La legge è uguale per tutti

I due carabinieri si affacciano nello stanzone arrestandosi sulla porta. All’unisono si tolgono il berretto e l’infilano sotto il braccio. Si guardano attorno, come alla ricerca di pericoli o fuggitivi. Sempre all’unisono posano lo sguardo su di me. Mi fissano, come due rapaci pronti a scattare. Il più alto si fa avanti deciso. Il bassotto lo segue a ruota.

«È lei Fernando Gozzi» dice il primo. Non lo chiede, lo dice.

Mi tiro su, per assestarmi meglio sul letto; cercando di dare un’impressione innocua.

«Sono io, agente».

«Gli agenti sono quelli dei telefilm americani,» afferma caustico lo spilungone, «noi siamo carabinieri. Io sono il tenente X-Y, e questo è il mio collega, il maresciallo Y-X».

«Piacere,» rispondo e mentre lo dico sorrido come un ebete. Mi odio per questo. L’autorità mi ha sempre fatto questo effetto.

Il tenente apre una cartellina con la custodia in pelle. Il simbolo delle forze armate è impresso sul davanti. Si sofferma a leggere qualche riga, poi volta il foglio e legge ancora. Ho il sospetto che in modo studiato cerchi di far salire la tensione.

«È a conoscenza delle accuse?».

Lo chiede questa volta, ma senza guardarmi. Lo sguardo resta posato sul taccuino, con indifferenza, come se non gli importasse davvero.

La domanda però mi lascia di stucco. Tentenno, volto gli occhi per la stanza, poi mi soffermo sul maresciallo in cerca di conforto; per vedere se ho capito bene. Il maresciallo, invece, mi guarda in cagnesco. Ha la mascella dura. Quadrata, ma anche dura. Lo sguardo rapace è sempre fisso, come per paura che smettendo di guardarmi svanissi di colpo.

«Accuse?» chiedo.

A questa domanda il tenente lascia perdere le carte e alza lo sguardo.

«Lei ha provocato un incidente quasi mortale» dice.

«Provocato? Quello finito in ospedale sono io» ribatto. Non posso crederci che mi stiano accusando sul serio.

«Anche l’automobilista è steso su un letto come il suo…».

«Mi spiace per lui, ma io ero sulle strisce».

«Ma alla guida dell’auto c’era l’assessore» afferma il maresciallo. Sorride adesso, la mascella non sembra più tanto dura.

«… e l’assessore è il cognato del sindaco» ribatte il tenente. Dopo averla richiusa, porge la cartellina al maresciallo. Prende una sedia e la trascina fino al letto.

«Ecco come stanno le cose,» dice, accomodandosi. «Lei attraversava sulle strisce, è vero. Ma noi possiamo dimostrare che lo stava facendo senza guardare, forte del fatto che sulle strisce il pedone ha la precedenza. Possiamo inoltre dimostrare che l’auto dell’assessore stava già passando quando lei è giunto, e che è stato lei ad andargli incontro. Per tentare di schivarla, l’auto ha sbandato ed è finita sul marciapiede opposto. Ha colpito un palo e si è arrestata…».

«Per fortuna non passava nessuno,» s’intromette il maresciallo, «poteva andare decisamente peggio. Lei poteva avere delle vite sulla coscienza».

Ascolto la farsa allibito. Quella mattina, mentre mi risvegliavo al Maria Vittoria, tutto mi sarei aspettato tranne che essere accusato per un incidente di cui io sono la vittima.

«È uno scherzo?» chiedo. È l’unica cosa che riesco a chiedere.

I due si guardano, poi tornano a guardare me.

«Signor Gozzi,» dice il tenente, «lei ha l’aria d’essere un bravo ragazzo. Mentre passa il suo tempo steso su questo letto si chieda se per un incidente stradale da nulla vale davvero la pena compromettere il suo futuro».

«Capisco la situazione: mi state minacciando».

«No, signor Gozzi, nessuna minaccia» dice il maresciallo affettato. «Noi la stiamo aiutando. Il suo futuro ci preoccupa molto».

«Stiamo cercando di farle comprendere come stanno le cose» chiarisce il tenente. «Ora, capisco che per lei sia un boccone amaro da mandar giù. Ma questa è la realtà. Non ci può fare nulla. In una società come la nostra: alcuni comandano e altri subiscono».

«… e lei l’aria di comandare non ce l’ha proprio» rincara il maresciallo.

Li ascolto filosofeggiare e l’unica cosa che riesco a pensare è che vorrei alzarmi dal letto e sfondargli la testa. Ma dal letto non posso alzarmi. Ho due costole rotte e un braccio ingessato. Il costato mi duole ad ogni respiro e credo che senza l’ibuprofene sarebbe anche peggio.

«Siete sicuri d’essere dell’Arma? Non posso crederci che due carabinieri arrivino a tanto».

Il maresciallo si accosta alla flebo e chiude la valvola. Osservo il livello del liquido nella cannula diminuire rapidamente, risucchiato dalle mie vene. Le ultime gocce riesco quasi a percepirle. Poi inizio a sudare. Avverto caldo e freddo allo stesso tempo.

«Signor Gozzi non faccia il difficile…».

«Il difficile? Voi mi state minacciando» urlo. «Siete collusi con un mafioso, ecco cosa siete». Mi guardo attorno disperato, ma nessuno accorre. La stanza è vuota. Adesso ci siamo solo io e i due carabinieri.

«Noi siamo suoi amici,» dice il tenente, alzandosi in piedi e sporgendosi su di me, «ma possiamo anche diventare il suo peggior incubo».

Sento le lacrime premere contro le palpebre. Non è paura, è frustrazione.

Il tenente allunga una mano e il maresciallo gli restituisce la cartellina. Il tenente la apre, volta un paio di fogli e si ferma su uno giallo. Ne scorgo solo il colore. Ho paura a chiedermi di cosa si tratti, ma temo di saperlo già piuttosto bene.

«Adesso le dico cosa faremo». Il tenente infila la mano nella tasca interna della divisa ed estrae una penna. «Io le porgo questo foglio e lei lo firma. Poi noi ce ne andremo. Tutto chiaro?».

«Oh sì, è tutto chiarissimo. Fin troppo. Ma se si aspetta che firmi… è matto».

Il dolore al costato aumenta e il sudore cola copioso. L’unica cosa che vorrei è il liquido nella sacca. Passo la lingua fra le labbra e guardo la valvola con desiderio. Il mento trema mentre penso al guaio in cui sono finito e l’orgoglio non mi basta a frenarlo.

«Lei non capisce la situazione in cui si trova» dice il tenente. Poi fa un gesto al maresciallo, con il mento. Questo si avvicina al letto e infila una mano sotto le lenzuola. Il dolore è una pugnalata. Quello che mi spaventa davvero è che le costole possano muoversi e forare il polmone. Non riesco a trattenere un urlo. Possibile che nessuno mi senta?

«Allora, firma o no?».

La pressione aumenta. Sento le costole scricchiolare. Il dolore è insopportabile. Frigno come un poppante e non me ne vergogno affatto. Sono lì lì per confessare ogni cosa, qualunque cosa, basta che smettano.

«Firmi!» ordina il tenente.

«Firmi!» ribatte il maresciallo.

«Firmi!» esclamano all’unisono.

Il lenzuolo è un bagno di sudore. La mano sul costato preme così forte da smuovermi di lato. Il dolore è qualcosa di inspiegabile. Le mie urla sono così acute che ho smesso di ascoltarle. La mano preme. E preme. E preme ancora. E in quel momento, con il fiato tronco nei polmoni e le labbra tremanti, una calma innaturale prende possesso dei miei pensieri. E l’unica cosa a cui riesco a pensare è che non è giusto. Che non mi piace piegarmi all’oppressione, ai ricatti, ai prepotenti. Che qualcuno deve sacrificarsi, per il bene di tutti. Se mi ammazzano, mi avranno sulla coscienza. Da solo, senza che lo decida davvero, con tutto il fiato che ritrovo nei polmoni, l’unica cosa che esce dalla mia bocca è un clamoroso: vaffanculo. Urlato con tutta la voce che ho: vaffanculo. Non mi arrendo, non mi piego, non mi faccio sottomettere. A pieni polmoni, mentre la mano preme, vibrando di un sacro furore urlo: «Vaffanculooo!».

«Di’, ma sei matto? Che ti è preso? Perché urli a sto modo?».

La voce è di mia moglie. La mano sul costato è la sua. Mi scuote per svegliarmi. Sento la tensione calare. Sento la temperatura assestarsi. Sento l’incubo evaporare.

«Ti senti bene? Guardati, sei tutto sudato».

«Un incubo,» la rassicuro, «solo un incubo».

«Bell’incubo dev’essere stato. Hai urlato come un matto».

«Che ho detto?» le chiedo. Voglio saperlo davvero.

«Be’… vaffanculo, se proprio ci tieni a saperlo. Vaffanculo a chi, poi?».

«Al potere,» le rispondo, «solo al potere».

«Sei matto. Cerca di dormire che domani hai l’udienza».

Lei si gira dall’altra parte e torna sotto le lenzuola. Io ritrovo me stesso. L’udienza… l’avevo scordato. Nel sogno l’avevo scordato. L’assessore Filippini non se la passerà tanto liscia domani. È a me che tocca lo scranno.

Fine

10 Comments on “L’Assessore

  1. *SPOILER ALERT!*
    È tutto molto triste in questo racconto. L’immagine che abbiamo della Giustizia e dei suoi rappresentanti, un incubo che non si discosta molto dalla realtà. Il fatto che per ottenere giustizia il protagonista debba essere il giudice (ma poi, siamo sicuri che riuscirà nel suo intento?)
    La scena del sopruso è molto all’americana, ma è un sogno e ci sta. Non ho ben capito questo passaggio: “Ha la mascella dura. Quadrata ma anche dura.” Suona bene, ma non mi è chiaro perchè i due aggettivi dovrebbero escludersi a vicenda, tanto da specificare quel “ma anche”. (Una pignoleria trascurabile comunque).
    Il climax è condotto benissimo. Nonostante l’amarezza, o anche per quella, è un bel racconto.

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    • Grazie Paolo, ti sei lanciato in un mare di complimenti questa volta…! XD
      Vero, la scena dell’intimidazione è all’americana, ma vista la quantità di film americani che fagocitiamo: in un sogno, come dici anche tu, ci sta.
      Quel “ma anche” non serve a escludere i due aggettivi, ma a porre in maggiore evidenza il secondo. Serve? Non saprei, ma mi piaceva. 🙂
      Il racconto è un insieme di cliché, ma c’è una seconda lettura che passa inosservata (per volontà dell’autore): …

      *SPOILER ALERT*

      … I giudici hanno un potere discrezionale che si colloca in quel mare grigio che è l’interpretazione di una legge. I giudici sono esseri umani, con una deontologia certo, ma pur sempre esseri umani. I giudici sono una categoria che mi inquieta, perché possono decidere del tuo destino a seguito di un incubo… nel racconto non dico mica di cosa è accusato realmente l’assessore Filippini.

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  2. Non sono un critico, ma un semplice lettore. E da lettore il racconto mi è piaciuto. Il trucco del sogno e del risveglio è abbastanza comune (anch’io l’ho usato anni fa) ma il fatto che il tizio dal letto vada a finire poi sullo scranno del giudice è convincente e da il significato al tutto. Forse c’è qualche spigolo da smussare nella narrazione a livello di scrittura, ma nel complesso, va. Meriti un 7,5!

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      • Mi sembrerebbe di fare le pulci! comunque provo a dir qualcosa, ma senza voler sembrare uno che ne sa più di te! ad esempio la reazione dei carabinieri che ripetono all’unisono l’ordine dopo averlo già dato singolarmente, per quanto la narrazione abbia un tono leggero, mi sembra eccessiva. Il tenente che dice: “possiamo diventare il suo peggior incubo” mi sembra un po’ troppo frustra come frase. Alcune frasi ‘spiegano’ troppo, nel senso che si mostra un fatto e se ne da la spiegazione che, invece, il lettore può trarre da se con facilità. C’è una frase che non è chiara, forse c’è un errore di scrittura: “Mi tiro su, assestarmi meglio sul letto”; manca un ‘per’ assestarmi…? Nel prosieguo della frase si legge: “cercando di dare un’impressione innocua”. Ancora il personaggio non conosce il motivo della visita quindi non ha motivo di essere guardingo. Queste cose mi saltano subito agli occhi.

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        • Caspita, il “per” è rimasto incagliato nella mia mente e non è finito sul foglio. Per quanto riguarda la reazione che trovi eccessiva: prova a pensarci… difronte all’autorità, anche se crediamo di avere la coscienza pulita, la prima reazione è sempre quella di dare un’impressione d’innocenza. Ecco perché le forze dell’ordine indossano una divisa, per incutere subito timore e rispetto.

          La ripetizione dell’ordine è un effetto dovuto al sogno: l’ho immaginato così.

          Sul “peggior incubo” hai ragione, all’inizio infatti ero dubbioso pur io, ma fa parte del cliché dei film americani e mi pareva che in un sogno potesse starci.

          Invece la cosa interessante del tuo commento sono proprio le “frasi che spiegano troppo”: quali, please?

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