Consapevolezza

Non so bene dove andrà a parare questo post. Sto ragionando mentre scrivo. Tutto è iniziato dalla lettura di un articoletto di Tiziano Scarpa (qui), il quale, cioè l’articoletto, ha poco a che fare con queste riflessioni, ma in un certo senso ha tutto a che fare con queste riflessioni. Leggendolo, la domanda che mi è sorta spontaneamente, e che mi sono posto, è stata: «ma davvero mi sento pronto a pubblicare un libro?».

Mi spiego meglio. Alcune volte, anzi spessissimo, il desiderio di giungere alla pubblicazione è così forte, inarrestabile perfino, da superare la ragione, cioè la consapevolezza nel chiedersi: «ok che scrivo, e magari anche bene, ma quello che scrivo è abbastanza valido, maturo, interessante; mi rispecchia, riflette davvero i miei pensieri, i miei gusti, ecc.; da portarmi a una pubblicazione piacevole per il sottoscritto?». Perché, vedete, secondo me c’è modo e modo di pubblicare.

Per spiegarmi meglio sono costretto a fare un passo indietro. Diciamo, allora, per fare un esempio, che pubblico un libro. Cioè d’essere così fortunato da riuscire a pubblicare un libro senza averne la statura. Sarebbe già una contraddizione, perché per fortuna esiste il filtro dell’editore. Però oggi questo filtro lo possiamo bypassare, giusto? Possiamo andare a monte dell’editore e auto-pubblicarci. Poiché il mio piacere più grosso sarebbe però quello di pubblicare un libro con il filtro dell’editore, fingiamo per un momento d’essere riuscito a trovarne uno compiacente. Un editore che mi pubblica anche se, secondo parametri alchemici a me ancora poco noti, non ne sono pronto.

Fingiamo anche che questo fantomatico editore non vuole essere pagato. Cioè non è uno di quegli editori che pubblicano la qualunque se dietro compenso. E fingiamo, infine, che il mio libro (romanzo) sia una minchiata, non dissimile dai miei stessi racconti che ogni tanto pubblico qua, sul blog. Cioè attraenti per qualcuno, ma non pienamente soddisfacenti. Fra dieci anni, sperando di aver raggiunto una maturità narrativa maggiore per allora, cosa potrò mai pensare di questo primo libro? Dovrei fare come facevano un tempo i poeti, che rinnegavano la loro produzione giovanile?

Questo ragionamento, mi rendo conto, è pericoloso. Lo è perché può esistere il caso, e credo siano anche numerosi, di sottostimarsi. Cioè di sottostimare le proprie capacità. Questo significherebbe non pubblicare, anche se si ha le carte in regola per farlo, perché non ci si sente mai pronti a farlo. Un po’ come quelle coppie che vorrebbero sì, fare un figlio, ma che rimandano in continuazione perché c’è sempre qualcosa da sistemare prima che il lieto evento, il massimo impegno per un coppia, sia possibile. Aspettare il momento adatto per fare una cosa è sempre il modo migliore per non farla mai. Si rimanda, si rimanda ancora, e alla fine scopriamo di aver aspettato troppo.

Tuttavia, come dicevo all’inizio, c’è modo e modo di pubblicare. Qual è il mio? Una domanda legittima, mi pare. Il mio è:

  1. Pubblicare con un editore che stimo
  2. Pubblicare qualcosa di cui non debba un giorno vergognarmi
  3. Trarre piacere dall’atto stesso dell’aver pubblicato quel libro lì
  4. Farlo perché sento che quello che ho scritto lo merita
  5. Farlo perché quel libro rappresenta realmente una parte di me

In che modo, invece, non vorrei mai giungere a una pubblicazione? Un’altra domanda legittima, mi pare. Non vorrei mai giungere a una pubblicazione se:

  1. Rappresenta solo un modo per auto-affermarsi
  2. Non mi riconosco in quello che ho scritto
  3. So che un giorno quel libro lì mi farà vergognare, al punto da non volerlo nemmeno riaprire, o parlarne, o pubblicizzarlo
  4. Se ritengo che la pubblicazione di quel libro, e di conseguenza la sua lettura, non sia degna; cioè che io stesso non leggerei mai un testo del genere
  5. Se per farlo sono costretto a prostituirmi; in senso lato

Per tornare all’articolo di cui sopra: come si diventa Autori Autorizzati? Ci sono due modi per rispondere. Il primo è istituzionale. L’autorità non è qualcosa che ci si auto-assegna. Viene data dall’alto o dai propri pari. Quindi, per dirlo in altre parole: io scrivo, un editore ritiene ciò che scrivo abbastanza valido da mandarlo in stampa, e un pubblico di lettori lo acquista, lo legge e lo apprezza. In questo modo si diventa autori autorizzati. Autorizzati a cosa? A definirsi scrittori, sostanzialmente.

L’altro modo per rispondere alla domanda è che in un certo senso bisogna sentirselo dentro. Cioè, bisogna essere sufficientemente onesti con se stessi da ammettere di non esserne ancora pronti, oppure, al contrario, di esserlo. Giudici di se stessi. L’onestà dello scrittore, in fondo, non riguarda anche questo? Quando i guru (e sapete a chi, con stima, mi riferisco) ti raccomandano di andare più a fondo, di non essere superficiale, di rileggere quello che hai scritto con un’altra chiave, di porti delle domande che, per la fretta di scrivere, non ti sei posto, ecc., in fondo non si riferiscono proprio alla tua maturità autorale? Scrivere bene non significa niente. Posso scrivere bene e essere un ingegnere, un pizzaiolo, un pescivendolo, tutti lavori stimabili certo, ma non uno scrittore.

Epperò c’è anche Moccia, Fabio Volo, Totti, e un sacco di altra gente che scrive e pubblica, mi potreste obbiettare. Ok, è quindi? Chi volete essere voi?

Qualche settimana fa ho pubblicato un guest post sul blog di Chiara (qui). In quel post, anche se in termini e con uno stile differenti, dicevo proprio queste cose qui. Insomma, ci vuole coraggio a pubblicare un libro. Io ne avverto tutto il peso e, alcune volte, questo peso mi spaventa. Sarà forse per questo che cincischio? che passo da una storia a un’altra? che non porto a compimento nulla? O forse sono semplicemente onesto con me stesso?

E voi, lo siete? Siete onesti con voi stessi?

47 Comments on “La consapevolezza di chi vuole pubblicare un libro

  1. Mi hanno regalato un libro di Tiziano Scarpa Stabat Mater premio strega di non ricordo quale anno, mi sono fermata alle prime 20 pagine, proprio non mi ha preso di solito i premi strega non mi deludevano, questo non so perché la trama non mi prende, comunque è lì nella libreria, prima o poi ritenterò. Scusa l’inciso, penso che ci sono dei momenti in cui non si è pronti neanche per leggere un libro, poi passa del tempo e il momento arriva. A me è successo con il mio primo libro, a un certo punto ho sentito che era giunto alla sua maturazione, dopo diverse correzioni e revisioni nella forma, non avevo mai avuto dubbi sulla storia quindi sì cerco di essere onesta con me stessa (almeno ci provo)
    Scusa anch’io ho scritto questo commento penando ad alta voce. Mi ritrovo nei tuoi primi cinque punti.
    Buona giornata!

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    • Era il 2009, e hai ragione: c’è un momento giusto e uno sbagliato per tutto; anche per l’amore, per dirne una.
      Come s’intitola il tuo libro (sono curioso)? Hai pubblicato con una CE, o in self?

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      • Sono umilmente Self in eBook 😦
        Mi ero stancata di cercare una casa editrice…
        Ho pubblicato con Narcissus (ora streetlib) il primo pubblicato agosto 2014 si chiama La libertà ha un prezzo altissimo Giulia Mancini, in agosto 2015 ho pubblicato il secondo eBook Fine dell’estate. Sono su tutte le piattaforme on line.
        In questo periodo sto facendo una revisione del primo eBook per aggiornare il file (ci sono degli errori di punteggiatura da sistemare).
        L’esperienza del self mi ha fatto crescere molto, ho imparato tantissimo 🙂

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          • Mi sono trovata molto bene, inoltre è apprezzabile che nel momento in cui pubblichi il tuo eBook diventa disponibile su tutti gli store on line, iBooks, Amazon, Google play, kobo e tanti altri. Non è una cosa da poco. Inoltre ti offre tutti gli strumenti per creare il tuo eBook in autonomia gratuitamente oppure ti puoi affidare a loro per la conversione in ePub del tuo file o creare la copertina a pagamento. Insomma puoi operare in modo molto libero.

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  2. In un certo senso hai ragione, ma è anche vero che così rischi di farti troppi problemi e non pubblicare mai. Questo è un ragionamento da fare a priori, prima di scrivere e mentre scrivi. Io sto penando col mio romanzo perché voglio che sia un buon prodotto prima di proporlo a qualcuno. Ma appena sarà finito, so che per me sarà buono.

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  3. Se senti che un libro rappresenta il massimo che puoi dare in quel momento, che ti rappresenta e c’è un editore che crede in te non vedo quale controindicazione ci sia a pubblicare. Un domani il tuo stile si sarà evoluto, certo, magari i tuoi temi saranno cambiati. Magari tu e i tuoi lettori direte “certo che ne è stata fatta di strada!”
    Per certi versi, a livello editoriale, è peggiore l’esordio perfetto, fatto col libro della vita. In questi casi poi non rimane che constatare l’irripetibilità dell’evento. Per quel che mi riguarda quello che ti auguro è una carriera in crescita, con un primo libro bello e poi altri splendidi.
    Questo pensando all’editoria tradizionale e a une editore serio, che fa una selezione.

    Con l’autopubblicazione, invece, il rischio portare sul mercato un’opera non matura esiste. Così come esiste il rischio di bruciarsi i lettori con un esordio al di sotto delle aspettative. Ma già il fatto che tu ti ponga questi interrogativi è un buon segno di maturità, no?

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  4. Anche io questa volta mi sento di voler essere pragmatica: già è difficile finire il romanzo e fare un buon lavoro. Queste seghe mentali sulla pubblicazione (almeno per quel che mi riguarda) sono un po’ premature! 🙂

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  5. Considerazioni belle e competenti.
    Ricordiamoci tuttavia che… Viviamo nel tempo della demenzialità. Tutto ciò che è demenziale vende benissimo, e per ciò stesso acquista visibilità ‘social’. Una persona perbene- come l’Autore di questo articolo- si scervella per anni e anni sulla pubblicabilità di un suo testo, e nel frattempo la E. L. James vende cinquanta milioni di copie al mese. Sì, siamo d’accordo che la demenzialità è effimera, ma essa viene rimpiazzata di continuo da altra demenzialità, in un eterno turnover dell’effimero, che fa balenare su di noi il beffardo bagliore del Nulla.

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    • Ciao Alberto, grazie e benvenuto nel mio blog. Io non ce l’ho con chi scrive narrativa di consumo, anche quella ha la sua ragion d’essere. Quantomeno riempie le casse delle case editrici. E non ce l’ho neanche con chi legge quel tipo di narrativa: tutti i lettori (e i loro gusti) sono rispettabili. Le mie perplessità sono rivolte sempre e solo verso me stesso. Sono stato educato a fare le cose bene e, benché la qualità dei miei testi sia in ascesa, non è ancora come vorrei. 🙂

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  6. Non c’è un’età per arrivare alla pubblicazione ideale: se oggi pubblichi convinto di tutti quei punti che citi (editore che stimi, libro di cui non ti vergognerai mai, ecc), chi ti dice che fra dieci anni non avrai raggiunto una maturità diversa e nuova rispetto a quella di adesso in cui sei veramente convinto della bontà del tuo prodotto? Magari arriverai a stimare di meno anche quel dato Editore che, nel frattempo, ti è caduto dal cuore. Voglio dire, la certezza della perfezione non l’avrai mai: avere delle insicurezze, porsi domande, va bene (dillo a me, poi!), ma aspettare risposte non sempre conviene! Intanto si prova (è quello che dico a me stessa per non ingarbugliarmi troppo nei tuoi stessi nodi!)

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  7. Ciao e grazie per questo blog
    Adoro questo modo di essere, quasi quantico; una mente che si arrovella su se stessa per scoprire un improbabile alibi per non scrivere o per scrivere comunque. Ho scritto decine di libri tutti estremamente non maturi e mai ho trovato il coraggio di pubblicarli. Poi facendo una sorta di epigonia di me stesso un po’ pornograficamente ho deciso di sfruttare i vari canali online e ci ho buttato dentro delle cose mie. Sono certo che un giorno mi mangerò le mani e pure i gomiti e magari penserò: aveva ragione Salvatore!

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    • Ciao Raffaele, benvenuto nel mio blog e grazie a te per la lettura. Mi hai fatto ridere. Tuttavia ho quasi paura a chiederti quale tecnica pornografica hai adottato per moltiplicarti in rete… 🙂

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  8. Ciao Salvatore
    Purtroppo è solo una una metafora, anche se a ben pensarci la scrittura potrebbe scardinare la pornografia dal suo ruolo di sottospecie di forma espressiva.
    Grazie mi hai dato un idea.

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    • Non li conosco, ma potresti sfruttare il tuo punto di vista per fare la stessa cosa ma in una prospettiva diversa. In fondo la scrittura non è proprio questo?

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  9. Ho apprezzato queste riflessioni e anche i commenti degli altri blogger.
    Un anno fa avrei avuto un’opinione a riguardo, ma più scrivo più mi sento “non autorizzata” ad avere opinioni, perché comincio a rendermi conto dell’enormità dei contenuti raccolta nella parola “scrittore” e non penso di avere fatto abbastanza gavetta per pronunciarmi.
    “La vita ti rende umile, scrivere ancora di più” (questa massima tra quindici-vent’anni varrà tipo due milioni di euro) 😀

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  10. Perché dannarsi per avere una valida opinione? In fin dei conti “scrivere” è una delle tante attività umane. Non mi pongo troppo problemi se devo scrivere un post di poche parole o se devo affrontare una incresciosa discussione con un amico, che magari ti tiene sveglio fino all’alba perché non si sente adeguato a questa vita che sempre pretende; lo faccio e basta! Forse la chiave è proprio questa: fai una cosa se ritieni che sia la cosa giusta. Troppi filtri o paletti, avrebbero causato un involuzione del pensiero, ma al contempo, forse solo l’un per un miliardo delle cose, fatte, dette o scritte, incidono nella storia, sia personale che universale. Quindi personalmente sarei incline a fare comunque, ma certo è che universalmente penserei come molti e castrerei ogni cosa…

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    • Portando all’estremo questo ragionamento, frutto del “yes, you can!”, si produce però anche tanta spazzatura… Io preferisco pormi qualche lecito dubbio in più. 🙂

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  11. Impossibile non prendere le distanze da ciò che si è scritto in passato. Tutti cambiano, tu cambierai stile, preferenze, magari arriverai addirittura a odiare la scrittura.

    Non puoi prevedere in che modo si evolveranno il tuo stile e i tuoi gusti, pertanto l’importante è esprimere il meglio che puoi dare oggi, nel genere e nella forma narrativa che ritieni più opportuna nel presente.

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  12. Non vorrei vergognarmi in futuro di una mia pubblicazione; mi è capitato di pensarci. Questo però non diventa un problema 1) perché non desidero autopubblicare e gli editori fanno già da filtro (dopo che io ho filtrato loro!); 2) perché mi sento un’intrattenitrice, non una grande artista. Con il passare del tempo, capiterà che io non mi riconosca pienamente in qualcosa che ho scritto, ma credo sia inevitabile. Sono fiduciosa in questo senso. 🙂

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  13. Avevo già letto questo post, ma sono tornata per lasciarti un’unica riflessione.
    Poi mi eclisso.
    “Rappresenta solo un modo per auto-affermarsi”.
    Che, anche lasciando “auto” è esattamente quello che vuoi fare tu: senza l’approvazione di una casa editrice, tu non ti sentirai affermato né di aver raggiunto un traguardo.
    E’ come ricevere un’investitura, un’onorificenza.
    Chiaro: in tutto quello schifo di self, se ti hanno scelto significa che vali di più.
    Però mi chiedo perché questo articolo non abbia il medesimo tono del guest post che hai scritto sul blog di Daniele.

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    • Ti ha dato veramente fastidio, vero? che abbia detto quello che penso, intendo. Però, prima o poi, dovrai pur renderti conto che al mondo c’è gente (per fortuna) che la pensa diversamente da te e che tutti hanno diritto a esprimere la propria opinione e che chi la esprime con forza, mettendoci la faccia, va rispettato per il coraggio di andare contro corrente. Sono sicuro che se avessi affermato esattamente il contrario, avresti sventolato le bandiere e scolpito una statua celebrativa. Che obiettività c’è, mi chiedo, in questo? Ma forse sei troppo giovane… Come dicevi: ne riparliamo tra dieci anni.
      Se rileggi questo post con mente lucida, ti renderai conto che affermo che non voglio pubblicare per auto-affermarmi: quindi neanche con le case editrici.
      Ha un tono diverso, perché è un post “riflessivo”; quello pubblicato da Daniele era “affermativo”.
      Adesso puoi eclissarti.

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  14. Salve!
    Probabilmente arrivo in ritardo in quanto la maggior parte delle persone ha scritto almeno due mesi fa. Sono capitata in questo sito per caso ma ho apprezzato veramente ciò che hai scritto e mi ritrovo concorde con ciò che dici, così come è stato piacevole leggere le discussioni nei commenti.
    Tuttavia, volevo porti una domanda per sapere cosa ne pensi, sebbene non so quanto abbia davvero a che fare con il post, anche se è collegato alla questione della pubblicazione.
    Ipotizziamo che io abbia la consapevolezza di voler pubblicare. Lo voglio davvero con tutto il cuore.
    Ma cosa fare se poi ho il terrore di buttarmi?
    Mi spiego meglio, perché così la cosa sembra ambigua.
    Mettiamo che io abbia un manoscritto che potrei tranquillamente pubblicare. Sono anni che lo revisiono e ri-revisiono, in quanto a furia di procrastinare sto sempre lì a correggerlo ed aggiustarlo perché, come già detto, il primo libro è importante e voglio che sia garantita una certa qualità. Ho già una parziale idea delle case editrici a cui mandarlo quindi giunti a questo punto uno potrebbe dire: il problema dov’è?
    Diciamo che il nodo della faccenda sta nell’idea di mandare il manoscritto (in formato .pdf o .doc che sia) per integrale online.
    Forse sono una che si fa troppi problemi, più del dovuto, ma credo di non essere l’unica a non sapere troppo del settore dell’editoria.
    Inviare tramite e-mail un manoscritto su cui lavoro da anni senza sapere poi che fine possa effettivamente fare mi dà il terrore.
    Per quanto fidata possa essere la casa editrice, mi domando sempre “E se poi qualcosa dovesse andare storto?”.
    Ora– capisco che là fuori ci potrebbe essere un’orda di gente pronta a dire: “Eccola, si crede di aver scritto un capolavoro ed ha il terrore che glielo copino, che gradassa”.
    No, non è quello il problema. Penso che il frutto del duro lavoro di chi ama scrivere (a prescindere da capolavoro o cagata pazzesca) meriti la massima cura e tutela, essendo qualcosa su cui è stato investito del preziosissimo tempo.
    Per questo mi pongo sempre questo problema. Tuttavia, questa paura mi blocca e al pensiero di dover mandare il manoscritto interamente via, faccio sempre dietrofront e ritorno al mio lavoro pensando: “In fondo posso aspettare”, quando in realtà sono anni che procrastino.
    Mi piacerebbe conoscere la tua opinione a riguardo, sperando che non abbia sollevato una tematica che magari con il post non ha nulla a che vedere.
    Grazie in anticipo della risposta.
    A presto 🙂

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    • Ciao Sara, benvenuta nel mio blog. Il post è solo del 7 ottobre scorso, quindi non ti preoccupare d’essere arrivata in ritardo: è giusto meditare un po’, prima di inserire il proprio commento… 🙂

      Scherzi a parte. La questione che sollevi è allo stesso tempo ingenua e profonda. In una parola: rispettabile.

      Ingenua, per diversi motivi. Innanzitutto quando arrivi a una maturità tale da sentirti pronta a pubblicare, l’ambiente editoriale un po’ hai già avuto modo di conoscerlo. Negli anni ti sarai relazionata con qualcuno, avrai tentato prima la strada dei concorsi, poi quella dei settimanali, infine avrai stretto delle collaborazioni, avrai chiacchierato tramite i social con qualche addetto ai lavori che poi, a sua volta, ti avrà presentato qualcun altro e via dicendo. Per me, finora, è stato così. Si entra a fare parte dell’ambiente insomma. Quindi il problema, da un punto di vista socio-relazionale, non si pone.

      È ingenua anche perché il timore che là fuori ci sia qualcuno pronto a “rubarti” il manoscritto è banale. Se davvero avessi scritto qualcosa di formidabile, nessuna casa editrice vorrebbe rubartelo per farlo pubblicare a qualcun altro; per loro è molto più conveniente lavorare con un autore geniale, capace di scrivere anche un secondo e poi un terzo, eccetera manoscritto di valore, piuttosto che rubarglielo e darlo a chi non è capace di scriverselo da solo. Se invece hai scritto qualcosa di medio, allora perché rubartelo? Al massimo non ti pubblicano.

      Infine, è ingenuo perché prima di spedire il tuo manoscritto a una o più case editrici ti sarai preoccupata di guardare sul loro sito il modo, da loro stessi dichiarato, in cui preferiscono ricevere delle proposte editoriali, e ti sarai adeguata. Io romanzi non ne ho mai scritti, ma ho pubblicato qualche racconto con Mondadori. Non ho mai mandato alcuna sinossi, non ho mai chiesto permessi o raccomandazioni; ho semplicemente inviato i miei lavori a una mail generica e mi hanno sempre risposto immediatamente. Finora non mi hanno mai rifiutato un solo racconto e i soldi, perché è giusto essere pagati per il proprio lavoro, sono arrivati come concordato. Insomma: è lavoro; né più, né meno. Certo, le mele marce esistono ovunque. Gli incidenti possono capitare, eccetera. Ma la percentuale, a quanto ne so, è più bassa di quello che si pensa in giro.

      Il mio timore è che sulle case editrici si dica molto senza in realtà sapere nulla; e tanti che su internet ne parlano male, spesso sono i primi a non avere un’esperienza diretta. Detto questo, tenere gli occhi aperti ed evitare ingenuità è sempre un buon modo di vivere.

      Per ultimo, se devi inviare un tuo lavoro via mail, se questa è la richiesta della casa editrice, allora conviene spedirlo in formato .doc (non in .docx o pdf o altro), perché tutti così sono in grado di aprirlo, il tuo manoscritto, e leggerlo senza problemi.

      La questione che sollevi, però, come dicevo all’inizio, è anche profonda. Ci si affeziona al proprio manoscritto, più che a un figlio. L’idea di separarsene può essere anti-istintiva. La paura che provi è comprensibile e probabilmente non è così diversa da quella che vive una madre quando manda il proprio figlio fuori casa il primo giorno di scuola. Al riguardo non ci sono molte alternative temo. Se ritieni di aver fatto un buon lavoro; se ritieni di aver dato il massimo e di aver almeno raggiunto, se non superato, i tuoi limiti; se ti sei anche un po’ confrontata con gli altri aspiranti scrittori, giusto per valutare il tuo livello, e pensi di essere ragionevolmente pronta a pubblicare: l’unico consiglio che mi sento di darti è di lanciarti. Quel romanzo l’hai scritto perché qualcun altro lo legga, giusto? Si scrive per questo: per essere letti. E allora lascia che lo leggano.
      … e poi la vita è fatta di imprevisti e di sorprese. Può andare bene o male. Certo, se non ti lanci mai, non andrà mai male. Ma neanche bene.

      Questo è tutto quello che posso e mi sento di dirti.

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      • Ciao Salvatore.
        Ti ringrazio moltissimo per la risposta, perché oltre che essere rassicurante, è stata di grande aiuto. Purtroppo non sono pratica del settore dell’editoria. Pur avendo voluto in passato partecipare a dei concorsi letterari per potermi avvicinare all’ambiente, mi sono lasciata più volte frenare dalle opinioni altrui e dalla questione del “Sei ancora troppo giovane per farlo”, anche quando magari le possibilità c’erano eccome.
        In ogni caso, davvero grazie mille per il tuo consiglio.
        Ne farò tesoro!!! 😀

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        • Sara: se ti sono stato utile, mi fa piacere. Non c’è età in questo settore; cattivi consigli, invece, purtroppo sì. Spero di averne dato uno buono. 😉

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