Snoopy e la scrittura

Io ho questa idea: scrivere è un’attività banale.

Banale agg. [dal fr. banal «appartenente al signore», poi «comune a tutto il villaggio», e di qui il sign. moderno; der. di ban «bando»].

1. Privo di originalità o di particolare interesse, quindi comune, ovvio, scontato, e sim.: discorso, frase, complimento b.; giudizî b.; un romanzo, una commedia, un film b.; con un b. pretesto; fare, condurre una vita b., un’esistenza b., piatta, uniforme (o, nell’esistenzialismo, inautentica). Si usa anche con sign. oggettivo e non spreg., riferito a modi, espressioni, tecniche, ecc., privi di originalità o di eccezionalità in quanto ormai noti ed estesi nell’uso comune: parole, locuzioni b.; un b. procedimento; o a fatti di poco conto, di scarso rilievo, insignificanti per sé stessi: per un b. incidente, ha rischiato di rimanere cieco. In partic., in matematica, soluzione b. di una equazione o sistema di equazioni algebriche o differenziali, soluzione di immediata evidenza, oppure priva di significato o di interesse, oppure immediata in base a quanto già noto in precedenza.

Cioè: di per se stessa insignificante. Come dice il buon Alessio Montagner: «in una scala cosmica siamo tutti destinati all’estinzione e quindi anche il più geniale dei romanzi non può che essere insignificante».

Senza spingerci così lontano, potremmo confrontare la scrittura con la vita; quella vera, quella di cui essa stessa si nutre. È legata alla vita che racconta, la scrittura, quindi ne è un riflesso. Come l’ombra è rispetto al corpo che la genera generalmente meno importante, così la scrittura lo è rispetto alla vita da cui scaturisce.

Siamo ancora troppo filosofici temo. Pensiamo allora alla vita di uno scrittore. Non quella che si legge in certi romanzi o si vede in certi film; la vita vera di uno scrittore. Essa è una vita banale. Fatta di prostituzione. Come ogni altra attività. Fatta di compromessi. Come ogni altra attività. Fatta di miseria. Coloro che fanno i milioni si contano sulle punte delle dita. Che non si scriva per denaro è anch’esso un fatto. Come, d’altronde, ogni altra attività. Fatta anche, però, di solitudine. Di dubbi. Di incertezze. Come, infine, ogni altra attività. E tutto questo è anche un po’ triste, in effetti. Ma soprattutto è banale.

Proviamo a lasciare da parte la figura dello scrittore. Analizziamo la scrittura in quanto tale. Dicevo che è banale, e lo dicevo per un motivo: a scrivere, come anche a dipingere, a cucinare, a scolpire, a fare un sacco di altri mestieri, si impara. Prima d’essere un arte è, appunto, un mestiere. Fatto di tecnica, di conoscenza, di esercizi, di tentativi andati male e altri andati bene. Certo, ci sarà sempre quello che ci riesce meglio e quello che ci riesce peggio. Ma in fondo, a scrivere, si impara. Quindi è un’attività banale. Nel senso letterale del termine. Fatta di routine, di abitudini, di espedienti, di tecnica ammaestrata… Banale.

Cos’è che non è banale? Quello che uno scrittore ha dentro. Quello che uno scrittore si porta in groppa come bagaglio culturale e personale. Quel particolare sguardo, o sensibilità, con cui filtra il mondo; la vita vera. È il suo particolare punto di vista a ergere un semplice mestiere a status di arte.

Eppure cos’è che prevale? La sistematica incapacità di raccontare ciò che abbiamo dentro. Scrutiamo il mondo in cerca di fatti. Spremiamo la nostra fantasia per creare universi nuovi. Ma tutto ciò che dovremmo raccontare, lo portiamo già dentro di noi. Sta lì, sepolto; in attesa che il narratore di turno lo spolveri e gli dia lustro. Ma noi lo ignoriamo.

Ci ostiniamo a scrivere cose di cui non ci importa nulla, convintissimi che siano invece quelle giuste, e non vediamo ciò che abbiamo lì, a nostra disposizione. Io, ad esempio, mi ostino a narrare di tutto. Passo da una storia ad un’altra come da un letto a un altro; peggio di una prostituta. Eppure, per istinto quasi, so bene che film mi piacerebbe guardare e quale invece mi annoierebbe. Lo so prima ancora di vederlo. Mi bastano le prime due righe di trama. Mi basta dare uno sguardo alla copertina. La stessa cosa avviene con i libri, anche se… diciamo che la maestria con la scrittura può salvare una storia altrimenti: banale. Quindi dei libri almeno l’incipit lo leggo sempre.

Cos’è che ci frena, dunque? Cos’è che ci fa scegliere storie brutte, anziché quella che, brutta o bella che sia, ci darebbe davvero il piacere di scriverla? Non ho una risposta. Se l’avessi sarei un romanziere con i fiocchi. Però ho un sospetto. Parlando per me stesso: l’esigenza di proteggersi. Forse anche questa è una paura banale. Però è una paura reale. Con cui fare i conti.

Capisco che chi è abituato a scrivere narrativa di genere abbia delle difficoltà a comprendermi. Io che di genere non ho il DNA, ho il timore reale di tirare fuori cose che potrei non riuscire a governare. Il vaso di Pandora una volta scoperchiato non lo richiudi; di questo sono certo.

Ora, l’attimo prima di scrivere, tutto il mondo è a nostra disposizione. Possiamo parlare di qualsiasi cosa ci passi per la testa. Quando però cominciamo a scrivere, le scelte si restringono. E si restringono sempre di più fino a giungere a una storia; inevitabilmente quella sbagliata. Allora, prima di scrivere, è meglio esitare. Così le possibilità restano infinite e fra esse possiamo sondare quella che, e non lo sapevamo, ci portavamo già dentro.

Io ne ho una, di storia. È da un po’ che sta lì; forse da tutta la vita. Ne ho più di una; ne ho molte, moltissime. E questo rende tutto più difficile. Ma ne ho una, soprattutto. Non ho ancora iniziato a scriverla. Esito. Però ogni tanto ci penso. Rifletto. Valuto. E lei è sempre lì. Pronta a emergere. Non evapora. Non mi annoia. Non è banalmente eccitante. Ma più ci penso, più mi piace. Forse sono anche in grado di scriverla. Per il momento, però, esito.

E voi? Che storia avete dentro di voi?

31 Comments on “L’attimo prima di scrivere

  1. Io mi sono resa conto di una cosa: se esito prima di scrivere è un gran casino e non butto giù nemmeno mezza riga. Invece è necessario esitare prima di revisionare, perdendoci anche tutto il tempo possibile. La prima stesura di ogni capitolo rappresenta le fondamenta della casa che andrò a costruire, è per me un elemento sbloccante, quindi deve essere viscerale, istintivo. Tutto ciò che segue, invece, è mentale.

    Di storie dentro, ne ho tante. Una di queste è quella che sto scrivendo. La vita è troppo breve per perdere tempo a scrivere cose che non ci interessano. 😉

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    • Credo che ognuno abbia un proprio modo e che non esistano regole assolute. Tuttavia, se scrivi professionalmente, prima di iniziare a scrivere devi avere un’idea molto precisa di ciò che andrai poi a fare; ti devi essere documentato; devi aver letto cose simili per vedere come altri hanno affrontato lo stesso argomento; ecc. Tutto ciò che fai dopo, invece, cioè la scrittura vera e propria, deve essere istintivo. Ora tutto questo “deve” ecc. non significa nulla: ognuno faccia come gli pare. Ciò che conta è il risultato.

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      • Ma certo! La documentazione ci deve essere – anche se tipologia e quantità dipendono dal tipo di storia – così come un’idea della trama, almeno nei suoi punti chiave. La scaletta che ho fatto prima della stesura evita un’eccessiva parcellizzazione di scene e dei capitoli: ci ho provato quando avevo ancora in testa l’idea del romanzo corale, e non funziona con me perché ho una creatività troppo anarchica, la gioia (e anche la buona riuscita del mio stile) dipende molto dalla mia libertà di improvvisare.
        La definizione dei contenuti nel dettaglio, quindi, è subentrata quando già avevo iniziato la stesura. Ancora oggi, la porto avanti a gruppi da 5 capitoli. Anche lì, però, non c’è mai niente di definitivo. La prima prova mi serve sempre per capire cosa voglio scrivere. E nel momento della seconda stesura (e sto parlando sempre di scene e capitoli)subentra l’esitazione di cui parli. Lì metto in discussione le mie scelte e comprendo quali siano valide.
        Credo che la scrittura sia un fatto troppo soggettivo per poter definire delle regole generali. Ormai questo metodo è rodato, con me funziona e ciò che ne esce non fa poi così schifo. Magari tu, che hai un carattere diverso, ti trovi meglio in altri modi. Come dici tu, il “devi” è relativo! 😀

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  2. Io avevo dentro un paio di storie e le ho scritte, la prima è nata in me qualche anno fa ed è stato il mio primo libro, la gestazione è durata circa tre anni.
    La storia del secondo libro è nata in me quando ero adolescente ed è rimasta sopita in un angolo tanto tempo, non ci pensavo quasi più, poi è riemersa e non ho potuto più aspettare.
    A volte pensiamo di decidere di scrivere scrivere una storia ma è la storia che sceglie noi.

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  3. Tante storie dentro di me! Scalciano, scalpitano per ottenere attenzione. Alla fine riesco a resistere qualche giorno, non di più, poi mi rimetto a scrivere, per buttarne fuori almeno una e evitare che mi lacerino dentro.

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  4. È la prima volta che ti leggo. Post molto interessante. Io quando scrivo semplicemente non ci sono: sparisco. Mi lascio trasportare. È mostruoso. Della serie: la scrittura è uno scavare, incessante, dentro tutte le cose (attorno a noi, dentro, lontane e vicine) fino al concepimento di qualcosa, che sia poesia (per me) o romanzo (mi interesserebbe un sacco, saperlo, come diavolo si fa; devo imparare eh?) e allora ecco, posso scriverlo: è un “eccomi.” A quindici anni, durante la presentazione del mio primo libro (orrendo, a essere sincera hhahahahahaah) mi dicevo, “ma come mai hanno scelto me? Tra tante persone brave?” Al secondo, era stato un viaggio in me stessa, vite su vite dentro la vita. Allora avevo in me ogni sorta di emozione, come quando ti ritrovi con dolcezza e dolore. Ora, scrivo perché mi piace, tutto qui, a volte è così semplice – si viene scelti. L’attimo prima di scrivere è dunque, per me, il cordone ombelicale che la scrittura tira, forte, e rinasco – con tutta la mia banalità. Un saluto! Ora leggo altri tuoi post 😀😀😀😀 notte

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  5. Direi che più le storie durano dentro di noi più ci piacciono e varrebbe la pena di scriverle. Forse che abbiamo paura di rovinare un sogno rendendolo reale, coi suoi limiti logici, concreti? Meglio una storia perfetta che resti solo nostra o condividere qualcosa che le somigli? Rispondere a questa domanda sta a ognuno di noi, ma se hai scelto questa strada, la vita del narratore, che senso ha non narrare?
    Rispondo con domande, devo essere irritante. Rischia, dico io (a te, ai tuoi lettori, a me) altrimenti smetti di vivere e sopravvivi senza rischi o vere soddisfazioni.

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  6. Non sono d’accordo che scriviamo di storie di cui non ci importa nulla. Argomenti, storie quindi, che non mi interessano non li leggo né li scrivo.
    Io dentro ho tante storie, e so che non farò in tempo a scriverle tutte.

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  7. E’ curioso che spesso parli di questa paura che hai di tirare fuori qualcosa nella scrittura… Di sicuro c’è molto che ancora non ci hai detto 😉
    Comunque, per quanto mi riguarda sto vivendo un periodo difficile, nel senso che ho in testa una storia che vorrei scrivere, anzi più precisamente è una storia che preme per essere scritta, ma razionalmente so che sarà difficile da affrontare, che mi costerebbe fatica e sarebbe emotivamente pesante. Mi piacerebbe dedicarmi a qualcosa di meno impegnativo e magari anche più fruibile per un lettore, e quindi per ora sono intrappolata in questo stallo e non scrivo un bel nulla.

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  8. Cosa fa un fotografo? Scatta foto. Ma la sua passione non può essere sintetizzata nell’atto di premere un bottone. E la scelta del soggetto da fotografare, dove la mettiamo? E le ore di attesa nella speranza di catturare il momento giusto?
    Secondo me (ma tanto io ho ragione e tu no) l’errore più grosso è quello di pensare allo scrittore come a “colui che scrive”. Questo non è solo banale, ma anche brutale. E probabilmente spiega anche come mai il mondo sia pieno di pessimi scrittori (e fotografi).

    Parli dello sforzo nel creare “universi nuovi” e dell’incapacità di raccontare se stessi. Io una risposta ce l’avrei: se manca la premessa, una premessa forte e che “senti” davvero di voler trattare, ciò che scriverai non sarà mai una reinterpretazione, bensì semplice masturbazione. E per quella non serve alcun talento artistico (basti pensare ai forzati della penna dietro produzioni tipo Harmony).

    Parlo ovviamente da lettore, e con l’occhio di un lettore la banalità di certi autori si percepisce ancor prima della banalità delle loro opere.

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    • Bravo Alessandro, l’hai detto bene. Ecco perché, con il romanzo che ho in mente, sto esitando. Non è solo perché l’ha detto e ribadito Mozzi a lezione, ma perché sento di doverci riflette ancora. C’è qualcosa che mi sfugge; avverto che la mia immaginazione non è completa, non è matura, non ho sondato a fondo. Se me ne frego e inizio a scriverla, possono succedere due cose:
      1. cristallizzo l’idea in ciò che viene fuori, cioè in qualcosa di immaturo. Immaturo perché non ha avuto il tempo di maturare. E non posso più modificarla.
      2. perdo una chance, quella di fare una cosa bene.
      In fondo Mozzi ha ragione quando dice che una volta fissata sulla carta, la parola scritta diventa difficile da modificare. Lo so che è così; mi è successo un sacco di volte. Eppure, mi guardo attorno e vedo un sacco di racconti immaturi. Immaturi perché, appunto, non sono stati maturati prima di iniziare a scrivere. Ora, anche i miei racconti, quelli che pubblico qui sul blog, sono spesso immaturi, è vero. Tuttavia sono racconti da blog: ci può stare. Forse non mi faranno una gran pubblicità ma sono aggratise, come si dice.
      Per un romanzo, uno sforzo in più, lo si potrà pur fare?

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      • Occhio, non sto criticando te o i tuoi scritti.
        Concordo con l’idea che metter giù un’idea possa cristallizzarla, ma concordo nella misura in cui l’idea non corrisponde a una premessa narrativa. Tra il “cosa” (morale della favola) e il “come” (buttar giù la storia) c’è un doloroso iter di riflessioni che non può esser saltato a pie’ pari. Fino a quando la storia che hai in mente non può essere “parcellizzata”, anche grossolanamente, resta appunto un’idea e non vale la pena di bruciarla arenandosi dopo una dozzina di pagine.

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  9. Che bello questo post!
    E che invidia… io ho un’idea, e non riesco a liberarmene.
    Ogni volta che tento di scrivere qualcosa di nuovo, mi viene in mente quella storia che sto cercando di scrivere da due anni e torno a scriverla daccapo, senza mai arrivarci in fondo, senza mai poter andare avanti.
    Tu sei una prostituta? Allora io sono un ex, ossessionato, che diventa stalker.

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  10. Anche io sono uno che esita… o meglio: ho bisogno dei miei spazi e dei miei tempi. Non riesco a lavorare a una storia in un’ora ritagliata fra il lavoro e la cena. Probabilmente è una questione di approccio. Probabilmente riuscirei lo stesso a scrivere anche nell’ora rubata, ma ho questo blocco… che mi blocca 🙂

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