Biblioteca civica Calvino a Torino

È sabato mattina e vorrei scrivere. Oggi però c’è un’aria diversa a Torino, che mi spinge fuori di casa. Indosso le scarpe, infilo la giacca ed esco. Imbocco via Cigna in direzione del centro città. Francesco Cigna, nel Settecento, è stato il fondatore a Torino dell’Accademia delle Scienze ed ebbe un ruolo fondamentale nell’Illuminismo cittadino. Mi sento sempre più ispirato. Ho una mezza idea che mi frulla per la testa. Quella, cioè, di fondare una nuova rubrica aperiodica sui libri presi in prestito dalla biblioteca. L’idea è semplice: entro in biblioteca, prendo un libro a caso, scelto rigorosamente fra quegli autori che non conosco o che conosco ma di cui non ho mai letto nulla, lo leggo, lo restituisco e ci scrivo un articoletto per il blog. Il titolo sarà: Presi a caso dalla biblioteca.

Supero la lavanderia a gettoni che mi ha dato qualche spunto interessante per un racconto (qui), valico la Dora percorrendo il breve ponte che l’attraversa, e imbocco un viale sulla destra. Il problema è che non entro in una biblioteca da almeno vent’anni. Io i libri preferisco comprarli o rubarli, ma prenderli in prestito non fa parte della mia cultura. Il viale è ricoperto di foglie gialle, umide a causa della pioggia notturna. Al fondo intravedo una costruzione nuova, moderna, recente. La biblioteca non si trovava qui quand’ero ragazzo, stava in corso Vercelli dall’altro lato del quartiere. L’hanno trasferita ormai da più di un decennio ma, come ho detto, non ci sono più entrato.

Di sabato, la biblioteca, apre solo al mattino. La giornata risulta nuvolosa. L’aria: fredda e umida. Mi immagino un luogo sterile, vuoto di vita, silenzioso. Entro. Le porte scorrono a lato in automatico. L’interno è caldo, colorato, piacevole. C’è un mucchio di gente che legge in silenzio riviste o giornali, oppure occupano due delle tre postazioni internet. Il pavimento è in parquet chiaro, che cigola in modo preoccupante a ogni mio passo. Sulla destra c’è un bancone. Tre persone annoiate ci stanno sedute dietro. Mi avvicino. Una è una giovane donna e legge una rivista. Indossa occhiali sottili, ha un volto affilato e un sorriso accennato, istintivo. Alla sua sinistra, in mezzo a due donne, un uomo secco, come se l’avessero spremuto. Non fa nulla. Non guarda nemmeno il monitor che ha di fronte. Ha un volto affilato pure lui, ma un’espressione dura, secca come il suo aspetto. È la signora al suo fianco, però, a farmi un cenno.

«Vorrei fare la tessera» le dico. Il tono di voce basso più che riesco.

«Lei è già schedato» risponde la signora. Non si preoccupa di tenere la voce sotto controllo. Nessuno se ne lamenta però. Sorride misteriosa. Non capisco se mi stia prendendo in giro, o dica sul serio. Forse si ricorda di me? Nota la mia esitazione. «Era già iscritto dall’altra parte?».

«Sì, quando la biblioteca era in corso Vercelli ero iscritto…».

«Allora è già schedato» ribadisce. Ha un modo di fare secco, per restare in tono con il collega, ma ha qualcosa di simpatico nell’espressione. Il volto è incartapecorito e gli occhi sprofondati in due fosse nere. Ma questi elementi non creano inquietudine.

«Capisco,» le rispondo, «ma la tessera non ce l’ho più comunque».

«Non è un problema, gliela ristampo».

Le porgo la patente. Lei la prende, la apre e guarda il monitor che ha davanti.

«Ha cambiato residenza?».

«No, è sempre la stessa».

«Il numero di telefono è sempre questo?».

«No, il fisso non ce l’ho più. Le do il mobile». Appena inizio a dettare i numeri la ragazza all’altro capo del bancone si volta a guardarmi, brevemente, poi si rituffa nella rivista. Sembra stia in ascolto però. La cosa mi intriga.

«Ha una mail che legge più o meno spesso?».

«Sì, certo» e le detto pure quella. Anche sta volta la sensazione che la giovane donna stia in ascolto è la stessa.

La signora mi restituisce la patente e manda in stampa la tessera. Me la porge praticamente subito; sembra un bancomat.

«È tutto digitale ormai» dice lei, notando il mio sguardo.

«In che senso?» le chiedo.

«Non diamo più le ricevute. Per controllare i suoi prestiti deve collegarsi sul nostro sito. Questa è la password».

Infilo la tessera nel portafoglio, assieme alla patente e alla password, e la ringrazio. Mentre mi allontano getto un’occhiata alla ragazza: lei sorride.

Faccio un giro tra le riviste. Al piano terra ci sono solo riviste e quotidiani. Il cigolio del parquet è inquietante. Desisto e mi dirigo al primo piano. Decido di evitare l’ascensore – lo evito sempre se posso – e prendo le scale.

Il primo piano è diviso in due da un lungo corridoio. Sul corridoio si affacciano le sale di lettura e i bagni. I bagni sono occupati. Alle due estremità del corridoio ci sono, da un lato la sala per i bambini, con la moquette verde e gli scaffali in legno, dall’altro la sala per gli adulti, con il pavimento piastrellato e gli scaffali in acciaio. Mi chiedo perché crescendo tutto debba diventare triste e freddo.

Il bibliotecario è un uomo anziano, che si muove nervoso fra gli scaffali. Guarda, estrae un libro, controlla, lo rimette a posto e si sposta rapido verso un altro scaffale. Va avanti così. Sembra uno di quegli insetti coprofagi impegnato a riordinare la propria tana.

Mi aggiro fra i libri. Non tocco niente, guardo solo le coste. Leggo i nomi degli autori e mi accorgo di conoscerne diversi. Di molti ho anche letto almeno un libro. Mi soffermo su John le Carré, non ho mai letto niente di suo. Però è una scelta comoda. Vorrei qualcosa di meglio per iniziare la rubrica. L’occhio mi cade su una copertina a stelle e strisce con una grossa lanterna rossa al centro. Il bianco, il rosso e il blu attirano la mia attenzione. Leggo il nome dell’autore: Richard C. Morais. Non lo conosco. Magari è uno noto e rischio di fare una figuraccia, ma di suo non ho certamente mai letto nulla. Leggo il titolo: Il Buddha di Brooklyn. È un titolo interessante. Anch’esso attira la mia attenzione. Guardo chi è l’editore, si può capire molto su di un libro dall’editore che lo pubblica: Neri Pozza. Dev’essere un libro ben scritto, di un certo interesse, perché Neri Pozza pubblica narrativa di qualità. Magari hanno un po’ la puzza sotto al naso i libri che pubblica Neri Pozza, diversamente da Einaudi, e si rivolgono a un pubblico più di nicchia, ma si tratta comunque di letteratura seria.

Decido, lo prendo. Vado al fondo della sala e scorgo due poltrone. Sono in plastica rossa, sagomate in un modo che mi ricorda i cassonetti della differenziata. Storco il naso e provo a sedermi. Sono fredde e rigide al tatto, ma la forma anatomica è comoda. Sfoglio il libro; trecento pagine… Avrei preferito cominciare con qualcosa di più snello. Con la mia lentezza e il poco tempo che riesco a dedicare alla lettura mi ci vorrà un mese per finirlo. Leggo la trama:

“In Giappone la parola “sacerdote” significa «colui che lascia la famiglia ed entra nell’assenza della famiglia». – recita la quarta di copertina – A undici anni Seido Oda viene iniziato al sacerdozio buddista. Nemmeno il tempo di sentirsi triste o onorato della sua nuova vita che, due giorni dopo il rito d’iniziazione, il giovane è raggiunto da una terribile notizia. Un incendio ha divorato la Casa del Loto, uccidendo tutti. Nel tempio buddista della Preghiera Perpetua il reverendo Fukuyama gli chiede un giorno di diventare il sommo sacerdote di un tempio buddista da costruire a Brooklyn.”

Non è esattamente il mio genere, come nessuno dei libri pubblicati da Neri Pozza. Io preferisco Einaudi, sempre e comunque. Tuttavia potrebbe essere interessante. Guardo l’anno di pubblicazione: il 2015. È un libro recentissimo. Scritto nel 2010 e pubblicato in Italia quest’anno. Bene, mi toccherà leggerlo allora.

Buona lettura, auguro a me stesso.

Post Scriptum, con il libro in mano attraverso la sala, lo cedo al bibliotecario per la registrazione, rapidissima, poi provo i bagni: ancora occupati. Scendo al piano terra. Lancio un’occhiata alla ragazza, che non mi degna di uno sguardo, ed esco. Forse ho perso il momento propizio. Non importa, tornerò sabato prossimo.

34 Comments on “Presi a caso dalla biblioteca

  1. L’evoluzione tecnologica delle biblioteche, l’ho notata anch’io qualche tempo fa quando sono andata nella biblioteca del mio quartiere dopo non so quanti anni.
    Adesso si fa tutto on line, ho preso due libri in prestito che ho restituito dopo 15 giorni.
    Anch’io ci sono andata di sabato mattina (è l’unico giorno della settimana che riesco a fare qualcosa) è uno dei motivi per cui non prendo più libri in prestito, non trovando il tempo per leggerli e restituirli in tempo, preferisco comprarli in ebook che costano poco.
    Però la tua è una bella idea, ci sono diversi autori che non ho mai letto e che potrei leggere.
    Vedrò. 🙂

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    • Il sabato è davvero l’unico giorno anche per me ed è un peccato che la biblioteca sia aperta solo di mattina! Se fosse aperta tutto il giorno ci passerei la giornata, magari portandomi dietro un portatile e scrivendo direttamente lì qualche racconto. Il libro che ho preso mi pare noiosetto… Forse prenderli completamente a caso non è una buona idea. 😛

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  2. Tanti anni fa ho fatto la tessera per la biblioteca qui a Roma, vicino all’Università. Ma non ho mai preso un libro. Non fa parte neanche della mia cultura prendere libri in prestito. Se li voglio, li compro o me li faccio regalare.

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    • Ciao Amelio, benvenuto nel mio blog. Tu dove ce l’hai la biblioteca più vicina? … e poi, forse non ho capito bene, vorresti avere vicino la biblioteca o la bibliotecaria? XD

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      • Tutte e due!!!! Ehehehehhe
        Nel mio paesino di 4.000 abitanti già è tanto ci sia la connessione internet! 😀
        Scherzo. La biblioteca più vicina penso stia ad una cinquantina di km :O

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        • Be’, una bella passeggiata. Magari passando per campi e foreste. Un luogo magico in cui fermarsi a sfogliare il libro appena preso in prestito… 😀

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  3. Anch’io fatico a prendere in prestito, sebbene credo che il mio sia un limite. Penso che sia un bella opportunità quella di poter scegliere tra decine di libri quello più adatto a me gratuitamente e soprattutto quella di dare la possibilità di leggere a tutti. In genere faccio shopping in libreria, ma quasi mai posso permettermi di comprare più di un libro alla volta.
    L’ambiente della libreria comunque ha un suo indiscutibile fascino, mi ricorda i freddi pomeriggi invernali quando ci andavo a preparare la tesi.
    Sulla scelta del libro “a caso”, credo che sia una divertente esperienza, che ovviamente è resa possibile, almeno per le mie tasche, proprio dal fatto che è gratuita (probabilmente non comprerei ugualmente a caso). Se poi il libro pescato soddisfa le aspettative, tanto meglio!

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    • Che bella immagine, Silvia!, quella dei freddi pomeriggi invernali passati in biblioteca. Potessi io… Sto cercando di convincere il mio capo a pagarmi comunque lo stipendio anche se non lavoro. Al momento non ci sono ancora riuscito ma, sai, sono bravo a convicere le persone. Prima o poi mi riesce il colpaccio! 😀
      L’idea di prenderli a caso da una biblioteca (perché gratuiti) è carina; il risultato un po’ meno. Il libro, al momento, è una palla… Per quanto riguarda le librerie: devo starci alla larga: ci spendo lo stipendio. Mi prende quella smania di acquistare che non riesco proprio a trattenere.

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  4. Guarda che anche i libri della biblioteca li puoi rubare 😉
    PS: bella la descrizione della passeggiata, però mi aspettavo che alla fine ci fosse almeno una sparatoria, un omicidio… o almeno uno scippo! Per il prossimo sabato impegnati di più! 😉

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    • Mi impegnerò di più. Magari potrei rubare un libro e farmi rincorrere dalla bibliotecaria; potrebbe essere un modo carino per chiederle il numero di telefono. Del tipo (dopo essere stato acchiappato): «sai, l’ho fatto solo per amore».
      «Rubi libri per amore?».
      «Rubo libri per conoscerti…».
      «Ma io sono sposata. Ho un marito, tre figli e un mutuo».
      «Eccole il libro… non mi serve più».
      XD

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  5. Ho letto dei bellissimi romanzi storici editi da Neri Pozza, ma anche polpettoni che non sono riuscita a concludere. è una casa editrice ambigua. Però seria, come i suoi prodotti. Volo non passerà mai da lì, e questo mi rincuora…

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  6. Mi sorprende scoprire che così pochi di voi prendono in prestito libri, io sono il classico topo da biblioteca e ho risparmiato almeno diecimila euro negli anni.
    Sono contenta che tu abbia deciso di entrare, Salvatore, spero cambierai idea e comincerai davvero questa rubrica che sembra interessante. Il libro che hai scelto mi ispira!

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    • Soldi e anche spazio. Ma la tua è un’abitudine che hai sempre avuto o che hai preso in Canada? Io, ad esempio trovo parecchio scomodo andare in biblioteca. Quando ci vado? Durante la settimana, dal mattino alla sera, passo l’intero giorno in ufficio. Quando esco di casa al mattino, la biblioteca è ancora chiusa; di sera, quando torno, è già chiusa o sta per chiudere. Rimane il sabato mattina…

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      • Per me andare in biblioteca è una coccola, ci vado anche se ho mezz’ora libera. È a dieci minuti a piedi da casa mia (a Reggio), è bellissima e contornata di viuzze piene di palazzi storici, musei e chiese che tutto il mondo ci invidia. Non ho mai avuto un lavoro d’ufficio ma non sarebbe un problema perché è aperta fino a sera tardi, a volte fanno spettacoli nel cortile interno o letture per bambini e adulti dopo cena.
        Per quanto riguarda il Canada, la biblioteca più vicina è a mezz’ora di macchina, ci vado quando riesco ma ne vale la pena, perché trovo gli scrittori locali che non troverei da nessun’altra parte. Gli scrittori canadesi vivono nell’ombra di quelli americani, ma a mio parere molti europei li apprezzerebbero di più perché scrivono romanzi meno commerciali e più impegnativi. A parte la famosa Alice Munro (che il canadese medio non conosce, ahimé, perché il sistema educativo scolastico verte sulla cultura statunitense) non conoscevo alcuno scrittore canadese, nemmeno la più nota (secondo Google) Margaret Atwood, che sto leggendo in questi giorni per rimediare.

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    • Grazie, Grazia. Che poi è quello che ho pensato anch’io. Il risultato però non mi pare all’altezza. Ma potrei sbagliare, non l’ho ancora finito. 🙂

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  7. Pingback: Presi a caso dalla biblioteca | Salvatore Anfuso – il blog

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