Lo scrivere razionale


Scrivere con la testa

… una sorta di orgasmo

Per me riempire la pagina è una sorta di orgasmo. Il flusso di parole scivola sul foglio plasmando frasi, concetti, immagini… Non cerco un senso, non do una forma, non creo strutture; i racconti prendono vita in piena autonomia, come animati da un impulso selvaggio, predatorio. Se le parole fossero esseri viventi, potremmo definirlo: istinto di sopravvivenza; o bramosia di vita. Ma le parole sono solo segni tracciati su una superficie; non hanno vita propria. Sono i lettori a conferirgliela. E prima dei lettori: gli scrittori.

Tutto ciò che cerco nella scrittura è quell’istante di totale liberazione che si prova all’apice dell’atto sessuale. La mia scrittura non è raziocinante; è sfogo. Ma di un tipo diverso. Ci sono scrittori sopraffatti dalle ossessioni; ci sono scrittori devastati dal peso delle ingiustizie; ci sono scrittori innamorati dell’amore; o della morte; ci sono scrittori intellettuali, innamorati di se stessi e di una certa idea di letteratura… e poi ci sono io.

Quando scrivo, non cerco di parlare ai lettori; non racconto storie che vorrebbero leggere; non cerco approvazione o consensi. Il mio unico scopo è riempire la pagina svuotando me stesso. Quando ci riesco, quando il flusso di parole sgorga senza filtri, raggiungo il piacere. Io non scrivo; scopo. Genero figli sotto forma di parole, fatti di carta e inchiostro. Ma questo, dicono, non è scrivere. O, se lo è, ne è solo una parte.

Un forma di comunicazione

La differenza che passa tra il trattenere quest’idea con me e il comunicarla a voi è il concetto stesso di scrittura. Si scrive per comunicare. Cioè per trasmettere un messaggio a qualcun altro. La narrativa, poi, è un’altra forma ancora di comunicazione. Esistono concetti così difficili da trasmette che il semplice citarli non basta a conferire loro una definizione compiuta. Io posso scrivere la parola: morte; ma questo non trasmettere al lettore la disperazione che prova una madre quando vede la salma di suo figlio rientrare da una guerra; o di un vecchio che sfiora per l’ultima volta la mano rattrappita della donna che ha amato per un’intera esistenza. La narrativa comunica concetti complessi attraverso una serie di semplici immagini.

Per riuscirci, le immagini non devo solo essere forti; soprattutto devono essere precise. La coerenza, l’uso del linguaggio più opportuno, la scelta accurata dei vocaboli sono parte del mestiere di scrivere. Lo stile di un autore non è una scelta pregressa, ma adeguata al contenuto. Così come si scelgono i tempi in cui suddividere la narrazione, bisogna che vengano scelte anche le parole.

Da un po’ di tempo sulla mia scrivania campeggiano quattro volumi: un dizionario; un dizionario etimologico; un dizionario dei sinonimi e dei contrari; un dizionario, infine, delle attribuzioni. Recentemente ho anche acquistato un dizionario etimologico dei dialetti; mi è balzata in testa la bizzarra idea di caratterizzare maggiormente i miei personaggi con l’uso di un gergo più realistico… Non so se lo farò, è un bell’impegno.

Lo scrivere razionale

A un certo punto, quindi, si passa da una scrittura che sgorga frizzante e serena, a una scrittura più consapevole, ricercata. Il perché sta in quel concetto inespresso che ci spinge a cercare un contatto con gli altri. Scrivere è tendere una mano. Afferrare la spalla di una persona e sussurrargli all’orecchio: «Ho una storia da raccontarti…». Se l’obbiettivo è comunicare, farlo attraverso immagini, allora lo scrivere non può che essere razionale.

Tra i vari consigli di Mozzi, ce n’è uno che mi sento di condividere: prima di scrivere, esita. Le parole scritte, dice il Mozzi, hanno una sorta di vischiosità. Il che, detto in termini più comprensibili, significa che se scrivi una bozza, riscriverla poi in una forma migliore risulta problematico. L’ho sperimentato sulla mia pelle e posso affermare che scrivere la brutta per poi riscrivere la bella è un gioco pericoloso. Lessi di una scrittrice sudamericana – purtroppo mi sfugge il nome – che appuntava i propri pensieri su un quadernetto; quando la mano iniziava a muoversi con maggior frenesia e la calligrafia, da elegante, diventava tachicardica, allora lei sapeva di avere fra le mani una storia. Una storia che le premeva di raccontare.

Perché usare un supporto (ormai) innaturale come un quadernetto? Perché è un oggetto differente rispetto al monitor di un pc. Anche la scrittura è diversa e la vischiosità, tra ciò che è stato scritto d’impulso e ciò che andrà scritto in modo ricercato, diminuisce.

L’incontro di due mondi

Tuttavia, la scrittura non può solo essere razionale. I libri che ricorderemo non sono quelli scritti bene, ma quelli che ci toccano nel profondo. Ecco, dunque, l’incontro di due mondi: quello istintivo, irrequieto, trainante che sgorga libero e impetuoso; quello razionale che sceglie con cura non solo il cosa, ma anche il come (raccontare una storia).

Come farli incontrare, questi due mondi, è il vero segreto della scrittura creativa. Un segreto che, io, sto ancora cercando di scoprire. Non credo di esserci lontano: lo vedo; è lì, a portata di mano… ma ancora sfugge. E voi, come li fate incontrare questi due mondi?

14 Comments on “Lo scrivere razionale

  1. Non sono d’accordo sul fatto che i libri che ricordiamo non sono quelli scritti bene. Che significa scritti bene? Ognuno ricorda i suoi libri. Io ricordo Il fiordo dell’eternità, perché mi ha lasciato molto, ma è anche scritto molto bene, almeno per i miei canoni.
    Non credo di avere una visione così poetica della scrittura. Per me il mondo istintivo è quello dell’idea, il momento in cui nasce la storia. Poi subentra l’altro.

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    • Se un libro è scritto bene ma non ti colpisce tu lo ricordi tra i tuoi preferiti? Il senso era questo.
      Il punto potrebbe essere proprio quello che dici, cioè: trasferire l’orgasmo creativo alla pianificazione (alla creazione dell’idea) e lasciare che la sua realizzazione resti esclusivamente razionale. Un ipotesi. Ce ne potrebbero essere altre? Quali?

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  2. Dopo molti mesi trascorsi a mescolare senza criterio il cuore e la mente, ho trovato una strada apparentemente banale, ma comunque efficace: stesura “ubriaca” e rilettura sobria. Ormai lavoro così su ogni scena, non più di questi due passaggi, salvo poi la revisione finale di tutto il romanzo, che farò a stesura ultimata. Sono riuscita a velocizzarmi, le parole mantengono la loro freschezza ed efficacia, è un giusto compromesso che (spero) mi consentirà di scrivere un buon romanzo.

    P.S. nel commento al mio post “un anno di scrittura – la mia evoluzione” ti ho posto un quesito rimasto in sospeso. Forse non hai letto…

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      • No, per niente: sono molto più lucide e incisive di quelle che scrivo sotto effetto della paranoia mentale. Per me la scrittura è solo questa, ho sempre fatto così. Forse è questione di abitudine e di carattere. 🙂

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        • P.S. Comunque “scrivere ubriaca” non significa che non abbia pensato prima a cosa inserire nella scena. Già so che ci saranno Tizio e Caio, e che faranno questo e quest’altro. Semplicemente, nel momento in cui mi trovo davanti alla pagina bianca, entro nella scena e mi dimentico completamente della tecnica, della riuscita, del mentale. Vado avanti di getto, così come mi viene. 🙂

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  3. Il discorso della vischiosità lo conosco bene, perché mi ci sono trovata impantanata in passato. Non scrivo più in modo istintivo, perché porta solo a scritture infinite.
    Non credo ci sia un vero e proprio segreto da scoprire, più che altro secondo me va trovato un personale equilibrio per mettere insieme istinto e ragione. La parte istintiva è ancora presente, ma non mi precipito più a scrivere, lascio elaborare all’inconscio prendendo appunti o riflettendoci, finché non sono pronta a riversare tutto sul file. A volte ciò è un po’ frustrante ma ho visto che per me funziona.

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  4. Quando devo affrontare qualche passaggio difficile di una storia, per esempio l’incipit, prediligo la scrittura a mano, perché la lentezza della punta a sfera sulla carta mi dà il tempo di meditare la parola mentre si forma e di pensare a quella che seguirà con un po’ di stacco. In questo vedo quello che tu chiami “scrittura razionale”, direi un’economicità della scrittura, qualcosa che pur soggetto a variazioni successive non è una brutta, ma qualcosa che tende già alla stesura definitiva.
    Sono d’accordo con chi mi ha preceduto nei commenti: la scrittura istintiva non è buona scrittura. L’istinto creativo deve riguardare le idee, ma non il come redigerle. Credo che si vada da Mozzi e affini per questo, per scrivere usando la ragione e non il sentimento. Ragione e sentimento, bella sintesi. Ragione uguale scrittura, sentimento uguale ideazione. Non sono un insegnante fantastico? Ma dove le trovi delle sintesi così perfette? E mi è anche venuta mentre scrivevo il commento in diretta sulla tastiera, ergo scrivo razionalmente anche quando batto sui tasti…

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  5. Credo che col tempo e con l’esperienza (scrivere tanto, leggere tantissimo) i due “mondi” si fondano spontaneamente. Quando si comincia a padroneggiare un po’ di tecnica, la fase razionale non è più uno sforzo, ma diventa parte del piacere. Ideazione e composizione si fanno sempre più naturali.
    Oggi le mie bozze sono decisamente migliori di quelle che scrivevo mille anni fa, quando ho cominciato, e questo rende la scrittura più facile: il pensiero scorre direttamente dalla fantasia alla carta. Un giorno, quando sarò bravissima, diventerà tutto puro piacere 🙂

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