono imprenditori. Anch’io lo sono, quindi non biasimo affatto l’imprenditoria. Però nel rapporto di forze si contrappongono da un lato gli scrittori che accarezzano un sogno, dall’altro imprenditori il cui unico fine non è la cultura, ma lucrare.

              Se lo scrittore vende, l’editore di turno lo pone sugli altari. Se lo scrittore non vende (ovvero quasi la totalità dei casi) l’editore accantona lo scrittore senza troppi scrupoli. Sogni che si infrangono per l’autore, uno dei tanti pubblicati da parte dell’editore. Avanti il prossimo, c’è posto.

              Quindi il mio giudizio, nel tuo caso, non fa molto testo.

              Però se tu mi dici che l’editore ti ha chiesto 150€ per l’editing e sul loro sito fra le faq c’è scritto che lo scopo del crowdfunding è:
              “Se la campagna andrà a buon fine, bookabook pubblicherà il libro dopo aver editato e revisionato il testo, curato il progetto grafico, l’impaginazione e aver predisposto i formati digitali e il formato per la stampa.”

              Pare chiaro ed evidente che la cifra raccolta dalle donazioni serve proprio per la realizzazione del libro.

              E allora se nel loro sito c’è scritto così, perché chiederti soldi extra per pubblicare? Hai raggiunto il goal, che vogliono di più?
              E tralascio il discorso delle percentuali destinate all’autore, che loro scrivono sempre tra le faq.

              Perché a me nella vita piace la correttezza e la trasparenza e quando ho sentore di non venderla, i ghingheri mi girano un po’.

              Non sto dicendo che questa agenzia/editore sia truffatore, ci mancherebbe. Anzi, molto probabilmente sono delle brave, bravissime persone.
              Però vedo in giro e in ogni dove, tanti lucratori di sogni. Da tutti i lati si trovano lupi mascherati da agnelli, che con pretesti buoni e pii, rifilano l’unico vero scopo del loro intento: spillare quattrini agli aspiranti scrittori.

              Fra le sorti di un editore e di uno scrittore io scelgo sempre le sorti dello scrittore. Così son fatto.

              Io spero e mi auguro con tutto il cuore per te, che la tua esperienza sia fantastica. Che il tuo libro venda, anche quel giusto che tu ritieni importante per essere soddisfatta di te e delle tue aspirazioni.

              Mi pare di aver letto che hai un blog, mi farà molto piacere, un grande piacere seguirti e appena uscirà comprare il tuo libro: primo per leggerti, secondo per dare una spinta in più, a quel qualcosa che non ha prezzo fra gli standard umani: i sogni, e in questo caso, il tuo prezioso di sogno.
              Un grande in bocca al lupo. 😉

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              • Bella risposta Marco. Il rapporto tra editore e scrittore è sempre problematico, ma non per forza supino. Dipende… Dipende da tante cose. Ma su una cosa hai senz’altro ragione: sempre dalla parte dello scrittore. Sempre.

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                • Infatti, gli scrittori sono spesso distanti tra loro.
                  Invece trovo molto bella la community che si è creata tra voi bloggler scrittori / aspiranti scrittori. C’è molta amicizia, solidarietà, supporto, gioia, partecipazione alle difficoltà altrui.
                  Io vi seguo un po’ tutti ed è veramente bello.

                  Che poi mi son domandato spesso, l’Italia è il paese delle corporazioni, dei sindacati, delle associazioni. Probabilmente c’è anche la lega che supporta il pesce pagliaccio, e non c’è, non esiste un sindacato degli scrittori.
                  Non è certo un complotto, figuriamoci, però è proprio strano che gli scrittori non abbiano un ente di categoria che li tuteli.
                  L’unica tutela è la legge sul diritto d’autore, emanata durante il fascismo (quindi nonostante le piccole modifiche, diciamolo, un po’ obsoleta) anche a seguito del suicidio di Salgari.

                  Ecco, perché non esiste un sindacato degli scrittori? Questo è un bel quesito, magari da domandare a uno che la sa lunga, magari uno come Mozzi.
                  Come minimo ci tirerebbe fuori un decalogo d’ironia sferzante. 😀

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                  • Secondo me è un bene che non esista un sindacato di categoria; in genere quegli enti sono politicizzati e visto come vanno le cose in Italia, renderebbe la vita agli aspiranti scrittori ancora più dura. Si chiuderebbero a riccio su se stessi proteggendo l’interesse di pochi giurassici autori…

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                    • Figurati che io sono per l’abolizione di tutti gli ordini a partire da qeullo degli ingegneri 😀
                      Un sindacato degli scrittori finirebbe col diventare una nuova SIAE

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                    • Figuriamoci se a me interessano i sindacati.
                      Non era questo il mio punto.
                      Dico che esistono gruppi di pressioni di ogni risma, ma non uno degli scrittori. Quando si decideranno a rimettere mano alla riforma del diritto d’autore, necessità ventilata da più parti, gli editori avranno associazioni di categoria, e tutto l’ambaradan del loro potere economico e di clientele, gli scrittori invece avranno esattamente: ZERO pressione.

                      Oggi molti scrittori esordienti, soprattutto quando incappano in editori furbetti, si ritrovano a firmare contratti editoriali dove i diritti vengono ceduti anche per 20 anni, neanche l’ergastolo, e spesso con royalty concesse al 5%, senza rendiconti certi e pagamenti, se pagheranno, a calende greche. Lo scrittore insegue il sogno di pubblicare e firma senza rendersi conto delle conseguenze.
                      Io vengo da altri mercati economici e sono indignato ed esterrefatto di come possa sussistere il mercato editoriale attuale. Totalmente sperequato. E’ un mercato bislacco, sui generis e dove i diritti dell’autore sono pressoché assenti.
                      Se l’editore decide di sbatterti fuori catalogo dopo una settimana perché hai guardato il culo di sua moglie, lo può fare. Attualmente quando si cedono i diritti di un’opera lo scrittore non è più padrone del suo scritto. Per 20 anni l’editore potrà pisciarci sopra e lo scrittore potrà semplicemente dire: nulla.
                      Tutto qua.

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                    • Giustissimo, Marco. Una volta ho intervistato Carolina Cutolo, fondatrice di Scrittori in causa: il blog più vicino all’idea di “pressione” che hai espresso tu. E anch’io vengo da un mercato diverso da quello editoriale. Tuttavia, per esperienza diretta, non posso dire che quel poco, pochissimo che ho visto finora mi paia così apocalittico.

                      Io ho inviato il mio primo racconto lo scorso ottobre e mi hanno risposto nel giro di una settimana. Mi hanno pubblicato e mi hanno pagato. Non hanno voluto che cedessi i diritti d’autore. La cedola, per quanto bassa per uno scrittore professionista, non mi è sembrata così bassa per un esordiente (li ho spesi tutti in libri! Ne ho comprati quindici, in libreria…). Poi ho inviato un secondo racconto, un terzo, quarto… quinto. Non me ne hanno ancora rifiutato uno e le risposte arrivano sempre nel giro di una o due settimane. Ogni tanto combinano qualche pasticcio, ma la situazione è identica ai pasticci che combiniamo noi, in ufficio, in un settore completamente diverso dall’editoria. Non hanno saltato un pagamento.

                      Insomma, per esperienza diretta io non posso parlare male dell’editoria. Anche se so esistere un’editoria furbastra, indecente. Anche se il potere è squilibrato dalla loro parte. Anche se tanti se ne lamentano e giustamente. Ora, vorrei che faceste per me una preghiera affinché questa situazione non cambi mai, neanche con un eventuale futuro ipotetico romanzo… mai! 😀

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                    • La tua esperienza da scrittore è più fortunata della mia da ingegnere 😀

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                    • Eh tu stai vivendo un’esperienza molto felice e sono molto contento per te. Spero anche che ti vada bene con il tuo primo romanzo, che prima o poi ci devi.
                      Ma io traggo le mie considerazione da ragionamenti molto articolati. Gli stessi che mi portano a dire che io scarterò l’editoria tradizionale senza esitazione.
                      Per spiegare le mie motivazioni ci vorrebbero almeno 3 guest post, ma non mi faccio incastrare 😛
                      Però ti sollevo un punto molto controverso. Tu ti stai impegnando molto nella scrittura. Ed è bellissimo. Quando pubblicherai il tuo romanzo potrai definirti un professionista della scrittura. Per me, visto che già pubblichi sei un professionista, ma in questi casi ci sono i pignoli, evitiamo.
                      Come professionista non avresti diritto di vivere con i proventi della tua professione? La risposta è un grande sì. Io tralascio gli argomenti che dicono, vivere di scrittura non va preso in considerazione. Guadagnare fa parte del mestiere, di ogni mestiere.
                      Oggi in Italia si stima che solo 10 scrittori, su migliaia riescono a vivere di scrittura. Camilleri, Baricco e bla bla…
                      Un editore subito ti direbbe: perché si vende poco. Ma io che provengo da altri settori dico che l’unica causa non è perché si vende poco.
                      Gli scrittori sono costretti a non poter vivere della loro professione perché il sistema della ripartizione dei proventi del libro non è corretta.

                      Provo a illustrarti brevemente il mio ragionamento che ha zittito parecchi editori bellicosi.
                      Attualmente la distribuzione dei proventi del prodotto libro, (con le dovute eccezioni fra editori piccoli, scrittori best seller, ecc…) è: 10% allo scrittore – 30% all’editore – 30 % al distributore – 30% al libraio.
                      Caspita, queste percentuali non tornano per niente.
                      Un libraio espone e vende migliaia di libri. Un distributore distribuisce decine di migliaia di libri. Un editore ha in catalogo da poche decine a migliaia di autori. Questi soggetti possono ripartire i loro profitti su molteplicità di prodotti. Lo scrittore invece scrive un libro, magari dopo X anni e da quel libro ricava solo il 10%, per di più pagato dopo 18 mesi (per prassi, se non ci sono anticipi).
                      Non solo lo scrittore, con quel libro è il motore base di tutto il profitto libro. Grazie allo scrittore l’editore ricava quel 30, lo stesso il distributore ecc…
                      Lo scrittore è tutto, ma lo scrittore è condannato ad essere povero, a non vivere con i proventi della sua professione, oltre che per le vendite basse, anche perché non avendo potere contrattuale viene pagato come se fosse l’ultimo lavapiatti.

                      E’ come se un grande pasticcere facesse torte meravigliose e poi il padrone del locale, gli desse una pacca sulla spalla e gli dicesse: bravo. Tieni la mancia e ricordati che per vivere devi fare altro. E’ come se il progettista dell’iphone realizza uno strumento meraviglioso, ma per vivere deve fare altro.

                      E se io dicessi, in virtù del ragionamento precedente che la corretta ripartizione degli utili di un libro fosse 30% scrittore, 20% a testa per editore e distributore e 30% al libraio (che alla fine è colui che deve vendere il prodotto), una ripartizione del genere sarebbe scandalosa?

                      E siccome la progressione del reddito è esponenziale è probabile che con il 30% di royalty gli scrittori italiani che vivrebbero di scrittura potrebbero essere 100. Non tantissimi, ma meglio di 10.

                      Gli editori a questo ragionamento accamperebbero scuse di insussistenza aziendale, sarebbero costretti a chiudere, ma anche lì avrei altri argomenti, molto convincenti, che li stenderebbero.
                      Così, solo per accennare il mio retro pensiero sul sistema editoriale. 😉

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                    • Scherzi?!, certo che voglio vivere del mio mestiere! … ed è a questo che sto mirando. Non è così difficile. O meglio: è difficile, ma non impossibile. La cosa impossibile, o quasi, è fare il romanziere. Vivere di scrittura, invece, secondo me si può. Quest’anno ho intenzione di allargare il giro delle riviste che pubblicano (-cheranno) i miei racconti; poi vediamo che succede…

                      Il tuo ragionamento non fa una piega. E un guest post su queste cose me lo potresti anche scrivere…!?! [notare l’interpunzione]. … tanto più che me ne devi ancora uno, se non ricordo male. 😀

                      Ti ho convinto??? Ancora no? Bene, allora sappi – per fonte certa (o quasi) – che il mio blog è seguito silenziosamente da diversi addetti ai lavori. I quali certamente finiranno per odiarti; motivo in più questo per scrivere il tuo guest! Convinto? 🙂

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                    • Oh mannaggia, sapevo che dovevo stare zitto…
                      Non perché gli editori finiranno per odiarmi, mi odieranno a prescindere quando realizzerò quel che ho intenzione di realizzare.
                      Quanto a te che mi incastravi con un altro guest.
                      Siamo a due e ancora l’anno e lungo. Finirò pieno di debiti di guest, ne sono certo. 😉

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              • Grazie, Marco, per i tuoi commenti e in particolare per questo (e non solo perché comprerai il mio romanzo 😛 ). A parte gli scherzi, farò tesoro di questa tua opinione, come di quelle di tutti coloro che hanno commentato qui. Penso che si abbia da imparare sempre in ogni caso da tutti, ma soprattutto da chi propone critiche costruttive. Sinceramente mi hai fatto riflettere su cose a cui non avevo pensato, per cui terrò gli occhi ben aperti e, comunque vada, vi farò sapere come sarà andata. 🙂

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  5. Complimenti Silvia per l’articolo esposto in modo chiaro e interessante, ho sentito parlare più volte del crowdfunding e qualche volta ci ho pensato, ma credo che ogni cosa per essere fatta bene ha necessità di tempo e impegno e in questo momento posso metterci solo l’impegno, il tempo per me è una merce rara e questo momento quel poco che ho lo metto nella scrittura. In futuro non escludo che possa essere una strada da percorrere, intanto grazie a te e a Salvatore 🙂

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    • Grazie mille, Giulia, per il tuo commento e per l’apprezzamento mostrato. Più avanti spero di avere informazioni più precise o per lo meno saprò come sarà andata a finire la mia avventura. Se vorrai sapere di ulteriori sviluppi o avere informazioni più precise, contattami pure anche in privato. 🙂

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  6. A me non piace, l’ho già detto nel mio blog o qui o in entrambi i posti, non ricordo.
    Primo, non mi piace “elemosinare” soldi per un progetto mio. La raccolta fondi la vedo bene solo per progetti umanitari o ambientali.
    Secondo, dovrei parlare pubblicamente di un mio progetto editoriale, che potrebbe essere sfruttato da altri.
    Terzo, quali e quante case editrici conosco questa pratica e, soprattutto, se ne servono per scegliere i loro autori?
    Secondo me conviene più andare a guardare i self-publisher.

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    • Sapevo, Daniele, che tu non sei favorevole a questo metodo. Avevo letto qualcosa sul tuo blog, su questo di Salvatore e, se non ricordo male, avevi fatto un commento anche sul mio, per cui mi ero preparata. Anzi, il punto 3 l’ho scritto proprio pensando a te. 😛
      A parte gli scherzi, non è mia intenzione cercare di convincere nessuno, ci mancherebbe. Anzi, ti dirò che i dubbi di persone come te sono un’importante sentinella che mi fa stare sull’avviso perché scegliere un metodo nuovo, oserei dire sperimentale, comporta sempre il rischio di fare un bel buco nell’acqua. E io, in questa fase, non so ancora se ho fatto bene a fare la scelta che ho fatto.
      Ti chiedo solo una cosa, che è una mia curiosità. Se, come suggerisce Grilloz nel suo commento, anziché chiamarlo crowdfunding, la chiamassimo prevendita, cambierebbe qualcosa nella tua visione?

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      • No, anche perché non è una vera prevendita 🙂
        Rimangono sempre tutti i dubbi che ho esposto, al di là del fatto che a me non piace chiedere soldi, ma i motivi 2 (più forte di tutti) e 3 restano.

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        • Sinceramente non ho mai pensato che qualcuno potesse “rubare” il mio progetto. Sono ottimista di natura e generalmente tendo a fidarmi, anche se a volte ne ricevo conseguenze negative. Del resto anche inviando il proprio manoscritto a una casa editrice si corre il medesimo rischio.
          Per quanto riguarda le case editrici, ti posso dire che nel primo anno di attività d bookabook su 14 campagne terminate positivamente 3/4 opere sono poi state pubblicate da Mondadori o Rizzoli, non so dire se sia sufficiente per fidarsi di quella piattaforma.
          Quello che forse non sono riuscita a trasmettere con questo mio post è quello che io ho vissuto di estremamente positivo sul piano umano.
          Ho cercato di condurre la mia campagna senza “chiedere soldi”, senza disturbare, senza spammare. Non ho mai fatto menzione della mia campagna né pubblicità attraverso i social se non pubblicando, per altro molto raramente, qualche post sul mio profilo facebook.
          Ho organizzato un’unica serata in cui ho presentato il mio progetto invitando personalmente le persone che ritenevo fossero interessate e ho ottenuto, in modo per me del tutto inaspettato, oltre 60 presenze. Ho parlato per una mezz’ora spiegando brevemente che cos’è il crowdfunding e raccontando del mio romanzo. Quello che mi ha colpita, per non dire commossa, è che le persone erano veramente partecipi del mio progetto. E ciò che me l’ha confermato è stato il fatto che poi hanno letto davvero il mio romanzo perché ho ricevuto decine di messaggi e mail nei quali ho ricevuto commenti e critiche costruttive.
          Da quel momento per me la pubblicazione è passata decisamente in secondo piano. Certo, sono contenta che si realizzi, spero che funzioni, ma, credetemi, io il mio successo, per quanto penso di valere, l’ho già ottenuto. Se il mio romanzo ha fatto riflettere, emozionare o discutere anche solo una delle persone che erano presenti, per me, nel mio piccolo, l’obiettivo della narrativa è stato raggiunto.
          Non ho aspirazioni economiche, non cerco fama o notorietà, voglio solo continuare ad imparare a scrivere.:)

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  7. Finalmente sono riuscita a leggere tutto. Ho un sacco di dubbi su questa procedure, perché come ha sottolineato Marco argomentando tutto assai bene, esce sempre la figura di un editore che non vuole rischiare e il rischio d’impresa è intrinseco all’impresa stessa. Per il resto, ma complimentonti per i racconti pubblicati, Salvatore … ma come/dove? baci

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    • Grazie, Sandra. I racconti sono usciti e usciranno (perché nel frattempo ne ho venduti altri) sul settimanale Confidenze del Gruppo Mondadori. Qui (https://salvatoreanfuso.com/2015/11/13/vendere-racconti-a-una-rivista-cartacea/) e qui (https://salvatoreanfuso.com/2015/12/18/vendere-racconti/) puoi leggere la mia esperienza sulla pubblicazione dei primi due. In uscita nei prossimi mesi, uno già a partire dal 14 gennaio, ci sono ancora tre racconti e ho quasi finito di scriverne un altro. 🙂

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      • Ho avuto un’esperienza analoga con un’altra testata, non mi hanno mai pagata, nonostante i tremila solleciti e la ritenuta d’acconto che mi avevano fatto fare, e pochi mesi fa è arrivata la lettera di un avvocato che il gruppo editoriale era fallito ed ero stata nominata dal tribunale tra i creditori, se avessi voluto procedere… ho lasciato perdere. Grazie per le info, un bacione

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        • Mondadori finora non ha deluso le mie aspettative; non credo abbiano interesse a rubare pochi spiccioletti. Per curiosità, se lo puoi dire, come si chiamava la testata?

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          • Confessioni donna. Un target analogo a Confidenze, racconti di “finta vita vissuta” il mio nome non appariva, la protagonista del mio racconto si chiamava Miriam ed era quindi firmato Miriam qualcosa. Al secondo che hanno accettato ho preso tempo nell’inviare la ritenuta d’acconto, temendo non pagassero, erano in ritardo, e poi ho ritirato la proposta. Magari ci riprovo con Confidenze, i dati per l’invio li trovo sulla rivista? Grazie baci

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            • Sì, sulla rivista. Avevo sentito di Confessioni donna. Adesso mi pare abbiano rifondano la rivista con una nuova casa editrice. Chissà se le cose sono migliorate…?

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  8. Pingback: Bookabook: crowdfunding, casa editrice o community di aspiranti scrittori? – LETTORE CREATIVO

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