Ansia da prestazione nella scrittura: affrontarla con la filosofia zen


Guest-Post

Un guest post di Chiara Solerio

Una delle paure che accomuna gli aspiranti scrittori è quella di non essere apprezzati dal pubblico. Questa emozione potrebbe essere uno stimolo per lavorare meglio, ma spesso diventa un elemento penalizzante perché annienta la gioia insita nell’atto del creare e la sostituisce con un insano desiderio di piacere agli altri. Le parole scelte non sono più quelle che l’ispirazione fa uscire spontaneamente dalle nostre dita, ma quelle che potrebbero suscitare l’interesse di un editore, di un agente o di un fan.

Come scrivevo qualche giorno fa sul mio blog:

Il senso comune ci ha abituato a concepire il successo come un riconoscimento esterno: senza un riscontro da parte del pubblico, il valore che attribuiamo alla nostra scrittura quasi è nullo. Questa convinzione limitante è molto diffusa e ci porta via una bella fetta di divertimento, perché le mani tremano sulla tastiera e le parole diventano sempre più aride. […] Le nostre parole esistono a prescindere da chi le leggerà. Hanno vita propria, hanno energia. Ma i nostri timori creano un filtro, succhiano la loro linfa vitale e le trasformano in banalissimi segni su un foglio.

L’ansia da prestazione è un virus che impregna i nostri scritti. Le parole che nascono dal mentale (più avanti spiegherò meglio cosa intendo con questo termine) sono misere. E questa miseria non sfuggirà agli occhi di un lettore sensibile perché l’emozione è un’energia intangibile che si trasmette come un virus.  Paradossalmente, la paura ci trascina nel circolo vizioso della profezia che si auto-avvera: roviniamo i nostri testi per il timore del giudizio altrui senza renderci conto che, se riuscissimo a rilassarci, le nostre parole potrebbero suscitare reazioni positive. Come venirne fuori?

Sento spesso dire “quando scriverò un best-seller, la mia insicurezza sparirà”. In questo modo, però, saranno sempre gli altri ad avere l’ultima parola. Il problema va affrontato alla radice: ciò che la nostra natura di scrittori ci chiede è imparare ad amare i nostri testi così come sono, con tutte le loro imperfezioni. Per arrivare a questo dobbiamo scindere la scrittura dalla sua dimensione materiale e trasformarla in un’attività spirituale, in una forma di meditazione.

Per la filosofia zen ogni attività può essere meditativa, anche lavare i piatti. Qui, chi non è esperto di queste pratiche potrà trovare alcuni esempi per chiarirsi le idee: si può meditare facendo la doccia, aspettando un amico o preparando il tè. E si può meditare scrivendo. Tutto ciò che ci è richiesto per entrare in questo stato mentale è di rimanere focalizzati sull’attimo presente lasciando che ogni pensiero fuorviante si dissolva. Se riusciamo a mantenerci nel “qui e ora”, la scrittura si esprimerà senza filtri, con onestà, e la nostra vera natura potrà emergere senza che il mentale interferisca con l’intento creativo.

Per la filosofia zen, il mentale non ha nulla a che vedere con la logica e la razionalità. È l’ego ingannatore che impedisce all’anima di cogliere la vera essenza delle cose e di rimanere focalizzata sull’attimo presente. Il mentale racchiude in sé tutte le convinzioni limitanti, in parte derivanti dal contesto sociale, che ci allontanano dalla verità e dall’illuminazione. “I miei scritti hanno un valore solo se apprezzati dal pubblico” è una di queste. Tale pensiero non appartiene alla nostra anima perché quando siamo nati la vanità non faceva parte di noi: è un costrutto sociale, un sentimento posticcio che ci inchioda a un sistema di aspettative pericolosissimo per la nostra arte. Trasformare la scrittura in meditazione quindi aiuta a spegnere il chiacchiericcio interiore e ad aprirci a una visione più pura.

So che potreste obiettare “io non sono capace”. Si tratta di un’osservazione molto comune, ma anch’essa figlia del mentale che considera la meditazione una performance, ovvero una prestazione. È da questa idea, che nasce l’ansia. Ma la meditazione – così come la scrittura – non è qualcosa che “si fa”, bensì qualcosa che accade. E se riusciamo ad entrare in quest’ottica, la paura scompare.

Qualche consiglio pratico per agevolare questo processo:

Accettare l’esistenza dell’ansia da prestazione: dicono i miei amici orientali che ciò a cui resisti persiste. Se hai un brufolo sulla faccia e fai di tutto per mandarlo via rischi di farlo diventare ancora più grosso. Se invece lo lasci dov’è, dopo qualche giorno sparirà da solo. Allo stesso modo, l’ansia da prestazione non si elimina ripetendo, davanti allo specchio, mantra auto-potenzianti della serie “sonounbravoscrittoresonounbravoscrittore”. La paura sparisce quando riusciamo a riconoscerla come parte di noi, come il lato cattivo del nostro desiderio di scrivere. Lasciandole la libertà di esistere, le concederemo anche quella di andarsene.

Lasciare scorrere i pensieri, senza attaccamento:  se mentre meditiamo (o scriviamo) siamo turbati da un ricordo, un desiderio o una paura, non è attaccandoci ad essa come una cozza sullo scoglio che riusciremo a mandarla via. Pertanto, dopo aver accettato la presenza dell’ansia da prestazione, dovremo impedirle di occupare abusivamente il nostro cervello. Osserviamola dall’esterno, come spettatori davanti allo schermo di un cinema. Consentiamole di sfiorarci, ma non di impossessarsi di noi. E poi, volgiamo la nostra attenzione verso emozioni un po’ più costruttive: tenere a portata di mano un pensiero positivo con cui sostituire quello fuorviante può aiutarci in questo. È una tecnica che i teorici della PNL chiamano flip-switch.

Abbandonare ogni giudizio che nasca dal mentale:  se la distinzione fra il bene e il male può aiutarci in situazioni di pericolo, esprimere valutazioni troppo rigide nei confronti di noi stessi e degli altri ci condanna a un’inevitabile mediocrità. Dobbiamo dunque imparare a capire se ciò che pensiamo del nostro lavoro corrisponde al vero. Per farlo è necessario vivere fino in fondo l’emozione associata alla nostra opinione: ci sentiamo insicuri? Timorosi? Inadeguati? Okay, allora siamo nel mentale. Quindi ci ritroveremo a maneggiare il nostro scritto per ore senza mai esserne soddisfatti: meglio evitarlo e aspettare un momento migliore. Quando avremo riportato la mente a uno stato meditativo saremo in grado di osservarci dall’esterno e di apportare le migliorie in modo spontaneo e in assoluta serenità.

E voi, cosa dite della vostra scrittura? È più zen o più mentale?

_____________________

Chiara Solerio: Nonostante cinque anni trascorsi lontano dalla narrativa, la mia passione per la scrittura non si è mai spenta. Una mattina mi sono svegliata e ho capito che stavo vivendo la vita di qualcun altro, perché senza la possibilità di raccontare storie la mia esistenza era mutilata. Così  ho aperto il blog http://appuntiamargine.blogspot.it e ho progettato il mio primo romanzo. Anche se la stesura è ancora in alto mare, la vicinanza alle filosofie orientali mi aiuta a non demordere. Nessun sogno è troppo lontano per chi ci crede con tutto se stesso. E io ci credo.

29 Comments on “Ansia da prestazione nella scrittura: affrontarla con la filosofia zen

  1. Io faccio prima a uscire dal bagno che a entrarci, la mia doccia dura 5 minuti e quando sono in campeggio anche 4, quindi dubito che possa meditare su qualcosa 😀
    Tornando seri, come sai sono un tipo molto razionale. Credo che la mia scrittura sia più zen, se vogliamo chiamarla così e se ho capito qualcosa di quello che hai scritto 🙂
    Sulla scrittura non ho l’ansia da prestazione, scrivo e pubblico quello che ho scritto. Soltanto dopo inizio a preoccuparmi dei risultati.
    Per tutto il resto, invece, credo di essere il mentale per eccellenza.

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    • Lo zen però non è razionale inteso nel senso classico del termine, anche se in uno stato di pace interiore la mente funziona meglio. Comunque sì, credo di aver capito cosa intendi! 🙂

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  2. Complimenti Chiara, un articolo molto bello e sentito, con riflessioni che si sposano perfettamente con ciò che penso anche io. Ho parlato in abbondanza ultimamente delle mie ansie, venute fuori prima della pubblicazione. Potrei dire che con il tempo l’ansia da prestazione non si attenua, ansi cresce perché da “cosa solo tua” il testo diventa anche di altri, e senti una maggiore pressione. Per non esserne paralizzati, la scrittura deve essere vissuta con un approccio interiore, annullando tutto il resto, con una dedizione totale, proprio come si fa quando si medita. Non è sempre facile, ma quando ci si riesce ne guadagna la storia e anche noi stessi ne usciamo arricchiti.

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    • Sono assolutamente d’accordo. Anche io ritengo fondamentale tenere a bada gli impulsi che potrebbero danneggiarci. E la paura del giudizio è senz’altro uno di questi. Ci illudiamo che possa essere uno stimolo. In realtà la sua presenza crea solo difficoltà.

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  3. Ciao Chiara, ottimi spunti di riflessione per le prossime sessioni di meditazione (a me capita spesso, quasi involontariamente, quando faccio un’attività a basso… contenuto intellettuale, come la corsa, cucinare, rassettare la cucina ecc.).
    Secondo me è una questione di razionalità: dobbiamo fare come i bambini piccoli e chiederci fino alla nausea il perché di qualcosa, fino a sviscerarlo completamente. In questo caso si potrebbe partire da “Perché mi interessa l’approvazione altrui?”. Se la risposta non è sciocca ci darà senz’altro la possibilità di un altro “perché”, fino a capire finalmente se la premessa aveva basi solide oppure no.
    Certo, bisogna essere sinceri con se stessi e spesso non è facile.
    PS: che cos’è PNL?

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    • PNL è la programmazione neuro-linguistica, insegnata soprattutto a chi si occupa di vendite. Dallo zen prende spunto per quel che riguarda il controllo sulla mente, in realtà ha un approccio molto più occidentale che non condivido appieno. Però qualche spunto interessante lo offre. Il flip-switch è uno di questi. 🙂

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        • La programmazione neuro-linguistica è un assieme di tecniche che riguardano come tu “comunichi” con te stesso, col tuo cervello, attraverso i sensi e le riflessioni. Poco alla volta crei degli automatismi talvolta inconsapevoli (ad esempio guardare in alto a destra quando immagini qualcosa, o battere i talloni se sei nervoso). Questi stimoli sono a due vie. In pratica, se quando sei ansioso batti i talloni, puoi battere i talloni per renderti ansioso! Studiando questi comportamenti puoi addestrarti a comportamenti proficui. Occhio che è una “tecnica”, non una scienza, ha un milione di derivazioni ed è MOLTO più complessa di quel che si può riassumere qui.

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  4. Bello il tuo post, Chiara. Bello e sentito.
    Secondo me, in tutto quello che prima o poi ha a che fare con l'”esterno” esiste una forma di “ansia da prestazione”: viene il momento in cui dobbiamo confrontarci con gli altri e lì è dura! Hai sempre idea che qualcuno, in quel momento, si stia aspettando qualcosa da te e tu non vuoi deluderlo (accade anche nelle cose meno importanti, tipo: dal tuo gol dipende la vittoria della squadra, oppure vinci la gara se fai strike a bowling… e puntualmente sbagli!). Sono dell’avviso che nella scrittura, quando l’ansia mette un freno ai pensieri o blocca l’ispirazione, allora bisogna mollare e aspettare momenti migliori, insistere potrebbe essere peggio. Come scrivi nel tuo ultimo paragrafo: riportare la mente allo stato meditativo è sempre molto meglio.

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  5. Direi che la mia scrittura era abbastanza mentale in partenza, ma si sta spostando verso lo zen, seguendo anche il mio percorso. Ho scoperto che i mantra auto-potenzianti esistono in diverse versioni e con basi diverse, alcune molto interessanti (“You Can Heal Your Life”, di Louise Hay, è un bel testo di questo genere). Grazie Chiara, e grazie Salvatore per averti ospitata. 🙂

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  6. Ho talmente tanta ansia da prestazione in altre cose che la scrittura diventa automaticamente un rifugio di autostima e amore di me stesso. Concentradmi sulla forma dei periodi, nel piccolo, e nella struttura in senso allargato, forse entro in onde alfa senza esserne consapevole. Ci siamo io e la parola, il mondo e i suoi riferimenti scompaiono del tutto. “Scrivi come se nessun altro al mondo ti leggerà mai”. Non so chi lo disse, ma a quanto pare funziona.

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    • Esatto! Bravo Gas! Questo è il principio della scrittura zen: una scrittura che ha un valore per il fatto stesso di esserci a prescindere da eventuali reazioni del pubblico. Ed è proprio questa sua autenticità a donarle un valore che prescinde dalla tecnica e da qualunque altro orpello. 🙂

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  7. Molto interessante questo post di Chiara. Io negli ultimi tempi ho un rapporto abbastanza zen con la scrittura, quando sono ispirata vado quasi in trance, quando accade è proprio bello. Non sento l’ansia da prestazione quando scrivo, però mi viene un po’ in fase di revisione. 🙂

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  8. Leggendo il post mi sono resa conto che scrivere narrativa è forse l’unica attività meditativa che pratico. Mi faccio un sacco di paranoie prima e dopo, ma quando scrivo c’è solo in qui e l’ora e la storia, uno stato mentale che non raggiungo con altri attività (forse con la lettura). Certo, appena stacco le dita dalla tastiera il criceto della paranoia riprende a correre nella sua ruota…

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  9. Bene, non sapevo ci fossero tante persone interessate all’argomento e soprattutto alla filosofia zen. Per merito di Chiara, ora questo blog ha un tassello in più da offrire ai suoi lettori, che altrimenti non avrebbe mai trovato posto fra queste pagine. Grazie Chiara. 🙂

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    • I post della categoria “scrivere zen” sul mio blog hanno sempre avuto un buon seguito. Non ne scrivevo da un po’ (sono molto terrena ultimamente) e sono contenta di averlo fatto qui. Magari in futuro potranno esserci altre collaborazioni simili in futuro. 🙂

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