Tradurre immagini in parole


David-Foster-Wallace

Spesso si ha la sensazione che il passaggio dalla mente, intesa come immaginazione, alla pagina scritta sia sostanzialmente una sottrazione di valore. Nella nostra testa le storie sono ricche di dettagli, sia visivi, sia emotivi, che spesso, forse per incapacità tecnica, non riusciamo a migrare sul foglio. Nella nostra testa i retroscena di ogni azione, di ogni decisione, di ogni parola (di dialogo), sono limpidi, concreti, palesi addirittura. Nel foglio scritto, invece, tutto sembra perdere lucentezza e intensità.

La stessa cosa, ad esempio, avviene quando cerchiamo di raccontare un sogno. Nel sogno ogni cosa ha una logica, una certa intensità, ma quando cerchiamo di riportare questa intensità raccontandola a un interlocutore, ad esempio la nostra fidanzata, l’immagine non ci appare più tanto nitida.

Questo accade anche a livello di conversazione orale. Al di là del grado di timidezza personale, raccontare storie attraverso la conversazione sembra più facile che farlo attraverso la scrittura. Pensate, ad esempio, ai pettegoli, ai ciarlieri, a quando vostra zia si intrattiene in interminabili dissertazioni con vostra madre su chi vincerà Amici… o su cosa ha combinato il vicino, il salumiere, la collega, il postino, eccetera. Sembra che non riscontrino alcuna difficoltà a raccontare storie, a farcirle di aneddoti, magari inventati sul momento senza alcuna premeditazione, e ad aggiungere il proprio, indispensabile, parere da esperte. Hanno mai titubanze? No, affatto. Eppure se dovessero fare la stessa cosa utilizzando la parola scritta, sono pronto a scommettere che qualcosa cambierebbe…

Ci sono due scrittori, Giulio Mozzi e David Foster Wallace, che devono aver pensato la stessa cosa, anche se in termini differenti.

Secondo Giulio Mozzi:

«[…] Noi viviamo immersi nelle storie. Torniamo a casa dal lavoro e qualcuno ci chiede: «Com’è andata?»; noi raccontiamo, e poi: «E a te, com’è andata?». Prendiamo il treno e in trenta o trecento chilometri impariamo tutta la vita dei nostri compagni di viaggio. Leggiamo il giornale. Guardiamo la televisione. Andiamo al cinema. Mentiamo alla moglie, all’amante, e anche a noi stessi. Raccontiamo storie, vere, storie false, storie inventate. Continuamente.

Il raccontare è per tutti noi un comportamento normale, che facciamo senza neanche pensarci su: come il camminare, il guidare l’automobile, il fischiettare. Ci sono persone più o meno abili nel raccontare. Può succedere che un’emozione, uno spavento, un dolore ci rendano temporaneamente incapaci di raccontare. Ci sono patologie che inibiscono la lingua o la capacità di articolare una narrazione. Possiamo perdere la capacità di raccontare una determinata cosa (abbiamo fatto un incidente e non ci ricordiamo nulla; siamo state violentate e non siamo capaci di dirlo). Ma, insomma, mediamente, generalmente, credo che si possa dire: tutti sono capaci di raccontare, bene o male, una cosa che hanno in mente.

Già: ma raccontare per iscritto è una cosa diversa. In che cosa è diversa? In una cosa sola è diversa: la narrazione scritta è una narrazione fissata e isolata. Parlando posso essere impreciso, posso correggermi o ricredermi, posso andare a salti, posso giovarmi di gesti e facce, posso prendere sottobraccio l’ascoltatore, posso far conto sulle domande che lui mi farà (se dimentico un pezzo di storia, l’interlocutore interverrà), posso spiegarmi alla buona, posso girare intorno, posso essere poco chiaro, […].

Una narrazione scritta invece è narrazione fissata e isolata. È lì per sempre, non può essere cambiata; e deve fare da sola, non può fare conto – se non entro limiti ristretti: […] sulla cooperazione del lettore. Tutto ciò che nella narrazione orale si improvvisa, si produce lì per lì, si fa e si disfa, nella narrazione scritta dev’essere perfettamente calcolato.

Questo perfetto calcolo è il lavoro dell’immaginazione».

Cioè, per dirlo in altre parole, da sempre siamo capaci di raccontare storie, perché ne siamo immersi, le viviamo e, essendo “animali sociali”, siamo abituati a condividerle. Solo che il condividerle attraverso l’uso orale (primo livello di linguaggio) è una cosa, farlo attraverso la scrittura (secondo livello) è ben altra. Inoltre, secondo Giulio Mozzi, a venirci in aiuto in questo passaggio, dal primo al secondo livello, è proprio la nostra immaginazione. Cioè, attraverso un uso articolato dell’informazione, quello che normalmente chiamiamo intreccio, possiamo ovviare ai limiti della scrittura. Sembra quasi, e posso sbagliare nell’interpretarne il pensiero, che per Mozzi sia lo strumento stesso, la scrittura, ad avere dei limiti e noi, con l’immaginazione, possiamo ovviare al problema.

Passiamo a David Foster Wallace:

«[…] Per apprezzare appieno tali abilità e alcune delle difficoltà che questo mestiere comporta, forse avrete voglia di fare un esperimento. Provate a stare seduti da soli in una stanza con un orologio, accendete un registratore e cominciate a parlare. Parlate di quello che vi pare, a condizione che il vostro argomento, e la vostra opinione al riguardo, risultino interessanti per un gruppo di sconosciuti che immaginate ascolteranno il nastro. Per poter apparire un minimo interessanti, i vostri commenti dovrebbero essere intellegibili e il vostro ragionamento consequenziale – chi vi ascolta dovrà essere in grado di seguire la logica di ciò che dite – dunque dovrete conoscere l’argomento abbastanza bene da organizzare le vostre affermazioni in modo coerente. In più, idealmente quello che dite dovrebbe essere non solo comprensibile e interessante ma anche avvincente, stimolante, il che significa che i vostri commenti devono provocare e mantenere qualche tipo di reazione emotiva negli ascoltatori, il che a sua volta vi obbligherà a costruirvi un personaggio riconoscibile, i vostri commenti dovranno colpire l’ascoltatore come se venissero da un essere umano, qualcuno con una personalità vera e sentimenti veri riguardo al tema di cui state parlando. E diventa ancora più insidioso: voi state cercando di comunicare in tempo reale con qualcuno che non potete vedere e di cui non potete sentire le reazioni; e anche se state comunicando a parole, i vostri commenti non hanno nulla della qualità frammentaria, ripetitiva, confusa di un effettivo scambio verbale […]. Vi vengono ovviamente negate anche le inflessioni fisiche, i cambi di postura e la sinfonia di piccoli gesti che accompagnano e rafforzano il vero parlare».

Quindi, sostanzialmente, Giulio Mozzi e David Foster Wallace dicono la stessa cosa. Solo che David Foster Wallace, nel testo da cui è tratto questo frammento, si riferiva alle difficoltà del radiocronista… Lo so, vi ho giocato uno scherzo, ma – se l’esperimento è riuscito – l’ho fatto per una buona ragione; perché le stesse difficoltà che Mozzi rileva al passaggio tra il livello orale (del narrare una storia) e il livello scritto, Wallace lo rileva tra il livello orale ma colloquiale – il vero parlare – e un livello sempre orale ma con un intento professionale.

In entrambi i casi, i nostri interlocutori, sia che ci leggano, sia che ci ascoltino da una radio, sono dei perfetti sconosciuti di cui non sappiamo nulla; soprattutto le reazioni a quello che stiamo raccontando loro. In entrambe le forme di narrazione siamo limitati, cioè non possiamo avvalerci di tutti quei piccoli trucchetti che una conversazione colloquiale ci mette a disposizione (frammentarietà del racconto sul quale però, o possiamo tornare indietro a sistemare – come suggerisce Giulio Mozzi –, o possiamo ripetere e ripetere finché negli occhi del nostro ascoltatore non notiamo finalmente un barlume d’intesa). Inoltre non possiamo aiutarci con tutta quella «sinfonia di piccoli gesti che accompagnano e rafforzano il vero parlare».

Quindi la differenza tra una comunicazione colloquiale, ad esempio fra amici, conoscenti, parenti, maestri e alunni, eccetera, e una comunicazione professionale (scritta o meno che sia) sta nell’avere il nostro interlocutore lì, davanti a noi. Sia il radiocronista, sia lo scrittore parlano ai propri interlocutori, ma lo fanno da una certa distanza; dalla quale, per di più, non possono scorgerne le reazioni (aggiustando così immediatamente il tiro), né aiutarsi con tutti i trucchetti del parlare “casalingo”.

Vale a dire: quando si cerca di raccontare una storia sono i limiti che ci vengono imposti dal mezzo stesso ad aumentare la difficoltà. Ovviamente, più limiti ci vengono posti – inteso come vere e proprie barriere tra noi e i nostri ascoltatori/lettori – più sarà difficile comunicare con loro. Quindi, di conseguenza, dovremo essere più bravi noi a sfruttare il mezzo. Non è che non esistano scrittori o radiocronisti fenomenali nel loro mestiere. Anzi, ce n’è e come! Già, ma come fanno loro?

Entrambi gli scrittori, Mozzi e Wallace, individuano la soluzione nell’immaginazione. Mozzi ce lo comunica direttamente, senza giri di parole: «Tutto ciò che nella narrazione orale si improvvisa, nella narrazione scritta dev’essere perfettamente calcolato. Questo perfetto calcolo è il lavoro dell’immaginazione». David Foster Wallace, invece, ci raccomanda di: «costruirvi un personaggio riconoscibile, i vostri commenti dovranno colpire l’ascoltatore come se venissero da un essere umano, qualcuno con una personalità vera e sentimenti veri riguardo al tema di cui state parlando». Inoltre: «Per poter apparire un minimo interessanti, […] dovrete conoscere l’argomento abbastanza bene».

Con “immaginazione”, i due scrittori, non intendono la fantasia, cioè l’inventare descrizioni, personaggi, situazioni; ciò che intendono con immaginazione è la capacità di immaginare come sfruttare il mezzo che abbiamo a disposizione, i suoi limiti e i suoi vantaggi. Cioè come disporre il testo, il racconto, la narrazione, nel modo più proficuo possibile per ottenere il risultato che ci siamo prefissi.

Se il sogno che vogliamo raccontare al nostro risveglio è stato particolarmente intenso e il nostro partner è lì subito disponibile ad ascoltarci, l’evaporazione della nitidezza inciderà meno e noi riusciremo a essere maggiormente coerenti e precisi. Ma se così non fosse (come, ad esempio, con un’immagine inventata per farne un racconto), attraverso la nostra immaginazione possiamo ovviare al problema di non avere il nostro interlocutore lì, da prendere sottobraccio e raccontargli a modo nostro la storia che ci preme comunicare.

Ad ogni modo, David Foster Wallace, al termine del brano, ci rassicura:

«[…] Poi, man mano che continui a farlo, un giorno dopo l’altro, c’è una cosa che ti diventa assolutamente chiara. Quando sei alla radio in realtà non stai recitando. Sei tu. Se non ci sono risposte e gli indici di ascolto vanno male, allora sei tu che non piaci alla gente. Una cosa che vale la pena tenere bene a mente».

Come dire: a forza di farlo, si impara a farlo bene; si smette di recitare, di fingere, e tutto diventa più naturale; sei tu, (sia nella pagina scritta, sia nella radio), non più un personaggio di tua invenzione (in entrambi i casi si parla del narratore); e se gli ascolti, o le vendite, continuano ad andare male, allora vale la pena prendere in considerazione la possibilità che sia tu a non piacere alla gente.

_________________

Note:

Il brano di Giulio Mozzi è tratto da qui.

Quello di David Foster Wallace, da: Considera l’aragosta, Einaudi, 2006.

34 Comments on “Tradurre immagini in parole

  1. Il titolo mi ha un po’ preoccupato perché ho in mente un post simile. Per fortuna, però, i contenuti sono diversi. Forse tu hai offerto un buon incipit, un’intro. Ti citerò! 🙂

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    • Io ho questa idea: poiché il linguaggio è sostanzilmente un suono, non poi così diverso dalla melodia, tradurlo in formato scritto su una pagina è difficoltoso a prescindere. Lo puoi fare in molti modi, con le note o con le parole; entrambi sono sistemi validi al loro scopo.

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      • Questo dipende dal dare precedenza al significato o al significante. Anche un mio amico mi dice sempre che il linguaggio è anzitutto un suono. A me, soprattutto scritto, pare più un quadro, o un sacchetto pieno di senso.

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        • Cosa? Il suono o la scrittura. Perché se parliamo della comunicazione orale… no, un quadro proprio no. Se invece parliamo di quella scritta: condivido, sì. E poi, che il linguaggio (orale) sia un suono è un’evidenza. 😉

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          • Il fatto che abbia le caratteristiche del suono non vuol dire che tu lo fruisca come suono. Potresti anche non renderti conto della sua natura di suono, o almeno di alcuni suoi attributi (dirò, sto ascoltando uno sceneggiato in versi. Ma non sono in grado di rendermi conto né del ritmo né delle rime…)

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            • Personalmente sono sicuro che la maggior parte dei parlanti non si rendano conto che la lingua (orale) sia a tutti gli effetti un suono, però questo non cambia la sua natura: il linguaggio orale è oggettivamente un suono. Che poi il parlante presti maggior attenzione al contenuto, piuttosto che alla natura del mezzo è, forse, corretto e palese.

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              • Intendo dire che la melodia non puoi non riconoscerla come tale, e come suono. Il linguaggio invece puoi vederlo come suono o come no, può essere melodia oppure no, a seconda dell’orientamento del lettore. Quindi il paragone non funziona, e non credo sia questo il problema della “traduzione”. Questo intendevo.

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                • Non credo di averti inteso. Il paragone, dici, non funziona perché il lettore può non intendere il linguaggio come suono. Ma il linguaggio scritto, cioè la scrittura, non è già più un suono; semmai è la traduzione di un suono in una forma diversa. O, se preferisci, del contenuto di un suono, il suo messaggio, in una forma diversa dal suono.

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                  • Ma non è detto che io stia traducendo un suono. il “contenuto del suono” e il “contenuto dell’insieme dei grafemi” coincide, così come i grafemi coincidono con il suono. Dunque: dov’è, esattamente, la difficoltà di traduzione? Capisco se si sta parlando, casomai, di una interpretazione: l’interpretazione è esclusivamente suono, e quella non può essere resa nella scrittura, e per questo sono forme diverse. Ma nella trasmissione del contenuto puro, cioè del significato dei significanti presi di per sé, non ci vedo reali differenze tra i mezzi.

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                    • Adesso ho capito che intendevi dire. Infatti il confronto fra quello che ci comunica Mozzi e che riguarda esclusivamente la forma scritta, e quello che dice Wallace e che riguarda esclusivamente la forma orale (della comunicazione), senza farlo apposta, coincidono. Mi pareva di averlo espresso chiaramente… La difficoltà del comunicare non riguarda il tipo di mezzo usato (anche comunicare attraverso la pittura comporta delle difficoltà), è una difficoltà, se vogliamo, intrinseca. Come si fa a superarla? Escogitando dei metodi, cioè delle strategie. Alla fine il concetto del post, e anche dei due scrittori citati, è questo. Loro la chiamano immaginazione; tu la potresti chiamare: struttura; io la chiamerei, appunto, strategia. Ma alla fine non cambia.

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                    • Ma, ripeto: se coincidono la difficoltà non sta nella trasposizione da una forma all’altra. Perché coincidono. Cioè: non credo sia vero, come dici, che la messa su carta sia la traduzione di un suono, o del suo contenuto, in forma diversa; è già, di suo, la stessa cosa, sono semplicemente modi diversi di rappresentare il contenitore di significato che è il significante (il quale può essere inteso sia come suono, sia come pittura, a seconda di dove ti stai concentrando, anche durante la forma parlata o scritta).

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        • No, certo. David Foster Wallace infatti individua le stesse difficoltà sia nella comunicazione scritta, sia in quella orale. Ma solo se non si ha l’interlocutore a portata di mano. Perché in quel caso ci si può aiutare con altri mezzi: la postura, ad esempio, ecc. Naturalmente sono tutti espedienti che non servono a tradurre pensieri in “parole”, non è quello il loro scopo, ma facilitano comunque la comprensione reciproca.

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            • Ripeto: Naturalmente sono tutti espedienti che non servono a tradurre pensieri in “parole”, non è quello il loro scopo, ma facilitano comunque la comprensione reciproca. Cioè, attraverso una: «sinfonia di piccoli gesti che accompagnano e rafforzano il vero parlare» o, se preferisci, «[…] parlando posso essere impreciso, posso correggermi o ricredermi, posso andare a salti, posso giovarmi di gesti e facce, posso prendere sottobraccio l’ascoltatore, posso far conto sulle domande che lui mi farà», ecc.; tutto questo contribuisce a creare “significato”. Poi, per quanto riguarda il contetto dell’immaginazione, il suo uso non deve servire a tradurre immagini in parole – siamo sicuri che sia questo lo scopo del comunicare in forma scritta? – ma a sfruttare i limiti del mezzo. Attraverso quei limiti noi creiamo il senso. Il bello della scrittura sta proprio nella sua indeterminatezza, attraverso la quale creiamo artificialmente (cioè in modo voluto, intenzionale) un significato. Come farlo, poi, sta nell’immaginazione di ognuno. Non esistono ricette. Non credo almeno. Però, e questa credo sia la parte interessante, anche tutti quei “mezzucci” che sfruttiamo nel parlare “casalingo” sono, alla fin fine, strategie frutto dell’immaginazione. 🙂

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  2. Mi è stato intimato di condividere con voi questo pensamento:

    Dicerolti molto brieve: la primissima cosa che ho imparato scribacchiando è che il maggior errore possibile è credere di dover mostrare al lettore ciò che lo scrittore sta vedendo. Anzitutto, è una cosa impossibile: Genette evidenzia subito che la letteratura non può mai raggiungere la perfetta mimesis. Secondo, è anche un procedimento sbagliato, perché in te sono le immagini che determinano l’emozione, e poi trasformi l’emozione in parole; ma in realtà il lettore fa un processo diverso, cioè ricava l’emozione dalle parole, e poi sono le emozioni a determinare i dettagli dell’immagine, il suo “stile” direi (per dire: sono naturalmente portato a immaginare l’Orlando Furioso con uno stile da preraffaellita), ma l’immagine che tu associ a quell’emozione e a quelle parole non è detto che sia la stessa del lettore. Ed è bene che sia così: il lettore deve poter applicare i suoi schemi mentali, non forzarsi in quelli dell’autore nei quali magari rischierebbe di non ritrovarsi.
    Altra cosa… Quando abbiamo scoperto le grotte con le più antiche pitture parietali, gli artisti del tempo ne sono stati molto disturbati: loro erano abituati a pensare che le arti seguissero una evoluzione, un progressivo avvicinarsi al realismo… ma se nel 5000 a.c. erano ridotti a disegnare lineette e zighizaghi, com’era possibile che nel 20.000 a.c. facessero disegni così realistici, ancor più realistici dei pittori medievali? …secondo la critica moderna, semplicemente: all’epoca, l’uomo (o il pre-uomo) non era in grado di fare ragionamenti astratti. Non aveva il concetto di “uomo”, né nella scrittura grafica (che è una cosa astratta in sé) né il concetto astratto di umanità. E quindi era naturalmente portato verso il realismo; ma poi, una volta abituatosi al ragionamento astratto, lo ha abbandonato. Allora chiediamoci: perché noi siamo tornati alla rappresentazione realistica? Sostanzialmente, perché noi fondiamo la nostra arte su quella greca: inizialmente i greci avevano stilemi simili a quelli dell’arte egizia, la quale, ritenendo il loro mondo eterno e stabile, cercavano una pittura altrettanto immutabile, ideale, rappresentando le cose sempre uguali (per questo rappresentavano un occhio frontale su un soggetto laterale: rappresentavano l’ideale di occhio sull’ideale di corpo, senza metterli in relazione). I greci però avevano visto il loro impero coloniale disfarsi, e questo, già di suo, li ha resi ben più dinamici. Platone, poi, aveva screditato l’arte, e all’epoca l’attività manuale (anche quella del pittore, dello scultore) era considerata inferiore, quasi animale, qualcosa di indegno rispetto alle più alte capacità dell’intelletto umano. Cosa fanno allora gli artisti per difendersi? Fanno dei virtuosismi, arte sempre più particolareggiata, sempre più dinamica, sempre più vicina al reale. E questo ci è rimasto fino a pochi secoli fa. Perché ti sto dicendo tutto questo? Perché nel tentare di ridurre il concetto ad immagini, come facciamo narrando, è comunque qualcosa di collegato all’idea del realismo. Chiaramente non è l’unico modo di far letteratura, oggi più che mai. Non mi sto riferendo solo ai testi sperimentali, che a volte divengono puro concetto senza scena, ma anche allo “stile” moderno in generale: al di là del minimalismo, è cosa comune per noi mescolare concetti e scene, immagini e astrazioni. è anche una questione mimetica, a volte: per esempio Buzatti è sempre concreto e preciso; almeno finché non deve narrare un sogno o una allucinazione, e allora il suo scrivere si fa di colpo carico di termini astratti o vaghi che non vogliono trasmettere una immagine precisa. Ed è giusto così: è un sogno!… Calvino, inoltre, ti ricordo, presentava certo la “visibilità” della prosa come una delle qualità da portare nel nuovo millennio, e in fondo ha ragione, visto che siamo circondati da immagini; però anche riconosceva il valore della “cecità” della prosa, e a tal proposito citava Beckett, che a volte scriveva omettendo volontariamente le informazioni visive.
    In senso generale, considera questo: che il termine preciso (“camicia blu”) indica un dato; il termine generale può indicare una serie di informazioni (“camicia eccentrica”, dove magari stai parlando anche del taglio, dei bottoni, non solo del colore), oppure crea un completo punto di indeterminatezza che stai chiedendo al lettore come completare (“vestito strambo”). Per dirti, mi sembra chiaro che nel descrivere una “bella donna” è meglio rimanere sul vago: perché l’importante non è come la vedi, è che sia bella, ma ognuno ha il suo gusto, e se vuoi che sia bella per tutti, allora non devi descriverla, devi creare un punto di indeterminatezza.

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  3. Live: rispondo qui, perché nel sottolivello non c’è più spazio. Coincidono quello che i due scrittori, pur parlando di due cose diverse, affermano della comunicazione, o, meglio, della difficoltà di comunicazione. Il linguaggio orale e il linguaggio scritto non coincidono per nulla. Sono due forme diverse. Letteralmente è vero che per tradurre un suono “parlato” basta usare i grafemi. Ma così non stai riportando il contenuto, cioè il significante, ma solo la sua rappresentazione in froma grafica. Spesso però, e il Serianni in questo è abbastanza convincente, la scrittura è esattamente la trasposizione in forma scritta del linguaggio orale. Solo, però, più difficile perché corrisponde a un secondo livello, cioè a un secondo passaggio. Se poi vogliamo contestare questa cosa… si può, secondo me. Adesso, parlando, mi fai venire in mente che in effetti quando “pensiamo” qualcosa la immaginiamo in forma di immagine e poi la possiamo riprodurre o in parole, o in forma scritta, o in altre immagini. Se fosse così, potremmo dire che sia il linguaggio scritto, sia il linguaggio orale (ma allora anche la pittura) sono dei linguaggi primi… Però non mi spingerei tanto in là. Finiamo per farne della filosofia. 😀

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    • Questa la parte che mi interessa: “Il linguaggio orale e il linguaggio scritto non coincidono per nulla. Sono due forme diverse. Letteralmente è vero che per tradurre un suono “parlato” basta usare i grafemi. Ma così non stai riportando il contenuto, cioè il significante, ma solo la sua rappresentazione in forma grafica.” E il mio parere è semplicemente che: non è vero, sto riportando anche il contenuto, che è il significato, non il significante (il quale comunque sarebbe qualcosa tipo “catena di suoni rappresentabile da grafemi”, quindi, in realtà, ci sarebbe come rappresentazione). Oppure stiamo pensando in modo diverso a linguaggio scritto e parlato. Nel senso: se parliamo degli schemi che usiamo per analizzare le due forme, è vero, ne usiamo di diversi. Se invece intendiamo proprio la forma, allora immagina semplicemente uno di quei programmi che trascrivono ciò che dici: c’è differenza tra ciò che sto dicendo e ciò che lui trascrive?
      Tra l’altro, io ci ho provato con uno di questi programmi, ma sono troppo macchinosi per scrivere romanzi.Ciò nonostante, lo scrivere come si parla tramite un programma, senza altra mediazione, potrebbe essere una cosa interessante, chissà se lo stile cambia, se si fa più personale…

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      • Interessa molto anche a me. So di uno scrittore, noto negli anni ’70 circa, che ha recentemente scritto un romanzo da seicento pagine (non so se lo ha pubblicato però) in questo modo, cioè dettandolo. Nel suo caso, però, è stato costretto, perché ormai non vede quasi più nulla.

        Ho come il dubbio che stiamo dicendo la stessa cosa con parole diverse, sai…? Però a quest’ora della sera dopo dieci ore di lavoro sulle spalle, sono davvero costretto a staccare la spina. 🙂

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  4. Mi sono un po’ persa nei commenti, che ho trovato tutti affascinanti (anche se da archeologa specializzata in preistoria devo dissentire da LiveAlive sull’arte paleolitica, quello che scrivi fa riferimento a studi superati, ma questa è un’altra storia).
    Come LiveAlive vedo il testo come un sacchetto pieno di senso. O una pittura con le parole al posto delle pennellate. Non sempre parto da un’immagine da tradurre, a volte, e sempre più spesso negli ultimi tempi, le mie storie iniziano già con una frase. Alle immagini si accompagnano già le parole, poi bisogna metterle su carta, certo, e non è così facile. Più leggo e più penso in modo letterario anziché figurativo e immagino narrazioni, a volte sogno delle narrazioni, con una sorta di voce off che legge un testo immaginario. Che dite, sono da ricoverare?

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    • Be’, questo personalmente non mi è ancora capitato. La voce off che legge, intendo. Però: interessante! Dev’essere anche divertente. Se si potesse, vorrei chiedere alla voce off dei miei sogni se una di queste notti può mettersi a leggere Manzoni, così accontento Mozzi (… e guadagno tempo). Tuttavia, ho paura che la mia se ne sia andata in vacanza anni fa, prima che mi rendessi conto della sua presenza, e non abbia più fatto ritorno. 🙂

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    • Questo è molto probabile: io mi sto basando su una enciclopedia del ’68. Inglese, per la precisione (e infatti ammetto che i pareri del curatore raramente hanno incontrato il mio gusto. Cézanne il più grande pittore di tutti i tempi? Più di Leonardo? Mah!)

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      • E uno si chiede: che c’entra Cézanne con gli inglesi? Non lo so, ma il curatore ha un gusto artistico da inglese (che come sanno tutti è un gusto malato, quello inglese), quindi dico che il parere è frutto di ciò. E ovviamente erano inglesi i 3/4 dei pittori che citava.

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    • E aggiungo: “Più leggo e più penso in modo letterario anziché figurativo”: molto bene! Perché finché ragioni in modo puramente figurativo la letteratura rimarrà il surrogato di mezzi più efficienti per rendere l’immaginazione, e che usi magari solo perché più semplice e meno costosa. Ragionando in modo letterario, invece, puoi scoprire davvero ciò che solo la letteratura può fare.

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      • Lo sapevo… io sogno in technicolor (non ho ancora aggiornato i file al 3D). Adesso mi tocca convincere il mio cervello a sognare “in modo letterario”. Che poi che significa in modo letterario? Visualizzi lettere al posto delle immagini, Tenar? Un po’ strano, no? O.O

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  5. Non ho capito nulla della vostra discussione, ma il post è interessante. Intuitivamente penso che l’immaginazione rende comunicabile lo scritto e non il contrario. Minchia, che pensiero! Non so che ho voluto dire, ma lo condivido.

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  6. Pingback: Letture nel 2015 | Salvatore Anfuso – il blog

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