Leggere per scrivere?


Dostoevskij

Tecniche di auto-miglioramento

Nella scrittura creativa i luoghi comuni si sprecano. Alcuni poggiano su un’astrazione completamente errata; altri, invece, una logica in effetti ce l’hanno. Leggere per capire come altri scrittori hanno affrontato alcune problematiche, sia tecniche, sia di contenuto, è senz’altro un buon consiglio. Tuttavia, nella scrittura creativa, nulla dev’essere mai preso per buono. Non bisogna, cioè, fermarsi alla superficie delle cose, ma scavare, scavare più a fondo che si può.

Il luogo comune leggere (molto) per imparare a scrivere, che già per il fatto d’essere un luogo comune dovrebbe quantomeno insospettire, merita una riflessione più approfondita. Una delle prime domande da porsi è questa: cosa riesco a trarre, in base alle mie capacità, conoscenze, cultura, da un romanzo di Dostoevskij? Mi basta leggerlo per essere uno scrittore migliore? Certamente no. Ma io sono un’aspirante scrittore, cioè aspiro a fare della scrittura un mestiere, e quindi so che per imparare da Dostoevskij non mi basta leggerlo con gli occhi del lettore; devo fare uno sforzo in più e cercare di pormi delle domande, dei quesiti, su quella scrittura lì. Anche così, però, che insegnamento riuscirò a trarne?

In una delle sue video/lezioni (la 12), Giulio Mozzi dice una cosa che, apparentemente, va contro tendenza, cioè: imparare a scrivere per imparare a leggere. Il senso è che se non conosco le difficoltà della scrittura, non posso capire quanto sia difficile fare alcune cose. E, in effetti, quando diamo da leggere uno dei nostri racconti alla nostra fidanzata, o a un amico, un familiare, eccetera, ammesso che non siano a loro volta aspiranti scrittori, spesso restiamo delusi dalla loro reazione. E non intendo l’eventuale giudizio di merito (m’è piaciuto, non m’è piaciuto); intendo la loro reazione superficiale verso quel passaggio tecnico che a te, come scrittore, ha fatto sudare sette camicie e spendere ore e ore del tuo tempo, e verso il quale ti aspetteresti che venisse almeno notato. Non dico ricevere un: «… bravo, sei riuscito a fare una cosa mica semplice, amo’». Ma almeno un attimo di esitazione nello scorrere della lettura, un aggrottare la fronte, un premere di labbra seguito da un flebile sorriso (Mozzi si rivolterebbe nella tomba se fosse morto, lo so).

Egli, però, va più a fondo nella riflessione. Man mano, dice, che impariamo a scrivere bene, impariamo anche a leggere meglio. Quindi man mano che progredisco nell’acquisizione di una tecnica, di una sensibilità linguistica, ciò che posso trarre da una lettura di valore aumenta. Mozzi, nel suo video, raccomanda di leggere non molto, ma bene, e di imparare dalla lettura non solo le soluzioni tecniche degli altri scrittori, ma soprattutto la nostra reazione ai loro testi.

Ecco, quest’ultima affermazione, detta forse più per stupire, merita comunque una riflessione più attenta. Per imparare a scrivere dalla lettura, dice Mozzi, dobbiamo scrutare le nostre reazioni da lettore. Lo avete mai fatto? Di un romanzo, al di là del giudizio di gusto sull’intera opera, sapreste dire cosa vi è piaciuto? Sapreste dire perché quel qualcosa lì vi è piaciuto?

Se penso a Delitto e Castigo, uno dei miei romanzi preferiti, non sono sicuro di saper dire il perché mi piace o il cosa all’interno del romanzo suscita il mio piacere. Posso però dire che la scena in cui Dostoevskij descrive un sogno – quello in cui Raskòlniov bambino osserva maltrattare una cavalla anziana, ad opera del padrone, pestata fino alla morte – ha certamente attirato la mia attenzione. Perché? Per la semplicità con cui Dostoevskij racconta una cosa così tremenda e tecnicamente difficile, riuscendo non solo a non essere inutilmente descrittivo, verboso, ma addirittura suscitando vera commozione e anche una leggera frustrazione. Vorresti, cioè, entrare nel romanzo, prendere la frusta di mano a quel Mikòlka, sbronzo fino al midollo, e fargli capire cosa si prova a essere frustati e battuti fino alla morte, senza la possibilità di difendersi o scappare (la cavalla è imbrigliata a un calesse al limite delle sue forse e, per di più, Mikòlka, per divertirsi a spese della cavalla, invita altra gente a salire a bordo, così da rendere il carretto ancora più pesante. Quando, come è ovvio, la cavalla pur sforzandosi non riesce a smuoverlo, a Mikòlka monta una furia che si traduce in un vero e proprio pestaggio).

Per imparare bene da questa esperienza di lettura, suggerisce Mozzi, dovrei, però, cercare di riprodurla per iscritto. L’imitazione, afferma sempre il Mozzi, è il primo passo per imparare a scrivere. Non solo l’imitazione, ma anche il semplice copiare. Perché il copiare, letteralmente, è una sorta di lettura lenta.

“Ecco il sogno che fece: lui e suo padre camminano lungo la strada che porta al cimitero e passano davanti alla bettola; egli tiene il padre per mano e si volta timorosamente a guardare la bettola. Una circostanza speciale attrae la sua attenzione; sembra che là dentro, ora, ci sia una festa, con una folla di mogli di piccoli commercianti e artigiani, tutte agghindate, e di contadine con i loro mariti, e con ogni sorta di gentaglia. Sono tutti ubriachi, tutti cantano canzoni, e vicino all’ingresso della bettola c’è un carro da contadino, uno strano carro; Uno di quei carri a cui si attaccano grossi cavalli da tiro e che servono al trasporto di merci e botti di vino.”

La prima cosa da notare è come Dostoevskij tiene ferma la visione agli occhi del bambino: «egli tiene il padre per mano». Cioè, non è il padre a tenere per mano il figlio, come sarebbe più logico, ma è il bambino a tenere per mano il padre e questo, nel lettore, produce un effetto.

La seconda cosa da notare è come viene introdotta la scena, e tutti i termini usati per introdurla: «si volta timorosamente (timore = stato d’animo che riflette un sentimento di ansia o paura per un male imminente) a guardare la bettola»; «una circostanza speciale (speciale = che è proprio di una specie – cioè, in questo caso, dei frequentatori della bettola –, opposto a genere) attrae la sua attenzione»; «sembra […] ci sia una festa» ma «sono tutti ubriachi». Vale a dire che c’è una festa, certo, ma è una festa di ubriachi, di gentaglia.

La terza cosa da notare è l’introduzione di un soggetto apparentemente senza importanza: «c’è un carro da contadino», ma «uno strano (strano = che le sue caratteristiche provocano stupore, turbamento o sospetto) carro»; e la sua descrizione: «Uno di quei carri a cui si attaccano grossi cavalli da tiro e che servono al trasporto di merci e botti di vino». Quando si parla di scrittura concreta, si intende esattamente questo uso della lingua. Soffermiamoci a riflette, quindi, su: «grossi»; «da tiro»; «botti di vino». Il primo aggettivo imposta subito un futuro paragone tra: i cavalli che normalmente andrebbero attaccati a quel tipo di carro, cioè (grossi) non solo grossi, ma plurale: almeno più d’uno; e la cavalla che vedremo poco più avanti. La seconda sequenza ne specifica la tipologia: da tiro; cioè cavalli che hanno caratteristiche innate per fare quel lavoro lì. La terza serie serve a creare un altro paragone, ma immediato: cioè a mettere il lettore nella condizione di immaginare quanto debba essere grosso e pesante quel carro lì, che viene normalmente usato per trasportare botti di vino.

Ecco che, con pochi semplici passaggi, Dostoevskij, ha ammannito il giusto stato d’animo nel lettore. Proseguiamo:

“A lui era sempre piaciuto guardare quelle enormi bestie da tiro, con le loro lunghe criniere e le loro zampe massicce, andarsene tranquille, con passo cadenzato, tirandosi dietro un’intera montagna di roba senza il minimo sforzo, come se con il carro dietro si sentissero perfino più leggere.”

Qui ci soffermiamo poco. Dostoevskij, che vuole essere sicuro che il lettore capisca bene, sta semplicemente ripetendo il concetto, il paragone tra ciò che dovrebbe essere e ciò che sarà. Infatti:

“Ma ora, strano a dirsi, a un così pesante carro era attaccata una piccola e magra rozza contadina, color baio chiaro, una di quelle che – come spesso aveva visto – non ce la fanno, a volte, a tirare un carico di legna o fieno, specialmente se il carro affonda nel fango o in un solco della strada; e i contadini le frustano con incredibile violenza, a volte perfino sul muso e sugli occhi, e lui ne provava tanta ma tanta pena, che per poco non piangeva, e la mamma, allora, doveva allontanarlo dalla finestra.”

Ecco che il paragone è fatto: «una piccola e magra rozza contadina», dove, in un mondo molto più rurale del nostro, con rozza contadina Dostoevskij immagina tutti capiscano si parli di un certo tipo specifico di cavalla. Inoltre ci dice già cosa accadrà tra poco, lo dice chiaramente, preparandoci: «non ce la fanno, a volte, a tirare un carico di legna […] e i contadini le frustano con incredibile violenza […] perfino sul muso e sugli occhi». Egli specifica: «legna», per fare il paragone di peso e volume con le botti di vino; «muso e occhi» che sono zone notoriamente sensibili. Quindi mina la nostra sensibilità.

Ma ecco, improvvisamente, un gran baccano: dalla bettola escono tra grida e canti, con le loro balalajke, ubriachi fradici, contadini ben piantati dalle camicie rosse e azzurre, il gabbano gettato sulle spalle: «Montate, montate tutti!» grida uno di loro, un giovane, con il collo taurino e il volto carnoso, rosso come una carota. «Vi porto tutti a casa, accomodatevi!». Ma subito echeggiano risate e proteste.”

Da notare quel «improvvisamente», come se fosse inatteso; e il paragone tra la cavalla «piccola e magra»  e i contadini «ben piantati». Il giovane, uno dei tanti, come dire che in fondo non è il più cattivo, sono tutta gentaglia, ha perfino il collo taurino. Taurino, capite? Mentre noi immaginiamo quello magro e rinsecchito della cavalla. Infine, è da notare quel: «Ma subito echeggiano risate e proteste».

A seguito di un mio racconto, scritto per il corso, Mozzi mi tirò le orecchie per un’intera mattinata. Avevo creato un “cannone” di giustificazioni e motivazioni per preparare il lettore a comprendere e accettare quello che sarebbe successo da lì a poco. Dostoevskij non fa il mio stesso errore. Egli usa una frase secca, ma pregna di tutti i significati che il lettore, con la sua sensibilità, riesce ad attribuirgli: «Ma subito echeggiarono risate e proteste». C’è, al mondo, una motivazione più forte dell’orgoglio?

Adesso vi lascio soli con Dostoevskij, buona lettura:

“«Ma dove vuoi che ci porti questa vecchia rozza?»

«Tu, Mikòlka, sei diventato troppo matto! Attaccare un cavalluccio così a un carro di questi!»

«Lo sapete, ragazzi, che questo cavallo avrà i suoi bravi vent’anni?»

«Montate, vi porto tutti a casa!» grida di nuovo Mikòlka, e saltando per primo sul carro afferra le redini e si erge a cassetta in tutta la sua statura. «Il baio è andato via l’altro giorno con Matvèj,» grida dal carro, «e questa cavallina, miei cari, mi fa proprio morire: quasi quasi vorrei ammazzarla, tanto mangia il mio frumento a sbafo. Su, sedetevi! La metterò al galoppo! Vedrete come galopperà!» e piglia in mano la frusta, accingendosi, tutto felice, a frustare la bestia.

«Ma sì, coraggio, montiamo!» sghignazzano dalla folla. 

«Lo hai sentito, si andrà al galoppo!»

«Scommetto che saranno dieci anni che non galoppa più…»

«Ma adesso lo farà!»

«Dateci dentro, ragazzi, pigliate la frusta, pronti!»

«Via! … Frustatela!»

Tutti salgono sul carro di Mikòlka tra scherzi e risate. Sono già saliti in sei, e c’è ancora posto. Pigliano con loro una contadina, grassa e rubiconda. Ha una veste di cotonina rossa, una cuffia con le perline di vetro e zoccoli ai piedi; schiaccia nocciole con i denti ridacchiando. Anche tra la folla, intorno, si ride; e, del resto, come non ridere? Una cavallina così malandata, mettersi al galoppo con un simile peso! Subito due giovanottoni, sul carro, afferrano la frusta per dare una mano a Mikòlka. Si sente un «su-u!» La rozza ce la mette tutta ma, altro che galoppo!, riesce a malapena a spostare il carro, non fa che agitare le zampe, gemere e rattrappirsi sotto i colpi delle tre fruste, che le piovono addosso come una gragnola. Sul carro e tra la folla raddoppiano le risate, ma Mikòlka si arrabbia: tutto furioso, fa piovere sulla cavallina colpi sempre più fitti, come se credesse davvero di farla partire al galoppo.

«Fatemi posto, ragazzi!» grida dalla folla un giovanotto che ci ha preso particolarmente gusto.

«Monta! Montate tutti!» urla Mikòlka. «Vi deve portare tutti. La frusterò a morte!» E frusta, frusta, e per la gran furia non sa nemmeno più con che cosa picchiarla.

«Babbo, babbino,» grida il bambino al padre, «babbo, che cosa fanno? Babbo, picchiano quel povero cavallino!»

«Andiamo, andiamo!» dice il padre, «sono ubriachi, se la spassano, quelle carogne: andiamo via, non stare a guardare!» E vorrebbe portarlo via, ma lui si strappa dalle sue braccia e, fuori di sé, corre verso il cavallino. Ma il povero cavallino, ormai, è allo stremo. Ansima, si ferma, dà di nuovo uno strattone e per poco non cade.

«Frustiamolo a morte!» grida Mikòlka, «non c’è altro da fare. L’ammazzerò!».

«Ma non sei cristiano, dunque, brutto animale?!» grida un vecchio dalla folla.

«S’è mai visto che un cavalluccio così tiri un simile peso?» aggiunge un altro.

«Lo farai fuori!» grida un terzo.

«Sono affari miei! È roba mia! Faccio quel che voglio! Montate ancora! Montate tutti! Voglio vederlo galoppare e basta!…»

A un tratto si leva una salva di risate che copre ogni altro rumore: la cavallina non sopporta più quei colpi così fitti e, impotente, comincia a scalciare. Perfino il vecchio non può fare a meno di sorridere. Una bestia così malridotta, ecco che si mette a sparar calci!

Due giovanotti della folla ti pigliano anch’essi una frusta per uno e corrono presso la cavallina per frustarla sui fianchi: uno da una parte, uno dall’altra.

«Dagli sul muso, sugli occhi, sugli occhi!» grida Mikòlka.

«Una canzone, ragazzi!» grida qualcuno sul carro fra il consenso generale. Si leva nell’aria una canzone sfrenata, accompagnata nei ritornelli da fischi e dal suono del tamburello. La contadinotta schiaccia nocciole coi denti e ridacchia sempre.

Il bambino accorre verso la cavallina, corre più avanti e vede come la frustano sugli occhi, dritto sugli occhi! Allora piange: il cuore gli si gonfia e colano le lacrime. Uno di quelli che si accaniscono sulla bestia gli sfiora con la frusta il viso, ma lui non sente; si torce le mani, grida, si slancia verso il vecchio con i capelli e la barba bianca, che sta scuotendo il capo perché disapprova tutto questo. Una donna lo prende per un braccio e vuol condurlo via, ma lui si divincola e corre di nuovo verso la cavallina, che è già ai suoi ultimi sforzi, eppure ancora una volta si mette a scalciare.

«Che ti venga un colpo!» esclama Mikòlka, fuori di sé per la rabbia. Getta la frusta, si china e tirata su dal fondo del carro una lunga e grossa stanga, l’afferra con tutt’e due le mani e l’alza a fatica sopra la bestia.

«Ora la fa in pezzi!» gridano intorno.

«L’ammazza!»

«È roba mia!» urla Mikòlka, e con tutto lo slancio di cui è capace fa ricadere la stanga. Si sente un tonfo sordo.

«Frustatela, frustatela! Perché vi siete fermati?» si levano voci dalla folla.

Mikòlka, intanto, brandisce un’altra volta la stanga, e un altro colpo piomba sul dorso dell’infelice rozza che si accascia con tutto il deretano, ma subito balza di nuovo sulle zampe e tira, tira con le sue ultime forze ora di qua, ora di là, per smuovere il carro. Ma da ogni lato le arrivano addosso sei fruste, mentre la stanga si solleva e ricade per la terza volta, poi per la quarta, con ritmo regolare, con slancio. Mikòlka è furioso perché non è riuscito ad accopparla con un sol colpo.

«Ha la pelle dura!» gridano intorno.

«Adesso scommetto che cade, ragazzi! Adesso crepa!» grida dalla folla uno che se la sta godendo un mondo.

«Ci vorrebbe la scure, altro che storie! Finirla con un colpo!» grida un terzo.

«Che ti venga il cancro! Fate largo!» si mette a urlare come un pazzo Mikòlka; getta via la stanga, si china di nuovo a cercare nel carro e tira su una spranga di ferro. 

«Attenzione!» grida, e molla con tutta la sua forza un gran colpo al povero cavallino. Ecco, il colpo è partito; la bestia barcolla, si accascia, fa come se volesse ancora tirare, ma la sbarra le ricade sul dorso ed essa stramazza a terra, come se le avessero tagliato tutte e quattro le zampe d’un sol colpo.

«Finitela!» grida Mikòlka, mentre balza giù dal carro, completamente fuori di sé. Alcuni contadinotti, anch’essi rossi e ubriachi, afferrano quel che gli capita sotto mano, fruste, bastoni, la stanga, e corrono verso la cavallina ormai sul punto di crepare. Mikòlka si mette di fianco e continua a menarle inutilmente altri colpi sul dorso. La rozza allunga il muso, emette un pesante sospiro e muore.

Dunque, quali sono le vostre reazioni da lettore? A proposito, immagino abbiate notato quel «La rozza ce la mette tutta…» a un certo punto del testo, dico bene?

21 Comments on “Leggere per scrivere?

  1. Da lettore sono il bambino del sogno (a meno che il lettore non sia un sadico penso sia comune a tutti) e vorrei solo togliere quelle fruste di mano ai bifolchi, farli tacere. Da scrittore vorrei invece fermare la penna di Dostoevskij, il quale mi ha convinto della realtà del suo sogno, paradossalmente una doppia finzione, vorrei dirgli di smettere perché è abbastanza la pena, è chiara la fine del sogno.
    La lezione e che ne deduco è di guidare il lettore, anche contro la sua volontà (apparentemente, perché la lettura continua se l’attenzione è conquistata) in un percorso che già abbiamo affrontato a nostra volta da lettori. Sì, ripeto quanto hai detto tu, sto ricopiando per fissarlo in mente.

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    • È successa la stessa cosa a me. Abbiamo avuto la stessa sensazione. Questo mi fa molto piacere. Perché, da un lato significa che abbiamo la stessa sensibilità umana, dall’altro che Dostoevskij è davvero uno scrittore efficace. 🙂

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  2. Leggere tanto per leggere non aiuta molto. Ma dubito comunque che si possa scrivere bene senza aver mai letto un libro. Leggere ti fa anche imparare parole nuove, scoprire come si costruiscono le frasi, come si accoppiano verbi e sostantivi, come si usano gli aggettivi.
    Leggere è come vedere all’opera le regole della grammatica, mentre scrivere è metterle in pratica.
    Una volta dissi che chi scrive legge meglio, perché da una parte riesce a trovare lacune o imperfezioni nella scrittura altrui e dall’altra perché può scoprire tecniche e soluzioni narrative.

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  3. Bellissimo articolo, complimenti Salvatore.
    Quando leggo dei brani così potenti la prima reazione è emotiva ed empatica, e questo significa che l’autore ha fatto un buon lavoro nel trascinarmi dentro. Tu hai fatto a pezzi il brano per capire i meccanismi che D. ha usato, e questo è sicuramente un ottimo esercizio per chi vuole scrivere: non fermarsi al primo impatto ma andare più a fondo.
    Sono pienamente d’accodo che leggere tanto non è poi così utile, se non si impara a farlo nel modo giusto. Direi che la cosa più saggia sarebbe fare due letture, una per il piacere di immergersi nella storia, la seconda per smontare e analizzare.

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    • Grazie Maria Teresa. 🙂
      Concordo. Anche perché altrimenti si perde il bello della lettura. Quindi una prima lettura da “lettore” ci sta sempre. 😉

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  4. Anch’io ho apprezzato l’articolo (meno la violenza sugli animali, ammetto che il brano che hai scelto non ha mitigato la mia dannata paura dei classici russi). Leggere in questo modo secondo me non è utile, è indispensabile per entrare a fondo in un testo e capirne i meccanismi. Più che leggere secondo me ai fine della scrittura è utile rileggere.

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  5. Sei responsabile della mia notte insonne: ho pensato tutto il tempo alla rozza cavallina torturata!
    Quando si dice potenza ed efficacia della scrittura!
    Ma adesso chi devo odiare: te o Dostojeski?

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  6. Arrivo un po’ in ritardo a commentare questo post, che comunque mi è piaciuto perché allineato con il mio modo di pensare. Capire cosa è piaciuto e cosa non è piaciuto di un libro: è una cosa che faccio quotidianamente, e in ciò mi agevola recensire brevemente su Amazon i romanzi che ho letto. è ovvio che non basta leggere per imparare a scrivere: se così fosse, le parole ci entrerebbero nel sangue quasi per osmosi e la nostra arte diventerebbe un semplice automatismo. Occorre uno sforzo interpretativo in più e la concreta volontà di entrare nel cuore dei testi che leggiamo per comprenderli fino in fondo.

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  7. E’ vero che scrivere aiuta a leggere, anche se tende a renderti visibili trucchi ed errori che possono limitare il piacere della lettura. Credo però che leggere tanto nella propria vita – e non solo roba buona – sia di aiuto, perché crea nello scrittore delle generiche basi per la costruzione della storia. Non parti proprio da zero, insomma, quando inizi a scrivere. Quello che fai dopo, è tutto da vedersi. 🙂

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  8. Pingback: Letture nel 2015 | Salvatore Anfuso – il blog

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