LO SGUARDO DEL LETTERATO


Guest-Post

Un guest post di Alessio Montagner

Può capitare che, davanti a uno stesso stilema, due persone abbiano reazioni completamente diverse. Può capitare anche che due autori ugualmente competenti siano arrivati a sviluppare modelli di letteratura opposti. Da cosa è determinato questo?

Secondo me, tutto è conseguenza dello sguardo. È una questione di “dove si punta”, questo sguardo, cioè quali caratteristiche, per natura o per abitudine, ricevono più attenzioni.

Naturalmente è impossibile concepire tutti i possibili “sguardi” sulla letteratura, che sono tanti quanti sono i letterati (che comprendono lettori, autori, critici, teorici, storici, sociologi, e tanti altri); ma possiamo provare ad esporre qualche idea, qualche facile raggruppamento.

FORMA O CONTENUTO?

Già il decidere se porre il focus sulla forma o sul contenuto divide i letterati in due grandi categorie: c’è chi bada per sua natura alla bellezza intrinseca delle frasi (gente come Flaubert, che passava le giornate a urlare ciò che scriveva), e chi invece vede in esse solo un medium per il contenuto (come Orwell, uno dei primi a parlare di “transparent prose”). Naturalmente tutti badano sia alla forma, sia al contenuto, ma è possibile individuare una tendenza naturale verso una delle due: così possiamo trovare autori “di forma” in d’Annunzio, Joyce, Proust, Pynchon, e autori di contenuto in Tolstoj, Primo Levi, McCarthy.

Passando a un livello successivo, possiamo anche individuare vari modi di guardare la forma, o guardare il contenuto.

Sguardi sulla forma:

– la funzione: sono letterati che badano anzitutto alla funzione delle parole, al loro compito nella frase, a come si devono legare le une alle altre.

– il suono: letterati che si sentono proprio la voce nella testa, che badano anzitutto ai significanti e poi a come si legano ai significati.

– il gusto: costoro badano alle caratteristiche generali dello stile, alla sua struttura, e al background culturale che esso si porta dietro e che lo “insaporisce”.

– eccetera

Sguardi sul contenuto:

– I personaggi: letterati che pongono attenzione nell’analisi delle azioni, dei pensieri, e ai rapporti tra le personalità.

– le cose: come gli sperimentali, o i postmoderni, ma anche quegli autori che a personaggi volutamente semplici abbinano attente analisi dell’ambiente.

– la scena: un focus più generalizzato, posto sugli eventi, sulla loro tipologia, sulle loro conseguenze.

– eccetera

Anche qui, ovviamente, tutti badano a tutte le varie caratteristiche, ma esiste una preferenza determinata un po’ dalla propria natura, un po’ dall’educazione. Ci sono inoltre vari approcci anche nelle singole visioni, a un maggior livello di profondità: per esempio, esistono sia autori che seguono il canone realista (come Fenoglio) sia antirealisti (come Feuillet, che rappresenta volontariamente un mondo “sfuocato”). Ci sono poi tutti quelli in cui il contenuto non è una trama, né una scena, e questi sono davvero trascendenti.

LO SGUARDO SULLA REALTÁ

Anche lo sguardo sulla realtà che poi si deve infondere nell’arte è inevitabilmente diverso da persona a persona. Per esempio, il focus potrebbe essere su:

– le cause: gente con un pensiero retrogrado, tende a creare storie pensando ai presupposti di un evento, alle condizioni che hanno portato le persone coinvolte ad agire così.

– gli effetti: al contrario, nel leggere tendono a fare anticipazioni, e nel creare proseguono linearmente dall’inizio alla fine secondo principio di causa-effetto.

– il senso: i mistici, quelli che cercano l’ordine, che non vedono oggetti ma simboli, verità ulteriori, esoteriche.

E molto altro: c’è chi dà più attenzioni ai sentimenti, chi analizza la realtà in modo più freddo; chi la guarda come un sociologo, chi come uno storico, chi come un fisico, e via così.

LO SGUARDO DEL TEORICO

Ci sono diverse visioni non solo nel leggere e nello scrivere, ma anche nell’analizzare criticamente, e nella selezione degli strumenti di analisi.

Pensiamo per esempio al punto di vista. Esso è un modo di interpretare una serie di caratteristiche del testo (la gestione delle informazioni, l’uso dei pronomi, dei sottintesi eccetera), ma esistono molte caratteristiche, interne al testo, che sono ancora mancanti di uno strumento d’analisi di questo tipo.

Anche il solo punto di vista, poi, potrebbe essere analizzato in diversi modi, a seconda della sensibilità di ognuno. Per esempio, è cosa comune dire che il narratore, nel punto di vista immerso, non è presente; ma ci sono teorici, invece, che dicono che il narratore (extradiegetico) è sempre presente, solo che si sta limitando, magari sta imitando una voce: sono entrambe visioni “vere”, dipende dalla mentalità con cui si leggono gli stilemi.

Questo riguarda molte convenzioni teoriche che diamo per scontate, come la divisione in generi: noi siamo abituati a classificarli a seconda delle ricorrenze nel contenuto, ma questo è solo uno dei modi possibili. In “Se una notte d’inverno un viaggiatore” Calvino, per esempio, fa una particolare classificazione dei romanzi in base a un meccanismo “per cancellazione”, che partendo da un bivio iniziale arriva fino alla distruzione completa: e così parte col “romanzo della nebbia” e arriva al “romanzo apocalittico”, passando per il “simbolico”, il “cinico-brutale”, il “logico-geometrico”, il “tellurico-primordiale” e altri ancora.

Potremmo dire che uno dei compiti dell’intellettuale, in questo senso, sta nel non dare niente per scontato, nel puntare gli occhi in una direzione originale, e descrivere le cose come sarebbero in un altro mondo.

CONCLUSIONE

Non esiste una visione migliore di un’altra: essa influenza, infatti, non solo il modo in cui si crea e si legge, ma anche la propria sensibilità estetica. E il tutto porta a diversi modelli di letteratura. Non è però facile capire le particolarità del proprio sguardo: spesso non ci si rende conto di quanta attenzione altre persone possano fare a cose che noi non notiamo neppure, e così ipotizziamo istintivamente che leggiamo tutti con la stessa mentalità, quando così non è. Io, per esempio, sono istintivamente portato a cercare strutture e frasi marcate, e tendo a riflettere sulla funzione delle parole, ma non riesco assolutamente a notare il suono o il ritmo di un testo. E voi riuscite a capire come il vostro sguardo si differenzia da quello degli altri?

____________

Alessio Montagner

Diplomato in ragioneria, attualmente studio Scienze del Testo Letterario all’università Ca’ Foscari di Venezia. La mia passione per la materia letteraria è recente essendo nata con la maggiore età: ho letto poco, ho pensato molto, non ho scritto quasi nulla, e ho avuto abbastanza supponenza da editare scrittori ben più esperti di me.

La mia formazione come “editor e critico amatoriale” si basa per lo più su manuali di scrittura in lingua inglese, italiana e francese, su testi di critica e teoria letteraria, sul confronto costante con autori ed editor professionisti, oltre, naturalmente, a una profonda riflessione sulla materia trattata.

Inutile dire che il mio autore preferito è Gabriele D’Annunzio, anche se quelli che conosco meglio sono Tolstoj e Flaubert. I miei libri preferiti sono l’Eneide, la Divina Commedia, The Game of Thrones e Il Conte di Montecristo.

20 Comments on “LO SGUARDO DEL LETTERATO

  1. La questione è interessante, non ci avevo pensato e forse mi ispirerà un articolo.
    La mentalità ci influenza senz’altro, ma come capire da cosa nasce la propria mentalità e come si è sviluppata?
    Lo scrittore scrive seguendo un punto di vista che, secondo me, non nota perché è insito in lui, è qualcosa di automatico, di naturale, è quindi portato a focalizzarsi su dettagli e caratteristiche della realtà che passano appunto inosservate agli altri.

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    • Io però penso che con una profonda attenzione verso i propri moti, e un’altrettanto profonda attenzione nell’analisi degli altri, si può arrivare a capire come questa mentalità è nata; e forse, se si è abbastanza forti, anche a influenzare un poco la sua natura (nei limiti delle possibilità umane).

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        • Non credo sia influenzabile completamente, perché c’è comunque una parte di natura. Però ci possono essere alcuni trucchi, alcune forzature. Per esempio, la mia stessa visione in realtà si è formata perché per un periodo ho avuto la mania della tecnica pura, e mi sono concentrato per mesi sulle singole classi di parole: alla fine la mia visione è cambiata, il mio cervello si è adattato creando nuovi schemi, nuove “reti” da usare durante la lettura. Pensa poi all’influenza dell’umore. Secondo me non è poi tanto forte, ma c’è chi dice che si sente sempre chiaramente: c’è chi dice che ascoltare un determinato tipo di musica prima di scrivere, rispetto a un’altra, già di suo modifica il modo in cui si scrive.

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              • Interessante… Mi servirebbe un elenco completo di aggettivi… diciamo qualificativi sul tempo atmosferico. Magari è un lavoro che hai già fatto… 😀

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                • Non nel senso che facevo l’elenco, nel senso che leggendo un testo, invece di ragionare sulla parola in astratto, tendo a inserirle in una classe, e a prendere in considerazione la sostituzione con una parola di una classe diversa. Per esempio, è cosa comune sostituire un aggettivo astratto con uno concreto; anche se ovviamente la retorica dovrebbe andare oltre queste tattiche semplificate. Ho sempre pensato, inoltre, che aver fatto ragioneria mi abbia in qualche modo rovinato i pensamenti: non riesco mai a fare ragionamenti astratti troppo complessi, o a distanziarmi dal paradigma in modo davvero originale. Dovrei essere più esoterico, se mi accettano in loggia fammi sapere, potete passare a incappucciarmi per poi trascinarmi in qualche stanzone buio prima del rito d’iniziazione.

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  2. Questo articolo mi è piaciuto molto: bravo Alessio! 🙂
    In linea di massima condivido il pensiero di Daniele: lo sguardo è frutto di un automatismo che si costruisce nel tempo, ma non solo.
    Uno scrittore è un essere umano dalla psicologia complessa, quindi il meccanismo di stimolo e risposta è insufficiente per spiegare il suo modo di relazionarsi al testo.
    Ci sono elementi soggettivi che vanno oltre i dati oggettivi: ciascuno è frutto di esperienze, di pensieri, di emozioni e di piccole fissazioni (io per esempio presto attenzione anche all’estetica della pagina) che rendono il suo sguardo unico e inimitabile.

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    • Certo come detto è impossibile rappresentare ogni visione nel dettaglio, così come è impossibile nominare ogni colore, distinguere ogni tipo di seggiola o di tavolo, eccetera. Però dei raggruppamenti generali sono possibili.
      Sull’estetica della pagina: considera che l’editore la stravolgerà, nel caso XD

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  3. Apprezzo queste nozioni, sono decismente utili, e sono anche concorde sul fatto che si possa cambiare (si spera in meglio) lo stile osservando i flussi di lavoro e le costanti. Anzi, più di quanto l’ego consenta di ammettere.
    Sono portato nell’ambito del contenuto a valorizzare la scena, quindi il meccanismo narrativo, e come forma sono teso al suono: da questo stanno entrando in campo sempre più regionalismi e fraseggi alleggeriti. Dato che stanno piacendo, per conseguenza vado a istruirmi su questo (Gozzi, Montanelli…). Ciò cambia inevitabilmente la mia visione, i dettagli cui faccio attenzione, e scientemente cosa leggo e su cosa mi informo. Come disse Pennac, siamo influenzati dai libri letti. E possiamo scegliere quali leggere.

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    • Inizialmente scrivevo come ciò che leggevo. Più vado avanti, però, più noto che il modo di scrivere si stabilizza: ci sono cambiamenti interessanti solo quando si scopre un nuovo “tipo” di letteratura. Taluni dicono che per trovare uno stile personale, e non scrivere come ciò che si legge, è importante leggere molte cose diverse, anche frammentarie, nel periodo in cui si scrive. Non so, in realtà, se basti leggere per cambiare i propri schemi. Da un lato, vedo da me che molto spesso se non si hanno già gli schemi d’analisi ideali il libro rimane semplicemente incompreso (non a caso a me il Don Chisciotte ha fatto schifo. Lo rileggessi oggi potrei anche cambiare idea). Dall’altro lato però so pure che nelle altre arti è possibile cambiare gli schemi d’analisi semplicemente tramite la fruizione. Molti si chiedono come si faccia a capire la musica contemporanea, la postminimalista magari, o la elettronica, la musica aleatoria, quella seriale, tutte quelle musiche astratte che suonano così complesse e inintelligibili, la micropolifonica che davvero va fuori per fuori… non ci sono segreti: ascolti, finché non ci arrivi, finché non impari ad ascoltare in modo diverso. E anche nell’arte visiva, come con l’arte concettuale, o l’espressionismo astratto, funziona nella stessa maniera: puoi studiarti i libri, le biografie, la storia della critica, ma può benissimo scattare questa epifania indipendente. Quindi, forse, può essere possibile anche in letteratura. D’altro canto, credo pure rimanga sempre uno “zoccolo duro” determinato dalla propria natura o da esperienze lontane ormai consolidate in modo perenne.

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  4. Caro Salvatore, mi son detto: cavolo, che bei raggruppamenti, e che esposizione efficace. Poi ho capito che non eri tu. E mi sono tranquillizzato. 😀
    Il tuo ospite va bene, è il blogger di casa che penalizza il post…
    Se riuscissi a essere all’altezza di un solo punto tra quelli proposti, sarei un genio. Invece sono nell’eccetera.

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    • Stavo pensando che ho fatto male a mettere Pynchon tra gli autori di forma (e non Vizio di Forma, eh). In realtà, come Calvino (e oggi è il suo anniversario) trascende un po’: sono autori di struttura.
      In realtà mi piacerebbe fare un po’ di confusione: ne parlavo anche l’altro giorno con amici in treno, e ho l’impressione che in tutto ciò che scrivo si veda troppo che sono un ragioniere. Davvero, dico: troppo rigido, troppo freddo, come una partita doppia.
      Avevo dato tempo fa una occhiata ad alcuni tuoi racconti. Hanno delle parti interessanti, quello del corridore che tira dritto alla curva mi era piaciuto abbastanza da ricordarmelo ancora, quindi direi che vai bene. O almeno per me il fatto che non ti inserisci in una delle categorie che ho detto va bene, perché io sono per la sperimentazione, ho bisogno di vedere sempre qualcosa di nuovo.

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  5. Pingback: RIFLESSIONE SUL GUSTO | Salvatore Anfuso – il blog

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