Infermiera carina

Sono un uomo di poche parole. È questo il mio problema. Specialmente con le donne, non so mai cosa dire. Ho un sacco di cose da dire, invece. Un sacco di interessi. Mi interessano molte cose, così tante che spesso dimentico cosa sono. Ma quando sono in compagnia di una donna: il vuoto. Niente di niente. Black-out completo. Alcune volte mi viene voglia di urlare: «Accendete la luceee!»; ma sembrerei ridicolo, lo so.

Mi capita anche con gli uomini, alcune volte. Se sono tranquillo, non succede. Se mi interrogano o se intuisco che si aspettano una risposta da me… allora sì: il vuoto. Niente di niente. Black-out completo. Solo che con gli uomini non me ne importa. Cioè, non urlerei mai di accendere la luce. Non con gli uomini.

Comunque, c’è questa donna. È carina, molto carina. E questo per me è un problema. Perché se sono racchie, o anche solo vecchie, o molto molto giovani, tipo bambine, non mi faccio problemi. Con le vecchie e con le bambine, anzi, mi sento quasi a mio agio. Ma se una donna è carina, o perfino bella: è un problema. E questa, quella a cui accennavo, lo è. Però è anche vecchia. Ha quasi quarant’anni. E ha un figlio, di dieci le ho sentito dire una volta. Quindi dovrei quasi sentirmi a mio agio. E lo sarei se non fosse carina. Ma lo è, è carinissima.

«Mangi qualcosa?». Me lo chiede sempre. Lo chiede in modo gentile, con il sorriso. Si vede che non è un sorriso sforzato.

«Per forza!» le rispondo io. Ma senza guardarla negli occhi. Non riesco a guardarla negli occhi. Le donne hanno qualcosa negli occhi che mi inquieta. E come se ti scrutassero dentro, come se riuscissero a leggerti. Neanche fossi una cartina stradale o un dépliant informativo.

Lei mi piazza un vassoio davanti e resta lì a guardarmi. Odio quando le persone mi guardano mangiare. Vorrei poterle dire: «Okay, grazie, ma adesso puoi anche andare», ma solo con quelle carine. Se sono racchie, o anche solo vecchie, o molto molto giovani, tipo bambine, invece urlerei: «Che cazzo ti guardi, si può sapere? Vuoi mangiarla tu questa sbobba? Allora accomodati, prego». E me ne andrei. Solo che non posso andarmene.

«Ti aiuto?». Senza aspettare una risposta si china in avanti e mi pulisce la bocca. È sincera quando me lo chiede. Lo chiede tutte le volte e lo fa in modo carino. Non sorride più, ma lo chiede in modo carino. Ma odio quando lo fa, la odio davvero. Vorrei non lo facesse. O quanto meno che aspettasse una mia risposta. Che sarebbe no, per inciso. Invece si china in avanti, afferra il bavaglino e mi pulisce la bocca. Quando lo fa la odio, ma riesco anche a scorgerle il seno. Cioè, non è che lo vedo proprio. Non va in giro nuda, o senza reggiseno, o cose così. Riesco a scorgerlo da sopra. Tra la scollatura del camice e la t-shirt che indossa sotto. Due collinette, ecco cosa vedo. Due collinette tonde e morbide. Bianche. La pelle dev’essere davvero delicata. Soffici, ecco cosa sembrano: SO-FFI-CI.

«Grazie…» le rispondo io. Ma lo faccio da scontroso, apposta per farle capire che mi scoccia. Se non fosse per quelle collinette mi scoccerebbe sul serio. Ma devo farle capire che non voglio che lo faccia. O quanto meno che aspettasse una mia risposta, prima di farlo. Poi magari glielo lascerei anche fare, non lo so. Ma così no.

«Come ti senti oggi?». Lo chiede quasi con indifferenza, ma guardandomi con la coda dell’occhio. Ecco cosa odio davvero. Quel modo di fare una domanda così, con nonchalance, quando invece vorresti trovarti da tutt’altra parte, o vorresti non doverlo chiedere ma ti sembra necessario farlo.

«Da schifo» le rispondo io. Lo dico con lo sguardo concentrato sulla sbobba e, anche se non mi piace, la mangio più in fretta. Me ne riempio la bocca. Così che sembri occupato a mangiare e magari non si aspetta una risposta vera da me.

Di solito non ribatte nulla. Archivia la risposta come se fosse scontata, come se fosse giusto così. Neanche fossi un moribondo o un malato terminale. Invece non va tanto male. Alcune volte vorrei strapparmi questa pelle di dosso, ma non provo più dolore. Non provo più nulla in effetti, ma neanche dolore. Il vero problema è che non so mai cosa dire, questo è il vero problema. Soprattutto con le donne, con una carina come lei. Vorrei sapere cosa dire per convincerla a lasciarmele toccare. Le parole perfette.

Cazzo se mi sento vecchio… Ho quasi 19 anni e mi sento vecchissimo, un vero matusa. E non ho mai toccato le tette di nessuna donna, finora. Ci spero sempre comunque. Voglio dire: anche se sono un uomo di poche parole.

Fine

8 Comments on “Le parole perfette

  1. Non credo fosse la tua intenzione, ma ti dico a cosa mi ha fatto pensare questo racconto, forse influenzata dalle cronache degli ultimi giorni, quello che va di moda adesso tra i giornalisti (perché ciclicamente certi argomenti tornano alla ribalta, come se nel resto del tempo non accadessero).
    Ho visto un ragazzo che fatto casino con droghe e alcol e si è ritrovato, a soli 19 anni, a sbavare in un letto d’ospedale come un centenario; uno che si è rovinato la vita per un momento di “sballo” e non avrà mai più occasione di toccare quelle collinette.
    Si potrebbe usare questo racconto come spot educativo, anche se non servono a nulla perché la prerogativa dei giovani è sentirsi invincibili e immortali.
    Ecco qui come un lettore può liberamente interpretare uno scritto. Mi sono sempre chiesta se Dante volesse davvero dire tutte quelle cose in tre righe, come ci raccontavano a scuola.

    Liked by 1 persona

    • No, in effetti non era mia intenzione. Il bello della scrittura è che ognuno ci legge quello che vuole; la reinterpreta infinite volte. Alcune volte è anche un po’ pericoloso, soprattutto con libri di un certo tipo (religiosi, filosofici, ecc).

      Liked by 1 persona

  2. Ciao Salvatore,
    Eccomi, vorrei commentare più spesso, ma volte non riesco.
    Visto che al racconto hanno commentato in pochi provo a dirti la mia.
    Ammetto che sono un po’ perplesso. Sul finale. So che a te piacciono i finali anche molto aperti, ma qui però non si riesce a cogliere il punto.
    Cioè io da lettore non mi sento ricompensato. Cosa voleva dirmi, chi è il protagonista?
    Eppure durante la lettura ho provato a figurarmi il personaggio. Prima un quarantenne, poi un anziano, ma un giovane di 19 anni, no. Il luogo poi? Una ricerca costante di trovare una collocazione.
    E se ha 19 anni perché si trova in quella condizione? Si sente vecchio, perché?
    Lo stile ampiamente informale va bene, dopo Salinger è lecito. (Sbaglio o c’è qualche influenza del Giovane Holden?)
    Alcune ripetizioni ad esempio sarebbero da tagliare in un editing, ma si vede che lo fai apposta. Lo stile. Siamo in un flusso di ragionamento, quasi borbottato, e va bene, per questo a un certo punto me lo sono figurato anziano. Anche se non calzava per la donna bella col figlio che è vecchia per lui. Ma si potrebbe anche intendere che le piacciono le ragazzine. Di questi tempi.
    Lo vedo come un esercizio sperimentalista. Letteratura senza dubbio, ma poco incline al successo di pubblico e da te mi aspetto prima o poi il romanzo da 1 milione di copie. 😉

    Liked by 2 people

    • Marco: per prima cosa ti ringrazio per aver citato Salinger; il tentativo (sicuramente mediocre) di imitare la sua scrittura mi sembra quindi riuscito.

      Per quanto riguarda quel che è capitato al personaggio: è normale che non venga comunicato, chi parla sa bene cosa gli è capitato. Tuttavia, questa frase: “Alcune volte vorrei strapparmi questa pelle di dosso, ma non provo più dolore”; dovrebbe permettere al lettore di immaginare qualcosa. In questo il lettore ha la massima libertà, tanto cosa gli sia capitato nel dettaglio non cambia la storia.

      Per quanto riguarda l’età: vale lo stesso ragionamento, ma c’è un indizio che potrebbe farla intuire; tanto che a un certo punto mi sono chiesto se la frase iniziale dell’ultimo paragrafo fosse didascalica. In genere sono i ragazzi post pubertà a trovarsi a proprio agio con quelli più giovani di loro (bambini, adolescenti) e con quelli più vecchi (un quarantenne da un ragazzo di 19 anni è considerato vecchio), ma non con i coetanei o poco più grandi. Questo perché mentre con i più giovani o con gli “anziani” non avvertono alcuna competizione, con i coetanei sì. Inoltre un ragazzo di 19 anni vede se stesso come uomo, non come ragazzo.

      Sul cosa voleva dirti il protagonista, è semplice: il suo problema, nonostante sia steso su un letto d’ospedale, abbia bisogno di aiuto per pulirsi la bocca, non possa lasciare quel luogo, eccetera, è che non trova le parole… Non si considera sfortunato per quello che gli è capitato (qualunque cosa sia), ma perché è: un uomo di poche parole.

      Per il romanzo da 1 milione di copie: c’è tempo… XD

      Liked by 1 persona

    • concordo con il tuo commento. I 19 anni del protagonista mi hanno spiazzato e hanno reso molto meno credibile la prima parte del racconto.
      Mi farebbe molto piacere avere un feedback di quello che scrivo… Ti va di seguire quello che scrivo?

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: