Cenerentola – una fiaba seminuova


Cinderella 2.0

(Rielaborazione della versione di Perrault)

C’era una volta un uomo ambizioso che sposò in seconde nozze la donna più vanitosa che si fosse mai vista. Costei aveva due figlie, entrambe del suo stesso carattere. Anche l’uomo aveva una figlia, ma di una dolcezza e di una bontà senza pari. Vivevano tutti assieme in un villino indipendente, ai margini di un piccolo principato. Era più un rudere che una vera casa e le risorse per ristrutturarlo mancavano.

Nel principato viveva anche un bel principe azzurro. Egli era provvisto di tutte le qualità che la gente comune ammira e invidia: viveva in un palazzo sfarzoso, quello del padre; guidava un’automobile sportiva, che cambiava di continuo; giocava splendidamente a tennis e a golf. Ogni mese, accanto alla fiamma del momento, finiva sulla copertina patinata di una qualche rivista di gossip; tutte bellissime modelle di Victoria’s Segret, con tanto di ali in acrilico e striminziti costumi in ecopelle. Possedeva una dentatura perfetta d’un bianco abbagliante, una mascella così quadrata da poter essere usata come squadretta e due labbra carnose che chiamavano a sé i baci delle fanciulle. Era alto, magro, muscoloso e biondo. Nonostante questo, soffriva di solitudine. La cosa che desiderava di più al mondo era incontrare una principessa degna di lui; tutto il resto lo annoiava a morte. La principessa doveva possedere tutte le qualità ammirate, e invidiate, dalla gente comune. Ogni anno, per trovarla, in occasione del proprio compleanno il principe organizzava una festa molto chic nella discoteca più in del principato: il Crystal Palace.

Ora, l’uomo ambizioso, che lavorava a palazzo come assistente alla vendita di ninnoli scialbi per visitatori domenicali, conosceva bene il desiderio del principe. Con la speranza che potesse innamorarsi di una di loro, ogni anno brigava affinché le sue due figliastre partecipassero al party. Purtroppo non era mai riuscito nel suo intento e l’irritazione della moglie si ripercuoteva su sua figlia. Nella gestione della casa alla figlia venivano quindi riservati gli oneri più umili e pesanti: era lei che lavava, stirava e riponeva la biancheria dell’intera famiglia; era lei che spazzava il cortile, ramazzava i pavimenti della casa e sistemava le camere della matrigna e delle sorellastre; era lei, infine, a fare la spesa, a cucinare i pasti e a lavare i piatti. Come ciliegina sulla torta era anche costretta a dormire in soffitta, in una stanza che, anche a voler essere generosi e per nulla schizzinosi, non poteva proprio definirsi una camera da letto. Le sorellastre, invece, alloggiavano al primo piano, in camere ampie e arieggiate, con cabine armadio, bagno indipendente e lunghi specchi in cui rimirarsi per tutto il santo giorno. La povera ragazza sopportava tutto questo senza lamentarsene; non solo perché dotata di un buon carattere umile e compassionevole, ma anche perché se se ne fosse lamentata con il padre questo l’avrebbe guardata con irritazione. Egli puntava la propria fortuna sull’avvenenza delle figliastre ed era incapace di notare quella ben superiore di sua figlia.

D’inverno, terminate le incombenze, per scaldarsi prima di salire nell’umida mansarda, la ragazza di solito andava a sedersi accanto al camino. Questo, in famiglia, le era valso il nome di Culdicenere. La sorellastra minore, che era meno acida della maggiore, abbelliva il soprannome in Cenerentola. D’estate, invece, saliva direttamente in soffitta e sedeva accanto all’abbaino, e guardava fuori, verso il palazzo del principe, sospirando.

Da sotto, sul lato opposto della strada, un ragazzo gentile di famiglia operosa, non molto ricco né particolarmente bello ma apprezzato da tutti per la generosità e la socievolezza, indugiava spesso con lo sguardo sulla figura di Cenerentola affacciata alla finestra. Egli lavorava nell’area di servizio sulla strada per il palazzo e spesso gli capitava di rifornire di carburante l’automobile del principe. Non ne era invidioso; amava l’odore del benzene al mattino e gli piaceva la vita semplice che conduceva. Di belle macchine ne vedeva di continuo, ma possedeva solo un vecchio maggiolone ridipinto di verde, in cui però aveva vissuto alcune delle esperienze più leggendarie della sua giovane esistenza. Non viveva in un palazzo principesco, ma abitava in un dignitosissimo appartamento di proprietà. Non giocava a tennis né a golf, ma sulle grazie della sua bella, a cui non aveva mai trovato il coraggio di rivolgere la parola, aveva spesso composto dei versi.

Anche quell’anno il principe annunciò il famoso party. Poiché compiva trent’anni, in paese ci si aspettava una festa particolarmente sfarzosa. Nel principato si mormorava che quello sarebbe stato l’anno buono: il principe era un uomo adulto ormai, doveva per forza essere l’anno giusto. Per questo motivo il padre di Cenerentola aveva cominciato a darsi da fare con largo anticipo, e per la gioia delle sue due figliastre questa volta era riuscito a ottenere due pass. L’annuncio in casa fu preso con grande clamore. Le due zitelle saltarono sulle sedie e urlarono come matte, poi corsero in camera a studiare il proprio guardaroba. La moglie rivolse al marito uno sguardo compiaciuto. Per la prima volta Cenerentola fu esentata dal lavare i piatti.

Nei giorni seguenti in casa non si parlò d’altro che del modo in cui le due si sarebbero vestite.

«Io,» diceva la maggiore, «indosserò la minigonna e un top molto aderente».

«Io,» diceva la minore, «indosserò quel vestitino nero di seta che il babbo mi ha regalato per il compleanno. Vedrai che sguardi il principe quando metterà gli occhi sul mio decolté».

Andarono dalla migliore pettinatrice del paese e ne uscirono con capigliature alla moda. Poi fecero un salto al negozio di trucchi e belletti e acquistarono fragranti profumi, rossetti sgargianti e mascara come piovesse. Dal momento che erano prive di buon gusto, chiesero a Cenerentola dei consigli sul regalo da fare al principe. Lei gli diede i migliori possibili e si offrì perfino di aiutarle con la ceretta; cosa che le sorelle accettarono di malavoglia.

Mentre Cenerentola strappava via i peli dalle gambe, dall’inguine, dalle ascelle, dalle braccia e dal labbro superiore delle sorellastre, la minore le andava chiedendo: «Cenerentola non ti piacerebbe venire con noi?».

«Come potrei?» rispondeva sempre Cenerentola, con grande dignità. «Vestita a questo modo poi. Quello non è certamente il mio posto».

«Hai proprio ragione,» replicava allora la maggiore, «sai quante risate a vedere una Culdicenere come te alla festa!».

Al posto di Cenerentola, un’altra avrebbe rimosso le strisce della ceretta con estrema lentezza, per prolungarne il dolore, ma lei era buona e fece un lavoro impeccabile.

Per quasi una settimana, nella speranza che i rotolini di ciccia non straripassero dai vestiti aderenti, le due evitarono di mangiare. Bevvero invece tanta acqua bollente mista a limonata; ne avevano letto i benefici su internet. Per intensificarli, ogni giorno mandavano giù litri e litri d’acqua fresca. Serviva, avevano letto, a lenire la ritenzione idrica che in certe donne forma quella tremenda buccia d’arancia. Il resto della giornata la passavano piegate sui cessi. Cenerentola osservava tutto questo e provava per le sorellastre una grande pena. Poi il giorno tanto atteso giunse. Ne parlavano i giornali, ne parlavano le radio, ne parlava perfino la televisione; per tutto il giorno gli abitanti del principato non fecero altro che parlare del party di quella sera. Le due racchie vagarono per casa con sguardo perso, troppo sfinite per emettere verbo. Quando si fece sera, come in un rituale, si vestirono e partirono. Appena se ne furono andate, Cenerentola salì in soffitta e le seguì con lo sguardo. Quando furono lontane scoppiò a piangere.

Dal nulla apparve la madrina. Vedendola in quello stato le chiese: «Perché piangi, tesoro?».

«Io… io volevo…» disse Cenerentola piangendo così forte da non riuscire a concludere la frase.

«Ti piacerebbe andare al ballo, non è vero?» chiese la madrina, che era una fata di grande intuito.

«Sì…» singhiozzò Cenerentola col groppo in gola.

«Ma non ti hanno invitata, dico bene?».

«E-sat-to…» singhiozzò più forte.

«Bene, allora ti ci farò andare io!» affermò la madrina con uno scatto d’orgoglio. «Va’ nell’orto e portami una zucca».

Improvvisamente raggiante, Cenerentola si volse per eseguire l’ordine, ma a metà del gesto si bloccò.  «Ehm… madrina, noi non abbiamo un orto».

«E con cosa pensi possa creare una carrozza, tesoro, con i fagioli?» replicò la madrina. «Quella è un’altra fiaba mia cara. Aaah! Lascia perdere, non importa. In fondo le carrozze sono démodé. Spero abbiate dei limoni almeno…». La madrina indugiò a guardare Cenerentola e vedendo che questa l’osservava con sguardo assente sbottò: «Limoni. Dannatissimi agrumi gialli. Vanno bene anche dei cedri, o dei pompelmi. Non dei lime però, con quelli posso solo tirare fuori una Smart… Li avete?».

«Oh… sì, certo. Limoni, certo madrina. Vado a prenderli subito» rispose Cenerentola, poi si volse e filò in cucina.

«Ne basta uno solo» le urlò dietro la madrina.

Quando Cenerentola fu di ritorno con in mano il limone più fresco e giallo che era riuscita a trovare, la madrina tirò fuori la bacchetta magica e… «Oh diamine, cosa stavo per combinare?» esclamò, fermandosi in tempo. «Non possiamo certo trasformare questo limone in una limousine qui, nella tua stanza. Dico bene?».

«Sarebbe un problema tirarla poi fuori» confermò compiacente Cenerentola.

«Bene, non importa, ce ne occuperemo dopo. Metti da parte quel limone e procurati invece un topolino».

«Un topolino?» replicò schifata Cenerentola.

«È assolutamente necessario!» dichiarò la madrina. «Chi pensi guiderà la limousine: io? Non ho neanche la patente per quella vecchia saggina che tengo ferma in soffitta, figurati per un’automobile».

«Ma non ci sono topi in casa, madrina. Non saprei proprio dove cercarlo».

«Va bene, non importa!» disse la fata spazientita. «Ci penseremo dopo. Forse… mi è venuta un’idea» aggiunse distrattamente, guardando fuori dalla finestra. Poi, senza voltarsi, chiese: «Una lucertola, almeno, ce l’hai?».

«Oh sì, di quelle siamo pieni. In genere prendono il sole sui muretti del cortile».

«Bene, allora vedi se ti riesce di prendere una».

Cenerentola corse in cortile e si guardò attorno. Il sole era già calato ed era improbabile trovarne una sul muretto, ma spazzando il cortile aveva notato una spaccatura in cui le lucertole si andavano a rifugiare. Spostò quindi una sterpaglia e vi infilò la mano. Quando tornò in soffitta aveva fra le mani la lucertola più grossa e vispa che si fosse mai vista, che faceva di tutto per liberarsi.

«Tienila per la coda, tesoro, e sta a vedere». La fata allungò la bacchetta e sfiorò il capino del sauro. In un batter d’occhio questa si trasformò in una borsa di pelle di coccodrillo. Sul davanti, la grande H di Hermes spiccava dorata.

«Oh, ma che bella!» esclamo Cenerentola, stringendo al petto la borsetta.

«Sì, be’ non è stato facile, ma devo ammettere che è venuta proprio bene» asserì con falsa modestia la madrina. «Adesso animo, che abbiamo ancora molto da fare». Così dicendo allungò nuovamente la bacchetta e sfiorò gli abiti di Cenerentola. Immediatamente questi si trasformarono in un vestitino sciccoso che le fasciò il corpo come una guaina attillata. Era nero e aveva delle trasparenze che l’attraversavano obliquamente tra i seni e all’altezza dell’ombelico. La schiena era scoperta, non aveva spalline e la gonna lasciava in bella vista gran parte delle gambe.

Cenerentola, che non era abituata a indossare abiti così vistosi, si cinse il corpo per coprire le nudità. Poi afferrò il bordo del vestito per tirarlo più giù.

«Suvvia,» disse la madrina, «non è la serata giusta per fare le pudiche. Adesso, una bella acconciatura».

Sfiorati dalla bacchetta i capelli si torsero come tante serpi raggruppandosi in eleganti boccoli dorati.

«… e il trucco».

Le palpebre si tinsero di azzurro, le ciglia di un bel nero vellutato e le labbra d’un rosa lucente. Dai lobi pendettero brillanti; al collo un pendente di diamanti. Le unghie delle mani e dei piedi si colorarono di turchese. All’anulare destro apparve un anello d’oro con sopra un grosso smeraldo.

Cenerentola osservava ogni cosa con occhi spalancati, troppo incredula per dire alcunché.

«Non resta che creare delle belle scarpette» disse la madrina, osservando pensierosa i piedi di Cenerentola. Erano i più piccoli e affusolati piedini che avesse mai visto. Fece quindi un gesto ampio con la bacchetta, poi ne puntò l’estremità a terra. Accanto ai piedi della ragazza apparvero due scarpe di cristallo. Cenerentola fece un saltello indietro, poi si abbassò e le prese fra le mani.

«Sono meravigliose madrina, non ne ho mai viste di simili».

«Su, provale. Vediamo come ti stanno».

Cenerentola le infilò; calzavano perfettamente.

«Oh grazie madrina, è tutto così…».

«Aspetta, non abbiamo ancora finito» l’interruppe la madrina. «Apri la borsetta».

Cenerentola eseguì e dalla borsetta tirò fuori un pacchetto dorato e infiocchettato. Con sguardo incerto osservò la madrina.

«Un pensierino per il principe…» disse questa, con fare misterioso.

«Madrina, non so come ringraziarti» disse Cenerentola con le lacrime agli occhi.

«Su su, tesoro, mi ringrazierai più tardi. Adesso prendi il limone e seguimi in strada».

Cenerentola non se lo fece ripetere due volte. In strada appoggiò il limone sull’asfalto, poi fece due passi a lato. La madrina agitò per aria la bacchetta e il limone si trasformò in una limousine d’un giallo canarino.

«Ecco fatto» disse la madrina orgogliosa.

«Ma per l’autista, come facciamo?» domandò Cenerentola.

La madrina volse lo sguardo verso l’area di servizio. Lì un giovane, non molto ricco né particolarmente bello, guardava la scena con la bocca spalancata.

«Ehi, giovine» urlò la madrina, con poca finezza, «ti va di guadagnare qualche spiccio?». Lo disse alzando una mano e sfregando il pollice sull’indice e sul medio.

Il giovane era troppo sbigottito per riuscire a rispondere. Con passi lenti e male articolati si avvicinò alla vettura.

«Ma… ma… questa è una limousine!» affermò il ragazzo con stupore.

«Cosa pensavi che fosse, una banana? Certo che è una limousine».

«… prima era un limone» continuò cocciuto.

«Ti andrebbe di accompagnare la mia figlioccia al party del principe?» tagliò corto la madrina.

Alla parola figlioccia, il giovane alzò gli occhi sulla ragazza: era la più bella donna che avesse mai visto. Tuttavia, aveva qualcosa di familiare. Forse l’aveva vista sulla copertina patinata di una qualche rivista di gossip. Cenerentola gli sorrise, poi abbassò gli occhi per l’imbarazzo.

«Ho un lavoro…» iniziò a dire il giovane, indicando con il pollice l’area di servizio, «ma… diamine!, credo proprio di potermi assentare. Tanto sta sera sono tutti al party».

«Ben detto ragazzo!» disse la fata. Poi fece scattare la bacchetta e la tuta del ragazzo, sporca di olio e grasso, si trasformò in un completo scuro, con guanti di velluto bianchi e cappello da chauffeur.

Prima che partissero, la madrina busso al finestrino. «Tesoro,» le disse quando si fu abbassato, «ricorda di rientrare prima della mezzanotte…».

«Mezzanotte?» l’interruppe allarmata Cenerentola. «Ma, madrina, a mezzanotte inizia la musica. Non possiamo fare più tardi?» chiese sbattendo i grandi occhioni da cerbiatta.

«Tesoro mio, se tardi anche di un solo secondo saranno guai molto grossi» l’avvertì la madrina.

Cenerentola ci pensò su un po’, poi disse: «Facciamo per le tre?».

La limousine partì.

«Quella signora è tua zia?» chiese il giovane per rompere il ghiaccio.

Dall’altra parte dell’interfono Cenerentola rispose: «No, è la mia madrina».

«Una donna davvero… particolare».

«Oh sì, è eccezionale».

«Senti, ti dispiace se dopo averti accompagnata torno indietro? Non vorrei lasciare l’area di servizio incustodita troppo a lungo. Passo a riprenderti a mezzanotte, ok?».

«Non si era detto per le tre?».

«Come vuoi, per me non è un problema».

«No, lascia stare. Va bene per la mezzanotte» disse Cenerentola sconfortata.

Poco dopo giunsero al Crystal Palace. Fuori dalla discoteca gli invitati e gli imbucati si accalcavano in una fila brulicante e mal disposta. Al portone due grossi buttafuori selezionavano la folla. Quando la limousine si fermò, tutti si voltarono a guardarla.

«Chi sarà?» sussurrarono alcuni.

«Sicuramente qualcuno d’importante» risposero altri, per darsi a loro volta importanza.

Quando Cenerentola scese dall’automobile la gente la fissò ammaliata. La limousine ripartì quasi subito lasciandola sola. Intorno erano tutti elegantissimi, ma con Cenerentola nessuna fanciulla tra le presenti reggeva il confronto. I soliti paparazzi, fiutando lo scoop, predisposero le macchine fotografiche. Qualcuno andò ad avvertire il principe, il quale si precipitò ad accoglierla offrendole il braccio per accompagnarla all’interno. Al loro passaggio la folla si divise; i flash scattarono a ripetizione; un coro di «Oooh» estasiati ne accompagnarono i passi. Nel locale la musica era assordante; la luce insufficiente e stroboscopica; le piste ancora sgombre. Qualcuno era già riuscito a entrare, e attendeva seduto sui divanetti con aria annoiata che la serata iniziasse. Su una balconata le due racchie osservarono Cenerentola entrare accompagnata dal principe.

La minore, tirando per il gomito la sorella, disse: «Di’, non ti sembra Cenerentola quella laggiù?».

La maggiore, mal disposta all’idea, rispose: «Come pensi possa essere Culdicenere quella? Dove avrebbe trovato quell’abito e quei gioielli? Accompagnata dal principe poi… Naaa, non può essere lei. È questa luce che ti fa gli scherzi».

Ai margini di una pista da ballo deserta il principe sussurrò qualcosa all’orecchio di Cenerentola. Quando questa fece cenno di non aver udito, il principe la prese con delicatezza per una mano e la condusse su per una scalinata e poi dentro un privé in cui si appartarono. Nella saletta, infilata di traverso nel ghiaccio di un cestello, una bottiglia attendeva intonsa.

«Posso offvivtene, cava? Dom Pévignon, 1990, l’annata migliove» chiese il principe, con una bizzarra erre uvulare, sfilando la bottiglia dal secchiello.

Cenerentola, che non aveva mai bevuto nulla di più forte d’un bicchiere d’acqua gasata, l’osservò armeggiare con il tappo senza sapere cosa rispondere. Non voleva fare la figura della contadinotta, ma non voleva neanche fare cose di cui poi si sarebbe certamente pentita. Il botto del tappo, pur attutito dalla musica, la riscosse dai pensieri.

Quando il principe si voltò a guardarla, con la bottiglia in mano e il bicchiere pronto, lei si sentì in dovere di accettare. In fondo quando le sarebbe capitata un’altra occasione di bere champagne? Il principe riempì i due bicchieri, poi alzò il suo calice. «Ai boccioli di vosa belli come te» brindò.

Cenerentola alzò il suo e, con un risolino imbarazzato, rispose: «A voi, maestà».

«Oh no, ti pvego! Non chiamavmi maestà. Niente fovmalità fva noi, d’accovdo? Piuttosto, dimmi, da dove esce fuovi una così bella fanciulla? Non mi sembva di avevti mai vista qui, al pvincipato».

«Sono una vostra umile servitrice» rispose Cenerentola, accennando un inchino.

«Ah sì? Mmh, non mi pave pvopvio. E da quale famiglia pvovieni? Non sarai una Bvissac, vero? Io quelli pvopvio non li soppovto… così posticci nei lovo modi avcaici. Sembvano delle mummie compassate e compiaciute d’essevlo pev giunta» disse il principe, ridendo da solo alla sua stessa battuta.

«Veramente, io, non li conosco…».

«Ah no? Be’ ma è vevamente molto stvano, li conoscono tutti. Dunque?».

«Maestà?».

«Su, non tenevmi sulle spine, da quale famiglia pvovieni? Non savanno i Ventadouv…».

«Principe,» l’interruppe Cenerentola, per paura che continuasse a sciorinare nomi per tutta la serata, «non provengo da nessuna famiglia importante temo».

«Oh, ma che peccato. Ma non ti pveoccupave, tesovo, capisco benissimo. La classe impvenditoviale non savà nobile, ma utile sì». La risata cavallina che uscì dalla bocca del principe fu così contagiosa da spingere quasi Cenerentola a spruzzare lo champagne sul vestito vellutato e posticcio, quello sì, del suo ospite.

«Fraintendete, maestà, mio padre lavora per voi ma… non siamo ricchi».

«Ah! Be’ ma… cosa fa tuo padve pev me? È un diplomatico, fovse?».

«No, niente diplomazia. Non credo ne sarebbe capace comunque. È assistente alla vendita di souvenir per i visitatori che vengono qui a palazzo, la domenica». Fu la volta del principe, di doversi trattenere dallo spruzzare lo champagne addosso alla ragazza.

«Non sapevo che i miei sevvitovi avessevo figlie tanto belle» replicò, con molta diplomazia. Poi, occhieggiando i gioielli, aggiunse: «Deve guadagnave molto bene comunque». In quel momento gli amici e i conoscenti del principe iniziarono ad entrare nel privé per rendere i loro omaggi al festeggiato, dando così inizio a un valzer di inchini, risate, dileggi fraterni e falsità varie che si protrasse molto a lungo. Il principe fu galante con tutti, pur dimenticando di presentare Cenerentola alle proprie conoscenze. Lei passò la serata ignorata, seduta da sola sul divanetto, scolando champagne e osservando quel via vai di nobili cafoni e altolocati adulanti. Perfino le due racchie, tra le ultime a giungere, furono trattate con maggiori attenzioni. Quando il valzer delle visite terminò, accanto al divanetto pacchetti e pacchettini sostavano ammucchiati. Il principe non ne aveva aperto neanche uno e anche quello di Cenerentola, pur trattato con estremo riguardo, attendeva solitario sul tavolino.

«Sembva che in pista abbiano cominciato a ballave» disse il principe, con aria estremamente annoiata, guardando Cenerentola stesa sul divanetto.

Benché un po’ brilla, un campanello d’allarme suonò nella sua testa. «Ma… che ore sono?» chiese, biascicando le parole.

«Ha impovtanza?» rispose il principe, insofferente.

«Oh sì, che ha importanza» biascicò ancora Cenerentola.

Il principe alzò un polso e sbirciò il suo Rolex dorato. «È mezzanotte pvopvio in questo momento» rispose incurante. «Di’, non dovvai vientvave a casa pev caso?».

Il piacevole tepore che la stava accogliendo, per effetto dell’alcol, lasciò immediatamente il posto a un’adrenalinica tensione. Il cuore prese a martellarle a un ritmo più rapido della musica. Gli occhi si spalancarono e le pupille si dilatarono. Poi si tirò su di colpo, ma la nausea e un certo giramento di testa la fecero crollare nuovamente stesa.

«Ti senti male?» chiese il principe, esaminandola con noia.

«Io… io devo andare» biascicò Cenerentola dimenandosi per alzarsi.

«Ma è ancova pvesto, diamine! La sevata è pvaticamente appena iniziata. A voi popolane non pevmettono di stave in piedi tutta la notte?». La parola popolane accese nel principe un certo istinto. Lo sguardo divenne lascivo. Scivolò sul divanetto addossandosi a Cenerentola, quindi cercò di abbracciarla.

«Tu non capisci,» l’accusò Cenerentola, ignara, «devo andare via. Adesso!». Si aggrappò al principe per tirarsi su, poi fece scivolare i piedi dal divanetto. Quando le scarpette di cristallo toccarono il suolo, un lampo accecante abbagliò entrambi. Il vestitino nero e attillato tornò lo straccetto casalingo che indossava sempre. I boccoli dorati si sciolsero in un arruffato groviglio. Il trucco e i gioielli sparirono come se non fossero mai esistiti. Persino la borsetta in pelle di coccodrillo di Hermes svanì.

«Ma… tu sei… un mostvo!» riuscì soltanto a dire il principe, ritraendosi orripilato.

Improvvisamente sobria, benché nauseata e in preda a un folle terrore, Cenerentola si mise in piedi, barcollò per un attimo, poi corse via.

«Non favti più vivedeve, fattucchieva!» le urlò dietro il principe, affacciandosi dal privé e scrutando attorno le reazioni dei presenti. Sulle balconate vicine, la gente osservò la scena sbigottita. Trattandosi del principe, i loro sguardi attirarono altri sguardi, i più distratti furono strattonati da quelli più attenti, e in un baleno tutta la sala si fermò a osservare quella ragazza male in arnese che fuggiva via dal principe.

La minore, tirando per il gomito la sorella, disse compiaciuta: «Hai visto che era Cenerentola quella!».

La maggiore, improvvisamente allegra, disse: «Guarda guarda la nostra Culdicenere… e come corre! Le ricorderò questa serata per il resto della sua vita».

Le scarpine di cristallo, gli unici oggetti rimasti invariati, impedivano a Cenerentola di correre tanto quanto avrebbe voluto. Per scendere in fretta le scale, fra le occhiate cattive e le risa di scherno, se le tolse e le gettò via. Una volta giù, con gli occhi bassi per il timore di incrociare gli sguardi, attraversò la sala a passo svelto. Quindi si precipitò fuori dalla discoteca; ruzzolò a terra; si tirò su e corse ancora, imboccando infine la strada di casa.

«È colpa mia…» andava dicendo a se stessa, rallentando il passo a un barcollamento agitato, «… non avrei dovuto bere. Non avrei dovuto andarci!». Si disperava la poverina, piangendo come una bimba.

Un maggiolone verde e male in arnese, con il motore borbottante, giunse dalla direzione opposta. Strombazzò un paio di volte sulla strada deserta, poi fece manovra e gli si affiancò.

«Vai da qualche parte?» chiese l’inserviente della pompa di benzina.

Cenerentola non rispose, ma aumentò il passo.

«Lo sapevo che eri tu. Mi sembrava di averti riconosciuta» disse il ragazzo procedendo al suo fianco a passo d’uomo.

«Va’ via!» gli ringhiò contro Cenerentola.

«E perché? Dai che ti do un passaggio» le propose il ragazzo. Fermò l’auto e aprì la portiera.

Ostinata, Cenerentola proseguì per la sua strada. Il ragazzo la raggiunse e la fece fermare tirandola per un braccio.

«Senti, mi dispiace non esserci stato quando sei uscita. In realtà ero già lì ma… la limousine è sparita. Sono dovuto tornare indietro a prendere il maggiolone. Ti stavo giusto venendo a riprendere quando…».

«Mi hanno riso dietro» l’interruppe Cenerentola. Lacrime calde ricominciarono a scorrere; il petto fu scosso da un singulto. «Mi guardavano come fossi un mostro».

Vedendo che Cenerentola singhiozzava in modo incontrollato, il ragazzo l’attirò a sé in un abbraccio confortante. «Ascolta, non so cosa sia successo là dentro, ma credo che non dovresti davvero preoccupartene. Voglio dire, io ti osservo tutte le sere affacciata alla finestra; ti osservo mentre spazzi il cortile di casa; ti osservo mentre procedi a piedi, per la strada, carica di borse della spesa… e osservo loro, all’area di servizio, tutti i santi giorni. E posso affermare con assoluta certezza che sei la ragazza più bella che abbia mai visto in vita mia. Non mi stancherei mai di guardarti. Ora, puoi anche disperarti, ma la verità è che sono loro ad aver perso qualcosa di bello questa sera. Loro, non tu. Vorrei ci fosse un modo per…».

«Tutte le sere?».

«Eh?».

«Hai detto che mi osservi tutti le sere. Perché?».

«L’ho detto?». Un risolino nervoso uscì involontario. «Be’, che posso dire? Tu, sei bellissima. Lo sei oggettivamente, ma soprattutto lo sei per me».

«Anche vestita così?».

«Anche vestita così».

Salirono in macchina e partirono verso casa.

Al Crystal Palace, invece, un principe ancora infuriato si sedette sul divanetto del proprio privé in compagnia delle due racchie. Scolò l’ultimo bicchiere di champagne, poi osservò con curiosità il pacchettino dorato e infiocchettato che aveva lasciato lì il mostriciattolo di prima.

«Non eva pvopvio bvutta,», disse il principe alle due, prendendo in mano il pacchetto, «eva solo… poveva!». Ridendo alla sua stessa battuta sciolse il fiocco e avvicinò il viso. «Cosa mai, mi chiedo, quella contadinotta ha potuto regalavmi». Quando scoperchiò il pacchetto, una lucertola bella vispa e incattivita, per essere rimasta chiusa tanto a lungo, saltò fuori e gli morse un naso davvero perfetto. Da qualche parte nella notte una fata di grande intuito rise di gusto.

A metà mattina un uomo un tempo ambizioso rientrò in casa dopo essere stato convocato a palazzo. Salì le scale fino alla soffitta; bussò una volta; poi, senza aspettare una risposta, entrò nella camera di Cenerentola. La ragazza dormiva ancora. Lui si sedette sul letto e le accarezzò il volto. Quando Cenerentola aprì gli occhi e lo vide fu scossa dalla sorpresa. L’uomo, invece, le sorrise. Poi tirò su una mano mostrandole le scarpette di cristallo. Senza dire nulla, tirò il lenzuolo e le scoprì i piedi. Ne prese uno alla volta e li infilò nelle scarpe; calzavano perfettamente.

«Questa mattina, all’alba, sono stato convocato a palazzo» le disse, con un tono di voce pacato. «Il principe ha tenuto a volermi raccontare l’incidente di questa notte. Non è stato parsimonioso di dettagli. Quando gli ho risposto che non era possibile che tu fossi stata presente al party, mi ha dato queste scarpe come prova. Era furioso e aveva un profondo segno rosso sul naso. Ne sai qualcosa?».

Cenerentola abbassò gli occhi dispiaciuta, poi ammise: «Padre, io…».

«Proprio come immaginavo» l’interruppe l’uomo. «Be’, se oserà mettere nuovamente in dubbio la reputazione di mia figlia, sarò costretto a indicargli dove infilarsele, queste scarpette, visto che ai tuoi piedi non calzano. Inoltre, così piccole, dubito che possano calzare a qualsiasi creatura che sia poco più grande di una bambina».

L’uomo si alzò dal letto, tirò il lenzuolo fino a ricoprire nuovamente la figlia, poi si voltò dirigendosi alla porta.

«Papà?» lo chiamò Cenerentola.

L’uomo si voltò a guardarla.

«Grazie».

«Cerca di riposare, tesoro».

Fine

11 Comments on “Cenerentola – una fiaba seminuova

  1. Abito nero e ombretto/smalto turchese? Si vede che sei un uomo! 😀
    A parte questo, è un bell’adattamento, che mi ha divertito molto soprattutto nella seconda metà. Io forse avrei calcato più la mano sull’attualizzazione, ma è venuto bene.
    Ti suggerisco solo di fare attenzione ai termini troppo generici tipo “acconciature alla moda” o “maggiolone male in arnese”: secondo me è meglio descrivere le cose nel dettaglio. 🙂

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    • Grazie Chiara. Pensa che la seconda parte è quella più originale, mentre nella prima mi sono limitato a seguire più o meno la trama del Perrault. Infatti “acconciature alla moda” e presa pari pari dal Perrault. 🙂
      Dici che il turchese non sta bene con il nero? Secondo me sì, dai. Altrimenti che colore avresti scelto?

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  2. Solo Chiara riesce a leggere tutta ‘sta pappardella che hai scritto. Avevo caldo già alla terza riga. Ma quanto ti vuole bene questa ragazza? Preferisco Hansel & Gretel, bed and breakfast horror…

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  3. Bello, ma potevi osare di più sulle caricature di personaggi e ambientazione.
    Penso a “I promessi sposi” nella vecchia versione Solenghi/Marchesini/Lopez con Renzo che andava in giro in calzamaglia con l’autoradio sottobraccio 🙂

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